Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

giovedì 23 gennaio 2014

<< Tre sono i Volti della Dea Sanatrice...

... Signora delle Acque, del Passaggio, della Vita Libera nelle Foreste (...) Tre le divinità dei Misteri di Samotracia,
 la Grande Madre ed i Gemelli Cabiri; tre i figli di Zeus e della pleiade Elettra, Dardano, Iasio ed Armonia... Dardano che sposerà Baiteia, diventando il progenitore della gente troiana, e fonda i Misteri di Samotracia, il culto del Palladio e di Cybele in Asia! (...)
Tre sono i popoli da cui sono nati i Troiani: i Pelasgi, Frigi e Greci; tre quelli da cui sono venuti i Veneti: Troiani, Enetòi ed Euganei; Tre le Parche che conoscono e filano il Destino, Cloto, Lachesi ed Atropo; tre i Santuari di Reitia, la Giovane, la Levatrice, l'Anziana: Lova, Altinum, Ateste; tre i laghetti sacri di Lagole perchè... TRE sono i volti dell'Immortalità possibile! Qui ed ora! Memoria...presente del passato, attenzione, presente del presente, speranza, presente del futuro.
SIAMO NOI STESSI...DIVENTIAMO DEI! >>


Panta rei, πάντα ῥεῖ, omnia fluit, la Grande Madre degli Dei.. Rea, Reitia, Pantarei. 

E l'acqua dei Fiumi Veneti che scorre e scorre nei millenni...


"qualcosa si sta ribellando dalle viscere della terra, il cielo non è più un benefico protettore. Sembra irritato con i suoi figli, come volesse far capire loro che hanno sbagliato strada.Succede da quando l'incenso non sale più in spirali attorno ai canti dei banchetti sacri ed i templi sono diventati chiese. I Veneti Antichi dormono sonni inquieti, sentono che la loro è un'ereditarietà perduta".


(tratto da: IL CORAGGIO DEGLI ANTICHI VENETI di Federico Moro)

giovedì 9 gennaio 2014

LARES: GLI ANTENATI PROTETTORI

LARES 
La loro etimologia riconduce alla figura del "laer" dall'etrusco significato di padre e dal latino "lares" ovvero focolare domestico. Essi rappresentano nella cultura romana ma anche italica gli spiriti degli antenati divinizzati che vigilavano e proteggevano la famiglia nelle sua attività. I Lares o Lases dimostravano chiaramente la continuità del legame sacrale esistente fra i luoghi, i membri di una famiglia e le generazioni degli uomini, gli appartenenti alla comunità cittadina e presidiavano qualsiasi luogo di cui l’uomo o la comunità facessero un uso significativo . Gli antenati "divi" venivano raffigurati in statuette di cera, terracotta o bronzo in cui si incideva l'"effige" ovvero la forma fisica dell'antenato stesso e queste statuette venivano poste nel Larario domestico ed onorate dalla famiglia in particolari circostanze.Il lare familiare vegliava sulle fortune della casa e a lui i membri della famiglia rendevano culto quotidiano, specialmente alle calende, none ed idi. Secondo la leggenda, riportata solo da Ovidio, i Lares furono due gemelli nati dalla ninfa Lara mentre altri li fanno risalire come figli della Dea Mania.  Probabilmente il culto dei Lares deriva dall'antico uso di seppellire in casa i propri defunti (Servio) mentre secondo Plauto essi erano rappresentati a forma di cani e tenuti presso la porta di casa, anche se l'uso etrusco li indicava come
protettori della proprietà e dei terreni agricoli Legati alla difesa dei confini e dei passaggi ma anche della città e dei campi essi avevano molti nomi e diverse funzioni: vi erano i  Lares Compitales, I Lares Viales protettori delle strade,  i Lares Permarini che proteggevano la navigazione, I Lares Militaria che proteggevano  i campi di battaglia ed i  Lares Praestites che proteggevano i confini delle città ed erano anch'essi accompagnati da cani . Roma aveva innumerevoli Lares Privati ma anche  Lari pubblici detti Lari Prestiti ovvero coloro che vengono prima, che presiedono e vigilano. Erano onorati durante le Calende di Maggio nelle feste Laralia ed il loro altare veniva addobbato con fiori freschi. Essi in quanto divinità  tutelari erano rappresentati in forma marziale come due giovani vestiti di pelli di cane ed accompagnati appunto da cani. Romolo e Remo venivano considerati dei Lares importanti per la tutela dell'urbe senza scordare il particolare rapporto dei rituali notturni che avvenivano la notte precedente il primo di maggio in cui si ricorda la vicinanza dei Lari pubblici con Maia, quale madre di Mercurio e assimilata alla  Bona Dea ( in relazione ai rituali legati a Fauno ed alla Bona Dea)  alla quale si offrivano in sacrificio cani proprio nell'altare dei Lares Praestites.

