Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand
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mercoledì 28 agosto 2024

La "defixio malefica" di Este: stregoneria in un'antica maledizione latina

Fonte dell'immagine: M.S. Bassignano - disegno ricostruttivo della defixio di Este

Fotografia personale - Museo Atestino -2024


Le “defixiones” o “defixionum tabellae” erano delle formule magiche incise su pietra o piombo che venivano scritte con dei particolari stili o chiodi. Le parole e le frasi incise erano particolarmente spietate e complesse , usate per danneggiare i rivali o le rivali nelle più disparate questioni di vita quotidiana (da maledizioni amorose a competizioni sportive, a problemi sul lavoro o contro familiari odiati). Si invitavano divinità infere ad accorrere per portare a termine il maleficio avendo cura di incidere ben chiaro il nome del soggetto o dei soggetti, cui la maledizione era rivolta. Le tavolette venivano infine interrate a livello simbolico in quanto le divinità infere, ctonie, albergano proprio nel sottosuolo. Le “defixionum tabellae” vanno inserite in un contesto più ampio riguardante la magia nel mondo antico e nella cultura italico-romana.

Una volta scelto il supporto adatto (il piombo è un materiale duttile e facilmente inscrivibile oltre ad avere un intrinseco connotato infero) s'incideva il nome della persona da maledire e si aggiungevano formule magiche complesse, pronunciate ad alta voce in reminiscenza di antichi rituali tipicamente orali. Successivamente venivano invocati uno o più esseri divini inferi, delle divinità notturne, sotterranee, oscure e gli esseri mostruosi che popolavano il regno dei morti, o gli Dèi Mani. In alcuni casi, tavolette son state ritrovate all'interno di una figura antropomorfa in argilla che riproduceva le fattezze della persona da maledire, con gambe e braccia legate, testa e piedi rivolti all'indietro. La maggior parte delle “defixiones” son state ritrovate avvolte e piegate intorno alle statuine o legate strette con dei legacci. Caratteristica delle maledizioni era di venire piegate su loro stesse per tre volte e trafitte con un grosso chiodo (spesso lo stesso che era stato utilizzato per incidere il testo). Una volta realizzata la maledizione, il manufatto veniva interrato in una tomba, gettato in un pozzo o in una fontana, lasciato nella terra di un cimitero o addirittura inserito fra le crepe nel muro della casa del malcapitato. Se interrato in una tomba, veniva “affidato” allo spirito del defunto che aveva il compito di “recapitare” la richiesta alle divinità oscure. Le tavolette dovevano percorrere una sorta di “ percorso verso il basso”, pertanto potevano essere anche gettate in mare, nei fiumi o in particolari specchi d'acqua con caratteristiche ctonie quali stagni, paludi e lagune, tutto ciò che le portasse sempre più in basso, verso il mondo dei morti.

Lo stesso linguaggio delle “defixiones” è complesso e spesso incomprensibile ai non addetti ai lavori: infatti si utilizzavano figure retoriche, fonetiche, letterarie per poter rendere più vincolante e potente la maledizione stessa. Spesso si usavano le “ ephésia gràmmata” lettere e parole straniere incomprensibili anche inventate. Potevano trovarsi anche disegni e sigilli legati a particolari divinità infere.

Quali divinità venivano invocate?
Ecate, Diana, i Manes (intesi non come i buoni antenati festeggiati nelle “parentalia”) in questo caso intesi come i “morti antichi”, sconosciuti, ormai dimenticati da tutti che son diventati parte della terra stessa, Persefone (Proserpina), Ermes (Mercurio) Ctonio, Plutone, le Furie, Nemesi, una lunga lista di ninfe dell'acqua e altre divinità a seconda della zona geografica di ritrovamento. Non tutti potevano scrivere le “defixiones”: infatti ci si affidava spesso a delle “striges” delle streghe o maghe che si occupavano di queste pratiche (approfondirò questo tema in futuri articoli).


LA DEFIXIO DI ESTE

Tornando dunque alla prova di stregoneria trovata ad Este, ecco per voi in esclusiva l'analisi del manufatto che ho avuto modo di studiare attentamente.

Si tratta di una laminetta in piombo di 11.5 cm d'altezza per 29.3 cm di laghezza, incisa con uno stilo scrittorio e venne ritrovata, secondo il giornale di scavo, nella sepoltura nr. 61 a Este (Padova), contrada Caldevigo, fondo Rebato (den. Campo Alto al Cristo). Il manufatto fortunatamente è rimasto a Este, nella sua sede d'origine e potete ammirarlo presso il Museo Nazionale Atestino, (numero inv. 14309).

