Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand
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domenica 6 novembre 2016

DIVINITÀ E NUMEN :si è scelti o si sceglie ?

Questa riflessione nasce nel 2013 da un confronto  costruttivo avvenuto all’interno di un gruppo di Facebook, (per l’occasione ringrazio vivamente Skayler di avermi dato l’opportunità di scrivere al riguardo nel gruppo " Sacerdotesse di Avalon").
Devo inoltre annotarvi che io personalmente non seguo la Wicca, ma ho una visione più legata  alle tradizioni del mio territorio, pertanto qui vi parlerò dalla mia formazione storica con la passione grande dell’onorare gli Antichi Dei sempre Beati . (il testo è mio vi prego di non copia-incollarlo).

Vorrei partire da una differenziazione importante che un neopagano in quanto “nuovo pagano” cioè “dei nostri giorni” dovrebbe conoscere , ovvero la differenza fra il concetto religioso e storico-mitologico di Divinità, Numen, Deità e dualismo archetipico.
Solitamente la Wicca è la corrente spirituale maggiormente diffusa e molti neofiti si lamentano della mancanza di libri adeguati che possano spiegare loro alcuni concetti, anche teologici se vogliamo, riguardo l’entità degli Dei, pertanto si ritrovano con un buco nero informativo che tentano di riempire come meglio possono e con buona volontà. Il problema sorge dal momento in cui questo buco viene riempito con accozzaglia di informazioni non sempre corrette ed il più delle volte errate. Non voglio ergermi nella cattedra dell’insegnamento “pagano” (sebbene ci siano diversi personaggi di dubbia reputazione che continuano a farlo) ma voglio unicamente dare qualche buon consiglio valido alle persone che avranno la pazienza di leggere le mie parole.  Ritornando alla Wicca, essa  in generale concepisce le divinità in modo dualistico, ovvero racchiude tutte le divinità di tutte le culture mondiali in due unici archetipi di “maschile” e “femminile” , la complementarietà fra i due principi cosmici rappresentati dal Dio e dalla Dea in modo generico e senza una caratterizzazione specifica. Questa concezione è stata illustrata dal padre della Wicca moderna, Gerald Gardner  e dalla correnti seguenti come l’Alexandriana, mentre  un’altra concezione è ben espressa dal concetto di Dryghten, come definito da Patricia Crowther, ovvero il Monismo che vede i due principi cosmici del Dio e della Dea come le due forze di un unico principio universale.  Pertanto il Dio e la Dea sono forze cosmiche ed armoniche che permettono la costruzione e l’equilibrio del Mondo, ovvero « Tutti gli dèi sono un Dio; tutte le dee sono una Dea. » Il Dualismo monistico invece si applica alla dualità polare del Dio-Dea sintetizzando nella frase « tutti gli dei sono un Dio e tutte le dee sono una Dea » la sua concezione, ovvero che nelle grandi categorie Dio-Dea si ritrovano all’interno tutti i nomi di tutte le divinità di tutte le mitologie mondiali e pertanto le varie divinità sono dunque forze archetipali, attraverso cui si manifestano il Dio e la Dea. Questo può creare qualche problema sincretistico, in quanto sarebbe ridicolo associare  ad una divinità greca il suo “corrispettivo” per affinità di attributi, di altre culture. Non mi cimenterò nell’analisi critica della teologia Wicca perché non mi compete, ne tantomeno penderò in esame le varie correnti Wicca e le  loro differenze. Gli Dei Antichi erano  unici, sui generis. Erano concepiti a livello immanente nel mondo e nella Natura delle cose, degli uomini, della Vita stessa. La concezione del divino era solitamente panteistica, ovvero tendeva ad identificare la Divinità  come quell’ ente che permea e costituisce la natura del cosmo, degli uomini, del mondo al quale si associa l’enoteismo ovvero la capacità del Divino  di manifestarsi nel mondo fisico nei vari suoi aspetti, le divinità sebbene gli dèi non venissero concepiti come una pluralità di principi, ma piuttosto come pluralità di esseri divini, mai assoluti. Gli Dei sono allegorie dell’Essere e dell’Esistenza, e sono particolari, non generali o generici, ovvero ogni territorio, ogni società, ogni cultura aveva sviluppato una Cultus alle Forze della Natura che erano proprie di quei territori. Un esempio esplicativo valido è il concetto di Numen nel mondo latino. Il Numen esprime la Potenza Divina , ovvero la Forza Vivificatrice e portentosa che è alla base di ogni manifestazione naturale ed anche della natura umana. Non era associata ad un dio o dea precisi, ma era legata ai fenomeni naturali nei quali si vedeva la Potenza in se. Il Numen era nei laghi, nelle grotte oscure, nei Luci Sacri (Boschi), nel mare tormentoso ma anche fonte di vita , nei lampi, dei tuoni, nella neve gelida e nel sole cocente. Il Numen era, ed è, lo Spirito che anima il Mondo vivente, la natura, che anima il territorio, ovvero QUEL territorio specifico.
