Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand
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venerdì 8 novembre 2024

LE PECHE DEL MAZAROL - leggende venete e agordine

a cura di:  Elena Righetto e Alice Dell'Antone 


Ciò che vi si propone in questo articoletto è l'analisi della figura curiosa del “ Mazarol” ma non solo tramite fonti e pubblicazioni scritte ma direttamente dalle parole di una “nonna”. 

Giuseppina Gaz, 92 anni, abita a Brugnach ,frazione di Agordo, nella vita ha fatto per tanti anni la contadina e casalinga, circondata da animali. Racconta del Mazarol nel bosco dietro casa chiamato proprio “Prà del Mazarol”, situato tra la Vara dei schiep e "El pra del Tornichè", confinante con Voltago agordino e Campedel di Taibon.

La testimonianza, riportata quivi, è stata raccolta da una giovane e cara amica, Alice Dell'Antone, 21 anni, agordina, amante della natura sin dalla giovane età, grazie proprio alla nonna materna che l'ha sempre accompagnata, assieme a suo  fratello maggiore, a scoprire ed amare i boschi dell'Agordino, le sue piante e gli animali. Questa passione per il suo territorio le è rimasta tutt'ora e si è ampliata ad un interesse anche spirituale, ampliando le sue conoscenze e percorrendo i boschi con il suo amatissimo cavallo. Nel tempo libero legge molto e recensisce testi di vario genere. 

L'idea di collaborare assieme alla stesura di questo articoletto è nata a seguito di una mia presentazione del libro “ Calendario Tradizionale Veneto Pagano” a San Gregorio nelle Alpi nell'autunno del 2024, volendo onorare non solo la nostra amicizia ma anche il territorio che entrambe amiamo moltissimo, abbiamo voluto tracciare una linea di continuità culturale e tradizionale (in quanto io Veneziana e lei Agordina) dalle nostre montagne alla campagna veneziana. 

Prima di lasciarvi alla diretta testimonianza riportata da Alice Dell'Antone, una doverosa precisazione su quanto s'intende quando si parla del “Mazarol” e dell'origine arcaica di queste figure del folklore Veneto che presentano un'origine decisamente arcaica e ancestrale. 

LE CREATURE MAGICHE DEL FOLKLORE VENETO: UNA BREVE ANALISI 

I Veneti Antichi veneravano il bosco, il lucus/lugo. Un significato sacro possiede il fuoco, oggetto di credenze delle tribù primitive. Magico è il vento che fischia e soffia spostando ogni ostacolo. Possiede una forza distruttiva pur essendo invisibile. Infine magici sono martora e serpente animali totemici, sciamanici, ammirati e temuti. 

•Nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo l’anguana diventa una strega cattiva e vociante e i folletti nonostante il loro carattere dispettoso vengono identificati con il diavolo. 

•Nella sfera pagana si possono individuare più di una tappa delle credenze tra cui: 

1) la prima corrispondente alla mitologia greco-romana (storie sulle Anguane e Silvani, dio  Marte, Incubi, Fauni). 

2) la seconda tappa in cui appaiono fate, streghe, folletti i quali acquistano il valore principalmente negativo con l'arrivo del cristianesimo essendo associati al diavolo o ai suoi messaggeri sulla terra. 

 Tutte queste storie su creature magiche e mitologiche venivano raccontate e si tramandavano soprattutto oralmente (nelle stalle durante le lunghe notti invernali del “ far filò”) nella cultura contadina e montana, e molti culti pagani arcaici hanno lasciato traccia in toponimi indicativi di zone geografiche suggestive ( i vari “busi” delle Anguane etc.).



IL MAZAROL E IL SALBANEO

Sono due folletti demoni e rappresentanti dello stesso fenomeno atmosferico, il vento. Il mazarol, un folletto con i piedi caprini saltellante e il salbaneo, un folletto vorticante e saltellante.

Il SALBANEO viene descritto come un abitante dei boschi vicentini, piccolo folletto vestito di rosso coi piedi a zoccolo. A forza di vorticare e saltare causa il vento, uno dei suoi tratti riconoscibili. Per la sua natura scherzosa sposta i contenuti dei barattoli in casa, e se qualcuno pesta una sua orma lo fa girare per ore nel bosco per ritrovare la strada. Come passatempo intreccia le code ai cavalli. Salbaneo o salvaneo proviene probabilmente dalla parola selva/bosco. Essere boschivo come il dio Silvano e l’Homo Salvadego. Una leggenda dei Colli Euganei lo indica come trasformato dalla dea Diana, dea dei boschi e facente parte del suo corteo.  Nella sfera religiosa del paganesimo e del primitivo cristianesimo esistono degli esseri intermedi, che hanno il potere di condizionare le condizioni atmosferiche: scagliare fulmini, scatenare turbini, pronosticare il tempo cattivo.

