Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand
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giovedì 9 gennaio 2025

AMULETI, TALISMANI E CORREDI MAGICI PALEOVENETI

Amuleto ritraente la Dea - Montebelluna - Foto autore 

L’importanza della magia nella funzione sociale nei riti di fondazione per le società del passato era fondamentale anche se gli studi accademici più comuni tendono a marginalizzarne il ruolo declinandolo ad un prodotto d’una cultura primitiva e sottosviluppata anche a causa di studi antropologici che hanno classificato le pratiche magiche come ingenue superstizioni. Tuttavia numerosi esempi archeologici ed etnografici dimostrano la connessione fra la pratica magica e il rapporto del suo utilizzo rispetto alla dimostrazione e attestazione di vari elementi fra cui lo status economico-sociale ed era integrata nella religiosità “ufficiale” pertanto gli amuleti erano ben lontani dall’essere dei semplici artefatti minori ma è necessario osservarne la logica in quanto strumenti di materializzazione dell’emozionalità nell’esperienza religiosa all’interno appunto del ruolo sociale che assumevano, basti pensare all’utilizzo dell’amuleto nella religione Egizia o Romana. Gli amuleti avevano moltissimi significati e il loro potere magico non era l’unico motivo per il quale venivano utilizzati ma incarnavano anche le credenze e le emozioni di chi li indossava in modo da aumentare la forza psico-fisica del possessore. In tutta la cultura antica e anche nel Veneto, le pratiche magiche e la manipolazione di oggetti magici aveva un ruolo significativo nel detenere il potere e perciò amuleti e altri ricettacoli di potere sovrannaturale dev’essere considerato come un amalgama di immanenza e trascendenza e nel Veneto era una conoscenza più che iniziatica, riservata a persone di alto rango sociale che sapevano utilizzare perché conoscevano il forte impatto che questi amuleti ma anche i cinturoni sacri o i copricapi delle sacerdotesse avevano nella popolazione e probabilmente producevano anche un suono particolare rituale atto a evocare percezioni particolari di cui però non abbiamo alcuna notizia certa.

Anche per quanto riguarda il caso dei veneti i ricercatori hanno riconosciuto diversi sche
mi nell’uso degli amuleti e nella comparazione etno-storicistica soprattutto con la religione Greco-Romana e le fonti e Medievali. Solitamente dunque le persone hanno ricercato aiuto nella magia in assenza di altro sostegno tanto che nelle tombe del Veneto son stati trovati numerosissimi amuleti soprattutto nelle sepolture di persone morte prematuramente (bambini e giovani donne) o a causa di circostanze drammatiche e anomale come un suicidio, causate in conseguenza della “malasorte”. Chi moriva di morte violenta o di parto era creduto in grado di generare fantasmi o ritornare in forma di anima malvagia perciò la sepoltura di questi amuleti avrebbe dovuto preservare i vivi dai morti e non le anime dei defunti dai pericoli dell’Aldilà. 

Gli oggetti ritrovati nelle sepolture ed indicati nell’uso comune come amuleti erano soprattutto conchiglie, corallo, corna e denti di animale, ambra, perline di vetro e bullae di bronzo. Possiamo notare che questi oggetti erano anche utilizzati in vita come ornamenti durante l’età del ferro in Veneto ma quando vengono ritrovati pezzi di conchiglia, denti di animale e gli “astragali o sortes” utilizzati nelle sepolture come copertura delle spoglie del defunto e non come corredo funebre è chiaro il loro utilizzo rituale e l’impiego come strumenti magici per proteggere sia il vivente che il defunto.  

 ( tratto da : “ Divnità, rituali e magia nell'antico Veneto – Elena Righetto – Intermedia Edizioni )

clicca QUI per leggere tutto il capitolo


Le fonti letterarie antiche tramandano una varia serie di amuleti anche se la fonte più completa è “Naturalis Historia” di Plinio, il quale nel libro dei “remedia” presenta un'analisi degli amuleti più utilizzati all'epoca. Egli, pur mantenendo sempre un atteggiamento razionalista, fa riferimento ad una tradizione radicata delle usanze italiche.

Gli amuleti, in contesto Venetico, possono essere suddivisi in due grandi gruppi: amuleti che traggono forza dalla loro stessa materia, ricercata e lavorata per il suo utilizzo magico, e oggetti che fanno parte della vita quotidiana o derivati animali.

Al primo gruppo appartengono gli amuleti che venivano utilizzati anche come ornamento, quindi dovevano essere ostentati, mostrati, esibiti in contesti sia rituali che civili (banchetti, processioni, cerimonie...) ed erano soprattutto: monili in oro, corallo, pietre dure e ambra. L'uso del quarzo jalino è testimoniato in una situla di Este- Capodaglio (inv.2524 / inv.2498) mentre l'oro oltre ad essere caratteristico di collane imponenti nelle tombe femminili, è attestato soprattutto in tombe di bambini (com'era uso anche in Magna Grecia) e attestato anche da Plinio stesso (NH XXXIII,84). L'ambra richiama ovviamente gli scambi commerciali che i Veneti avevano con la “Via dell'Ambra” dal Baltico all'Adriatico e si collega con il mito dell'Eridano, Ἠριδανός? Il fiume della mitologia greca in cui Fetonte vi precipitò morendo. Nell'antichità fu spesso identificato con fiumi reali: secondo molti scrittori tra cui Procopio di Cesarea coincideva col Po; Eschilo lo identificò col Rodano; altri come Ecateo lo localizzavano nel Nordeuropa mentre Virgilio cita l'Eridano come uno dei fiumi degli Inferi (Eneide, VI, 659). Le donne si recavano sulle sue rive portando l'ambra come amuleto ritenuto efficace soprattutto per i bimbi. (Plinio, NH XXXVII,44,50 s.)