A questo punto molti si chiedono se sia possibile avere una divinità “patrona”. Ma cosa vuol dire avere una Divinità Patrona? Per gli antichi popoli , soprattutto dell’area mediterranea, le divinità patrone erano specifiche di alcuni aspetti della vita quotidiana ovvero di arti e mestieri, della politica, di un evento naturale o una caratteristica umana. L’uomo antico non aveva una divinità unica che vegliasse unicamente su di lui, questo è un concetto monoteistico, ma aveva più entità, più Numen ai quali poteva rivolgersi attraverso rituali ben specifici e sacrifici che fossero graditi. Un esempio sono i Lares ed i Penates (gli spiriti protettori della casa, gli spiriti degli Antenati), il Genius Loci (ovvero il Numen  che presiedeva la protezione di quello specifico territorio o zona) per citare solo alcune entità del culto romano, oppure l’Agathòsdaimon, il “Buon serpente” che propiziava la casa greca. Altri importanti figure di culto in quanto “Numen” possono essere identificati, in un certo senso, con il kami shintoist, il maban degli australiani aborigeni,  il mana dei Polinesiani, il silap inua degli Inuit,
il maban degli aborigeni, all'interno del seid nella mitologia  della cultura nordica…
I Sacerdoti e le Sacerdotesse invece votavano la loro intera esistenza al Culto di tutti gli Dei ed in special modo di un’unica divinità, della quale dovevano quotidianamente occuparsi eseguendo la ritualistica e l’offertoria specifica, ed era un Voto alla Divinità che legava in modo indissolubile, pertanto non tutti i pagani antichi erano sacerdoti, ma solamente alcuni, mentre tutti i pagani antichi potevano rivolgersi direttamente alle Divinità, in quanto esse erano manifeste nella Vita quotidiana e nella Terra dove essi vivevano.
Quando ci si chiede se si ha o meno una divinità patrona, si dovrebbe riflettere sul significato di questo termine in un culto pagano politeista (Wiccan o meno). Gli antichi associarono ad ogni singolo aspetto della natura e della loro vita ad una Divinità specifica preposta a regolarlo, esistevano dunque numerosi Dei e numerose Dee, tuttavia se si ritiene opportuno avere una divinità patrona alla quale consacrarsi si deve aver ben chiaro in mente che un Voto non è un gioco. Molte persone chiedono come fare per trovare la divinità patrona, e l’unico consiglio che posso dare, in modo esterno e senza condizionamento ideologico personale, è di studiare molto ed ampliare  le proprie conoscenze in modo continuo ed evitando la macchina del pregiudizio ma soprattutto della moda e dell’autoconvincimento che possono trarre in inganno le persone anche in modo grave. E’ mia personale opinione maturata in anni di studio, ricerca e pratica religiosa, che spesso siano le Divinità, o meglio le Deità (in quanto principi divini) a manifestarsi nei nostri riguardi, a manifestare il loro desiderio di essere onorate , e per farlo, è necessario FARLO IN MODO CORRETTO, ovvero eseguire quelle pratiche e quei sistemi di ritualistica che siano adatti a quella precisa divinità. È necessario fare le giuste offerte gradite, non inventarsele di sana pianta, perché ciò che molte persone purtroppo non hanno ancora capito è che gli Dei sono Potenze antiche quanto il mondo, codificate da quando l’uomo ha avuto coscienza di se e del Mondo, pertanto basarsi solamente sull’istinto o sul “faccio da me” può essere corretto se viene associato ad una conoscenza (anche frammentaria per mancanza di fonti storiche) della ritualistica corretta, ma è profondamente controproducente se il “fai da te” viene applicato in modo pedissequo e continuo per volontaria pigrizia nel RICERCARE  e nello studiare.   Il percorso spirituale pagano, wiccan, tradizionalista, neopagano che sia è molto difficile e soprattutto lungo. Non si è mai “arrivati” poiché ogni giorno è una nuova scoperta e nuova consapevolezza di noi stessi e del Mondo. Infine, per citare Dragon Rouge “La differenza sostanziale con il monoteismo è che nonostante si scelga di rendere il Culto interamente o principalmente ad UNA Divinità Patrono, ciò non implica disconoscere e denigrare o demonizzare le Divinità Patrono venerate da altri.”
Con questo concludo, e spero di essere stata d’aiuto a qualcuno, in caso contrario rimedio subito elencandovi qualche libro interessante sul paganesimo greco-romano in quanto ricade negli studi della mia specializzazione anche a livello universitario. Vi ringrazio  Elena