Nella tradizione pagana i demoni stanno tra terra e cielo e sono degli intermediari tra gli dei e gli uomini. Si occupano degli incantesimi e presagi e gestiscono i sogni. Il diavolo oltre ad essere rappresentato come demone cattivo, nel folclore popolare viene raffigurato come folletto scherzoso. I diavoli della prima teologia cristiana ricoprono questo antico rango di forze operatrici di magia. Infatti i demoni sono ancora considerati esseri intermedi che si occupano di tutte le variazioni atmosferiche.

IL MAZAROL è un folletto con il cappello rosso e zampe da capra. Abita le foreste e spesso viene descritto come un omino barbuto coi capelli lunghi e aggrovigliati, viso grinzoso e scarpette a punta. Le sue orme nel bosco sono come delle trappole: chi ne pesta una perde il senso dell’orientamento e gira il bosco cercando la strada per tornare a casa fino alla mattina del giorno dopo. Questo folletto si diletta anche a rapire le ragazze, a slegare le mucche, intrecciare le code degli animali, a mangiare la panna e a nascondere gli attrezzi . Nell´iconografia popolare viene spesso immedesimato con uomo selvatico servendosi dello stesso attributo, ossia di una mazza o mazzuola (martello di legno) con la quale percuote nei boschi gli alberi e ne spiega il nome : triplice di vortice-folletto-incubo . Il vestito o anche solo il berretto rosso e gli zoccoli caprini ci fanno discernere chiaramente la connessione del mazarol con il diavolo nel mondo cristiano. Il colore rosso è considerato il colore degli inferi.


LA TESTIMONIANZA DI “NONNA GIUSEPPINA GAZ – 92 ANNI – AGORDO”

a cura di Alice Dell'Antone



"El Mazarol, racconta mia nonna, veniva definito come un folletto vestito di rosso, che si aggirava veloce nei boschi dell'agordino, non solo nel cuore della notte, ma anche in pieno giorno, tant'è che alcuni paesani affermano di averlo scorto tra le fronde degli alberi.

Un racconto, in particolare, legato a questa creatura, gira proprio tra gli abitanti della frazione di Brugnach agordino (dove abitiamo io e la nonna), ovvero che nei boschi dietro le nostre case, sia passato el Mazarol e nel suo tragitto abbia schiacciato una pianta sempreverde, che venne poi ritrovata e usata dai contadini poveri,come decorazione fuori dalle abitazioni , per proteggersi dallo spiritello. Sempre in questo bosco vi è un prato a lui dedicato, dove si presume ci fosse la sua grotta. Purtroppo l'uragano Vaia del 2018 ha distrutto parecchi alberi e nella zona non è rimasto granché.

Che fosse un omino buono o cattivo non è mai stato ben definito , alcuni aneddoti testimoniano che se per caso, qualche povero bambino avesse scorto e calpestato le sue orme, sarebbe stato inesorabilmente trascinato da una qualche forza che lo avrebbe portato dritto dritto nella grotta del Mazarol. Gli anziani del paese che lo vedevano come spirito buono raccontano che se eri fortunato da finire nella sua grotta, ti insegnava a fare burro, formaggio e ricotta, con il latte delle mucche o delle capre di cui lui si prendeva cura; altri invece, spaventati da questa creatura raccontano di lui come en spirit dispettoso, che andava a infastidire i giovani ragazzi per strada.

Di lui in alcuni casi si racconta anche della morte: dopo aver infastidito dei ragazzini diretti alla sagra di Sant'Antonio, rubando loro il mangiare, egli si rifugia su un albero per consumare il pasto.

I ragazzi però prendono coraggio e armati di sega e scure abbattono l'albero, il povero Mazarol cadde e rotolo giù per i prati fino ad arrivare nel torrente Sarzana, di Voltago agordino, dove annegò. "


Fonti:

“Leggende agordine a opera del Circolo Culturale Agordino, istituto bellunese di ricerche sociali e

culturali serie “varie” N3 – 1979”

“ Folklore e magia popolare del Veneto” - Elena Righetto – Intermedia Edizioni- 2022

- Fonte etnografica:

Giuseppina Gaz – Raccolta da Alice Dell'Antone- novembre 2024

                         - DEDICATO A NONNA GIUSEPPINA, AL NOSTRO "SATOR", AI NOSTRI DEI

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venerdì 28 giugno 2024

Le madri “oscure”: la mare de san Piero e la barca de san Piero - tradizioni popolari venete

 Il seguente brano è tratto dal mio libro "Calendario Tradizionale Veneto Pagano " edito da Intermedia Edizioni. 