Evidenti sono i fori lasciati dal chiodo con cui era stata inchiodata dopo essere stata avvolta su se stessa tre volte. Il testo è stato scritto suddividendolo in tre colonne, due orizzontali centrali e la finale in verticale per utilizzo dello spazio disponibileQuesto è il testo della tavoletta come riportato dall'EDR ( riferimento epigrafico EDR072740 )


COLONNA I
+ Privatum Camidium,
Q(uintus) Praesentius Albus,
Secunda uxor Preasenti,
T(itus) Praesentius,
Maxsuma(:Maxima) T(iti) Praesenti uxor,
C(aius) Arilius,
C(aius) Arenus,
Polla Fabricia,
L(ucius) Allius,
10 L(ucius) Vassidius Clemens,


COLONNA II
Prisca [u]xor Vassidi,
Monimus Acutius,
Ero[tis] Acutia,
C(aius) Pro[---] Damio l(ibertus?).
Si quis [i]nimicus, inimi[ca],
adve[r]sarius, hostis, Orce
pater, [P]roserpina cum tuo Plutone,
tibi trado ut tu ilu(:illum)
mit[t]as et deprem[as].(:deprimas)


COLONNA III
Tradito tuis
canibus tricipitibus
et bicipitibus ut eripia(nt)
capita, cogitat(iones?), cor
in tuom(:tuum) gemini[---?]+
r[ecipia]nt ilos(:illos) [---],


Altre due “defixiones” interessanti si trovano anche al Museo Archeologico di Altino ma ve ne parlerò in maniera approfondita in un altro articolo.

TESTO COPERTO DA COPYRIGHT E DIRITTO D'AUTORE. OGNI UTILIZZO IMPROPRIO VERRA' PERSEGUITO A NORMA DI LEGGE.

COPYRIGHT: ELENA RIGHETTO 

BIBLIOGRAFIA

  • Chiarini, S.: Devotio malefica. Die antiken Verfluchungen zwischen sprachübergreifender Tradi-ion und individueller Prägung, Stuttgart 2021.

  • Cfr. E. Zerbinati, Edizione archeologica della Carta d'Italia al 100.000. Foglio 64, Rovigo, Firenze 1982, pp. 214-216, nr. 2 (sul luogo di rinvenimento).
    SupplIt, 15, 1997, pp. 151-155, nr. 7, con foto e facsimile (M.S. Bassignano) - 1997

  • A. Kropp, Defixiones. Ein aktuelles Corpus lateinischer Fluctafeln, Speyer 2008, nr. 1.7.2/1

  • cfr. D. Urbanova, Latin Curse Tablets of the Roman Empire, Innsbruck 2018, pp. 119-120 (testo), 238 (traduzione), 443, nr. 38 (appendix)

  • Foti C. : “ Defixiones. Le tavolette magiche dell'antica Roma” - I taccuini del mistero, Eremon edizioni, 2014.

 

venerdì 28 giugno 2024

Le madri “oscure”: la mare de san Piero e la barca de san Piero - tradizioni popolari venete

 Il seguente brano è tratto dal mio libro "Calendario Tradizionale Veneto Pagano " edito da Intermedia Edizioni. 


Per leggere in versione integrale il testo potete trovare il libro in tutte le librerie più fornite oppure online su Amazon o cliccando su questo link Calendario tradizionale Veneto pagano

©Il materiale è coperto da copyright e diritto d'autore. Ogni copiatura e ogni utilizzo  non autorizzato verrà sanzionata a norma di legge.

LE MADRI OSCURE E LA BARCA DE SAN PIERO 

fonte immagine: milanofree.it
fonte immagine: milanofree.it

“Otto giorni prima e otto giorni dopo comanda la Mare de san Piero”


I temporali improvvisi, l’instabilità del tempo e le violente spesso sorprendenti perturbazioni della fine di giugno erano indicative del passaggio della terribile “strega tempestara”, la madre di san Pietro, il santo che ha tradito Gesù non poteva che avere una madre tremenda e cattiva. In questo periodo scapperebbe di casa, cioè scappa dall’Inferno in cui san Pietro l’ha relegata oppure ottiene in custodia dal figlio per due settimane le chiavi del Paradiso. Per vendicarsi o per dimostrare il suo potere, provoca nei giorni che precedono e seguono la festa dedicata al figlio, tremendi temporali. 

 

«A San Piero, la sera avanti, i ghe mete ‘na botilia de aqua, e i ghe mete rento la ciara solo, e i la mete ent’l’orto prima che vaa do el sole, e la matina i ghe vede rento la basilica de San Piero, se la peta vegner fora ben. La ven fora proprio color de l’argento. Rento se vede tuto el campanil, tuta la basilica de San Pier».

(Testimonianza da Bolca, Verona.)



Il giorno di San Pietro, il 29 giugno, è un giorno di prodigi. Usanza tipica di questo magico periodo dell’anno, legato ai riti dell’estate e quindi al solstizio d’Estate, è lasciare un recipiente pieno d’acqua la notte precedente, a cui si deve aggiungere della chiara d’uovo Nel Veneziano ritroviamo invece la barca di san Piero con le vele spiegate, ma nella notte deve esservi stata la luna, poiché senza la luna, niente barca. Il significato di tale usanza è del tutto avvolto nel mistero di un’antica origine. Probabilmente legato alla previsione del tempo atmosferico, magari connesso al pericolo di terribili temporali, scatenati secondo il folklore veneto dalla vecchia e avara madre di san Pietro, che dall’Inferno sale, proprio il mattino di questo giorno, in Paradiso a trovare il figlio, per poi ritornarvi la sera, sfogando la sua cattiveria con fulmini e grandine nel suo passaggio in Terra.