Paganesimo Romano
G. Dumezil, La religione romana arcaica, Rizzoli
R. Bloch, La religione romana, in Le religioni del mondo classico, Laterza
J. Champeaux, La religione dei romani, Il Mulino
R. Del Ponte, La religione dei romani, Rusconi
R. Del Ponte, Dei e miti italici. Archetipi e forme della sacralità romano-italica, ECIG
Paganesimo Greco
Mircea Eliade Storia delle credenze e delle idee religiose
Robert Graves, I Miti greci
Le Garzantine
Ugo Bianchi. Religione greca ed ellenistica in Storia delle religioni (a cura di Giuseppe Castellani) vol.III. Ileana Chirassi-Colombo. La religione in Grecia. Laterza
Walter Burkert. La religione greca. Milano, Jaca Book
Mircea Eliade. Zeus e la religione greca in Storia delle credenze e delle idee religiose, vol. 1., Rizzoli
Paolo Scarpi. La religione greca in Storia delle religioni. 1. Le religioni antiche (a cura di Giovanni Filoramo). Laterza

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giovedì 23 gennaio 2014

<< Tre sono i Volti della Dea Sanatrice...

... Signora delle Acque, del Passaggio, della Vita Libera nelle Foreste (...) Tre le divinità dei Misteri di Samotracia,
 la Grande Madre ed i Gemelli Cabiri; tre i figli di Zeus e della pleiade Elettra, Dardano, Iasio ed Armonia... Dardano che sposerà Baiteia, diventando il progenitore della gente troiana, e fonda i Misteri di Samotracia, il culto del Palladio e di Cybele in Asia! (...)
Tre sono i popoli da cui sono nati i Troiani: i Pelasgi, Frigi e Greci; tre quelli da cui sono venuti i Veneti: Troiani, Enetòi ed Euganei; Tre le Parche che conoscono e filano il Destino, Cloto, Lachesi ed Atropo; tre i Santuari di Reitia, la Giovane, la Levatrice, l'Anziana: Lova, Altinum, Ateste; tre i laghetti sacri di Lagole perchè... TRE sono i volti dell'Immortalità possibile! Qui ed ora! Memoria...presente del passato, attenzione, presente del presente, speranza, presente del futuro.
SIAMO NOI STESSI...DIVENTIAMO DEI! >>


Panta rei, πάντα ῥεῖ, omnia fluit, la Grande Madre degli Dei.. Rea, Reitia, Pantarei. 

E l'acqua dei Fiumi Veneti che scorre e scorre nei millenni...


"qualcosa si sta ribellando dalle viscere della terra, il cielo non è più un benefico protettore. Sembra irritato con i suoi figli, come volesse far capire loro che hanno sbagliato strada.Succede da quando l'incenso non sale più in spirali attorno ai canti dei banchetti sacri ed i templi sono diventati chiese. I Veneti Antichi dormono sonni inquieti, sentono che la loro è un'ereditarietà perduta".


(tratto da: IL CORAGGIO DEGLI ANTICHI VENETI di Federico Moro)