Per leggere in versione integrale il testo potete trovare il libro in tutte le librerie più fornite oppure online su Amazon o cliccando su questo link Calendario tradizionale Veneto pagano

©Il materiale è coperto da copyright e diritto d'autore. Ogni copiatura e ogni utilizzo  non autorizzato verrà sanzionata a norma di legge.

LE MADRI OSCURE E LA BARCA DE SAN PIERO 

fonte immagine: milanofree.it
fonte immagine: milanofree.it

“Otto giorni prima e otto giorni dopo comanda la Mare de san Piero”


I temporali improvvisi, l’instabilità del tempo e le violente spesso sorprendenti perturbazioni della fine di giugno erano indicative del passaggio della terribile “strega tempestara”, la madre di san Pietro, il santo che ha tradito Gesù non poteva che avere una madre tremenda e cattiva. In questo periodo scapperebbe di casa, cioè scappa dall’Inferno in cui san Pietro l’ha relegata oppure ottiene in custodia dal figlio per due settimane le chiavi del Paradiso. Per vendicarsi o per dimostrare il suo potere, provoca nei giorni che precedono e seguono la festa dedicata al figlio, tremendi temporali. 

 

«A San Piero, la sera avanti, i ghe mete ‘na botilia de aqua, e i ghe mete rento la ciara solo, e i la mete ent’l’orto prima che vaa do el sole, e la matina i ghe vede rento la basilica de San Piero, se la peta vegner fora ben. La ven fora proprio color de l’argento. Rento se vede tuto el campanil, tuta la basilica de San Pier».

(Testimonianza da Bolca, Verona.)



Il giorno di San Pietro, il 29 giugno, è un giorno di prodigi. Usanza tipica di questo magico periodo dell’anno, legato ai riti dell’estate e quindi al solstizio d’Estate, è lasciare un recipiente pieno d’acqua la notte precedente, a cui si deve aggiungere della chiara d’uovo Nel Veneziano ritroviamo invece la barca di san Piero con le vele spiegate, ma nella notte deve esservi stata la luna, poiché senza la luna, niente barca. Il significato di tale usanza è del tutto avvolto nel mistero di un’antica origine. Probabilmente legato alla previsione del tempo atmosferico, magari connesso al pericolo di terribili temporali, scatenati secondo il folklore veneto dalla vecchia e avara madre di san Pietro, che dall’Inferno sale, proprio il mattino di questo giorno, in Paradiso a trovare il figlio, per poi ritornarvi la sera, sfogando la sua cattiveria con fulmini e grandine nel suo passaggio in Terra.

Ricapitolando gli elementi esoterici e tipici del periodo solstiziale estivo notiamo queste caratteristiche : 21 giugno:  solstizio estate legato all’elemento fuoco e alla barca solare, simbolo di rinnovamento e ritorno alla vita nel suo fulgore ma anche inizio del calare del sole e all’accorciarsi delle giornate.  23/ 24 giugno: san Giovanni legato all’elemento acqua e alle erbe di purificazione. Il passaggio energetico di perfetta unione tra acqua, erbe (terra) e fuochi solstiziali. La notte delle streghe conduce al caos dell’inizio dell’oscurità. 29 giugno : la mare de san Piero, la  strega tempestara e l’elemento aria , che porta con sé i prodigi e l’arte divinatoria della barca, legata all’uovo cosmico, ovvero l’allegoria della rinascita iniziatica dell’essere umano  è stato covato durante il solstizio estivo, purificato a san Giovanni per poi schiudersi e rinascere in acqua con la barca di san Piero.  


Le madri oscure e terribili iniziano a ritornare con la loro presenza ed in realtà l’estate non è così luminosa quanto si pensi...



mercoledì 1 marzo 2023

Il Bàtar Marso : un'antica festa pagana del Veneto rurale.

 

"...par svejar fora i spirìti de la tera e farghe corajo a la rinàssita de la natura, cantando e sonando, so 'l finir de febraro che xe in ùltima l'inverno....

...vegnì fora xente, vegnì in strada a far casoto, a bàtare marso co' racole, sbàtole, ranéle, bandòti, cerci, tece e pegnate....vegnì, xente.” . .