Ricapitolando gli elementi esoterici e tipici del periodo solstiziale estivo notiamo queste caratteristiche : 21 giugno:  solstizio estate legato all’elemento fuoco e alla barca solare, simbolo di rinnovamento e ritorno alla vita nel suo fulgore ma anche inizio del calare del sole e all’accorciarsi delle giornate.  23/ 24 giugno: san Giovanni legato all’elemento acqua e alle erbe di purificazione. Il passaggio energetico di perfetta unione tra acqua, erbe (terra) e fuochi solstiziali. La notte delle streghe conduce al caos dell’inizio dell’oscurità. 29 giugno : la mare de san Piero, la  strega tempestara e l’elemento aria , che porta con sé i prodigi e l’arte divinatoria della barca, legata all’uovo cosmico, ovvero l’allegoria della rinascita iniziatica dell’essere umano  è stato covato durante il solstizio estivo, purificato a san Giovanni per poi schiudersi e rinascere in acqua con la barca di san Piero.  


Le madri oscure e terribili iniziano a ritornare con la loro presenza ed in realtà l’estate non è così luminosa quanto si pensi...



domenica 11 febbraio 2024

La stregoneria Veneta: Introduzione del libro" Folklore e magia popolare del Veneto"

 Il credere nelle streghe comporta un’interpretazione necessaria che non può essere relegato alla mera superstizione o liquidato come credenze di contadini ignoranti e ubriaconi. 

In questa sede d’analisi non ci si soffermerà nel tentativo di dimostrare o meno l’esistenza delle streghe in quanto donne e uomini dotati di effettivi ed efficaci “poteri magici” ma attraverso lo studio comparato di documenti d’archivio e testimonianze orali raccolte dall’autrice in quindici anni di ricerca sul campo, si tenterà di dipingere nella maniera più appropriata possibile, la figura della striga veneta. Per fare ciò è necessario prendere in esame la complessità degli elementi culturali e folkloristici che hanno nei secoli, contribuito alla creazione della figura della strega, partendo dalle rimanenze pagane delle antiche religiosità presenti nel territorio (si veda  a tal proposito sempre dell’autrice “Divinità, rituali e magia nell’antico Veneto”, e “Calendario tradizionale veneto pagano”,  Intermedia Edizioni, 2022). 

Negli anni vi sono stati pochi autori e ricercatori di spessore che si sono cimentati in quest’impresa frammentaria riguardo il territorio del Veneto e la tematica non è stata ulteriormente approfondita negli ultimi trent’anni circa. Vi sono numerosissimi testi che raccontano pittoresche leggende venete e veneziane aventi come protagonisti strighe e strigoni,  altresì modo è presente una sconfinata letteratura mondiale e italiana dedicata alla tematica stregonesca più o meno pratica o storiografica per poter approfondire gli argomenti trattati che più interessano in macro spettro. 

Quest’opera s’impegna a raccontare in maniera chiara e precisa la realtà stregonesca nelle terre del Veneto, dalle montuose zone Cadorine al Vicentino e al Veronese, passando per campagne e zone rurali sino alle strette calli di Venezia, senza aver la presunzione di illustrare un completo quadro del fenomeno  in quanto estremamente ampio e diversificato in ogni sua accezione locale e paesana. Si è pertanto deciso di operare tramite analogie e punti in comune che unissero le diverse leggende e i racconti di testimonianze orali in modo tale da avere una sorta di linea guida endemica e specifica, applicabile alla maggior parte dei racconti regionali, in modo che non vadano perduti nell’abisso della storia locale e bistrattate come semplici baggianate. Si è preferito anche lasciare m

olte terminologie in lingua veneta originale senza porre una traslitterazione italiana per evitare fraintendimenti o errori interpretativi. Si è scelto pertanto di riportare rari esempi di leggende e racconti popolari, non solo perché già ampiamente trattati da altri autori, ma soprattutto per “ascoltare” direttamente la voce delle “strighe” attraverso testimonianze orali più recenti e l’analisi di numerosi documenti processuali che restano l’unico momento in cui “sentiamo le streghe parlare” in prima persona, perché nelle interviste e nei racconti orali vi è sempre un “sentito dire”, un racconto tramite terzi. 

-F.Bussola -
Per Coven Venice Project e Elena Righetto

Le pratiche di “strighéria” veneta non sono scomparse nella
nostra età contemporanea, ma sono tramandate gelosamente e custodite con segreta perizia da persone che si potrebbero definire “comuni”. Un “mago” o un guaritore è disposto a rivelare qualche piccolo segreto esiste, ma non si troverà mai una “striga” disposta a rivelare in maniera essoterica il suo sapere esoterico. Farlo, infatti, comporterebbe la perdita dei suoi “poteri”, della sua affidabilità e delle sue azioni, non avrebbe più la capacità di poter agire. Per tradizione queste “strighe” sono legate da segreti arcaici e trasmettono la loro conoscenza pratico-magica solamente al momento della loro morte a una persona da solo scelta per intraprendere questo “cammino iniziatico”. I “pignatèi”, in altre parole l’insieme degli strumenti e delle conoscenze magiche, sono è lasciati in eredità a chi e ritenuta più idonea e pronta a ricevere il peso di questo bagaglio millenario. Vi sono persone esperte in “strigàrie” che hanno confidato all’autrice rimedi, fatture e contro-fatture usate sapendo bene che “chi sa fare sa anche disfare”. Essendo queste informazioni state confidate all’autrice nel rispetto del “segreto”, ne è stata anche vietata la pubblica divulgazione con qualsiasi mezzo, pertanto si è scelto di rendere pubblico ciò che è stato concesso dalle persone intervistate.