Il corallo, essendo tipico di zone lontane dall'Adriatico, proveniva da scambi commerciali con il sud dell'Appennino, presente già in corredi del VII secolo. Plinio ricorda come anche i Celti ornassero elmi, scudi e spade con il corallo e molte fonti letterarie (Apollodoro, Ovidio, Plinio) ne indicano il valore magico che era dato dal fatto che il corallo si dicesse nato dall'alga arrossata e pietrificata dalla testa recisa di Medusa. Il rametto di corallo proteggeva i bambini, la casa, i cani, difende da fulmini e tifoni, e se incenerito o sfarinato possiede molte virtù medicali.


Al secondo gruppo appartengono materiali di vita quotidiana e resti animali che venivano selezionati per essere indossati come amuleti, ma anche riprodotta la foggia in materiali più pregiati e quindi usati come ornamento (denti di cinghiale, conchiglie in bronzo, osso, ambra...) Alcuni amuleti son stati ritrovati collocati legati agli arti, posti nelle tombe o contenuti in sacchetti specifici. Purtroppo, nel caso delle tombe a incinerazione venete manca il posizionamento di questi reperti nel corpo del defunto o della defunta, così è facile scambiare un qualsiasi elemento nella sua funzionalità (gioco, strumento divinatorio, offerta, amuleto?) come ad esempio gli astragali o il famoso “dente di squalo” della tomba Muletti Prosdocimi 244 di Este usato come rimedio “contro la paura”. Qualche esempio di amuleto ritrovato in territorio veneto :

  • Rametti di corallo

  • Dente di squalo

  • Chiodi di cabotaggio (singoli o in coppia)

  • Denti umani con segno di foro

  • Ossa umane di adulto

  • Ossa di equini, bovini, ovini

  • Dente di cavallo ( attestato anche in Etruria, in contesto Villanoviano ed Ellenistico) – Un solo dente di equino era un potente talismano e la polvere di denti di cavallo aveva un uso officinale.

  • Dente di cervo

  • Canino di canide (cane o lupo) – Particolarmente efficaci per i bambini erano i canini di lupo contro paure o problemi di dentizione. I denti di canide in generale erano curativi se usati “per contatto”.

  • Zanne di lupo. Venivano spesso legate al collo dei cavalli per renderli infaticabili nella corsa. Qui abbiamo un uso di un amuleto animale per favorire un altro animale, in cavallo, in questo contesto ritenuto sacro ed estremamente importante per i Veneti Antichi.

  • Zanne di cinghiale. Se ne possono ammirare di bellissime al Museo Nazionale Atestino utilizzate come collane femminili in corredi, forse, di sciamane o sacerdotesse. Presentano il foro passante o montate in bronzo (tombe Benvenuti 18, 278, Ricovero 147). In età Omerica, l'elmo con zanne di cinghiale trasferisce le virtù dell'animale al guerriero con cui spesso si identificava in modo “sciamanico”.

  • Corna: cervo, daino, capriolo, capra, bue.

    L'uso omeopatico delle ossa in ambito venetico è importantissimo. Infondono la forza di difendere ma anche di offendere in chi le indossa. Inoltre sono un simbolo di rigenerazione e legate ai culti arcaici di vita-morte-rinascita . Alcune venivano dipinte con un pigmento rosso per valore apotropaico, altre erano montate in bronzo. Erano utilizzate anche come manici di coltello rituale.

  • Conchiglie (marittime e fluviali). Potevano essere anche utilizzate come astragali e strumenti divinatori se trovate in numero elevato assieme a tessere, ossa incise o dadi. Le conchiglie bivalvi erano usate, ci dice Strabone contro il malocchio e la critica moderna (Boni) ha identificato la forma della conchiglia come origine della “bulla” amuleto tipico utilizzato dai ragazzi e dalle ragazze fino al raggiungimento dell'età “adulta” e che veniva dismessa ritualmente come offerta alle divinità dei passaggi d'età nei santuari in tutta l'Italia antica, e anche nel Veneto. Il valore amuletico originario è probabilmente relativo al campo della fecondità vista la somiglianza con l'organo sessuale femminile e il mollusco.


BIBLIOGRAFIA

  • “Amuleti e corredi funebri paleoveneti e dell'Italia antica – Armando Chierici – Istituto nazionale di studi etruschi ed italici – Protostoria e storia del “Venetorum angulus” - Atti del XX convegno di studi etruschi ed italici Portogruaro- Quarto d'Altino – Este – Adria. 16-19 ottobre 1996. Istituti editoriali e poligrafici internazionali - MCMXCIX

  • Plinio, “Naturalis Historia”-

  • Elena Righetto “Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto” - Intermedia Edizioni


Ricordo che il materiale è protetto da copyright e diritti d'autore. Vietato copia incolla. Ogni violazione è punibile a norma di legge 

martedì 3 settembre 2024

Reitia e Anna Perenna: divinità sorelle nel Veneto post romanizzazione

 Reitia, la Dea dei Veneti antichi e Anna Perenna, diviintà misteriose cui culti e pratiche rituali rimangono tutt'oggi oscure e difficili da indagare, furono associate nella loro essenza durante la fase di romanizzazione della Venetia e tracce di questo culto sincretico ( o quantomeno associato) si ritrovano nelle prove archeologiche e nelle fonti documentarie.

Ara di Anna Perenna - Feltre - fonte ArcheoReporter


Ci troviamo Feltre, al Museo Archeologico, innanzi ad un'ara sacrificale dedicata ad Anna Perenna, eretta in una fase nella quale la romanizzazione si stava completando e il gusto latino influì pesantemente negli usi e nei costumi dei Veneti Antichi, modificandone strutturalmente i paradigmi e le tradizioni. Tuttavia la famosa e coriacea resistenza dei Veneti era ben conosciuta ed apprezzata dai Romani i quali esaltavano la morigeratezza delle donne venete e la semplicità delle usanze di questo popolo da sempre loro amico, “socio” e alleato. Con la romanizzazione avvenuta a partire dal 235 a.C. senza un particolare accanimento dei romani sui Veneti (come ci ricorda il Filiasi) vi furono moltissimi cambiamenti (che approfondirò in un futuro articolo) in ogni ambito sociale e religioso, fra cui i culti autoctoni e indigeni che furono inglobati in quelli latini e molti luoghi di culto vennero sostituiti da analoghi romani, ma quasi mai distrutti, piuttosto si mantenne una certa “continuità” tradizionale a livello della simbologia intrinseca data dalle divinità. Il culto religioso venetico non scomparve mai del tutto e di questo ne ho ampiamente trattato nel mio saggio : Calendario Tradizionale veneto pagano e rimase nella toponomastica geografica in timidi cenni linguistici oltre che nelle tradizioni religiose. 