CULTO DOMESTICO 
Essi erano onorati giornalmente al mattino ed alla sera con richieste di protezione e vicinanza alla famiglia e venivano sempre ringraziati o perlomeno informati di tutti i rituali " di passaggio" che avvenivano nella famiglia quindi matrimoni, nascite, fidanzamenti, partenza per la guerra etc. Inoltre nel culto privato  per onorare-evocare i Lares Familiares  era necessario ripetere per tre volte il primo verso " Enos Lases Iuvate!" Essi venivano giornalmente onorati  in casa con offerte di cibo dolce, con miele  e vino ma anche fiori, pani in farro, alloro, aglio e fiori di papavero  e venivano omaggiati  nei crocicchi durante le festività dedicate ai Lares Compitales. Purtroppo non si hanno altre informazioni più precise riguardo al culto domestico ed è un peccato anche se alla fin fine essendo parte di quella religiosità "domestica" ma anche arcaica e rurale è la semplicità a far da padrona... Diverso discorso invece è per il Genius Loci e per Termon.

 IL MATRIMONIO 

Si sa dalle fonti che i Lases  venivano ben augurati dalla sposa il giorno del matrimonio ovvero quando essa  diventava la signora della casa del marito e  doveva offrire al momento della presa di "posizione " nella nuova casa tre assi simbolici, il primo al marito, il secondo ai Lases domestici ( ovvero offriva ai Lases familiares del marito dei soldi per essere ammessa in quanto Domina ai rituali domestici in loro onore) e la consegnava con il piede ed il terzo ai Lases Compitales " in sacciperiones" ovvero in una piccola sacca perchè essa sarebbe successivamente uscita di casa per lasciarla nel compitum ( tempietto a loro dedicato nei crocicchi). Pertanto i doni dei soldi ai lases appunto segna come essi accettano la nuova sposa non solo nella casa del marito e nella sua famiglia ma anche nel suo quartiere (compitalia) quindi le divinità legate al focolare ed al crocevia sono indicatrici del fatto che oramai la sposa è legata a loro dalla benevolenza e dall'accettazione. La sposa il giorno prima delle nozze consacrava i suoi giocattoli di fanciulla ai lases familiares della sua famiglia d'origine.




 COMPITUM E LARES COMPITALES
La leggenda tramandataci da Macrobio vuole che le celebrazioni delle Compitalia sarebbero state ristabilite da Tarquinio il Superbo poichè l'Oracolo da lui interpellato gli aveva chiesto in cambio della pace e della prosperità una testa per salvare una testa, così ordinò che si sarebbe dovuto sacrificare dei bambini alla terribile Dea Mania,  tuttavia  Lucio Giunio Bruto sostituì le teste di bambino con quelle di aglio e dei papaveri gabbando l'Oracolo poichè esso aveva richiesto soltanto delle teste, non specificandone di quale tipo!
Autori come Varro spiegarono chiaramente che con il termine " Compitum" si indicavano sia i crocicchi stradali (di quartiere o agresti) sia le aediculae sacre dedicate ai Lares Compitales, ovvero divinità ctonie prettamente considerate come anime eroizzate e  divinizzate degli antenati, poste i luoghi critici del territorio cittadino quali mura, porte, trivi e confini a vigilare quindi in modo più ampio e attento sulle sorti urbane del vicus.  Assieme alla dea Hekate ed al dio Termon proteggono i punti di passaggio.
 I Ludi Compitaliciis venivano celebrati alla fine dei Saturnalia  ed i sacrifici erano caratterizzati da dolci in miele e carne di maiale che venivano offerti in ogni casa. Erano feste mobili ed indicate pertanto annualmente dai magistrati , Cicerone le colloca alla calende di gennaio ma quattro giorni prima delle "nonae" mentre le parole esatte con cui esse venivano annunciate al Popolo Romano ci sono giunte fortunatamente sia da Gellio che da Macrobio ed erano "“Die noni popolo romano quiritibus compitalia erunt".Gli uomini che celebravano questi sacrifici non erano schiavi ma uomini liberi ed inoltre in queste giornate i servi erano dispensati dalle incombenze lavorative ed appendevano alle porte delle loro casupole o stanze delle sfere o panni di lana. Si appendevano al di fuori di ogni casa delle statuette raffigurante la dea Mania, divinità ctonia ed infera madre dei Lares ed altre figure realizzate sempre con la lana che raffiguravano donne e uomini assieme a richieste di aiuto e protezione ai Lares Compitales.