Che le strighe esistano o siano esistite quindi non è il punto focale di quest’opera bensì prendere atto della loro reale importanza sociale che per secoli è stata presente nella storia e nella cultura del Veneto. Sono esistite, invece e ancora continuano a esserci persone che attribuiscono ad altri la colpa e la ragione di ciò che accade: più inspiegabile appare, più è certo, secondo molti, il complotto, lo zampino di quello, quel diverso, quello “strano”. Dato che la caccia alle streghe è un fenomeno che attraversa trasversalmente la storia, riapparendo ciclicamente con nomi diversi, è opportuno trattarla come un fatto storico e come tale esaminarla, seppur brevemente, nelle sue caratteristiche principali: comprendendone le dinamiche, infatti, è possibile impedirne razionalmente il rischio di sostenerne una, sotto qualunque nome, etichetta, bandiera essa sia propagandata. Si raccomanda pertanto nell’approcciarsi a quest’opera di adeguarsi alla mentalità comune contadina e antica, che si basava sul semplice concetto dicotomico del bene e del male come entità contrapposte e in continua lotta fra loro, senza addentrarci in situazioni teologiche o filosofiche che sarebbero sicuramente fuori luogo. Il primigenio mito della natura “madre e benigna” in cui la morte di ogni essere vivente avviene per vecchiaia naturale si scontra con la realtà quotidiana, violenta, spesso inspiegabile. Secondo il ragionamento “popolare” vi sono due tipologie di “disgrazie”: comuni e universali per l’intera società (carestie, siccità, epidemie ecc.) e le private individuali, ascritte nell’ambito familiare o di paese e in questa tipologia di società/mentalità, l’ammettere di essere colpiti dal castigo divino significava ammettere di essersi macchiati di colpe orride agli occhi dell’intera comunità. Dato che la casualità non esiste, bisognerà quindi trovare la causa del male, un evento maligno proveniente dall’esterno della mia persona e per scovarlo ecco il ricorso alla scienza, all’intervento dei preti e all’utilizzo dei rimedi tramandati agli avi.

Già il mondo pagano aveva e conosceva le sue streghe: streghe (da stryx, strige, un uccello notturno simile a un vampiro) erano dette le donne accusate di succhiare il sangue ai bambini, di ucciderli o di ostacolarne la nascita. Streghe erano le Arpie, divinità degli Inferi, streghe sono state considerate le Gorgoni, la cui sede era presso l’estremo limite dell’occidente, là dove tramontava il sole e dove si credeva avesse inizio il regno dei morti. Evidentemente, quindi, sin dall’antichità l’essere umano nel mondo occidentale ha avuto bisogno di raffigurare in un’immagine concreta, in una figura precisa, con nome e fattezze riconoscibili, ciò che per sua natura non è né chiaro, né noto, né dominabile: insomma, ciò che è diverso e che, per questa ragione, fa paura. In età cristiana medievale, la Chiesa cattolica combatté le eresie soprattutto nei secoli XII-XIV e molto spesso le persecuzioni scatenate contro gli eretici o i non cattolici sono uniti a persecuzioni nei confronti di coloro che si crede abbiano rapporti col mondo delle streghe e soprattutto del diavolo. La convinzione che le streghe esistessero ha permesso di eliminare quelle persone "irregolari" che erano considerate pericolosissime per il potere politico e religioso.  Nell’immaginario collettivo si ritiene che la caccia alle streghe sia stata un fenomeno concernente, il Medioevo. Tuttavia il momento più virulento di quest’orribile realtà si ebbe tra la seconda metà del XVI secolo fino alla fine del XVI, in piena età moderna. L’esplosione di questo fenomeno quindi, pur avendo radici profonde, trova una ragione nelle trasformazioni sociali dell’era moderna e permette, attraverso lo studio della storia, una spiegazione razionale dei suoi meccanismi.

-F.Bussola -
Per Coven Venice Project e Elena Righetto

Dobbiamo ricordare che è la donna, tradizionalmente, a essere vicina al mondo agricolo: infatti, l’antropologia ci ha insegnato che è stata la donna la scopritrice, se così si può dire, dell’agricoltura. Mentre l’uomo era a caccia, la donna preistorica restava a guardia della grotta (o della casa, o della capanna), allevando i figli e osservando i cicli vitali delle erbe e dei semi che crescevano attorno a quel primitivo nucleo umano. Così, stagione dopo stagione, secolo dopo secolo, la donna più dell’uomo conosce il ciclo vegetativo e sa riconoscere le erbe buone da quelle cattive. Questa conoscenza – che giunge a metterla in contatto anche con erbe dalle qualità singolari (venefiche, psicotrope, allucinogene) arricchisce il bagaglio sapienziale della donna guaritrice. Durante il feudalesimo, le società contadine vivevano in condizioni terribili e i medici che sono uomini dotti (le cui pratiche sfiorano spesso l’ambito della magia) sono consultati e pagati solo dai ricchi, che possono permetterseli. Le donne, le “mammane” le “strighe” e le “herbane” e le ostetriche curavano i poveri, i paesani, le persone comuni e i contadini con rimedi erboristici efficaci che la “cultura popolare e orale” avevano tramandato e perfezionato per millenni.  