I rituali romani infatti per lunghissimo tempo furono abilmente rielaborati secondo la tradizione rituale Venetica, in una crasi che, pur essendoci ad oggi sconosciuta della prassi, è rimasta negli indizi trattati dalle prove archeologiche. Il caso dell'ara sacrificale ad Anna Perenna ritrovata a Feltre ne è un esempio lampante e mi sembra un ottimo argomento da portare alla luce degli interessati data la sua complessità che altrimenti non potrebbe arrivare alla conoscenza del grande pubblico ma rimarrebbe, come al solito, appannaggio di noi storici e archeologi.

Ara di Anna Perenna - Museo Civico di Feltre - 

Citando l'opera di Gina Pagozzo Bernardi “ Alle origini della civiltà veneta”- Piazza Editore – 2020, l'autrice a pag.237-238 prende in esame proprio questa lapide romana del I secolo conservata al Museo Civico di Feltre  l’antica FELTRIA che ora si trova sotto l’attuale Duomo cristiano . Feltre, già città di confine Paleoveneta, assunse una nuova potenza proprio dal 49 a.C. diventando municipium romano. L'ara è in pietra calcarea del Cansiglio, di produzione dunque locale, che è analoga alla fonte del IV sec. a.C. Con uguale inscrizione rinvenuta a Roma nel 1999 nel quartiere Pairoli.
Questa lapide romana era situata della perduta “fonte” di Anna Perenna e conteneva numerosi oggetti fra i quali monete, defixiones (maledizioni incise in laminette di piombo di cui ho approfondito il caso di Este  in quest'articolo: La "defixio malefica" di Este: stregoneria in un'antica maledizione latina ) e altri oggetti indicanti un culto magico- stregonesco.

Il nome di Anna Perenna in origine pare fosse “ anna per anna” ovvero “ gli anni nel corso degli anni” ovvero indicasse il corso perpetuo del tempo. L'analogia con REITIA la dea Veneta è evidente e quasi banale. Anche l'altra teoria dell'origine del nome ovvero “ amnis perennis” “acqua corrente senza fine”, una divinità legata allo scorrere delle acque portata appunto dal Nord dai latini, è coerente con le caratteristiche di Reitia. Anna Perenna come divinità dello scorrere del tempo e delle acque, nel caso dell'ara votiva feltrina, rappresenterebbe una perfetta sintesi di figure mitologiche legate all'acqua sia latine che venetiche ( Anguane/ Aganis/ Nife acquatiche).

Riguardo alle caratteristiche principali di Reitia vi rimando alla lettura del mio saggio “ Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto – Intermedia Edizioni” ma riprendo alcune caratteristiche per evidenziarne lo stupefacente parallelismo analogico con Anna Perenna.

A Roma  Il popolo si radunava in un boschetto sacro, a lei dedicato, al primo miglio della Via Flaminia, sulle sponde del Tevere, e lì, durante i festeggiamenti,le venivano offerte abbondanti libagioni di vino per festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo e della primavera, in un’atmosfera colma di gioia, ritmata da canti, mimi e danze. Inoltre, proprio perché Anna Perenna presiedeva al capodanno, durante i festeggiamenti, i Romani si dicevano vicendevolmente: ANNA AC PEARANNA ovvero “Che tu possa trascorrere e compiere bene l’anno!” Anna Perenna, nota come Dea dell’anno nuovo, che fino al 153 a.C. iniziava proprio nel mese di marzo, come nell'uso Veneto che si è mantenuto nella tradizione fino ai giorni nostri.

Ovidio scrisse nei “Fasti” che :
Nelle Idi si celebra la gioiosa festa di Anna Perenna non lontano dalle tue rive o Tevere, che giungi qui forestiero. Viene la plebe, e sparsa qua e là per la verde erba s’inebria di vino, e ognuno si sdraia con la propria compagna. […] si scaldano di sole e di vino, e si augurano tanti anni quante sono le coppe che tracannano, e le contano bevendo. […] deposte le coppe intrecciano rozze danze e l’agghindata amica balla con la chioma scomposta. Al ritorno barcollano, dando spettacolo di sé a tutti, e la gente che li incontra li chiama fortunati”.

L’interesse singolarissimo è dato dalla estrema rarità di testimonianze epigrafiche relative a questa antica divinità italica, forse di origine etrusca il cui carattere, a detta di Ovidio, era già poco chiaro al principio dell’impero. Chi la identificava con la mitica sorella di Didone, chi con altre figure ma appunto più probabilmente doveva essere ritenuta protettrice dell’anno (annare-perennare) nel cui primo mese, nella prima luna di primavera, aveva luogo la sua festa. Il nome di Anna Perenna ricorre in un calendario pre - cesariano dipinto, scoperto ad Anzio, ma l’ara feltrina mi risulta essere l’unico monumento lapideo che lo riporta ( se avete altre notizie in merito vi prego di scrivermi un commento, grazie!)



