Nel cuore pulsante del Mediterraneo antico, il silenzio era un concetto quasi sconosciuto. Ogni fruscio di foglie, ogni volo d’uccello o grido improvviso non era un semplice evento naturale, ma un frammento di una sapienza superiore che attendeva di essere decodificato.
La divinazione non era una superstizione per menti ingenue, ma una complessa architettura del sapere: un ponte gettato tra la limitatezza umana e l'onniscienza del divino.
Riscoprire oggi la divinazione antica significa tornare a un tempo in cui l'uomo sapeva ancora ascoltare il mondo come un organismo vivente, dove ogni cosa aveva una voce e ogni voce era un sentiero verso il sacro.
Il Mantis e la Sfida del Segno
Al centro di questo mondo troviamo il mantis, l’indovino. Il suo nome deriva dalla radice *men-, che indica un potenziamento dell'anima: egli è colui che possiede una sapienza superiore, capace di abbracciare in un solo sguardo tà eònta, ovvero ciò che è, che è stato e che sarà. Il suo strumento è il segno (semeìon), il punto di rottura in cui l'eterno irrompe nel quotidiano. Che si trattasse di oionòs (il volo degli uccelli), di phàsma (visioni atmosferiche) o di tèras (prodigi mostruosi), il segno non era mai esplicito. Come diceva Eraclito, il dio di Delfi "non dice né nasconde, ma indica". Questo creava una vera e propria gara di sapienza: l'uomo era chiamato a sciogliere l'enigma lanciato dalla divinità. Fallire nell'interpretazione non significava solo ignorare il futuro, ma rischiare la rovina, poiché il segno oscuro è una sfida dialettica tra l'intelletto umano e la potenza divina.
La Sibilla: Una Voce "Centrifuga" e Multipla
Se la Pizia di Delfi era la voce "istituzionale" del tempio, la Sibilla incarna l'aspetto più selvaggio e primordiale della profezia. È una figura nomade, una voce senza corpo che sembra scaturire direttamente dalle viscere della terra. La sua è una "bocca delirante" che, mossa dal dio, pronuncia parole prive di eleganza o profumi, eppure capaci di superare i millenni. L'aspetto più straordinario della Sibilla è la sua plurivocità. Gli studiosi parlano di glossolalia: uno spazio di manipolazioni vocali, fatto di sibili, grida e vibrazioni, che si colloca a metà strada tra il silenzio e il linguaggio strutturato. È la polifonia delle "cento bocche" descritta da Virgilio, una voce "centrifuga" che trasforma tutto l'ambiente circostante in uno spazio di risonanza profetica. In questo coro sovrumano, il senso non risiede nella sintassi, ma nella vibrazione sonora stessa, che solo la divinità può pienamente comprendere.
Eppure, questa voce potente cercava spesso un "corpo" nella scrittura. È celebre il rito della Sibilla Cumana, che affidava i suoi responsi a foglie di palma. Questo metodo introduceva un elemento di caos: il vento poteva rimescolare le foglie, costringendo il consultante a una difficile opera di ricomposizione. Si parla in questi casi di steganografia (scrittura segreta) o di messaggi acrostici, dove la verità è nascosta sotto un codice cifrato.
In Italia antica, questa pratica si legava alla cleromanzia, l'uso delle sortes (tavolette di quercia, metallo o legno), creando una vera propria koinè culturale: un linguaggio comune che univa Greci, Etruschi e Italici nella medesima ricerca di un contatto con l'invisibile.
La Magia delle Vibrazioni e i Papiri Magici
Verso l'epoca tardo-ellenistica, la divinazione si intreccia indissolubilmente con la magia rituale, come testimoniano i Papiri Greci Magici (PGM). Qui la voce non serve più solo a conoscere il destino, ma a manipolare la realtà. L'operatore rituale diventa isothèos phisis (di natura uguale agli dei) e utilizza le voces magicae: sequenze vocaliche e nomi "barbarici" che non servono a comunicare concetti, ma ad attivare l'energia dell'efficacia (Heka). In questi riti, il suono è una forza fisica, una vibrazione che mette in sintonia l'anima dell'uomo con le frequenze dell'universo.
Il Tramonto della Polifonia: Verso il Logos
Questo mondo vibrante di voci animali, suoni inarticolati e divinità "parlanti" ha subito una trasformazione radicale con l'avvento del monoteismo. Il passaggio dalla pluralità delle voci al primato del Logos – la parola razionale, ordinatrice e creatrice – ha gradualmente messo a tacere il delirio della Sibilla. La voce divina è diventata "Verbo", spirito e legge, distinguendosi nettamente dal rumore del mondo e dal verso degli animali.
ELENA RIGHETTO - TUTTI I DIRITTI RISERVATI - TESTO COPERTO DA DIRITTO D'AUTORE E COPYRIGHT
Bibliografia di approfondimento
Crippa, Sabina, La Voce. Sonorità e pensiero alle origini della cultura europea, Roma, 2015.
Crippa, Sabina, Figures du σιβυλλαίνειν, in La Sibylle: Parole et représentation, Rennes, 2004.
Manetti, Giovanni, Le teorie del segno nell'antichità classica, Bompiani, Milano, 1987.
Manetti, Giovanni, Strategie del discorso oracolare: la scrittura, in Sibille e linguaggi oracolari, Macerata, 1998.
Poccetti, Paolo, Scrittura e forme oracolari nell'Italia antica, in Sibille e linguaggi oracolari (a cura di I. Chirassi Colombo e T. Seppilli), Macerata, 1998.
Vernant, Jean-Pierre (et al.), Divination et Rationalité, Éditions du Seuil, Paris, 1974.
Appunti personali del corso di laurea in Storia delle Religioni, Cà Foscari 2025



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