Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand
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domenica 11 febbraio 2024

La stregoneria Veneta: Introduzione del libro" Folklore e magia popolare del Veneto"

 Il credere nelle streghe comporta un’interpretazione necessaria che non può essere relegato alla mera superstizione o liquidato come credenze di contadini ignoranti e ubriaconi. 

In questa sede d’analisi non ci si soffermerà nel tentativo di dimostrare o meno l’esistenza delle streghe in quanto donne e uomini dotati di effettivi ed efficaci “poteri magici” ma attraverso lo studio comparato di documenti d’archivio e testimonianze orali raccolte dall’autrice in quindici anni di ricerca sul campo, si tenterà di dipingere nella maniera più appropriata possibile, la figura della striga veneta. Per fare ciò è necessario prendere in esame la complessità degli elementi culturali e folkloristici che hanno nei secoli, contribuito alla creazione della figura della strega, partendo dalle rimanenze pagane delle antiche religiosità presenti nel territorio (si veda  a tal proposito sempre dell’autrice “Divinità, rituali e magia nell’antico Veneto”, e “Calendario tradizionale veneto pagano”,  Intermedia Edizioni, 2022). 

Negli anni vi sono stati pochi autori e ricercatori di spessore che si sono cimentati in quest’impresa frammentaria riguardo il territorio del Veneto e la tematica non è stata ulteriormente approfondita negli ultimi trent’anni circa. Vi sono numerosissimi testi che raccontano pittoresche leggende venete e veneziane aventi come protagonisti strighe e strigoni,  altresì modo è presente una sconfinata letteratura mondiale e italiana dedicata alla tematica stregonesca più o meno pratica o storiografica per poter approfondire gli argomenti trattati che più interessano in macro spettro. 

Quest’opera s’impegna a raccontare in maniera chiara e precisa la realtà stregonesca nelle terre del Veneto, dalle montuose zone Cadorine al Vicentino e al Veronese, passando per campagne e zone rurali sino alle strette calli di Venezia, senza aver la presunzione di illustrare un completo quadro del fenomeno  in quanto estremamente ampio e diversificato in ogni sua accezione locale e paesana. Si è pertanto deciso di operare tramite analogie e punti in comune che unissero le diverse leggende e i racconti di testimonianze orali in modo tale da avere una sorta di linea guida endemica e specifica, applicabile alla maggior parte dei racconti regionali, in modo che non vadano perduti nell’abisso della storia locale e bistrattate come semplici baggianate. Si è preferito anche lasciare m

olte terminologie in lingua veneta originale senza porre una traslitterazione italiana per evitare fraintendimenti o errori interpretativi. Si è scelto pertanto di riportare rari esempi di leggende e racconti popolari, non solo perché già ampiamente trattati da altri autori, ma soprattutto per “ascoltare” direttamente la voce delle “strighe” attraverso testimonianze orali più recenti e l’analisi di numerosi documenti processuali che restano l’unico momento in cui “sentiamo le streghe parlare” in prima persona, perché nelle interviste e nei racconti orali vi è sempre un “sentito dire”, un racconto tramite terzi. 

-F.Bussola -
Per Coven Venice Project e Elena Righetto

Le pratiche di “strighéria” veneta non sono scomparse nella
nostra età contemporanea, ma sono tramandate gelosamente e custodite con segreta perizia da persone che si potrebbero definire “comuni”. Un “mago” o un guaritore è disposto a rivelare qualche piccolo segreto esiste, ma non si troverà mai una “striga” disposta a rivelare in maniera essoterica il suo sapere esoterico. Farlo, infatti, comporterebbe la perdita dei suoi “poteri”, della sua affidabilità e delle sue azioni, non avrebbe più la capacità di poter agire. Per tradizione queste “strighe” sono legate da segreti arcaici e trasmettono la loro conoscenza pratico-magica solamente al momento della loro morte a una persona da solo scelta per intraprendere questo “cammino iniziatico”. I “pignatèi”, in altre parole l’insieme degli strumenti e delle conoscenze magiche, sono è lasciati in eredità a chi e ritenuta più idonea e pronta a ricevere il peso di questo bagaglio millenario. Vi sono persone esperte in “strigàrie” che hanno confidato all’autrice rimedi, fatture e contro-fatture usate sapendo bene che “chi sa fare sa anche disfare”. Essendo queste informazioni state confidate all’autrice nel rispetto del “segreto”, ne è stata anche vietata la pubblica divulgazione con qualsiasi mezzo, pertanto si è scelto di rendere pubblico ciò che è stato concesso dalle persone intervistate.