Era dunque una divinità, come Reitia, indicata nel passaggi stagionali soprattutto al nuovo anno agricolo, ma anche ai passaggi di “stato” nella vita umana. A lei, come a Reitia, le ragazze dedicavano doni e giocattoli al momento della pubertà, per entrare in età da matrimonio e quindi della fertilità. Durante l’anno alcune ragazze assistevano al loro primo ciclo mestruale e passavano, così, all’età adulta. Ovviamente la vicinanza dell’acqua era d’obbligo perchè aiutava a ricreare la simbologia della purificazione. Reitia e Anna Perenna erano la loro guida in questa iniziazione, probabilmente vi avvenivano rituali che aiutavano e istruivano le ragazzine a rendersi consapevoli di aver raggiunto la loro maturità sessuale. Associato ad Anna Perenna vi era Liber Pater che seguiva i giovani ragazzi durante il passaggio nel divenire iuvenes. La festa celebrava la consapevolezza di essere diventati adulti, stessa cosa avveniva anche nella Venetia e i santuari militari di Este e Vicenza contengono prove archeologiche di questi rituali maschili in cui i ragazzi raggiungendo la maturità sessuale venivano inglobati nella società, nella “teuta” in quanto uomini atti alla difesa ma anche alla prosperità della società stessa.

Fonte di Anna Perenna - Roma-


Il culto di Anna Perenna si è sviluppato soprattutto nelle età più antiche ed era circoscritto alla zona di Roma. Quindi è ovvio il fatto che questo culto venne importato proprio dai coloni romani che arrivarono nella Venetia, s'installarono a Feltria e trovarono in esso analogie potentissime con Reitia, divinità autoctona con caratteristiche simili. Dalle fonti archeologiche è noto infatti, che l'elite di Feltria  aveva rapporti abbastanza stretti con il mondo dell’Urbe, quindi molto probabilmente un esponente di alcune di queste famiglie feltrine deve aver visto la fonte, dove venivano offerti in suo onore anche altari votivi simili a questo, e in questo modo è venuto a conoscenza del suo culto. Una volta tornato a Feltria ha dedicato questo altare. A Roma vi era una fonte dedicata ad Anna Perenna che fu utilizzata fin dal IV secolo a.C. I fedeli praticavano la magia, le pratiche magiche erano comuni come quelle di gettare monete all’interno della fonte a mo’ di portafortuna, ma gettavano anche lucerne, o tabellae defixionum. Medesima cosa facevano anche i Veneti nei santuari di Reitia, che erano sempre collegati a fonti d'acqua (termale, fluviale, marittima. lagunare, sorgiva o di pozzo rituale) e ivi gettavano gli strumenti rituali defunzionalizzati quali simpula o ciotoline.  


Reitia e Anna Perenna: dee legate alla magia e ai culti ctonii, alle fonti, alle ninfe e alle Anguane nella tradizione popolare all'acqua, al suo scorrere come allo scorrere del tempo, della stagionalità sacra dell'anno, legate ai momenti di passaggio e di iniziazione, al “corretto corso della vita” aprono suggestioni di ricerca affascinanti di cui mi sto occupando nei miei lavori di analisi e divulgazione, quindi il viaggio con queste due Dee continua...


a cura di Elena Righetto – Docente e ricercatrice storica -

© Il testo è protetto da diritto d'autore. Ogni uso improprio del materiale verrà perseguito secondo normativa vigente. Diritti riservati all'autore.


Fonti:

Elena Righetto “Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto” - Intermedi Edizioni

Gina Pagozzo Bernardi “ Alle origini della civiltà veneta”- Piazza Editore – 2020

Ovidio – Fasti – BUR

https://www.eagle-network.eu/story/esculapio-e-anna-perenna-a-feltre/

Museo Civico di Feltre

https://ilveses.com/anna-perenna-la-dea-dellanno-nuovo/

https://www.archaeoreporter.com/

domenica 25 agosto 2024

La "sacerdotessa-guerriera" dei Veneti Antichi: un unicum misterioso

 


Appunti personali e analisi del manufatto a cura della dott.ssa Elena Righetto

Appunti tratti  dal convegno: " Writing and Religious Traditions in the Ancient Western Mediterranean - Aula Magna Silvio Trentin, Cà Dolfin- Evento finale del progetto SPIN coordinato dal prof. Calvelli SaInAT-Ve. Sacred Inscriptions from the Ancient Territory of Venetia.

IL CONTESTO DEI BRONZETTI RITUALI - Cà Foscari, 24-11-2023 Intervento di A.R.Serafini e L.Zaghetto.  (APPUNTI TRATTI DAL CONVEGNO ) 

"Nel santuario di Vicenza Piazzetta San Giacomo son stati rinvenuti elementi militari, in successione diacronica che indica l'utilizzo continuo dell'area di culto dedicata ad azioni religiose militari per secoli. Presenza di laminette numerose. Cortei religiosi di uomini in armi seguiti da un corteo femminile aventi attributi sacerdotali (capo ammantato, situle, strumenti religiosi rituali nelle tasche o nella cintura quali chiavi, pugnali, fusi). Nel passaggio del rituale dal singolo alla collettività, le figure femminili hanno un peso uguale agli uomini anche numericamente. Presenza di immagini realistiche quindi una sorta di "fotografia" della cerimonia rituale. Presenza altresì di laminette raffiguranti giovani uomini e poche ragazze nudi ad indicare il rito di passaggio. In comunione con i santuari di Este troviamo la presenza di scene sacrificali guidate da sacerdoti maschi aventi in mano l'ascia bipenne e/o la spada mentre non è presente l'immagine dell'animale sacrificato o la scena dell'uccisione in se. Sempre ad Este troviamo donne dedicate al culto sacro aventi o gli strumenti rituali in tasca o il bastone ricurvo (del comando) in mano. Non vi è la rappresentazione dell'immagine della divinità. Ad Este (santuario di Meggiaro) troviamo la presenza di ritualità iniziatica solamente maschile con la presenza di militari a cavallo, mentre a Vicenza (Piazzetta San Giacomo) troviamo le succitate parate sacre di uomini e donne assieme, gli uomini con i soli attributi guerreschi addosso (armi, elmo, gonnellino) mentre le donne vestite, ammantate, con gli attributi citati prima, aventi grandi fibule in mano e/o bastoni del comando. Solo a Vicenza troviamo laminette con raffigurazioni volte a destra e non verso sinistra e la presenza di un unico personaggio barbuto con valore sacerdotale. Sempre a Vicenza le donne in ambito sacro sembrano portare un disco solare o una palla in mano. (?) Presenza di un hapax ritraente una donna con l'elmo in contesto di combattimento (...)"