giovedì 12 settembre 2013

RELIGIONE PALEOVENETA ED EREDITA' CONTADINA

E’ necessario in questi tempi “moderni” riscoprire in un’ottica nuova la Tradizione del territorio in cui si è nati, in cui si vive, al quale si sente nel profondo di appartenere. Il globalismo indifferenza ogni cosa ed anzi commette quel criminoso comportamento di azzeratore incondizionato delle differenze che rendono uniche ed inimitabili le varie realtà culturali ed antropologiche.  Anche un breve excursus storico offre una prospettiva più ampia ed approfondita del rapporto fra le variegate culture europee e propone elementi preliminari per poter capire come gli specialisti son giunti alle odierne testimonianze.  La cultura veneta si inserisce nel medesimo orizzonte e dal momento che presenta un substrato comune alle altre culture del continente, è possibile rintracciare i nessi di congiunzione con le tradizioni popolari dell’Europa e le differenze che si sono sviluppate attraverso i secoli.
La cultura contadina ha radici antiche e multiformi, dalle radici paleovenete  dei progenitori  all’assimilazione con la cultura romana, ma soprattutto dalle invasioni dei popoli stranieri che nei secoli si sono susseguite stratificandosi e generando quella tradizione veneta che oggi è oramai quasi in via d’estinzione.  L’insediamento romano avvenne verso il II secolo a.C ma fu la civiltà paleoveneta a dominare per tutto il primo millennio i territori del Veneto attuale ed alcune zone del Friuli Venezia Giulia e del Trentino Alto Adige, un territorio dunque vastissimo ed eterogeneo che alterna zone montagnose alpine al litorale adriatico, dipinto dalle fertili pianure solcate dai numerosi fiumi che un tempo erano considerati sacri, Brenta, Piave, Tagliamento, Isonzo ed Adige.
I principali centri della civiltà paleoveneta si suddividevano in varie città con presenza di un santuario religioso nel quale, come ad Este ed a Padova, si insegnava l’arte della scrittura. Ogni centro cittadino aveva le sue caratteristiche particolari, Altino, Oderzo e Treviso nell’area del Piave, Montebelluna, Mel, Ceneda nella pedemontana, Lagole di Calalzo nel Bellunese, Porto Menaj (Ad Portum) e Sambruson assieme a Lova erano i due porti fluviali di Padova ed infine Adria presso il corso del Po con caratteristiche etnico-culturali diverse dagli altri centri antichi in quanto la presenza di elementi etrusco-greci  era molto forte e pregnante essendo la città un importante porto di scambio.
Omero nel II libro dell’Iliade (passi 851-852), Teopompo, Strabone, Virgilio nel libro I dell’ Eneide e Tito Livio in Ab Urbe Condita hanno descritto alcune caratteristiche e storie dei veneti antichi e tutte le fonti greco-latine propongono un’origine orientale del popolo dalla regione della Plafagonia in Asia minore, fondato dal mitico Antenore di Troia fuggito dalla città distrutta, ed al quale si tributavano onori al suo Genius di Eroe sia nella zona Euganea che in quella Berica. Il fiume Timavo veniva detto dagli antichi “ Antenoreus” oppure “phyrgius” cioè Troiano.  Infatti interessanti sono stati degli scavi archeologici compiuti nella fascia collinare Euganea e Berica, dai quali emerse la data della fioritura della civiltà paleoveneta ovvero nel corso del VI secolo a.C con il consolidarsi dei centri di pianura ed il sorgere degli insediamenti collinari senza dimenticare i contatti stretti nella zona euganea-estense con l’Etruria, nella zona nordico-retica con la Raetia appunto ed la zona adriatico-marittima con l’illiria e la Grecia.
REITIA