Ci fu un passaggio che portò la figura della guaritrice e della donna di medicina a diventare pericolosa e diabolica. Spesso accadeva che un trattamento fallisse o semplicemente che in questa categoria di persone si cercasse di riversare tutta la frustrazione in caso di problematiche irrisolvibili. Considerate le condizioni igieniche e sanitarie del tempo, la possibilità si è fatta frequente e molto comune: se cominciano a morire alcuni bambini dei vitelli o degli altri animali e a seccarsi diverse piante, ecco che una ragione ci deve essere, magari, perché quella “strega” (quella diversa, quella strana, quella là, quella che vive lontano da noi) ha gettato il malocchio. Il punto di riferimento contro queste avversità è la Chiesa che, non a caso, si fa particolarmente attenta alle donne che non sono inquadrabili nel costume sociale dell'epoca: le zitelle, le anticonformiste, le donne sole, le donne che abitavano fuori dal villaggio. La donna ritenuta "strega" è colei che è tanto vicina ai misteri della vita da provare anche ad avvicinarvisi, risolvendo, anche solo momentaneamente, il dolore fisico: e questo potere non è accettabile, dalla Chiesa medievale che proclama il dolore fisico come passo che avvicina alla sofferenza di Cristo. Il XIV secolo fu difficile, fatto di grandi cambiamenti, oltre alla frattura interna alla Chiesa, fu il secolo della grande crisi e nella crisi occorre sempre trovare un capro espiatorio, che assuma in sé tutto il peso, tutta la colpa del cambiamento. Faceva comodo credere all'esistenza delle streghe tanto quanto il fatto che esista la credenza nel loro diabolico e sovrumano potere. Il Malleus maleficarum è il "martello delle streghe": è lo strumento con cui gli inquisitori terrorizzati dalla propria impotenza sperano di domare i moti popolari che hanno staccato un’intera fetta di cristianità (l’Europa centrosettentrionale e l’Inghilterra) alla Chiesa cattolica.

Il territorio del Veneto tuttavia presenta delle caratteristiche particolari, che saranno approfondite in corso d’opera, per cui la presenza del governo della Serenissima Repubblica (da sempre avverso alle mire di potere della Santa Sede) mitigò drasticamente le punizioni e le persecuzioni contro le streghe o presunte tali. Questo non accanimento nei confronti di una vasta parte di credenze popolari portò paradossalmente a una progressiva scomparsa graduale della figura della pericolosa strega o del diabolico stregone, relegandone l’ambito di attività ad aspetti marginali della società: alla Serenissima importava solamente che queste pratiche non andassero a intaccare la sicurezza e l’integrità dello Stato.


CONTINUA A LEGGERE QUI: 
FOLKLORE E MAGIA POPOLARE DEL VENETO 


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domenica 19 febbraio 2023

STREGHE & GATTI A VENEZIA. Appunti per la conferenza a Este di domenica 12 febbraio 2023

 

Per le sue movenze eleganti, schive e soprattutto per essere così indipendente, il gatto anche a Venezia ma in tutto il Veneto è da sempre considerato parente del diavolo e nel bellunese chi lo uccideva veniva addirittura scomunicato oltre a incorrere in gravi disgrazie. Son risaputi i collegamenti che i popoli antichi facevano fra gatti e divinità (Freya, Bastet, Afrodite etc) e forse per questa parentela con il mondo dell'occulto si attribuisce al gatto una sorta di “immortalità” ritenendo che abbia sette vite e che sia possibile ucciderlo veramente colpendolo sul naso, mentre il suo punto di forza son i baffi. Anche la triste superstizione che il gatto nero porti sfortuna ha origine in un luogo comune che ha a che fare con una ragione di ordine pratico: di notte molte persone non vedendo l'animale inciampavano o cadevano, incolpando l'ignaro micio colpevole solo di mimetizzarsi con il buio. Proprio quest'ultima caratteristica, il manto nero, ha fatto associare la creatura con tutti gli animali considerati diabolici o demoniaci, che si nascondono e mimetizzano perfettamente nell'oscurità. Il trovarsi a proprio agio nelle tenebre o confondersi con esse fino a diventarne un tutt'uno ha per forza di cose associato il gatto nero con il male e la stregoneria, arte arcana e oscura per eccellenza. A riprova di ciò, tipico delle zone montane del bellunese è il “gato dai oci verdi” che appare improvvisamente sulla strada impedendo il passaggio a chi vorrebbe proseguire, lo fissa con gli occhi verdi, lo “incantesima” e se ne va. Una storiella che mi raccontava mio nonno avvenne a Mira Porte quando lui era piccolo, di un uomo che tornando a casa con il suo carretto diede una frustata a un gatto nero che stava in quel momento passando, uccidendolo. Tornato a casa, trovò “sora al portèo” quindi nel carretto, sette ossa di gatto. L'uomo morì dopo sette giorni. Si diceva anche che i gatti fossero messaggeri degli spiriti i quali non potendo farsi vedere dai vivi, abbiano trovato questo mezzo per comunicare la loro presenza. Un trucco utile per esorcizzare il passaggio dei gatti neri era togliersi una scarpa e lanciarla in modo da passare la traiettoria del gatto, fare le “corna” dietro la schiena o toccando un oggetto di ferro dicendo “Striga, va via che no te me strigarè” oppure semplicemente cambiare strada.

Anche a Venezia i gatti neri vennero associati alle streghe e alla stregoneria così nel corso dei secoli leggende su leggende si sono costruite in merito a questa tematica, ma la loro nomea negativa è anche legata ad un fatto storico. I turchi, acerrimi nemici dei Veneziani, erano soliti portare nelle loro navi dei gatti per cacciare i topi perciò dal XII secolo iniziò a farsi strada l'idea che avvistare un gatto corrispondeva, per analogia, all'arrivo di pirati o pericoli esterni.