Che le strighe esistano o siano esistite quindi non è il punto focale di quest’opera bensì prendere atto della loro reale importanza sociale che per secoli è stata presente nella storia e nella cultura del Veneto. Sono esistite, invece e ancora continuano a esserci persone che attribuiscono ad altri la colpa e la ragione di ciò che accade: più inspiegabile appare, più è certo, secondo molti, il complotto, lo zampino di quello, quel diverso, quello “strano”. Dato che la caccia alle streghe è un fenomeno che attraversa trasversalmente la storia, riapparendo ciclicamente con nomi diversi, è opportuno trattarla come un fatto storico e come tale esaminarla, seppur brevemente, nelle sue caratteristiche principali: comprendendone le dinamiche, infatti, è possibile impedirne razionalmente il rischio di sostenerne una, sotto qualunque nome, etichetta, bandiera essa sia propagandata. Si raccomanda pertanto nell’approcciarsi a quest’opera di adeguarsi alla mentalità comune contadina e antica, che si basava sul semplice concetto dicotomico del bene e del male come entità contrapposte e in continua lotta fra loro, senza addentrarci in situazioni teologiche o filosofiche che sarebbero sicuramente fuori luogo. Il primigenio mito della natura “madre e benigna” in cui la morte di ogni essere vivente avviene per vecchiaia naturale si scontra con la realtà quotidiana, violenta, spesso inspiegabile. Secondo il ragionamento “popolare” vi sono due tipologie di “disgrazie”: comuni e universali per l’intera società (carestie, siccità, epidemie ecc.) e le private individuali, ascritte nell’ambito familiare o di paese e in questa tipologia di società/mentalità, l’ammettere di essere colpiti dal castigo divino significava ammettere di essersi macchiati di colpe orride agli occhi dell’intera comunità. Dato che la casualità non esiste, bisognerà quindi trovare la causa del male, un evento maligno proveniente dall’esterno della mia persona e per scovarlo ecco il ricorso alla scienza, all’intervento dei preti e all’utilizzo dei rimedi tramandati agli avi.

Già il mondo pagano aveva e conosceva le sue streghe: streghe (da stryx, strige, un uccello notturno simile a un vampiro) erano dette le donne accusate di succhiare il sangue ai bambini, di ucciderli o di ostacolarne la nascita. Streghe erano le Arpie, divinità degli Inferi, streghe sono state considerate le Gorgoni, la cui sede era presso l’estremo limite dell’occidente, là dove tramontava il sole e dove si credeva avesse inizio il regno dei morti. Evidentemente, quindi, sin dall’antichità l’essere umano nel mondo occidentale ha avuto bisogno di raffigurare in un’immagine concreta, in una figura precisa, con nome e fattezze riconoscibili, ciò che per sua natura non è né chiaro, né noto, né dominabile: insomma, ciò che è diverso e che, per questa ragione, fa paura. In età cristiana medievale, la Chiesa cattolica combatté le eresie soprattutto nei secoli XII-XIV e molto spesso le persecuzioni scatenate contro gli eretici o i non cattolici sono uniti a persecuzioni nei confronti di coloro che si crede abbiano rapporti col mondo delle streghe e soprattutto del diavolo. La convinzione che le streghe esistessero ha permesso di eliminare quelle persone "irregolari" che erano considerate pericolosissime per il potere politico e religioso.  Nell’immaginario collettivo si ritiene che la caccia alle streghe sia stata un fenomeno concernente, il Medioevo. Tuttavia il momento più virulento di quest’orribile realtà si ebbe tra la seconda metà del XVI secolo fino alla fine del XVI, in piena età moderna. L’esplosione di questo fenomeno quindi, pur avendo radici profonde, trova una ragione nelle trasformazioni sociali dell’era moderna e permette, attraverso lo studio della storia, una spiegazione razionale dei suoi meccanismi.