PER LEGGERE IL TESTO INTEGRALE ➡️ Calendario tradizionale veneto pagano di Elena Righetto

Shop on ~ Intermedia Edizioni 

©️ Copyright Elena Righetto. Vietata la riproduzione anche parziale del documento. Tutti i diritti sono riservati .



Il primo marzo era considerato dunque il capodanno, il primo giorno dell’anno produttivo, agricolo, legale non solo a Roma antica ma anche per tutta la durata della Repubblica Serenissima. Inizialmente era fissato il 25 marzo giorno della fondazione di Venezia ma successivamente la data fu cambiata nonostante l’introduzione del calendario gregoriano, continuò a dividere l’anno in 10 mesi, tanto che nei documenti ufficiali le date riportavano la dicitura “more veneto”, cioè “secondo l’uso veneto”. Il “ciamar marso” il “bati marso” dunque è un’usanza praticata dai nostri avi e dai nostri nonni di totale retaggio pagano legato ai rituali come abbiamo visto, dedicati a Marte, alla Potnia  Thèron Reitia/ Cybele per evocare il risveglio della natura e l’abbondanza dei frutti. Nel giorno prima del plenilunio che si manifestava dopo il primo di marzo un uomo vestito di pelli, chiamato Mamurio Veturio (il vecchio Marte), che significava il marzo dell'anno precedente era cacciato fuori della città a bastonate. In questa festa avveniva un vero e proprio “fidanzamento pubblico” proprio come durante le calende di marzo in epoca romana e si può supporre che in seguito si siano associati i cosiddetti maridozi, probabilmente perché erano un po' di conseguenza di quest'esplosione giovanile. Consistevano in grida di proposte in burlesco di abbinamento matrimoniale, sempre la sera del primo marzo, sotto la casa delle giovani da marito. Anche nel veronese a tradizione vuole che ci si trovasse all’imbrunire, in due o più gruppi, in luoghi prestabiliti, accompagnati dal frastuono di trombe, corni, barattoli e anche dallo sparo di fucili per scambiarsi alternativamente cantilene e filastrocche che prendevano in giro personaggi noti del paese, costruendo improbabili coppie e altrettanto impensabili matrimoni, fra impenitenti scapoli e zitelle, ma anche fra vedovi e giovani ragazze. Il rito esorcizzava la cacciata dei demoni e propiziare una nuova e feconda stagione, occasione per invitare le ragazze in età da marito a rompere gli indugi e scegliere il futuro sposo con cui metter su famiglia.

(...)


Immaginazione e spirito goliardico creano accostamenti improponibili e del tutto inventati per provocare. Dunque il batar marso veneto avveniva esattamente come un rituale pagano compiuto dai bambini che correvano per la città di Venezia e per i paesi dell’entroterra battendo violentemente pentole, piatti, “bussolotti”, lamiere  per fare più rumore possibile e ridestare la natura dal suo torpore invernale. In campagna si usavano i vecchi vomeri degli aratri appesi sui rami delle piante o sui filari nei campi, ricordo degli “oscilla” paleoveneti, le offerte appese appunto alle fronde, e venivano percossi rumorosamente al grido di “Bati fora marso, che aprìl xe qua!” In alcune zone rurali, l'ultima sera di febbraio: gli osadori (urlatori) partono da punti diversi del paese e in corteo, sbattendo pentole, bidoni e coperchi, convergono in piazza, dove attendono le autorità. 


domenica 19 febbraio 2023

STREGHE & GATTI A VENEZIA. Appunti per la conferenza a Este di domenica 12 febbraio 2023

 