Una leggenda popolare di Castello, a Venezia, racconta che la notte di sant'Agostino, fra il 27 e il 28 agosto, dai giardini dell'Arsenale si muovano in processione dieci donne, dirette all'albero di noce, ascoltino una lezione impartita da una strega anziana, sicuramente una capo congrega, e che poi si dirigano al vicino canale, chinando l'orecchio sinistro fino a sfiorare l'acqua sussurrando “ Dime acqua, svelame i to segreti...” . Si dice anche anche che per non essere scoperte, in tempi moderni si trasformino in dieci gatti.


A livello prettamente “magico” il gatto è considerato il “famiglio” della strega, l'aiuta nei suoi preparamenti magici e trova per lei gli ingredienti utili; usa infatti la sua eleganza e i suoi trucchetti per ingraziarsi le persone e smorzarne la diffidenza. La strega padrona può così operare al sicuro nella sua casa senza sospetti o chiacchiere, affiancata dal suo amico e guardiano complice che però ha anche la capacità di individuare gli spiriti nemici, i demoni malvagi e le forme oscure che s'insidiano fra le mura domestiche delle streghe per far loro del male o per sottrarre le formule magiche.

Una simpatica formuletta, si dice, venga pronunciata dalla strega per trasformarsi in gatto:

Quato, quato, arriva el gato, ocio de luze che ora riluze.

Gato mato, gato furbo nero nero e no me turbo.

Gato ti xe ti, gato son mi, vien qua me bel gàtin!”


Il pozzo delle streghe e il gatto

Questa leggenda è stata rintracciata non solo a Venezia ma anche a Trevenzuolo, citato anche dagli autori Zannoni e Muraro a Villa Rovereti Zurla nel veronese e nel pozzo circolare vicino a Dormegliara.

Una tradizione risalente al XV secolo vuole che le streghe si radunassero attorno al pozzo le notti di sabato per le loro “danze notturne”, ne ho parlato anche nel mio libro “I Signori di Notte al Criminal, la polizia notturna della Serenissima”. Al mattino non vi era traccia del loro passaggio (come invece accadeva attorno ai salici e ai noci in cui si notava il calpestio, la “pista” lasciata da questi rituali) tranne un persistente odore di zolfo. Nel pozzo di Dormegliara si racconta che un giovane ragazzo, preso da curiosità, una volto calatosi nel pozzo dovette risalire immediatamente a causa del calore infernale dell'acqua. Curiosamente questo pozzo presenta attualmente acqua a temperatura di circa 43°, forse segno di una falda termale sotterranea.

Anche a Venezia dunque si registra la presenza di questi “pozzi” infernali, chiaro riferimento al potere ctonio, sotterraneo dell'acqua, così preziosa nella città lagunare. Nel medioevo veneziano, Riva degli Schiavoni presentava una fisionomia totalmente diversa da quella attuale ed era coacervo abitativo di ogni sorta di mascalzone, povero e mendicante, insomma i bassifondi di Venezia si trovavano proprio li. Durante la prima decade del 1300, un certo Signor di Notte, Marco Donato, estese la sua “protezione” nei confronti di una striga che viveva in una capanna a due passi da Piazza San Marco. I magistrati dediti allo stanare i crimini notturni spesso si avvalevano dell'aiuto di questi personaggi scomodi dato che erano occhi e orecchie diretti dal popolo e in un periodo delicato come quello a ridosso della congiura di Bajamonte Tiepolo era fondamentale ascoltare i sussurri e il malcontento popolare.

Presumibilmente la leggenda è ambientata proprio in questa zona ormai completamente trasformata di Venezia e risale al XV secolo anche se sicuramente trae le sue fondamenta da episodi più antichi, trecenteschi. Un giovedì sera, mentre in un'osteria si stava discutendo di alcuni strani fatti che avvenivano nel pozzo del campo, entrò trafelatissimo un giovane uomo, pallido come un cencio, accompagnato da un vecchio anch'egli visibilmente scosso, che giurò di aver visto delle gatte trasformarsi in streghe e il vecchio mostrò il suo braccio sfregiato dallo stesso “Diavolo” per avvalorare la sua storia. All'udir quelle parole, un uomo con un occhi solo si alzò dal suo tavolo e s'intromise nella faccenda, dicendo che quelle erano solo fantasie di persone sciocche e superstiziose, probabilmente ubriache. Promise quindi di recarsi da solo al pozzo il giorno dopo, la sera del Venerdì Santo. Gli avventori dell'osteria tentarono di dissuaderlo ben consci che il Venerdì Santo è per tradizione una ricorrenza legata alle strighe e al Demonio ma l'uomo era risoluto. Il giorno seguente, gli avventori dell'osteria si accordarono per dare una lezione all'uomo con un occhio solo che aveva osato dubitare della loro parola e si radunarono in una calletta stretta che sbucava sul campo del pozzo. Attesero e allo scoccare della mezzanotte, dell'uomo con un occhio solo non vi era traccia. Improvvisamente però un grosso gatto nero attraversò il campo, balzò sull'anello della vera del pozzo e iniziò a miagolare terribilmente. La bocca del pozzo iniziò a vomitare rospi, gatti, cornacchie e altri animali che appena toccata terra si trasformarono in streghe e stregoni, attaccando i malcapitati che terrorizzati assistevano alla scena dalla calletta. Alcuni fuggirono per le calli, altri si gettarono in canale, chi terrorizzato rimase in attesa della sua fine. La lotta e la caccia degli “strighi” si fermò a causa di un altissimo miagolio che li fece sparire nuovamente nel pozzo da dov'erano usciti. Proprio allora la luna rischiarò il campo del pozzo illuminando il possente gatto nero che si ergeva maestoso sulla vera da pozzo. Un gatto con un occhio solo.