HEKATE
La cultualità religiosa è un elemento importante che emerge a frammenti nella tradizione contadina che subentrerà. Fra i reperti rinvenuti dagli archeologi  si riscontra la diffusa presenza del culto in onore di una divinità femminile che si manifestava diversamente nelle varie aree venete ma che sostanzialmente si può ricondurre ad una ritualità pressoché simile. La “ stipe Baratella” di Este fu uno dei primissimi documenti nel quale viene menzionato il nome di una divinità femminile,  Reitia, ma anche Sainate ( risanatrice, protettrice della città) e Pora ( Signora). Probabilmente il nome originario era Pora mentre gli altri due erano appellativi. La Marinetti giunge a questa conclusione attraverso la forma linguistica dove si rivela che i primi sono nomi di origine aggettiva e per quanto riguarda l’etimologia, il nome Pora non è collegabile alla radice latina “pario” ovvero partorire ma dalla radice “per” nel senso greco di “passaggio” πωροζ. Sainate può invece essere paragonato al latino “sanare”. Resta infine il termine “Reitia” che potrebbe derivare dalla radice indoeuropea “rect” –“raddrizzare” come da “reito” scrittura. Le sacerdotesse dei santuari dedicati a Reitia infatti insegnavano a scrivere ed erano detentrici della conoscenza, oppure anche dal verbo “reito” nel senso di “scorrere”.  I termini concorrono complessivamente nel delineare l’immagine di una divinità femminile che rappresenta la rigenerazione della vita, che protegge e risana. A lei erano sacre la acque ed in ogni santuario (Lova, Este, Montebelluna…) son stati ritrovati dei pozzi sacri dai quali veniva attinta attraverso dei mestoli rituali l’acqua che veniva versata in ciotole di terracotta. Al termine della libagione (probabilmente di stampo greco ma anche italico) le ciotole venivano gettate via. Lagole era ed è famosa per le sue acque risanatrici come le terme di Abano , altro luogo di culto paleoveneto. I santuari venetici erano un connubio di “terra ed acqua”.  A Padova invece i ritrovamenti di bronzetti votivi danno pensare ad una dimensione più regale di Pora, infatti in epoca romana il santuario patavino di Reitia-Pora venne dedicato a Giunone Regina, come molti altri tempietti votivi di campagna (Miranese, Mirese, Noalese etc) dedicati inizialmente a Reitia vennero riconsacrati a Giunone per poi diventare con l’avvento del cristianesimo, le edicole votive o capitelli dedicati ai Santi ed alle Madonnine. I capitelli di crocicchio fra due strade, se molto antichi, erano dedicati invece ad una Dea dalla iconografia simile alla classica iconografia del “ disco bronzeo di Montebelluna”, nella quale la Dea Reitia è raffigurata come Potnia thèron ovvero signora degli animali, circondata dal lupo mite e dall’anatra con delle enormi chiavi in mano. Una simile iconografia appunto si ritrova anche in Grecia nella dea Hekate, dove la Divinità si presenta nelle sembianze della signora della vegetazione della rinascita. La presenza di statuette fittili di una divinità femminile, bicefala o tricefala, reggente chiavi nelle vicinanze strette di capitelli posti ad antichi crocicci (es. via Annia e Pompilia ) stradali ed acquatici nelle zone litoranee, ha confermato oltre alla vicinanza rinomata con usanze culturali greche anche il fatto che tutti i ritrovamenti paleoveneti hanno queste caratteristiche femminili: una divinità che rigenera, protegge, e risana. Una figlia-fanciulla portatrice di luce nel cammino della vita  ma anche una madre-signora potentissima che protegge i suoi figli e gli risana sia nel corpo che nello spirito. I guerrieri si rimettevano a Lei, ed ad un dio guerriero Aponus-Belenus, invocavano l’aiuto di Trimbusiate, di Ikathèin, di Sainate e di Pora.
Queste nozioni relative alla ritualità paleoveneta compaiono anche nella cultura contadina che ripropone, seppur in modo diverso, la figura della protezione femminile.
Dino Coltro scrisse “la stessa religiosità contadina trova nella casa la sua espressione quotidiana ed è simbolicamente custodita nella “mare”- madre del focolare, affidata alla donna anziana che veniva chiamata con lo stesso nome “mare” il cui maggior desiderio era “ de n’dare in sridolon e lassare morire la mare del fogo” ovvero uscire a perdere tempo e lasciare morire il fuoco.”
Cybele-Potnia thèron di Vicenza 
Il termine “marantega” con cui si suol chiamare una donna anziana deriva proprio dal “mare antica” madre antica, ed i fuochi rituali dell’epifania in cui si “bruxa la marantega” ovvero si brucia un fantoccio rappresentante una vecchia, non sono altro che antichissimi rituali veneti dedicati a Reitia, dea che oramai vecchia, veniva bruciata per lasciar spazio alla sua rinascita come Hekate- Ikathèin Phosphòros ovvero come la giovane Hekate portatrice di luce e nuova vita agricola.

Altra Dea Madre è presente nel Veneto, associata alla figura di Reitia, Cybele Potnia, la Dea Madre Frigia, associata al Leone alato , anch'essa detentrice dei chiave sacra. Celebre è questa statua ritrovata a Vicenza, rappresentante una Dea alata accompagnata da leoni.


La cultura della Madre Terra , della rigenerazione, nasce dal costante contatto dell’uomo antico con la natura. Il contadino viveva in simbiosi con il ciclo delle stagioni, con il mutare del tempo e la sua esistenza dipende da come e quanto piove, dalla fertilità del terreno, dalla generosità dei campi e degli alberi. Ecco perché diventa fondamentale la figura della divinità materna che tutto crea a tutto rigenera. Il contadino avverte in modo assoluto, sanguigno, viscerale questo legame. Esso è tutto per lui, e ciò comporta un costante rapporto di nutrimento e riverenza.
La cultura agreste di basa su queste ritualità arcaiche e senza tempo, una cultura che non ha testimonianza scritta ma di tradizione orale di memoria collettiva di un gruppo etnico e di un ben determinato strato sociale con le sue tradizioni, usi e costumi. La cultura contadina non è “arretrata” , “ vecchia”, “obsoleta” ma è dinamica, veloce, che si trasforma con il tempo ed attraverso le esperienze , acquista valore attraverso il setaccio generazionale che raccoglie ciò che è valido in una tradizione e si perfeziona da una generazione all’altra.
Importanti erano perciò i “veci” i vecchi del paese e della famiglia, che insegnavano ai giovani come interpretare il tempo e gli avvenimenti metereologici, a comprendere i presagi, con il loro lunario orale e le loro favole costituiscono o meglio, costituivano  la ragnatela intricata nella quale erano tessuti miti arcaici e sapienza depositata di miti, fiabe, filastrocche, legende, poesie, canzoni, ballate  e rituali sacri, di un tempo oramai lontano, ma che non smette mai di battere all’interno dei nostri cuori di moderni “occidentali globalizzati”.