PROPOSTA INTERPRETATIVA ED ANALISI - a cura di Elena Righetto - 

A Vicenza (conservato ora al Museo di Este) è stato ritrovato un bronzetto venetico, un hapax, inserito attualmente fra altri bronzetti ritraenti donne e devote oranti, ed è rimasto quasi silenzioso e poco in in vista per anni .

Il manufatto bronzeo ritraente una donna con l'elmo, è una scoperta eccezionale nell'archeologia del Veneto Antico perché  è indicante in ambito rituale, circoscritto, limite, minoritario, la probabile ( non certa) presenza di  culti iniziatici di stampo "spartano".  Pur essendo questo bronzetto un unicum ( il termine "hapax" nel linguaggio archeologico e filologico s'intende una parola, un'espressione scritta o un manufatto che in un determinato contesto appare un'unica volta ed è fondamentale nell'analisi statistica dei fenomeni di studio) è d'importanza cruciale che apre agli studiosi un mondo di nuove domande e analisi storiche.

Nel contesto del Veneto antico e per la precisione all'interno del Santuario militare di Vicenza, era data anche ad alcune donne la possibilità di combattere? Ma questo tipo di combattimento non si può caratterizzare in un contesto prettamente bellico bensì è più probabile in un contesto di "combattimento rituale". L'hapax in questione rappresenta appunto una giovane donna, atletica, tornita, abbigliata solo con una lunga gonna stretta in vita che ne esalta le forme femminili, stivali ed elmo, il seno è scoperto e le braccia evidenziano una muscolatura prettamente femminile seppur evidente. La posizione delle mani non indica la gestualità tipica della devota offerente, induce piuttosto a pensare che la donna tenesse nelle mani chiuse a pugno due oggetti oblunghi (bastoni o spade), in posizione di rilassamento prima di un combattimento. L'analogia con alcuni " giochi di abilità" che venivano svolti nell'antichità in contesto di ludi simposiali o funebri è immediata, quale l'abilità del dimakeiron o doppia spada. I ludi ebbero sempre un carattere più di esibizione che di competizione in quanto ludus significa gioco, quindi, allenamento o anche luogo di esercizio, come si legge nelle Saturae di Orazio (1.6.72).Essi si distinguevano in straordinari e ordinari in base alla loro periodicità, e avevano origine pubblica o privata se prevalentemente periodici, o se prevalentemente legati a circostanze occasionali di carattere funerario o accompagnavano convivi. I ludi conservarono il loro carattere sacro ma dai ludi pubblici sacri, si distinsero i ludi funebres privati, celebrati in onore dei defunti di alta posizione sociale. Dei ludi venetici e delle gare di abilità, quali il famoso "pugilato con i manubri" vi è alta attestazione nelle situle istoriate e nella letteratura latina abbiamo numerosi esempi e fonti della presenza di "gladiatrices" donne gladiatrici, per non dimenticare la attività atletiche a cui le donne spartane erano avvezze.

Quindi, in accordo con le analisi delle Serafini e di Zaghetto, si può fortemente ipotizzare la presenza di culti "iniziatici" guerresco-sacerdotali a cui era dato limitato e circoscritto accesso anche alle donne in particolari condizioni sociali o religiose, di cui però ancora restano un mistero le modalità e le finalità.

ELENA RIGHETTO  

- dedico quest'articolo a Verbena e Pentesilea - 

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giovedì 29 giugno 2023

DIVINITA' VENETE E ROMANE, IL PASSAGGIO CULTURALE

                                                 appunti di ricerca a cura di Elena Righetto 

Nel corso del II e I secolo a.C. l’assetto poleografico dell’Italia nord-orientale mutò e si differenziò infatti un buon numero di abitati mantennero anche in epoca romana quella stessa importanza sociale e politica che avevano precedentemente pur evolvendosi nell'urbanistica. I principali insediamenti attivi nella piena età del Ferro, in buona parte ‘castellieri’ con cinta a terrapieno o con muratura a secco, hanno origine infatti o nel Bronzo recente o nel Bronzo finale. Durante la romanizzazione, le località divennero sede di fora, vici e castella, alcuni dei quali destinati a conseguire col tempo la piena autonomia territorio veneto, coinvolto tra II e I secolo a.C. nel grande programma di realizzazione di viae publicae, come l’Annia, la Postumia, la Popilia. L'utilizzo  convenzionale del termine ‘romanizzazione’ per definire un periodo compreso tra il 225 a.C. e il 49 o 42 a.C., intende il periodo compreso tra la guerra gallica e gli anni che videro la completa estensione della cittadinanza alle popolazioni ancora provinciali della Gallia Cisalpina e l’annessione di questa all’Italia Si intende, infatti, per ‘romanizzazione’ l’integrazione tra le popolazioni indigene e i Romani esito di un complesso processo di carattere militare, politico-istituzionale, economico e culturale che si attuò secondo modalità piuttosto diversificate 1