-F.Bussola -
Per Coven Venice Project e Elena Righetto

Dobbiamo ricordare che è la donna, tradizionalmente, a essere vicina al mondo agricolo: infatti, l’antropologia ci ha insegnato che è stata la donna la scopritrice, se così si può dire, dell’agricoltura. Mentre l’uomo era a caccia, la donna preistorica restava a guardia della grotta (o della casa, o della capanna), allevando i figli e osservando i cicli vitali delle erbe e dei semi che crescevano attorno a quel primitivo nucleo umano. Così, stagione dopo stagione, secolo dopo secolo, la donna più dell’uomo conosce il ciclo vegetativo e sa riconoscere le erbe buone da quelle cattive. Questa conoscenza – che giunge a metterla in contatto anche con erbe dalle qualità singolari (venefiche, psicotrope, allucinogene) arricchisce il bagaglio sapienziale della donna guaritrice. Durante il feudalesimo, le società contadine vivevano in condizioni terribili e i medici che sono uomini dotti (le cui pratiche sfiorano spesso l’ambito della magia) sono consultati e pagati solo dai ricchi, che possono permetterseli. Le donne, le “mammane” le “strighe” e le “herbane” e le ostetriche curavano i poveri, i paesani, le persone comuni e i contadini con rimedi erboristici efficaci che la “cultura popolare e orale” avevano tramandato e perfezionato per millenni.  

Ci fu un passaggio che portò la figura della guaritrice e della donna di medicina a diventare pericolosa e diabolica. Spesso accadeva che un trattamento fallisse o semplicemente che in questa categoria di persone si cercasse di riversare tutta la frustrazione in caso di problematiche irrisolvibili. Considerate le condizioni igieniche e sanitarie del tempo, la possibilità si è fatta frequente e molto comune: se cominciano a morire alcuni bambini dei vitelli o degli altri animali e a seccarsi diverse piante, ecco che una ragione ci deve essere, magari, perché quella “strega” (quella diversa, quella strana, quella là, quella che vive lontano da noi) ha gettato il malocchio. Il punto di riferimento contro queste avversità è la Chiesa che, non a caso, si fa particolarmente attenta alle donne che non sono inquadrabili nel costume sociale dell'epoca: le zitelle, le anticonformiste, le donne sole, le donne che abitavano fuori dal villaggio. La donna ritenuta "strega" è colei che è tanto vicina ai misteri della vita da provare anche ad avvicinarvisi, risolvendo, anche solo momentaneamente, il dolore fisico: e questo potere non è accettabile, dalla Chiesa medievale che proclama il dolore fisico come passo che avvicina alla sofferenza di Cristo. Il XIV secolo fu difficile, fatto di grandi cambiamenti, oltre alla frattura interna alla Chiesa, fu il secolo della grande crisi e nella crisi occorre sempre trovare un capro espiatorio, che assuma in sé tutto il peso, tutta la colpa del cambiamento. Faceva comodo credere all'esistenza delle streghe tanto quanto il fatto che esista la credenza nel loro diabolico e sovrumano potere. Il Malleus maleficarum è il "martello delle streghe": è lo strumento con cui gli inquisitori terrorizzati dalla propria impotenza sperano di domare i moti popolari che hanno staccato un’intera fetta di cristianità (l’Europa centrosettentrionale e l’Inghilterra) alla Chiesa cattolica.

Il territorio del Veneto tuttavia presenta delle caratteristiche particolari, che saranno approfondite in corso d’opera, per cui la presenza del governo della Serenissima Repubblica (da sempre avverso alle mire di potere della Santa Sede) mitigò drasticamente le punizioni e le persecuzioni contro le streghe o presunte tali. Questo non accanimento nei confronti di una vasta parte di credenze popolari portò paradossalmente a una progressiva scomparsa graduale della figura della pericolosa strega o del diabolico stregone, relegandone l’ambito di attività ad aspetti marginali della società: alla Serenissima importava solamente che queste pratiche non andassero a intaccare la sicurezza e l’integrità dello Stato.