Come sempre le streghe son associate ai gatti neri e alla loro trasformazione in essi, retaggio di arcaici culti e pratiche sciamaniche in cui la praticante, sotto effetto spesso di sostanze psicotrope, compiva “viaggi” nel mondo degli spiriti e per farlo, la sua anima abbandonava il corpo dormiente per trasformarsi in vari animali-guida sciamanici. Per noi la tradizione è legata ovviamente ai racconti stregoneschi ma per altre tradizioni che ancor oggi seguono pratiche sciamaniche reali questo “viaggio” non è un'allegoria o una fantasia ma una reale pratica spirituale. Abbiamo prove che i “viaggi in spirito” avvenissero ancora fra Veneto e Friuli fino al Concilio di Trento (metà del 1500) quando tutte le pratiche di questo tipo furono bandite e demonizzate ufficialmente dalla Chiesa. Anche i Benandanti, una sorta di “stregoni” buoni sostenevano di andare in “viaggio” astrale o extracorporeo, durante le quattro tempora, a combattere contro le streghe e gli stregoni malvagi colpendoli con rami di sambuco e difendendosi dai rami di sorgo. Per sottrarsi a chi dava loro la caccia le streghe si trasformavano in gatti dopo essersi recate al sabba in quella forma per non essere riconosciute.


Come sappiamo un tempo le malattie anche comuni ai giorni d'oggi non avevano né spiegazione né risoluzione medica e ci si affidava agli esosi “cherusici” i medici dell'epoca e alle herbane, donne che applicavano la loro conoscenza di rimedi botanici e formule guaritrici propiziatorie in cambio di offerte per il loro servigio. Vi era un labile confine fra l'herbana e la striga, infatti quest'ultima non solo applicava le conoscenze erboristiche a fin di bene ma aveva anche la capacità di preparare e somministrare intrugli e veleni potenti. La Serenissima Repubblica, è bene ribadirlo, non si accanì mai contro le “streghe” in quanto presunte adoratrici del Demonio ma in quanto pericolose operatrici che potevano con le loro conoscenze pratiche danneggiare la salute pubblica.

Si racconta a Venezia che un nobile patrizio, disperato a causa dei frequenti attacchi d'asma serali del figlio e dato che poteva permetterselo, dopo aver consultato fior fiore di medici della città si decise a chiedere un consulto a una donna esperta di arti magiche. Dopo aver ascoltato attentamente la sintomatologia (dato che gli attacchi asmatici avvenivano sempre al momento di coricarsi) sentenziò che il piccolo era stato stregato e raccomandò al padre di osservare attentamente ciò che accadeva nella stanza da letto prima delle convulsioni. Il padre, pur scettico, con la perizia tipica dei Veneziani, annotò ogni particolare e si accorse in pochissimo tempo che ogni sera una gatta nera d'intrufolava silenziosamente in camera del figlio e al suo ingresso si manifestavano le crisi asmatiche del piccolo. Oggi come all'epoca, si spiegò questo fatto con un'allergia provocata dall'ingresso dall'animale, probabilmente randagio, scatenante l'asma, ma questa storia ha ben altro risvolto. La sera successiva infatti vennero sbarrate porte e finestre in modo da impedire all'animale di entrare e il piccolo dormì tranquillamente. Il nobile veneziano e sua moglie decisero di sopprimere l'animale tenendogli un agguato. Lasciata appositamente una finestra aperta, verso l'una di notte la gatta scavalcò il cancello del palazzo e balzò in camera entrando dalla finestra. Il padre rimase immobile e udì il figlio iniziare a tossire, confortato da sua madre, poi la gatta finalmente uscì ma fu prontamente bersagliata dal lancio di un pugnale affilato. Purtroppo a causa dell'oscurità il pugnale solamente ferì la bestia a una zampa anteriore e riuscì a fuggire, non tornando più. La faccenda venne dimenticata per mesi sennonché un giorno venne in visita un'anziana lontana zia della moglie che era solita visitare frequentemente il piccolo ma da qualche mese mancava all'appuntamento adducendo motivi di salute. La moglie preoccupata andò a farle visita senza preavviso e fu così che la trovò viva e vegeta ma con l'avambraccio destro amputato!



Appunti per la conferenza presso la sala Turi Fedele a Este, organizzata dalla libreria "La gatta del Petrarca" in data 12 febbraio 2023.







mercoledì 21 giugno 2017

Antica cartomanzia Veneziana, curiosità e segreti.



Cari lettori e care lettrici,
l’articolo che vi propongo qui di seguito è diverso dal mio solito lavoro di ricerca storico-archeologico sul territorio e si avvicina maggiormente a quel bacino di usi e credenze popolari venete a cui attingo spesso. Ringrazio pubblicamente le amiche e gli amici che mi hanno spronata su Facebook a scriverlo!