Per le sue movenze eleganti, schive e soprattutto per essere così indipendente, il gatto anche a Venezia ma in tutto il Veneto è da sempre considerato parente del diavolo e nel bellunese chi lo uccideva veniva addirittura scomunicato oltre a incorrere in gravi disgrazie. Son risaputi i collegamenti che i popoli antichi facevano fra gatti e divinità (Freya, Bastet, Afrodite etc) e forse per questa parentela con il mondo dell'occulto si attribuisce al gatto una sorta di “immortalità” ritenendo che abbia sette vite e che sia possibile ucciderlo veramente colpendolo sul naso, mentre il suo punto di forza son i baffi. Anche la triste superstizione che il gatto nero porti sfortuna ha origine in un luogo comune che ha a che fare con una ragione di ordine pratico: di notte molte persone non vedendo l'animale inciampavano o cadevano, incolpando l'ignaro micio colpevole solo di mimetizzarsi con il buio. Proprio quest'ultima caratteristica, il manto nero, ha fatto associare la creatura con tutti gli animali considerati diabolici o demoniaci, che si nascondono e mimetizzano perfettamente nell'oscurità. Il trovarsi a proprio agio nelle tenebre o confondersi con esse fino a diventarne un tutt'uno ha per forza di cose associato il gatto nero con il male e la stregoneria, arte arcana e oscura per eccellenza. A riprova di ciò, tipico delle zone montane del bellunese è il “gato dai oci verdi” che appare improvvisamente sulla strada impedendo il passaggio a chi vorrebbe proseguire, lo fissa con gli occhi verdi, lo “incantesima” e se ne va. Una storiella che mi raccontava mio nonno avvenne a Mira Porte quando lui era piccolo, di un uomo che tornando a casa con il suo carretto diede una frustata a un gatto nero che stava in quel momento passando, uccidendolo. Tornato a casa, trovò “sora al portèo” quindi nel carretto, sette ossa di gatto. L'uomo morì dopo sette giorni. Si diceva anche che i gatti fossero messaggeri degli spiriti i quali non potendo farsi vedere dai vivi, abbiano trovato questo mezzo per comunicare la loro presenza. Un trucco utile per esorcizzare il passaggio dei gatti neri era togliersi una scarpa e lanciarla in modo da passare la traiettoria del gatto, fare le “corna” dietro la schiena o toccando un oggetto di ferro dicendo “Striga, va via che no te me strigarè” oppure semplicemente cambiare strada.

Anche a Venezia i gatti neri vennero associati alle streghe e alla stregoneria così nel corso dei secoli leggende su leggende si sono costruite in merito a questa tematica, ma la loro nomea negativa è anche legata ad un fatto storico. I turchi, acerrimi nemici dei Veneziani, erano soliti portare nelle loro navi dei gatti per cacciare i topi perciò dal XII secolo iniziò a farsi strada l'idea che avvistare un gatto corrispondeva, per analogia, all'arrivo di pirati o pericoli esterni.


Una leggenda popolare di Castello, a Venezia, racconta che la notte di sant'Agostino, fra il 27 e il 28 agosto, dai giardini dell'Arsenale si muovano in processione dieci donne, dirette all'albero di noce, ascoltino una lezione impartita da una strega anziana, sicuramente una capo congrega, e che poi si dirigano al vicino canale, chinando l'orecchio sinistro fino a sfiorare l'acqua sussurrando “ Dime acqua, svelame i to segreti...” . Si dice anche anche che per non essere scoperte, in tempi moderni si trasformino in dieci gatti.


A livello prettamente “magico” il gatto è considerato il “famiglio” della strega, l'aiuta nei suoi preparamenti magici e trova per lei gli ingredienti utili; usa infatti la sua eleganza e i suoi trucchetti per ingraziarsi le persone e smorzarne la diffidenza. La strega padrona può così operare al sicuro nella sua casa senza sospetti o chiacchiere, affiancata dal suo amico e guardiano complice che però ha anche la capacità di individuare gli spiriti nemici, i demoni malvagi e le forme oscure che s'insidiano fra le mura domestiche delle streghe per far loro del male o per sottrarre le formule magiche.

Una simpatica formuletta, si dice, venga pronunciata dalla strega per trasformarsi in gatto:

Quato, quato, arriva el gato, ocio de luze che ora riluze.

Gato mato, gato furbo nero nero e no me turbo.

Gato ti xe ti, gato son mi, vien qua me bel gàtin!”


Il pozzo delle streghe e il gatto

Questa leggenda è stata rintracciata non solo a Venezia ma anche a Trevenzuolo, citato anche dagli autori Zannoni e Muraro a Villa Rovereti Zurla nel veronese e nel pozzo circolare vicino a Dormegliara.

Una tradizione risalente al XV secolo vuole che le streghe si radunassero attorno al pozzo le notti di sabato per le loro “danze notturne”, ne ho parlato anche nel mio libro “I Signori di Notte al Criminal, la polizia notturna della Serenissima”. Al mattino non vi era traccia del loro passaggio (come invece accadeva attorno ai salici e ai noci in cui si notava il calpestio, la “pista” lasciata da questi rituali) tranne un persistente odore di zolfo. Nel pozzo di Dormegliara si racconta che un giovane ragazzo, preso da curiosità, una volto calatosi nel pozzo dovette risalire immediatamente a causa del calore infernale dell'acqua. Curiosamente questo pozzo presenta attualmente acqua a temperatura di circa 43°, forse segno di una falda termale sotterranea.