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FOLKLORE E MAGIA POPOLARE DEL VENETO 


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domenica 19 febbraio 2023

Calendario tradizionale veneto pagano

Presentazione dell'opera di Elena Righetto

     


Nella nostra civiltà postmoderna, scientifica, secolarizzata, laica e razionalista vediamo con qualche sorpresa riemergere e diffondersi la tendenza a ripristinare quell’orientamento mentale già proprio di antiche civiltà e di società che tendiamo a etichettare come “primitive” e che salda insieme in un nodo indissolubile religione, vita agreste, magia e guarigione. Nelle antiche civiltà precristiane e in molte culture anche contemporanee, al medico spetto il ruolo sacerdote di un culto divino e nelle società tradizionali spetta tutt’oggi a un operatore di magia e rituali religiosi il compito di diagnosticare curare e guarire malattie, che si tratti di un medico-mago o d’un sacerdote ispirato dagli dei o uno sciamano avente rapporti esoterici con gli spiriti. L’Occidente cristiano non è da meno e il corrispondente orientamento mentale ha acquisito nel corso dei secoli e dei millenni un’espansione non solo a livello di religiosità popolare con culti terapeutici ed agresti dedicati ai santi o alla Madonna cui chiedere aiuto e sollievo, con una sorta di “ritorno al sacro” che decisamente ha poco di valenza cristiana e monoteistica. La storia della ritualistica popolare legata al culto agreste e lo seguire pedissequamente quelle stesse impostazioni date dalla natura stessa delle scadenze calendariali e delle terapie magico-sacrali esige un chiarimento preliminare circa i livelli culturali dalle quali esse derivano e nei quali sono costantemente inserite. La documentazione raccolta in questo studio indica che la loro origine e il loro sviluppo vanno ricercati in ambito che sarebbe impreciso designare come “popolare”: questo sistema di “credenze” e tradizioni, potentemente ancorate nel territorio, si sono formate in un area intermedia fra il culto e il subalterno, con scambi continui fra l’elaborazione dotta e un patrimonio culturale che va assegnato alle “genti” europee.