Le celebrazioni avevano anche e soprattutto un carattere di "lustratio" e sempre le fonti (Macrobio, Dionisio di Siracusa, Catone ed Orazio) ci tramandano che nell'occasione oltre alla celebrazione dei "ludi" ed alla deposizione delle offerte ai crocicchi venivano sospesi sempre nei tempietti agli incroci dei piccoli "simulacra, oscilla, maniae, effigies" chiari sostitutivi dei sacrifici umani e delle "pilae" a ricordo dei crani degli immolati. Sempre come offerte ai crocicci venivano poste anche teste d'aglio e papaveri sempre con il medesimo significato simbolico. In Età imperiale vennero immolati anche maiali ai Lares e tori al Genius dell'Imperatore Augusto.
I Sacerdoti che presiedevano la festività erano i Magistri vici, che in quell'occasione indossavano la toga praetexta. Durante il periodo repubblicano alla festività furono aggiunti dei giochi pubblici main seguito furono soppressi per ordine del senato nel 68 a.C tuttavia Cicerone stabilì che i precetti che imponevano la festività dovevano essere osservati nonostante l'abolizione dei giochi, inoltre durante le guerre civili non venne più festeggiata ma venne in seguito ripristinata da Augusto che ora era il pater patriae, dunque ai due Lares Compitales si aggiunse il Genius Augusti, divinità protettrice del popolo  in un opera di propaganda politica in cui impose come culto religioso il suo Genio in quanto egli stesso Lares protettore della gente romana.
Nella celebrazione delle " Compitalia " e della "Ambarvalia" i magistri del Culto potevano dimostrare la loro lealtà all'imperatore. Come con Servio Tullio anche Augusto riformò il Culto e le sue metodologie nell'ottica di una serie di riforme atte a far ritornare Roma alle sue origini.
La sua riforma cancellò però le antiche aediculae in territorio italico a livello archeologico  poichè egli ne aveva ordinato il sistematico restauro. Tuttavia non vi sono dubbi che le prime forme di aediculae corrispondessero al naiskòs greco ovvero la trasposizione monumentale di una semplice nicchia che caratterizzò nel conservatorismo religioso romano il culto ai Lares fino al periodo imperiale, nicchia della stessa tipologia del LARARIO domestico nelle sue molteplici ed eterogenee versioni. Essa come cita Gellio, riproduceva in toto un tempio in minori dimensioni per la sua funzione sacrale costituita da un basso podio con due colonne sovrapposte a sostenere un piccolo frontone ed un altare antistante. Properzio e Livio ce lo descrivono come "locus parvus deus sacratus cum ara" ovvero un "sacellum". Pompei è un pozzo di conoscenza riguardo ai larari domestici e compitales costituiti da una nicchia dipinta in parete con un semplice altare antistante appoggiato o scavato antistante agli edifici.