Anche a Venezia dunque si registra la presenza di questi “pozzi” infernali, chiaro riferimento al potere ctonio, sotterraneo dell'acqua, così preziosa nella città lagunare. Nel medioevo veneziano, Riva degli Schiavoni presentava una fisionomia totalmente diversa da quella attuale ed era coacervo abitativo di ogni sorta di mascalzone, povero e mendicante, insomma i bassifondi di Venezia si trovavano proprio li. Durante la prima decade del 1300, un certo Signor di Notte, Marco Donato, estese la sua “protezione” nei confronti di una striga che viveva in una capanna a due passi da Piazza San Marco. I magistrati dediti allo stanare i crimini notturni spesso si avvalevano dell'aiuto di questi personaggi scomodi dato che erano occhi e orecchie diretti dal popolo e in un periodo delicato come quello a ridosso della congiura di Bajamonte Tiepolo era fondamentale ascoltare i sussurri e il malcontento popolare.

Presumibilmente la leggenda è ambientata proprio in questa zona ormai completamente trasformata di Venezia e risale al XV secolo anche se sicuramente trae le sue fondamenta da episodi più antichi, trecenteschi. Un giovedì sera, mentre in un'osteria si stava discutendo di alcuni strani fatti che avvenivano nel pozzo del campo, entrò trafelatissimo un giovane uomo, pallido come un cencio, accompagnato da un vecchio anch'egli visibilmente scosso, che giurò di aver visto delle gatte trasformarsi in streghe e il vecchio mostrò il suo braccio sfregiato dallo stesso “Diavolo” per avvalorare la sua storia. All'udir quelle parole, un uomo con un occhi solo si alzò dal suo tavolo e s'intromise nella faccenda, dicendo che quelle erano solo fantasie di persone sciocche e superstiziose, probabilmente ubriache. Promise quindi di recarsi da solo al pozzo il giorno dopo, la sera del Venerdì Santo. Gli avventori dell'osteria tentarono di dissuaderlo ben consci che il Venerdì Santo è per tradizione una ricorrenza legata alle strighe e al Demonio ma l'uomo era risoluto. Il giorno seguente, gli avventori dell'osteria si accordarono per dare una lezione all'uomo con un occhio solo che aveva osato dubitare della loro parola e si radunarono in una calletta stretta che sbucava sul campo del pozzo. Attesero e allo scoccare della mezzanotte, dell'uomo con un occhio solo non vi era traccia. Improvvisamente però un grosso gatto nero attraversò il campo, balzò sull'anello della vera del pozzo e iniziò a miagolare terribilmente. La bocca del pozzo iniziò a vomitare rospi, gatti, cornacchie e altri animali che appena toccata terra si trasformarono in streghe e stregoni, attaccando i malcapitati che terrorizzati assistevano alla scena dalla calletta. Alcuni fuggirono per le calli, altri si gettarono in canale, chi terrorizzato rimase in attesa della sua fine. La lotta e la caccia degli “strighi” si fermò a causa di un altissimo miagolio che li fece sparire nuovamente nel pozzo da dov'erano usciti. Proprio allora la luna rischiarò il campo del pozzo illuminando il possente gatto nero che si ergeva maestoso sulla vera da pozzo. Un gatto con un occhio solo.

Come sempre le streghe son associate ai gatti neri e alla loro trasformazione in essi, retaggio di arcaici culti e pratiche sciamaniche in cui la praticante, sotto effetto spesso di sostanze psicotrope, compiva “viaggi” nel mondo degli spiriti e per farlo, la sua anima abbandonava il corpo dormiente per trasformarsi in vari animali-guida sciamanici. Per noi la tradizione è legata ovviamente ai racconti stregoneschi ma per altre tradizioni che ancor oggi seguono pratiche sciamaniche reali questo “viaggio” non è un'allegoria o una fantasia ma una reale pratica spirituale. Abbiamo prove che i “viaggi in spirito” avvenissero ancora fra Veneto e Friuli fino al Concilio di Trento (metà del 1500) quando tutte le pratiche di questo tipo furono bandite e demonizzate ufficialmente dalla Chiesa. Anche i Benandanti, una sorta di “stregoni” buoni sostenevano di andare in “viaggio” astrale o extracorporeo, durante le quattro tempora, a combattere contro le streghe e gli stregoni malvagi colpendoli con rami di sambuco e difendendosi dai rami di sorgo. Per sottrarsi a chi dava loro la caccia le streghe si trasformavano in gatti dopo essersi recate al sabba in quella forma per non essere riconosciute.