Vi parlo del “FAR LE CARTE” alla Veneziana, cioè delle usanze e delle curiosità riguardanti l’arte antica della cartomanzia che in quel della città lagunare si è storicamente diffusa in modo semplice e cristallino, difficilmente adombrata dalle imposizioni cattoliche ed arricchita da molti aspetti esoterici ed esotici tipici di una capitale mondiale del commercio marittimo.
Vi racconterò alcuni fatti curiosi, che ho potuto apprendere da chi mi ha personalmente insegnato a praticare quest’arte, tuttavia però dovrete accontentarvi di una parte, altrimenti dove si nasconderebbe il fascino della segretezza e della Tradizione?

“ Se ga da usar le carte da scoà…” Si devono usare le “carte da scopa, briscola, tresette” o più semplicemente gli Arcani Minori del normale mazzo di tarocchi.

“Le carte le se fa le nove de la matina, a mezogiorno, ai do boti e a mezanote” non si fanno il sabato e la domenica, non si fanno nei giorni di Natale e Pasqua, mentre è bene farle “el xorno dei morti el primo de novembre”, il mercoledì ed il venerdì.
Il gioco delle carte  “veneziane” si deve eseguire per sette volte in una lettura e dopo aver compiuto sette precisi passaggi (di cui elencherò solamente il quarto) “basta, non se fa altro par vintiquatro ore, perché le xe calde e le xe calde se le se torna a fa, no le val”, si deve smettere il gioco e riporre il mazzo in un luogo sicuro.

Si prendono dunque le carte, le si mescola e “se ghe dise le so parolete”, ovvero si sussurra al mazzo delle apposite “paroline” che secondo la tradizione sono magiche ed hanno la funzione di caricare il mazzo ed augurare una buona riuscita della lettura. Ogni anziana signora ha “le so parolete” personali e mi è stato assicurato che “sensa le parolete le carte xe megio butarle via tute perché no le val gnente” la lettura risulterà inutile e fallace, (quindi, care signorine, non ci s’improvvisa “cartomanti tradizionali” o peggio “streghe tradizionali” dopo aver letto quest’articolo per piacere…).
Il consultante prende le carte e le divide in tre “monti” cioè tre mucchietti, il cartomante li segna con tre “corni” a croce e s’inizia a svolgerle per sette volte continuative “drio man”  e si guarda sempre dove il significato delle carte va a parare ed in quel punto si va ad insistere.
I sette passaggi sono molto precisi e  non bisogna saltarne neppure uno altrimenti non si può giungere  a quelli principali ovvero il quarto ed quinto.
Nel quarto passaggio “se mete zo le carte” si svolgono le carte scoperte ad una ad una e si formano sette “monti” ognuno con un significato particolare che è curioso mostrarvi : “un monte per lei, uno per lui, uno per la casa, uno per il fuori di casa, uno per chi non si aspetta, uno per chi deve arrivare, uno per chi dev’essere consolato.
In seguito a ciò si fa la “Scala del Diavolo” che porta all’ultimo passaggio che è più un gioco divinatorio, il “Cossa me rispondistu?” una sorta di “si o no” in base al significato intrinseco della carta.
Eh si, perché le carte “da briscola” nel veneziano hanno significati diversissimi dall’uso classico simbolico degli Arcani Minori. Ogni carta, ogni seme ed ogni figura contengono un significato unico e ben preciso, ve ne elenco alcuni affinchè vi siano d’esempio:
Asso di Denari dritto significa “Allegria”, rovescio invece “una novità”;
Asso di Coppe dritto significa “Casa o persone che attendono in casa” mentre rovescio “ Na cosa da gnente, una piccolezza”;
Asso di Spade significa “un grande interesse” mentre l’asso di Bastoni rappresenta “ il viaggio di nozze”.
Di altre carte alcuni pittoreschi significati sono:  Un viaggio notturno, i soldi, il letto, il pensiero dell’amata o dell’amato, la porta, il matrimonio, un desiderio, un cavallo da traino, un ricco, un dispiacere…




Come potete ben notare sia la simbologia che il significato esoterico sono estremamente diversi dalla lettura classica dei Tarocchi e rivolti a risolvere “magagne” problemucci della vita quotidiana, non a dare risposta a domande filosofiche o a “prevedere il futuro”. Erano una sorta di oracolo molto immediato e pratico, utile, volto a dare un consiglio riguardo un dispiacere o un problema di raccolto, riguardo al periodo più adatto per piantare i pomodori o per convolare a nozze, chiedere se fosse più intelligente andar a pescare in laguna o in mar aperto…
Come sempre il popolo veneziano ha saputo esprimere anche in questi “oracoli” casalinghi, antichi e tradizionali la sua anima pratica, lavoratrice ed anche “estrosa”, fantasiosa.

Nelle carte trevigiane, nella serie di assi, 
si trovano stampate delle frasi per i giocatori come se fossero massime morali e come diceva un vecchio proverbio Chi un dì vince e dieci perde alla fin si trova al verde  

Spero abbiate gradito questo mio piccolo omaggio ad una tradizione davvero “segreta” della mia terra.
Se desiderate saperne di più vi raccomando il saggio “ Credenze popolari veneziane” di Domenico Bernoni, tuttavia essendo un testo del 1874 è di difficilissima reperibilità. Mal che vada venite a trovarmi per un caffè.

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