Il LARARIO DOMESTICO


era dunque il posto riservato nella casa romana al culto privato e familiare. Più propriamente si diceva sacrarium, se tutto un ambiente era destinato a quel culto e nell'aedicula  si riponevano esi rinchiudevano, i sacra privata. La parte più importante del larario è il dipinto sacro raffigurante solitamente i Lares danzanti (a Pompei troviamo nella casa di M.E.Rufo nel mezzo il Genio familiare che  ammantato è in atto di sacrificare mentre ai lati i due Lari giovinetti, ovvero i Lares Ludentes  vestiti di corta tunica e di alti calzari, si muovono a passo di danza, versando dal corno potorio, che tengono sollevato in alto, un rivolo di vino, che va a finire nel secchiello che reggono con l'altra mano ma si conoscono anche il tipo stante, in riposo, con cornucopia e patera, frutti o spighe. ) Nella parte inferiore dei dipinti lararî troviamo spesso rappresentata l'ara domestica, alla quale si avvicinano dagli opposti lati due serpenti, talora anche uno, per divorarne le offerte. Nel larario trovava posto la suppellettile sacra, consistente in statuette ( di bronzo, d'argento, d'oro, oppure di legno, di terracotta, di marmo ) e in offerte votive. Le statuette potevano rappresentare il Genio, i Lari, Vesta  ed i Penati  e solitamente gli Dei Olimpi ma anche nelle realtà italiche maggiormente ancorate alle loro tradizioni pre-romane bronzetti di divinità autoctone (come nel caso del Veneto) ed eroi locali ma anche  quegli uomini che per le loro preclare virtù si erano procurato presso i posteri onori divini. Nel larario domestico erano presenti sempre alcuni oggetti: il Salinum, ovvero  un contenitore per il sale, il Gutus,un contenitore per latte o vino, la Patera, che è  un piattino per le offerte, una Lucerna, una lucerna a olio e l' Incenso, come offerta agli Dei che veniva conservato nell'acerra e bruciato nel turibulum.



                   ALTRE  FESTIVITA' DEDICATE AI LARES                                                         

 AMBARVALIA 

Nella religione romana, era un rito agricolo annuale tenutasi alla fine di maggio.La cerimonia, che forse si protrae per più di un giorno, prevede una solenne purificazione (lustratio) dei campi e si articola in due riti contemporanei, uno di natura privata e uno di natura pubblica.  Per assicurare la fertilità e disperdere il male, ogni agricoltore portava i membri della sua famiglia e tre bestie sacrificali ovvero un toro una pecora  ed una scrofa in una processione intorno i confini dei suoi campi e terreni per ben tre volte per purificare i campi stessi e nel corso del sacrificio bisogna porre attenzione a non nominare mai l'animale col suo nome, altrimenti risulta nullo, da qui il nome ambio, vado rotondo, e arvum, campo. Questo sacrificio era detto in latino " suovetaurilia".I partecipanti devono anche astenersi dai rapporti sessuali la notte precedente la cerimonia. Si esaminano poi le viscere delle vittime, per sapere se il sacrificio è stato gradito altrimenti va ripetuto.
Si onora una divinità che riunisce in sé tutti i caratteri della natura e delle sue manifestazioni: a Cerere o forse a Dia, divinità divina e creatrice, la stessa cui si sacrifica in dicembre nel giorno delle Angeronalia, dette anche Divalia.
La cerimonia pubblica compete ai celebri Arvali, sacerdoti riuniti in un importante Collegio, di cui ci restano gli Atti. Questi benedicono un pane adorno di alloro e spighe del vecchio e del nuovo raccolto (fruges aridas et virides). In seguito si passa alla lettura dell'antica preghiera degli Arvali, accompagnata da una danza fatta di movimenti cadenzati (tripoditatio). Durante la preghiera si invocano Adolenda e Commolenda, la cui etimologia, secondo Festo, va cercata in Ador (una specie di farro, con cui si fa la mola salsa per i sacrifici) e in mola (farro abbrustolito sparso di sale, usato pure nei sacrifici). Vengono poi banchetti e giochi, mentre si benedicono le primizie sull'altare della dea. Iprimi 5 versi venivano ripetuti con una cadenza lenta ma non strascicata per tre volte ogni verso ed alla fine il "triumphe" veniva letto con parecchia enfasi e dava inizio ad una danza che praticavano i Fratres Arvales detta tripudium.