L’istituzione di culti e la monumentalizzazione o la creazione ex-novo di nuovi luoghi sacri si configurò, come il più potente veicolo dei messaggi ideologici e culturali promossi dal potere politico.  La ricerca archeologica analizza il rapporto tra strutture e/o spazi del sacro e rituali dei singoli culti, consentendo così di attribuire con maggiore facilità materiale votivo e ambienti santuariali a specifici riti. Tuttavia non sempre è possibile ricavare da un nome in lingua non latina l’eventuale corrispettivo romano o cogliere appieno la personalità di una divinità indigena della quale si conosce solo il nome latino.   Importante è anche l'analisi della distribuzione spaziale dei santuari; l’edilizia sacra era, infatti, parte integrante della pianificazione urbana e rivestiva un significato politico e sociale, oltre che religioso, di primaria importanza. Ogni santuario aveva la sua funzione, la sua specificità e particolarità d'utilizzo. I santuari e i luoghi di culto non erano tutti uguali fra loro e assumevano diverse funzioni. Fonti greche e romane descrivono i ‘luoghi di culto’ italici come inscindibilmente legati all’elemento naturale, sia esso un monte, un lago, un bosco etc.; raramente, e perlopiù incidentalmente, l’attenzione è rivolta alle strutture permanenti e agli edifici di culto e nel Veneto preromano con ‘santuario’ o ‘luogo di culto’ si intende uno spazio strutturato, o definito da cippi confinari. Con i termini «stipe votiva, complesso votivo, deposito votivo», insiemi di oggetti la cui deposizione può essere o meno unitaria. Per Capuis 1993, pp. 86-87, invece, sarebbe preferibile adottare ‘stipe votiva’, come risultato di un atto di culto unitario, mentre ‘deposito’ o ‘complesso votivo’, come testimonianza di offerte reiterate nel tempo e quindi indicative di un vero e proprio ‘luogo di culto’, o di un accumulo intenzionale di votivi, e dunque in qualche modo equivalente a favissa. L’uso ambiguo del termine ‘deposito’, ha costretto a distinguere, in un recente contributo dedicato al santuario altinate di Fornace, tra deposito rituale, inteso come «seppellimento dei resti di un sacrificio (…) uniti a quelli dei manufatti usati per il rito», deposito votivo, «seppellimento di un complesso di materiali offerti come atto di devozione alla divinità», fossa di scarico, «seppellimento definitivo di materiale eterogeneo, originariamente esposto nello spazio sacro, quindi un deposito secondario esito di periodiche attività di manutenzione»,. 2 Anche in epoca di avvenuta romanizzazione e conseguente costruzione monumentale, i luoghi di culto veneti non raggiunsero mai esiti architettonici rilevanti per il permanere di forme di religiosità legate al mondo naturale, in cui gli elementi paesaggistici costituivano i limiti dell’area sacra, o all’atteggiamento di ‘conservazione’ identitaria proprio dei Veneti e ad una sorta di riluttanza a farsi influenzare dalla vicina area etrusco-padana.

Alcuni sporadici esempi di divinità e assimilazioni 


Bonae- Menti / Atamenti: da due rilevanti documenti epigrafici aquileiesi, datati, per le caratteristiche paleografiche, tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C., riportano in un caso la formula Bonai/Menti e nell’altro il teonimo Atamenti. Frutto dell’associazione tra il prefisso qualitativo celtico ata- e il sostantivo mens. S Considerato che il più antico ambito di competenza religiosa di Mens era quello legato al metus punicus e gallicus della guerra annibalica, si è ritenuto altamente probabile che la divinità fosse chiamata, dalla comunità aquileiese, a garanzia di protezione dall’imminente ‘pericolo gallico’. 

Altno – Altino – Giove : Nell'area santuariale dell'emporio di Altino è stato ritrovato un frammento di iscrizione marmorea, con riferimento a Giove, datata, su base paleografica, alla prima metà del I secolo d.C. L’iscrizione non solo confermerebbe l’avvio di un processo di monumentalizzazione della struttura templare nella prima età imperiale, ma anche un mutamento nella titolarità stessa del complesso, ovvero da Altno-Altino a Giove anche se il momento preciso in cui avvenne il passaggio dalla divinità indigena altinate al leader del pantheon romano rimane ignoto.

Belatukdro: Belenus altinate, Beleno, dio di sostrato e legato alla sanatio, come Ercole 

Ecate, Reitia, Libera/Kore, Artemide, Hera : I dischi bronzei rinvenuti nel Veneto orientale (Montebelluna, Musile di Piave, Paderno di Ponzano Veneto) recano incisa una figura femminile ammantata di profilo a sinistra, clavigera, circondata da animali sacri quali il lupo o l'oca e elementi decorativi floreali. I dischi bronzei si dividono in due serie: quelli con la dea clavigera e quelli con figure maschili/militari e la zona geografica interessata dai rinvenimenti è quella posta tra la pianura medio-alta del Veneto orientale, con epicentro a Padova, l’area lagunare e la valle del Piave. Questo comparto territoriale, per l’accentuata presenza di ex-voto, bronzetti, dischi a soggetto muliebre, è stato definito come un «anomalo cuneo» di epifanie femminili, entro un’area connotata da una cultualità prevalentemente maschile.  3 Il disco non sarebbe un ex-voto ma una vera e propria immagine di culto da venerare in un santuario agreste o in un compitum. La presenza  dei dischi votivi tra tarda età repubblicana e primo imperiale è stata variamente interpretata. Anche se non esclude la possibilità di una deposizione secondaria, Loredana Capuis propende per una produzione di tipo conservativo propria dell’artigianato votivo Veneto tra I secolo a.C. e I secolo d.C., quando pur ormai in fase di piena romanizzazione i Veneti vollero mantenere la propria dimensione identitaria anche con il ricorso a iconografie tradizionali. 4 5

Minerva: Altopiano carsico, Manerba sul Garda, Sirmione,  Patavium, Este, 

Ercole: Ercole nel forum pequarium di Aquileia, oracolo di Gerione  a Montegrotto Terme

Aponus- Apollo : Abano- Montegrotto Terme (Aponus Thermae), Monte Altare

Tribusjiat/ Trumusjate/ Trimusiatei/ Icathein: Mercurio/ Hermes/ Ecate/ Apollo. Santuario di Lagole Calalzo di Cadore

Bona Dea: Tergeste (Trieste) 

Dioscuri: Fonti del Timavo, Lagole, Este

Iside e Serapide: Trieste (chiesa di San Giusto)

Feronia, Nemesis: Aquileia 

Reitia: Santuario di Este, Santuario di Patavium, tramutata in Minerva (Este) e Giunone (Padova), Montebelluna, Monte Altare