Come sappiamo un tempo le malattie anche comuni ai giorni d'oggi non avevano né spiegazione né risoluzione medica e ci si affidava agli esosi “cherusici” i medici dell'epoca e alle herbane, donne che applicavano la loro conoscenza di rimedi botanici e formule guaritrici propiziatorie in cambio di offerte per il loro servigio. Vi era un labile confine fra l'herbana e la striga, infatti quest'ultima non solo applicava le conoscenze erboristiche a fin di bene ma aveva anche la capacità di preparare e somministrare intrugli e veleni potenti. La Serenissima Repubblica, è bene ribadirlo, non si accanì mai contro le “streghe” in quanto presunte adoratrici del Demonio ma in quanto pericolose operatrici che potevano con le loro conoscenze pratiche danneggiare la salute pubblica.

Si racconta a Venezia che un nobile patrizio, disperato a causa dei frequenti attacchi d'asma serali del figlio e dato che poteva permetterselo, dopo aver consultato fior fiore di medici della città si decise a chiedere un consulto a una donna esperta di arti magiche. Dopo aver ascoltato attentamente la sintomatologia (dato che gli attacchi asmatici avvenivano sempre al momento di coricarsi) sentenziò che il piccolo era stato stregato e raccomandò al padre di osservare attentamente ciò che accadeva nella stanza da letto prima delle convulsioni. Il padre, pur scettico, con la perizia tipica dei Veneziani, annotò ogni particolare e si accorse in pochissimo tempo che ogni sera una gatta nera d'intrufolava silenziosamente in camera del figlio e al suo ingresso si manifestavano le crisi asmatiche del piccolo. Oggi come all'epoca, si spiegò questo fatto con un'allergia provocata dall'ingresso dall'animale, probabilmente randagio, scatenante l'asma, ma questa storia ha ben altro risvolto. La sera successiva infatti vennero sbarrate porte e finestre in modo da impedire all'animale di entrare e il piccolo dormì tranquillamente. Il nobile veneziano e sua moglie decisero di sopprimere l'animale tenendogli un agguato. Lasciata appositamente una finestra aperta, verso l'una di notte la gatta scavalcò il cancello del palazzo e balzò in camera entrando dalla finestra. Il padre rimase immobile e udì il figlio iniziare a tossire, confortato da sua madre, poi la gatta finalmente uscì ma fu prontamente bersagliata dal lancio di un pugnale affilato. Purtroppo a causa dell'oscurità il pugnale solamente ferì la bestia a una zampa anteriore e riuscì a fuggire, non tornando più. La faccenda venne dimenticata per mesi sennonché un giorno venne in visita un'anziana lontana zia della moglie che era solita visitare frequentemente il piccolo ma da qualche mese mancava all'appuntamento adducendo motivi di salute. La moglie preoccupata andò a farle visita senza preavviso e fu così che la trovò viva e vegeta ma con l'avambraccio destro amputato!



Appunti per la conferenza presso la sala Turi Fedele a Este, organizzata dalla libreria "La gatta del Petrarca" in data 12 febbraio 2023.







mercoledì 21 giugno 2017

Antica cartomanzia Veneziana, curiosità e segreti.



Cari lettori e care lettrici,
l’articolo che vi propongo qui di seguito è diverso dal mio solito lavoro di ricerca storico-archeologico sul territorio e si avvicina maggiormente a quel bacino di usi e credenze popolari venete a cui attingo spesso. Ringrazio pubblicamente le amiche e gli amici che mi hanno spronata su Facebook a scriverlo!


Vi parlo del “FAR LE CARTE” alla Veneziana, cioè delle usanze e delle curiosità riguardanti l’arte antica della cartomanzia che in quel della città lagunare si è storicamente diffusa in modo semplice e cristallino, difficilmente adombrata dalle imposizioni cattoliche ed arricchita da molti aspetti esoterici ed esotici tipici di una capitale mondiale del commercio marittimo.
Vi racconterò alcuni fatti curiosi, che ho potuto apprendere da chi mi ha personalmente insegnato a praticare quest’arte, tuttavia però dovrete accontentarvi di una parte, altrimenti dove si nasconderebbe il fascino della segretezza e della Tradizione?

“ Se ga da usar le carte da scoà…” Si devono usare le “carte da scopa, briscola, tresette” o più semplicemente gli Arcani Minori del normale mazzo di tarocchi.