IL CARMEN ARVALE 
Il Carmen Arvale è il canto conservato tradizionalmente dai sacerdoti Arval io Fratres Arvales dell'antica Roma e veniva declamato durante gli Ambarvalia I sacerdoti Arvali dedicavano la loro vita alla dea Dea Dia, e le offrivano sacrifici per assicurare la fertilità dei campi arati (arvum). C'erano dodici sacerdoti Arvali, scelti tra le famiglie patrizie. Durante l'Impero romano l'Imperatore era sempre un sacerdote Arvale. Essi mantenevano la loro carica a vita, anche se cadevano politicamente in disgrazia o venivano esiliati. Il Carmen Arvale è conservato in un'iscrizione del 218 dC, ma è composta in una fase più arcaica del latino, e probabilmente non veniva più pienamente compreso nel suo significato originario. Mentre i passaggi di questo testo sono oscuri, l'interpretazione tradizionale ci mostra il canto di una preghiera che ricerca l'aiuto del dio Marte e dei Lari (Lases), supplicando Marte di non lasciare che piaghe o disastri si abbattano nei campi, chiedendogli di rendere le loro pance sazie, di donare loro la danza, e suscitare il "Semones", che può rappresentare la sacralità della semina ( Semo Sancus, un dio dell'agricoltura e della fedeltà.)

 « enos Lases iuvate  x 3
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris x 3
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber x 3
semunis alterni advocapit conctos x 3
enos Marmor iuvato x 3
triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe. »

ALTRA TRASCRIZIONE : 
"O nos, Lares, iuvate!
Ne luem, ruinam, Marmar
sinas incurrere in plures!  
Satur esto, fere Mars, limen sali, sta illic, illic 
Semones alterni advocabit cunctos
O nos, Marmor, iuvato! 
Triumphe triumphe!"


TRADUZIONE:
Lari aiutateci,
non permettere, Marte, che rovina cada su molti.
Sii sazio, crudele Marte. Balza oltre la soglia. Rimani lì.
Invocate a turno tutti gli dèi delle sementi.
Aiutaci Marte.
Trionfo, trionfo, trionfo


LINK E SITI DI APPROFONDIMENTO 

- E NOS LASES IUVATE! Esploratori Hesperiani
Per visualizzare l'articolo clicca QUI

-IL CULTO DOMESTICO NELLE TERRE VENETE
A questo proposito vi rimando al mio articolo cliccando QUI

- AMBRAVALIA E ROGAZIONI IN VENETO
A questo proposito vi rimando al mio articolo cliccando QUI

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BIBLIOGRAFIA
-Attilio De Marchi, "Il culto privato di Roma Antica, I",
-Thesaurus cultus et rituum antiquorum (ThesCRA).: Cult places ..., Volume 4
 a cura di Jean Charles Balty.
-Enciclopedia Treccani di Archeologia,
- - J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma.
 - Frazer, il Ramo D’Oro.
- P. Ovidio Nasone, Fastorum libri sex II.
-- G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinaru,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.

mercoledì 1 gennaio 2014

Feste, Tradizioni, Lavori agrari di GENNAIO

BUON ANNO NUOVO A TUTTI I MIEI LETTORI!

           8000   VISUALIZZAZIONI.....GRAZIE A TUTTI!               



Dal latino IANUARIUS mese consacrato al dio Janus, antico Reges Italicum divinizzato dai romani, originario Dio della Luce considerato il più antico delle espressioni divine in quanto Numen Progenies
, simbolo della Natura e Dio della Pace. Dal 153 a.C. divenne il primo mese dell'anno. Inoltre il primo periodo dell'anno era dedicato alla Dea Giunone ed in Grecia ad Hera, sempre a Roma il 1 gennaio si onorava Aesculapius, dio protettore della Salute. Altre feste importanti avvenivano in questo mese a Roma ed in molte aree italiche: il 3 vi erano le feste Compitalia dedicate ai Lares, spiriti protettori della famiglia, alla Nonae la  Festa di Vica Pota, dea della vittoria e della potenza, il 9 le Agonalia Festa in onore del dio Giano, Ianus, protettore dei lavori e degli affari, l'11 iniziavano le Carmentalia Festa della dea Carmenta, madre di Evandro. La dea Carmenta è la protettrice delle partorienti e delle fonti e le Iuturnalia , Festa della ninfa Iuturna (Giuturna) sorella di Turno, re dei Rutuli ed il 16 vi era la Festa della dea CONCORDIA e nei templi della dea spesso il Senato teneva le sue sedute.