NOTE 

1) In area venetica è noto che una efficace romanizzazione si produsse già con l’alleanza del 225 a.C. tra Veneti, Cenomani e Romani. La proposta di un’alleanza tra Romani e Veneti già in atto intorno al 390 a.C. oggi è sostenuta da pochi. L’ipotesi si basa sull’interpretazione di un passo di Polibio (Plb. 2.18.3), secondo il quale i Galli di Brenno avrebbero abbandonato Roma per tornare a difendere le sedi padane attaccate dai Veneti, sul tema cfr. Bandelli 1985a, p. 18, nt. 33. Rapporti (forse veri e propri foedera) furono invece stabiliti con certezza nella seconda metà del III secolo a.C., intorno agli anni 238-236 a.C., quando l’esercito romano si trovò ad operare nei territori confinanti con quelli dei Cenomani e dei Veneti. A ciò conseguì la symmachia documentata per la guerra gallica del 225-222 a.C. e, probabilmente, attiva anche in occasione della resistenza annibalica. Da questo momento le relazioni tra Roma, Veneti e Cenomani si mantennero, almeno formalmente, buone, (cfr. Capuis 1998, p. 104 «pur in quel [apparente?] rapporto di amicitia»), con l’eccezione di due brevi crisi dei Cenomani (Plb. 2.23.2-3, Str. 5.1.9).

2) Capuis, Gambacurta, Tirelli 2009, p. 40

3)Gambacurta, Capuis 1998, pp. 113-115, Capuis 1999a, pp. 155, 160, 162, Capuis 2002, p. 246. 75 cfr. Gambacurta, Capuis 1998, pp. 115-118.

4) Gambacurta, Capuis 1998, p. 113

5) Emanuela Murgia Culti e romanizzazione Resistenze, continuità, trasformazioni Edizioni Università di Trieste 2013

Gambacurta, Capuis 1998, pp. 113-115, Capuis 1999a, pp. 155, 160, 162, Capuis 2002, p. 246. 75 cfr. Gambacurta, Capuis 1998, pp. 115-118.

mercoledì 1 marzo 2023

Il Bàtar Marso : un'antica festa pagana del Veneto rurale.

 

"...par svejar fora i spirìti de la tera e farghe corajo a la rinàssita de la natura, cantando e sonando, so 'l finir de febraro che xe in ùltima l'inverno....

...vegnì fora xente, vegnì in strada a far casoto, a bàtare marso co' racole, sbàtole, ranéle, bandòti, cerci, tece e pegnate....vegnì, xente.” . .


PER LEGGERE IL TESTO INTEGRALE ➡️ Calendario tradizionale veneto pagano di Elena Righetto

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©️ Copyright Elena Righetto. Vietata la riproduzione anche parziale del documento. Tutti i diritti sono riservati .



Il primo marzo era considerato dunque il capodanno, il primo giorno dell’anno produttivo, agricolo, legale non solo a Roma antica ma anche per tutta la durata della Repubblica Serenissima. Inizialmente era fissato il 25 marzo giorno della fondazione di Venezia ma successivamente la data fu cambiata nonostante l’introduzione del calendario gregoriano, continuò a dividere l’anno in 10 mesi, tanto che nei documenti ufficiali le date riportavano la dicitura “more veneto”, cioè “secondo l’uso veneto”. Il “ciamar marso” il “bati marso” dunque è un’usanza praticata dai nostri avi e dai nostri nonni di totale retaggio pagano legato ai rituali come abbiamo visto, dedicati a Marte, alla Potnia  Thèron Reitia/ Cybele per evocare il risveglio della natura e l’abbondanza dei frutti. Nel giorno prima del plenilunio che si manifestava dopo il primo di marzo un uomo vestito di pelli, chiamato Mamurio Veturio (il vecchio Marte), che significava il marzo dell'anno precedente era cacciato fuori della città a bastonate. In questa festa avveniva un vero e proprio “fidanzamento pubblico” proprio come durante le calende di marzo in epoca romana e si può supporre che in seguito si siano associati i cosiddetti maridozi, probabilmente perché erano un po' di conseguenza di quest'esplosione giovanile. Consistevano in grida di proposte in burlesco di abbinamento matrimoniale, sempre la sera del primo marzo, sotto la casa delle giovani da marito. Anche nel veronese a tradizione vuole che ci si trovasse all’imbrunire, in due o più gruppi, in luoghi prestabiliti, accompagnati dal frastuono di trombe, corni, barattoli e anche dallo sparo di fucili per scambiarsi alternativamente cantilene e filastrocche che prendevano in giro personaggi noti del paese, costruendo improbabili coppie e altrettanto impensabili matrimoni, fra impenitenti scapoli e zitelle, ma anche fra vedovi e giovani ragazze. Il rito esorcizzava la cacciata dei demoni e propiziare una nuova e feconda stagione, occasione per invitare le ragazze in età da marito a rompere gli indugi e scegliere il futuro sposo con cui metter su famiglia.

(...)


Immaginazione e spirito goliardico creano accostamenti improponibili e del tutto inventati per provocare. Dunque il batar marso veneto avveniva esattamente come un rituale pagano compiuto dai bambini che correvano per la città di Venezia e per i paesi dell’entroterra battendo violentemente pentole, piatti, “bussolotti”, lamiere  per fare più rumore possibile e ridestare la natura dal suo torpore invernale. In campagna si usavano i vecchi vomeri degli aratri appesi sui rami delle piante o sui filari nei campi, ricordo degli “oscilla” paleoveneti, le offerte appese appunto alle fronde, e venivano percossi rumorosamente al grido di “Bati fora marso, che aprìl xe qua!” In alcune zone rurali, l'ultima sera di febbraio: gli osadori (urlatori) partono da punti diversi del paese e in corteo, sbattendo pentole, bidoni e coperchi, convergono in piazza, dove attendono le autorità. 


domenica 26 febbraio 2023

Marzo ~ tradizione pagana e veneta


 ~ MARZO ~

• Marzo era il mese dedicato a Mars, Marte, dio in origine fecondatore e protettore dei confini sacri, che si rivelava battagliero nel momento in cui questi confini dovevano essere difesi e protetti. Era il dio fecondatore dunque delle messi e dell‟energia maschile in quanto tale, l'inno antico lo chiama Marmor, “splendente e luccicante”, forza riproduttiva della natura primaverile, e “gradivus” “fecondatore della vegetazione”.