Il sangue  è antico e scorre come l’acqua dei fiumi che hanno forgiato queste terre argillose e fertili, all’interno del nostro corpo scorre il sangue dei nostri progenitori, dei nostri antenati, dei nostri Padri e Madri antichi, ora abbiamo un compito importante e dobbiamo decidere se far ritornare viva la loro voce oppure se farli tacere per sempre…

Io ho scelto la strada più difficile.

Elena




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lunedì 9 settembre 2013

Riflessioni sulla rievocazione storica Cleonimo di Sparta contro i Veneti

Che dire...una delle esperienze di rievocazione più belle ed emozionanti che ho vissuto fin'ora.
Per me è stata un'occasione UNICA ed indimenticabile di mettere in scena fisicamente una parte della mia tesi di laurea nella quale ho trattato anche dell'episodio di Cleonimo, ma soprattutto ho conosciuto persone fantastiche, ho approfondito l'amicizia con altre, ho avuto l' occasione di imparare cose nuove e di rivedere persone lontane, il mio compagno ha potuto finalmente imparare un po' a combattere come gli Antichi Padri in quel legame di fratellanza ed Onore che oggigiorno non esiste più, ho avuto la possibilità di essere Portatrice dello Stendardo Patavino al Trionfo Solenne per Padova. Insomma, finalmente in questi due giorni lo Spirito Numinoso della Terra Veneta si è risvegliato e nei combattimenti rituali all'Arena di Padova è emerso il SACRO.

Come primo esperimento è stato decisamente un successo sia per numero di spettatori allo spettacolo serale di sabato sette settembre a Dolo, in Piazza cantiere, che per numero di curiosi ed interessati che hanno partecipato agli spettacoli rituali all'arena Romana di Padova domenica 8 settembre.
Gli eventi sono stati possibili unicamente grazie alla PASSIONE per il nostro territorio, il coordinamento dell’iniziativa è stato curato nei minimi dettagli  dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo e l'assessore Antonio dal Prà ha contribuito in maniera veramente significativa ,  in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, l’Associazione Culturale “Mos Maiorum” di Mira, la Pro Loco di Dolo “Associazione delle terre dolesi”, l’Associazione Culturale “Venetkens” di Vicenza, l’Associazione Culturale “Venetia Victrix” di Vicenza, l’ Associazione “Ars Dimicandi” di Bergamo e il dott. Federico Moro.
La rievocazione storica dei fatti narrati da Tito Livio nella “Storia di Roma” accaduti nel territorio della Riviera del Brenta – Medoacus nel 302 a.C. è stata realizzata grazie alla presenza di numerosi figuranti in costume spartano e veneto antico, nonchè etrusco-italico e celta, sia facenti parte elle succitate associazioni che, come me, aiutanti "solitari".
L'unione fra tutti è risultata l'elemento fondamentale per l'organizzazione e la realizzazione di queste giornate che oserei definire "sacre". Tutti i rituali agli antichi Dei sono stati eseguiti con impegno e sentimento, il pubblico non abituato a questo tipo di spettacoli si è acceso immediatamente ed ha partecipato con un senso di intimo orgoglio veneto che si è risvegliato dopo anni di sonno indotto ed in numerosi hanno preso parte anche al rituale purificatorio del Passaggio fra i due Fuochi di chiusura dell'evento.
 L'anello "ostis" è stato donato al fiume Medoacus (Brenta) nuovamente dopo millenni di oblio, il Genius Locii è stato risvegliato dal suo torpore secolare  ed ha fatto sentire la sua presenza benevola, l'Arena di Padova è stata riconsacrata con il sangue degli Eroi dopo secoli di predominio cristiano.
 La Rievocazione storica è stata realizzata  corollario della Mostra "Venetkens. Viaggio nella terra dei Veneti antichi" , allestita in Palazzo della Ragione di Padova fino al 17 novembre 2013, a dimostrazione ATTIVA che lo Spirito dei Veneti antichi, padri dei nostri padri, sangue del nostro sangue, non è mai scomparso e non morirà mai.