USANZE VENETE 


Dai racconti dei nonni e dei testimoni "di una certa età "che amo andare a trovare per farmi raccontare usanze della loro infanzia ho saputo che fino agli anni '50 il primo giorno del "novo anno" la padrona di casa si alzava di buon mattino per togliere la vecchia cenere dal "larin" ovvero il larario ( come sappiamo anche per i Veneti Antichi il "larin" era non solo il focolare domestico ma anche la parte più sacra ed importante della casa e per la famiglia) perchè "xenare nova fortuna nova" e solo dopo questo rituale veniva acceso il nuovo fuoco familiare. Inoltre per augurare buona fortuna ognuno doveva indossare un indumento nuovo. Le donne venete indossavano orgogliose i gioielli da sposa in filigrana e la nonna allacciava al collo un nuovo collarino con un ornamento prezioso o di tradizione familiare. All'uscita della Messa si scambiavano auguri per l'anno novello. Il pranzo di capodanno doveva ovviamente contenere la carne del maiale "sacrificato" a fine novembre, con lenticchie e fave, senza scordarsi il dolce di fine pasto decisamente bene augurante. I bambini ed i ragazzini andavano di casa in casa da parenti ed amici ma soprattutto al padrino ed alla madrina di battesimo ad augurare" bona fine e bon prinsipio de anno! " ricevendo in cambio dolcetti e "mancette" oppure frutta secca poichè non dare loro nulla sarebbe stato considerato di cattivo auspicio, infatti chi non riceveva l'atteso dono cantava una piccola maledizione....
" tanti ciodi su la porta, tanti diavoli ve porta! "

I FUOCHI di fine anno in Veneto hanno una tradizione millenaria che si perde nella notte dei tempi...I giovani per tradizione l'ultimo giorno dell'anno raccoglievano rami d'abete per poterli accatastare ed accendere a mezzanotte, mangiando castagne, bevendo vin brulè e cantando tutti assieme al caldo del fuoco. Nelle case è buona tradizione veneta bruciare dei rametti di ginepro (rituale arcaico? Molto probabile).

DIVINAZIONE CONTADINA 
I Contadini osservavano il trascorrere del primo giorno dell'anno o dei primi dodici giorni traendo previsioni per l'attività agricola. Era usanza dire che nella notte dell'anno che termina e quello che inizia si deve finire ciò che si deve terminare ed iniziare ciò che si vuole perdurare. Pertanto è buona usanza mangiare come un tempo nelle case contadine dei nostri nonni, tanta frutta secca, molta uva che porta grandi guadagni e bere il vino novello dell'ultima vendemmia appositamente conservato. Le giovani da marito gettavano una pantofola dalle scale o dalla finestra, se rimaneva rivolta verso l'esterno era segno che le cose con il "moroso" sarebbero andate molto bene! Inoltre incontrare di buon mattino un bambino portava fortuna, mentre incontrare una persona vecchia avrebbe portato sventure e delusioni, importante baciare per primo un uomo mentre evitare come la peste il prete!

" Se el primo del'an el primo ch'el s'incontra par strada l'e an omo ti xe fortunà, se l'è na dona porta poco de bon, se l'è un prete podaria morìr uno de casa! "