Un tempo, nel Veneto rurale e in altre zone d’Italia, quando l’assistenza medica era precaria o costosa, per i rimedi semplici si ricorreva alle cure familiari o ci si rivolgeva ai “botani”, o alle pericolose “herbere” a mezzo fra guaritrici e streghe e molto spesso il rifiutare l’idea della malattia o della morte faceva nascere l’unica spiegazione che fossero causate da entità maligne o da altre motivazioni sovrannaturali. Il legame fra “mente, corpo, spirito” era indissolubile, legato alla consapevolezza di far parte della Natura e di seguire perciò i suoi dettami. I sospetti di “maledizioni “ o “fatture” spingevano a consultare un esperto guaritore o guaritrice, terapeuti popolari che apprendevano i segreti dagli anziani nella magica notte di Natale e ricevevano i poteri taumaturgici dal “maestro” o dalla “maestra” in punto di morte: era infatti questo l’unico modo di trasmettere le formule, le “segnature” e le preghiere guaritrici. Le sacerdotesse nei santuari dedicati alla dea veneta Reitia erano delle guaritrici e i rituali che venivano svolti erano di natura religioso-taumaturgica, ben prima del sincretismo culturale con i romani. I poteri misteriosi attraverso la loro trasmissione iniziatica magica conferivano ai guaritori e alle numerose guaritrici una precisa funzione nella comunità ma ciò non li sottraeva al sospetto che le loro conoscenze positive potessero a seconda dei casi mutarsi in negative. L’ambivalenza tuttavia che caratterizza queste peculiari figure è data da una demonizzazione avvenuta in epoca cristiana, quando la violenta imposizione della religione di stampo abramitico si è inserita in un substrato totalmente opposto alla mentalità tipica delle religioni pagane antiche. Aborrendo obbligatoriamente la forma mentis popolare, il cristianesimo ha tentato per millenni d’integrare la cultura indoeuropea creando così figure al limite fra entrambe le visioni del mondo e della spiritualità, spesso demonizzandole. La demonizzazione culturale è una tecnica retorica e ideologica della propaganda e della disinformazione, o alterazione dei fatti e delle descrizioni finalizzata al presentare culture e tradizioni precedenti come fondamentalmente malvagie, deleterie e pericolose, produce così un'immagine deliberatamente negativa e manipolatoria. Piuttosto che rifiutare l'esistenza di altre religioni politeistiche, il proselita afferma che non ci sono divinità ma demoni che adescano i propri adepti e mentre Il politeismo facilmente accetta divinità straniere integrandole nel proprio “pantheon”, per le religioni abramitico-monoteiste le divinità straniere sono ritratte come entità corrotte piuttosto che idoli potenti. Le persecuzioni dei pagani nell'Impero romano già cristianizzato, furono quelle azioni di intolleranza, discriminazione, oppressione e violenza religiosa che portarono alla progressiva sostituzione del cristianesimo alle religioni politeiste, sia indigene che straniere, avvenute soprattutto durante gli anni che segnarono la caduta dell'Impero romano d'Occidente, nel corso del IV secolo d.C. Il termine "paganesimo" indica quelle religioni, specialmente quelle proprie della Grecia antica e della Roma antica, viste in opposizione al cristianesimo e il termine "pagano” deriva a sua volta dal latino pagānu(m) dal termine pāgus (villaggio) dove indica il "civile", il "campagnolo", contrapposto al "militare". Quindi i “pagani” erano gli abitanti delle zone rurali, in opposizione ai centri delle amministrazioni dell'Impero romano e, a differenza di questi che celebrano il culto imperiale, quelli celebrano i culti locali. Dopo l'affermazione del cristianesimo quindi i seguaci della religione antica si erano generalmente riuniti nelle campagne, lontano dalla vita cittadina ormai divenuta filo cristiana ed in origine erano perciò le persone che, abitando nei pagi, tendevano a mantenere uno stile di vita rurale, oltre a non entrare in contatto con gli sviluppi culturali e politici dello Stato. In talune zone orientali dell'impero alcuni templi pagani furono oggetto di distruzione violenta da parte di fanatici cristiani. In qualche circostanza le stesse autorità imperiali furono conniventi e nel corso dei secoli l'atteggiamento verso i templi pagani cambiò gradualmente; inizialmente distrutti, quelli superstiti vennero in seguito adibiti ad altri usi sia per il desiderio di esorcizzare i luoghi di antichi culti che per imporre la presenza della nuova religione a livello capillare partendo dalle grandi città fino a raggiungere i remoti paesini rurali. Nonostante le religioni pagane non venissero più praticate dopo il IV secolo, il cristianesimo fece proprie, adattandole, alcune tradizioni radicate in epoca pre-cristiana come ad esempio la data della nascita di Gesù che sostituì il “Dies Natalis Solis Invicti", il giorno della nascita dell'antica divinità del Sol Invictus e il culto dei santi che nel momento in cui la religione cristiana si espanse in terre dove si praticavano culti politeistici, i vari "dei protettori" divennero "santi patroni", e fu sancita per loro la venerazione. D’altra parte però non tutti i “pagani” si convertirono totalmente al cristianesimo e le tradizioni antiche si son tramandate in modo occulto e segreto per millenni, spesso anche a livello inconscio dagli stessi praticanti di “magia popolare”. La “vecchia religione”, la “strigarìa” esiste ed in grado tale che molti italiani e veneti ne rimarrebbero stupiti, perché è qualcosa di più di semplice “magia” ma qualcosa di meno rispetto ad una fede conclamata: consiste nelle rimanenze di una mitologia di “spiriti” che conservano i nomi e gli attributi delle principali divinità antiche. Molti contadini veneti, pur inconsapevolmente, fino a qualche anno fa, avevano familiarità con i resti degli “Incantesimi” o delle formule rituali, nella loro abile ripetizione ed esecuzione, mescolandoli con elementi prettamente cristiani.