SPIEGAZIONE ECCELLENTE DEL DOTT.FEDERICO MORO

Dal COMUNICATO STAMPA DI PADOVA CULTURA (  a cui ho preso parte grazie a Danilo " Leo" Lazzarini ed all'Assessore Antonio dal Prà".)

Conferenza stampa di presentazione Rievocazione 8 settembre.
La rievocazione comprenderà quindi una serie di iniziative volte a ricostruire il clima culturale, economico, artistico dell’epoca e si connoterà per la professionalità e accuratezza delle ricostruzioni storiche, per la varietà e ampiezza dell’offerta che spazierà dall’abbigliamento, all’alimentazione, dalle arti ai mestieri, dalla musica alle armature, il tutto ricostruito con dovizia di particolari e fedeltà storica. 
La ricostruzione storica dello scontro tra i Veneti e Spartani avverrà in due momenti:
il primo a Dolo,organizzato dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo si terrà, il 7 settembre, nella piazza dello Squero, dove, attori figuranti vestiti da Spartani, assaliranno un villaggio ricostruito e abitato secondo le caratteristiche dell'epoca. 
 intest_home_page.jpgLa conseguente battaglia finale vedrà vincitori i Patavini agli ordini di Belleno Sekene.
Il giorno dopo, domenica 8 settembre, a Padova, un centinaio di figuranti rappresentanti l'esercito venetico sfileranno, con a seguito i prigionieri Spartani, da Palazzo Moroni verso i Giardini dell'Arena Romana, accompagnati da musicisti itineranti. 
Arrivati all'interno dell'Arena daranno vita a spettacoli di combattimento rituale come ringraziamento per la vittoria ottenuta.
scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)

scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)

scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)




esercito veneto torna vittorioso

battaglia veneti contro spartani

io ed il mio compagno a Padova preparandoci per il Trionfo

Corteo Nuziale a Dolo

Nozze Venete

vallum spartano

Il mio compagno nei panni di uno spartano dà il colpo di grazia alle guardie venete

Corteo Nuziale

corteo nuziale

IL SACRO FUOCO DEI VENETI NON SI SPEGNERA' MAI

mercoledì 10 luglio 2013

2000 VISITE!

Stamane ho fatto caso al contatore di visite a questo blog...2078 in soli due mesi!
Non mi sarei mai aspettata tanti visitatori, amici, curiosi e studiosi, vi ringrazio tutti dal profondo del mio cuore.
Quest'avventura è nata per caso e con tanta timidezza ma il mio lavoro viene apprezzato ed amato da molte persone e ciò mi riempie di gioia e felicità.
Non pretendo di insegnare nulla a nessuno, non mi piace "fare la professoressina" perchè non lo sono, non voglio esaltare la "veneticità" (come mi è stato misteriosamente rinfacciato da un utente confuso) di nulla e nessuno.
 Il mio scopo è semplicemente quello di riportare documenti, fotografie, sensazioni ed esperienze personali legate al territorio dove il mio sangue mette radici profondissime. Spesso in questo mondo moderno, frenetico, triste, grigio, il ricordo di ciò che è stato viene rilegato in un cassetto buio dal quale non lo si vuol riesumare, forse per paura o forse per pregiudizio, ma riscoprire il nostro mondo antico, il mondo dei nostri padri e delle nostre madri è il punto di partenza per ritrovare una Strada poco battuta ma sicura verso un futuro sereno costruito su basi solide e "sacre". Il mondialismo globale rischia di portare via e distruggere irreparabilmente le nostre radici, tradizioni, storie, leggende... Questo è un misero contributo per tentare di mantenerle vive.
Qualcuno mi ha chiesto il motivo per il quale mi do da fare in questo blog, la mia risposta è stata semplicemente " perchè è giusto farlo".

Quindi ringrazio ancora tutti voi per il supporto che mi date e per la vostra amicizia.