L'anno che inizia di mercoledì è considerato fortunato (speriamo bene!), prospero se di domenica, poco buono se di venerdì e di guerra se il martedì.
Molti ragazzi correvano per strada suonando campanacci fin dopo la mezzanotte, ed anche la tradizione di fare molto rumore è antichissima, infatti gli stessi antichi credevano che fosse necessario per allontanare le Larvae o altri spiriti maligni, molti contadini correvano per i campi aspergendoli con acqua (rituali dei veneti antichi legati all'acqua...). Ma era anche un periodo di iniziazione giovanile! Infatti il rituale della BONA STELLA  rappresentava il passaggio di rinnovamento astrale al quale partecipavano i giovani in prossimità di raggiungere la maggiore età, ovvero dall'adolescenza alla gioventù, una sorta di "Lupercalia" solo che prendeva la forma di un "questua" casa per casa.
Il 2 gennaio è la "festa di San Bovo", santo che in realtà rappresenta il "protettore del bestiame", un evidente sostrato pagano di questo "Santo" simile a Fauno o a Janus, in questo giorno venivano benedetti tutti i bovini e gli altri animali nelle stalle. Inoltre si credeva che il giorno di Natale e di San Bovo gli animali parlassero fra loro nella lingua degli umani ed i contadini che rimanevano nascosti nelle stalle per carpirne i segreti se venivano scoperti rimanevano pietrificati! Pertanto lasciavano i loro animai a riposo per una settimana...
Il 5 gennaio, ovvero prima dell'Epifania, era consuetudine benedire l'abitazione e la stalla il fienile e gli orti senza scordarsi i campi. Il patriarca della famiglia partiva con il rituale della benedizione seguito dai familiari, mentre il figlio più giovane reggeva il secchiello con l'acqua, e di sera di accendeva il tradizionale falò casalingo.
Per conoscere quale tipo di coltivazione si poteva contare per il miglior raccolto dell'anno venivano posti sul fuoco tre tralci di vite a simbolo dei tre maggiori raccolti: granoturco, frumento ed uva. Dal tralcio che produceva maggiori fiamme si traevano indicazioni di maggior abbondanza di raccolto, i più giovani strappavano dal falò un ramoscello acceso e correndo per i campi invocavano l'abbondanza cantando."
Altri tipi di indicazione sul tempo si ottenevano dagli otto giorni che separavano la festa di sant'Antonio abate a quella di San Paolo, se nella notte tra il 16 e 17 gennaio si ghiacciavano i fossati e le rogge nella notte fra il 24 e 25 la notte si faceva più mite e viceversa.

25 GENNAIO   : I SEGNI MAGICI DI SAN PAOLO APOSTOLO
Nella società contadina avevano molta importanza i giorni ENDEGARI ovvero indicatori dei vari mesi dell'anno che si succedono per i 12 primi giorni dell'anno nuovo mentre per altri per i primi 24 giorni ovvero fino al 25 gennaio giorno di San Paolo appunto. In questo giorno le previsioni venivano ribaltate completamente o confermate del tutto. Nella notte fra 24 e 25 gennaio era tradizione porre fuori dalla porta di casa rivolta a ponente 12 spicchi di cipolla ed aggiungervi sopra qualche granello di sale. Ogni spicchio numerato  e posto in ordine rappresentava un mese iniziando da gennaio, al mattino successivo venivano tratte tutte le previsioni sui mesi dell'anno osservano come e quanto il sale si era sciolto sopra ogni spicchio, sale sciolto o umido indicava mesi piovosi, asciutto mesi secchi.

RITUALE DEL GHIACCIO
Sempre in questa notte le ragazze da marito ponevano un piattino con acqua sul davanzale della loro finestra, il freddo avrebbe tramutato l'acqua in ghiaccio formando figure da cui traevano significati e presagi: una borsa indicava povertà e lavoro duro, una scatola invece ricchezze e matrimonio lieto, uno sgabello un matrimonio in vista mentre una bara la morte prematura.


EPIFANIA: LA REDODESA E REITIA 
Le leggende narrano che a mezzanotte della vigilia dell’Epifania, si possa vedere la REDODESA  con i suoi dodici Redodesegoti (i dodici mesi dell’anno ma anche le dodici notti sante che vanno dal Natale all’Epifania) che fermano le acque dei  fiumi e chi attinge acqua in quel preciso momento viene travolto dai flutti mentre il primo che al mattino seguente porta gli animali ad abbeverarsi trova sul greto del fiume uno splendido mazzo di fiori. I fiori che si trovano al mattino dopo sono di colore giallo vivo, color del croco, e vengono conservati come porta fortuna. Inoltre la Redodesa viene spesso associata con Perchta ed Holta in quanto al mattino dell’Epifania essa  si reca di casa in casa a controllare che le donne abbiano finito di filare tutta la canapa, il lino e la lana dell’anno precedente e che abbiano rassettato la casa come si conviene, per le donne che hanno eseguito queste prescrizioni alla lettera vi  saranno allora benedizioni per l’anno entrante,  per coloro che hanno trascurato di farlo vi saranno  invece punizioni e disgrazie.