• Perché per i Veneti era così importante l‟idea di Mars/Mamor?

I suoi animali sacri erano in realtà simili a quelli di Reitia e cioè il lupo e il cavallo (oltre al picchio) e la sua pianta sacra oltre al fico era la quercia, sacra anche ad Ecate e a Reitia appunto. La quercia contiene dunque il fuoco del dio: colline e boschetti colpiti dal fulmine venivano venerati e a volte diventavano santuari.  Come Janus è anch' egli dio degli inizi, ma intesi come lo sbocciare delle cose, mondo antico iniziavano infatti proprio  durante il mese di marzo (dai germogli primaverili alla pubertà, alle attività agricole e belliche). Per tutta la durata della Serenissima Repubblica, l'anno inizia a a marzo e si parla di "more veneto" il Bati marzo a cui verrà dedicato un post apposito nei prossimi giorni.

• Era anche il condottiero delle “primavere sacre”, in cui i giovani in gruppo lasciavano le loro tribus per fondare altre città o gruppi stabili. In epoca tarda, Mars fu associato con la dea Bellona cui nome deriva dal sostantivo “bellum” e cioè guerra e successivamente si fuse con una divinità orientale onorata attraverso danze estatiche ed orgiastiche, i cui adepti entravano in uno stato “estatico” ed il loro tempio era chiamato “fanaticum” da cui il termine “fanatico”. Bellona è rappresentata alla guida di un carro da guerra di Mars Pater. 


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Per approfondire:

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sabato 9 settembre 2017

E Nos Lases Iuvate! Spunti di riflessione in onore alle divinità familiari nel culto Romano- italico

Scena di culto familiare 

LARI, nome che racchiude in se un vasto mondo misterioso, quello delle origini e delle vicende lontanissime nel tempo, remote, tradizionali dell'Italica stirpe. I Lari furono simbolo fecondo di ogni possente attività in un mondo rude e semplice, nella quotidianità dei nostri avi che popolarono monti e vallate d'Italia. Ogni conquista ed aspirazione era rappresentata da questi  compagni fedeli ed invisibili ma preziosi fautori che abitavano dove abitava l'uomo. Quando le paludi e le sterpeti erano ridotte a coltura essi erigevano un sacello ai Lari Rurali, delle vie e dei sentieri erano protettori i Lari Compitali e Viali, per coloro che solcavano le distese del mare vi era la protezione dei Lari Permarini mentre nelle città e nei villaggi prendevano sacra dimora i Vicani e gli Urbani. Tuttavia i più affettuosi servitori erano coloro che proteggevano  le attività della vita domestica, i Lari Familiari, i quali ebbero il loro santuario (modesto e piccolo o più elaborato) accanto al focolare. I Lari della famiglia hanno visto formarsi nuovi nuclei, figli crescere e spegnersi in tarda età, hanno assistito ad ogni vicenda della famiglia, sia lieta che dolorosa, nascite e morti avvenivano sotto il loro sguardo benevolo ed amoroso.
E NOS LASES IUVATE! Antica preghiera dei nostri Avi, che usciva pura dalle loro labbra per augurarsi un prospero cammino. Rievochiamo tutto quanto è scomparso e ricostruiamo tutto ciò che di Grande è caduto, propiziandoci i Geni belli e di giovanile freschezza, buoi, gioiosi e sorridenti che assistettero i Padri e le Madri.

....Nox ubi iam media est somnoque silentia praebet, et canis et variae conticuistis aves, ille memor veteris ritus timidusque deorum sorgit...
... Quando è mezzanotte ed il silenzio invita al sonno e voi avete taciuto sia cani che colorati uccelli, CHI E' MEMORE DELL'ANTICO RITO ED HA TIMORE DEGLI DEI SI ALZI...

(Ovidio, Fastorum libri V, 429-430)
 
... Inter Lunae vero gyrum et nimborum ac ventorum cacumina aerias esse animas, sed eas animo, non oculis videri et vocari Heroas et Lares et Genios. 
... Entro il Cerchio della Luna e le vette delle nuvole e dei venti ci sono degli spiriti dell'aria, ma li puoi vedere con l'animo, non con gli occhi ed essi sono chiamati Eroi, Lari e Geni.
(Agostino, De civitate Dei VII, 6.)

... Sed patrii servate Lares: aluistis ed idem cursarem vestros cum tener ante pedes.
... Ma voi salvatemi, oh Lari dei miei genitori: voi mi avete allevato quando da bambino vi correvo davanti ai piedi .
(Tibullo, Carminum Libri I )

Carmen fratrum Arvalium

« Enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe.



Le città invisibili - Italo Calvino
Dèi di due specie proteggono la città di Leandra. Gli uni e gli altri sono cosí piccoli che non si vedono e cosí numerosi che non si possono contare. Gli uni stanno sulle porte delle case, all'interno, vicino all'attaccapanni e al portaombrelli; nei traslochi seguono le famiglie e s'installano nei nuovi alloggi alla consegna delle chiavi. Gli altri stanno in cucina, si nascondono di preferenza sotto le pentole, o nella cappa del camino, o nel ripostiglio delle scope: fanno parte della casa e quando la famiglia che ci abitava se ne va, loro restano coi nuovi inquilini; forse erano già lí quando la casa non c'era ancora, tra l'erbaccia dell'area fabbricabile, nascosti in un barattolo arrugginito; se si butta giú la casa e al suo posto si costruisce un casermone per cinquanta famiglie, ce li si ritrova moltiplicati, nella cucina d'altrettanti appartamenti. Per distinguerli, chiameremo Penati gli uni e gli altri Lari. [...] è facile che litighino, ma possono pure andar d'accordo per degli anni; a vederli tutti in fila non si distingue quale è l'uno e quale è l'altro. I Lari hanno visto passare tra le loro mura Penati delle piú diverse provenienze e abitudini; ai Penati tocca farsi un posto gomito a gomito coi Lari d'illustri palazzi decaduti, [...]