Lo scopo di quest’opera dunque non è solamente quello di far conoscere ai lettori quali sono le origini pagane delle tradizioni popolari Venete ma anche di ricostruire con precisione e ordine, un calendario che possa unire in modo coerente, le tradizioni agresti, rurali, contadine e le festività religiose antiche che seguendo il decorrere delle stagioni e il concetto di “tempo circolare” proprio delle popolazioni arcaiche e indoeuropee, hanno determinato e tutt’oggi segnano le tappe della vita pubblica, privata naturale. Come primo passo è necessario contestualizzare correttamente la zona di nostro interesse partendo quindi da una breve storia delle origini dei Veneti e la loro concezione religiosa, supportata da prove archeologico-documentarie per poi procedere alla presa in esame, mese per mese, del calendario rurale e pagano. Il fattore determinante per tentare di arginare, per quanto possibile, la tremenda piaga della distruzione culturale e della perdita della tradizione orale è infatti il “ricordare”. Il ricordo è la forma più alta del concetto di “tramandare” e cioè il trasmettere nel tempo e da una generazione a un’altra, notizie, fatti, tradizioni, valori spirituali. Il territorio Veneto è ricco di ancestrali tradizioni pagane, celate ancor più rispetto alla religio pagana dei romani, dei greci e delle culture nordiche, perché non è stata mai recuperata dalla sua origine arcaica essendo mutila di fonti scritte. Pochissimi autori infatti hanno tentato in epoche recenti di attivarsi in modo divulgativo rispetto a questi argomenti, trovando spesso reticenze legate al loro enorme lavoro di ricerca storico-etnoantropologica, in quanto non essendo questa tipologia di studi etichettata come “necessaria” allo sviluppo tecnologico o scientifico dettato dall’età contemporanea e gli studi vengono bollati come superstiziosi o superflui. Sarebbe necessario invece recuperare questa memoria collettiva che affonda le sue origini in tempi antichissimi, immemori eppur attuali, con miti e cultura che regolano ancor oggi la nostra vita quotidiana. Dietro ai miti di fondazione delle città venete troviamo infatti la storia della distruzione di Troia e i “nostoi”, i viaggi di ritorno in Patria, degli eroi che parteciparono alla guerra cantata da Omero, molti miti greci e latini erano ambientati nelle terre dei Veneti ad indicarne l’importanza culturale ed economica in tutta l’Europa antica, essendo centro di scambio commerciale e punto di riferimento per la Via dell’ambra. L’importanza dei cavalli veneti e dell’allevamento equino che in molte zone si è perpetuato fino ai nostri giorni trae le sue origini dalle misteriose “cavalle dalla testa di lupo” e la stessa cultura contadina nasconde fra le sue usanze, rimanenze di culti religiosi di chiara derivazione paleoveneta, greca, celtica e romana. Il medesimo “capodanno veneto” cade a marzo esattamente come il capodanno romano e le “lumere” che si accendono ai davanzali delle case durante il periodo di Ognissanti mantengono la medesima funzione legata al culto dei morti da cui l’usanza trae origine. Il rogo della “Befana”, il “pan e vin”, i fuochi di Ferragosto e la “barca de san Piero” non sono altro che rituali pagano-contadini, come lo è il carnevale guidato dal dio-re degli inferi “Arlecchino” e la sua “caccia selvadega”, mentre a san Martino si onora ancora l’antica “dea Oca dai piedi palmati” mangiandone ritualmente le carni. Innumerevoli leggende si raccontano dalle Dolomiti alle coste venete legate ad entità acquatiche, strighe e Anguane, grotte spaventose che in realtà erano dei santuari ipogei spesso poi dedicati ai santi o alla Madonna, lo stesso san Giovanni assume l’aspetto dell’homo salvadego e i santi decembrini portatori di doni ricalcano la lotta simbolica fra le tenebre e la luce, fra il ritorno del dio Sole solstiziale e i “demoni” del caos. Importante è anche notare che fra i versi delle filastrocche e dei proverbi popolari sono celati studi di botanica, medicina, agraria ed astronomia popolare, i protagonisti delle leggende e delle favole non sono altri che gli antichi dei e le potentissime dee che governavano le terre dei Veneti antichi, i Venetkens e di cui l’archeologia ha dato innumerevoli prove. Il riscoprire e il riappropriarci dunque di quest’enorme patrimonio culturale che appartiene non solo ai Veneti moderni ma al mondo intero, è lo scopo di quest’opera .

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