“«la Redodesa è una donna che suole farsi sentire la sera dell’Epifania a strepitar catene. Guai in quella sera a non tener alzate le catene dal fuoco della cucina o lasciar la stoppa sulla rocca, ne fa un inferno! Una volta, per farla fuggire, si accendevano dei fuochi e si mandavano delle grida».
 (Q. Ronzon — vedasi Almanacco Cadorino, anno III, 1885)

La Redodesa è ritenuta in Veneto essere una sorta di “Befana” ma non viene considerata come una vecchia paurosa da bruciare, tutt’altro! La Redodesa è un essere fantastico nei tratti più simile agli orchi, ad altri esseri femminili malefici, che non alla vecchia che porta o riempie di frutta e dolciumi la calza che un tempo i bambini trovavano appesa alla catena o alla cappa del focolare.   Essa è sempre descritta come bellissima e giovane ma dagli aspetti terribili, ctoni, alla guida di una caccia selvaggia e spettrale, accompagnata dal latrato dei cani e dagli spiriti dei morti (aspetti molti simili alla dea Hekate).

per saperne di più sulla REDODESA clicca QUI

Questa festa interrompeva i rigidi digiuni che allora venivano fatti durante la quaresima.  Il falò serviva a bruciare con la Vecia anche i “cai” delle ultime potature dei vitigni per scongiurare le gelate di primavera e liberare i campi dalle sterpaglie, prima dei lavori della bella stagione. Nella lingua veneta  la Befana è chiamata Maràntega (mare antiga = madre antica), oppure Redodexa o nelle nostre isole Veròla.  Essa rappresenta REITIA – la dea della Terra a conclusione del ciclo delle stagioni – ormai vecchia; dopo esser stata ridotta in carbone e trasformata perciò in energia, rinascerà a primavera nuovamente bella, giovane, pronta a regalare i suoi doni e la dea Perchta. In questi giorni si ricordano anche le rogazioni.
Mentre nell'Ottocento queste consuetudini popolari erano ancora vivissime, nel secolo appena passato si è assistito ad un loro calo. Di recente, però, stanno riprendendo il terreno perduto.

 IL PANEVIN :Simboleggia l’incenerimento dei defunti come transito dalla vita alla morte, da un anno ad un altro. Il fuoco è visto come una festa collettiva, sainante dell’Uomo, oracolare nel colore del fumo stesso. Il rituale del rogo è analogo ai roghi di marzo. Si tratta di sopravvivenze di culti agresti risalenti ai Veneti antichi, i quali usavano incenerire i defunti sistemandoli sopra grandi pire attenendosi ad un elaborato cerimoniale. I fuochi propiziatori della nuova stagione si dovevano tenere in date fisse e furono poi sostituiti da ricorrenze cristiane. Il Panevìn era quasi ovunque simile: fatta una gran catasta di ramaglie, canne, legna di scarto, si dava la benedizione, poi il più anziano accendeva il fuoco e seguivano rituali vari in cui la comunità ricercava e ricerca tutt'oggi segnali di pronostico, se le faville del falò vanno in direzione del nascere del sole la stagione non sarà buona mentre se si dirigono dove tramonta il sole la stagione sarà buona.

PROVERBI
" Co l'ano scominsia de festa, l'è queo dele disgrassie"
"Chi lavora el primo del'ano lavora tuto l'ano"
"Zenaro seco, vilan rico, Zenaro suto, gran dappartutto!"
"Zenaro ventoso, ano granoso"
"Co xe sente el ton de Zenaro, Xe porta via i morti con caro"
 " un cativo inverno fa una cativa istà"


BIBLIOGRAFIA:
- Lunario. calendario rurale veneto-friulano. Renato Zanolli.
-Calendario- A.Cattabiani
-Lunario- A. Cattabiani
-L'anno i mesi e i giorni nella cultura popolare del Veneziano. Proverbi modi di dire tradizioni- M.Poppi
- La religione dei romani- J. Champeaux


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