“Le carte le se fa le nove de la matina, a mezogiorno, ai do boti e a mezanote” non si fanno il sabato e la domenica, non si fanno nei giorni di Natale e Pasqua, mentre è bene farle “el xorno dei morti el primo de novembre”, il mercoledì ed il venerdì.
Il gioco delle carte  “veneziane” si deve eseguire per sette volte in una lettura e dopo aver compiuto sette precisi passaggi (di cui elencherò solamente il quarto) “basta, non se fa altro par vintiquatro ore, perché le xe calde e le xe calde se le se torna a fa, no le val”, si deve smettere il gioco e riporre il mazzo in un luogo sicuro.

Si prendono dunque le carte, le si mescola e “se ghe dise le so parolete”, ovvero si sussurra al mazzo delle apposite “paroline” che secondo la tradizione sono magiche ed hanno la funzione di caricare il mazzo ed augurare una buona riuscita della lettura. Ogni anziana signora ha “le so parolete” personali e mi è stato assicurato che “sensa le parolete le carte xe megio butarle via tute perché no le val gnente” la lettura risulterà inutile e fallace, (quindi, care signorine, non ci s’improvvisa “cartomanti tradizionali” o peggio “streghe tradizionali” dopo aver letto quest’articolo per piacere…).
Il consultante prende le carte e le divide in tre “monti” cioè tre mucchietti, il cartomante li segna con tre “corni” a croce e s’inizia a svolgerle per sette volte continuative “drio man”  e si guarda sempre dove il significato delle carte va a parare ed in quel punto si va ad insistere.
I sette passaggi sono molto precisi e  non bisogna saltarne neppure uno altrimenti non si può giungere  a quelli principali ovvero il quarto ed quinto.
Nel quarto passaggio “se mete zo le carte” si svolgono le carte scoperte ad una ad una e si formano sette “monti” ognuno con un significato particolare che è curioso mostrarvi : “un monte per lei, uno per lui, uno per la casa, uno per il fuori di casa, uno per chi non si aspetta, uno per chi deve arrivare, uno per chi dev’essere consolato.
In seguito a ciò si fa la “Scala del Diavolo” che porta all’ultimo passaggio che è più un gioco divinatorio, il “Cossa me rispondistu?” una sorta di “si o no” in base al significato intrinseco della carta.
Eh si, perché le carte “da briscola” nel veneziano hanno significati diversissimi dall’uso classico simbolico degli Arcani Minori. Ogni carta, ogni seme ed ogni figura contengono un significato unico e ben preciso, ve ne elenco alcuni affinchè vi siano d’esempio:
Asso di Denari dritto significa “Allegria”, rovescio invece “una novità”;
Asso di Coppe dritto significa “Casa o persone che attendono in casa” mentre rovescio “ Na cosa da gnente, una piccolezza”;
Asso di Spade significa “un grande interesse” mentre l’asso di Bastoni rappresenta “ il viaggio di nozze”.
Di altre carte alcuni pittoreschi significati sono:  Un viaggio notturno, i soldi, il letto, il pensiero dell’amata o dell’amato, la porta, il matrimonio, un desiderio, un cavallo da traino, un ricco, un dispiacere…




Come potete ben notare sia la simbologia che il significato esoterico sono estremamente diversi dalla lettura classica dei Tarocchi e rivolti a risolvere “magagne” problemucci della vita quotidiana, non a dare risposta a domande filosofiche o a “prevedere il futuro”. Erano una sorta di oracolo molto immediato e pratico, utile, volto a dare un consiglio riguardo un dispiacere o un problema di raccolto, riguardo al periodo più adatto per piantare i pomodori o per convolare a nozze, chiedere se fosse più intelligente andar a pescare in laguna o in mar aperto…
Come sempre il popolo veneziano ha saputo esprimere anche in questi “oracoli” casalinghi, antichi e tradizionali la sua anima pratica, lavoratrice ed anche “estrosa”, fantasiosa.

Nelle carte trevigiane, nella serie di assi, 
si trovano stampate delle frasi per i giocatori come se fossero massime morali e come diceva un vecchio proverbio Chi un dì vince e dieci perde alla fin si trova al verde  

Spero abbiate gradito questo mio piccolo omaggio ad una tradizione davvero “segreta” della mia terra.
Se desiderate saperne di più vi raccomando il saggio “ Credenze popolari veneziane” di Domenico Bernoni, tuttavia essendo un testo del 1874 è di difficilissima reperibilità. Mal che vada venite a trovarmi per un caffè.

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