Elena


lunedì 1 luglio 2013

Antiche ricette e curiosità dei dolci

Buonissimo Primo Luglio a tutti voi!
Oggi mi sento ispirata per scrivere un articoletto riguardo qualche curiosità culinaria dolciaria delle nostre terre... Ricette che mi sento di offrire ai Genius Loci...
Quando si parla dei modi di vivere del passato, è tendenza comune e naturale esaltarne solo gli aspetti positivi e sottacerne, magari, quelli negativi. A parte la considerazione che non è mai tutto bene o tutto male ciò che è stato, così come non è mai tutto bene, né tutto male ciò che è venuto dopo, il più delle volte è solo il modo di vivere che cambia e, con esso, cambiano i modi di concepire la vita e le abitudini che la caratterizzano. I luoghi, gli usi e le consuetudini che scompaiono e quelli che li sostituiscono altro non sono che il fatale avvicendamento determinato dal mutare delle condizioni di base, della sensibilità collettiva e della necessita sociale. Ed è inutile e sterile rimpiangere troppo la scomparsa di questi luoghi, usi e costumi, se sono cambiate le esigenze di fondo che li avevano creati e che successivamente ne hanno decretato la fatale eclissi. E' l’eterno gioco della vita, a volte banale, a volte crudele, però mai gratuito, né eludibile.
Tutti i dolci inizialmente nascono come offerte rituali incruente alle divinità pagane con significato augurale propiziatorio, mentre dopo l'avvento del Cristianesimo, assumeranno significato di devozione cristiana.
I primi dolci erano semplici pani con l'aggiunta di qualche ingrediente dolcificante (miele, frutta, mosto, ecc.), cui poteva essere data la forma di animale, in sostituzione dei ben più costosi animali vivi da sacrificare, o di arto umano, di cui si chiedeva la guarigione al dio.
Nell'antico mondo romano, nei primi giorni di gennaio (kalendulae januarie), era usanza scambiarsi doni beneauguranti, come frutta secca, miele e dolci, come i globuli (castagnole), ma soprattutto una torta detta janual, da Janus - Giano, dio safino, che ha dato il nome al mese di gennaio, che era chiamato anche "dio degli inizi" e "dio dei dolci". Era una torta rotonda senza foro centrale decorata di rosso. Il dolce dal significato beneaugurante e propiziatorio, veniva offerto al dio, non solo all'inizio dell'anno, ma anche all'inizio di ogni mese e ogni volta che si iniziava una cosa nuova, come un viaggio, un affare, ecc. Questa torta (parola del tardo latino che significa "pane rotondo", forse connessa con il verbo "torcere", quindi pasta ritorta, cioè "ravvolta"), era preparata con farina, miele, mosto di vino rosso, semi di anice, ed è la progenitrice di tanti dolci attuali. La presenza del rosso mosto di vino (defruntum) ricorda anche i dolci marchigiani - romagnoli - emiliani a base di mosto cotto e farina chiamati sugal, sciughi, sciughiti, sughitti e mostarde in genere e i vari biscotti o maritozzi col mosto. Il colore rosso, presente su quasi tutti i dolci antichi, era il simbolo del sangue degli animali sacrificati. Da ciò deriva l'usanza di colorare di rosso tutto ciò che è consacrato. I dolci spennellati di rosso e la rossa carne, erano consumati solo nei giorni festivi, anch'essi segnati con colore rosso sul calendario. Così come, fino a qualche decennio fa, c'era l'abitudine nelle campagne di infiocchettare con nastri rossi le corna dei buoi, di ornare i piccoli e le donne con collane rosse, ecc., insomma, come affermato da illustri scrittori ed antropologi, "tutto ciò che è segnato di rosso è magicamente protetto, essendo il rosso il colore della festa perchè rappresenta il segnale del sacrificio (sacrum factum)".
Il poeta romano Ovidio, che si pose il problema sull'origine dell'usanza di offrire al dio Janus questi dolci, fornì una risposta nel primo Libro dei Fasti, ove scrisse di aver interrogato il dio e di aver avuto questa risposta: "Si fa per buon augurio, perchè nelle cose passi il sapore dolce, e l'anno, qualcominciò, sia dolce".
Così i dolci rossi di Janus li ritroviamo nel carnevale cristiano; varie ciambelle si accostano alla festa di S. Antonio abate; il Libum del dio Libero, con aggiunta del lievito, diviene la crescia o pizza con il formaggio delle festività pasquali; molti sono i dolci che nelle varie regioni italiane diventano "pasquali" o "natalizi"; le libae o frictilia, preparate dalle matrone per strada su fornelli portatili per le feste liberalia, il 17 marzo, sono trasferite alla cristiana festa di S. Giuseppe il 19 marzo.
In tutti questi dolci cristianizzati è presente un nuovo ingrediente che li caratterizza: il lievito.

DOLCI VENETI
Baìcoli
 I baìcoli sono dei biscottini leggermente dolci e croccanti chiamati così da un pasticcere veneziano del '700 per la forma che ricordano, prima di essere tagliati a biscotto, un cefalo. La preparazione è abbastanza lunga ma una volta fatti si conservano anche per mesi. Li potete, comunque, trovare anche in negozio. Possono essere accompagnati col caffé, zabaione, vino aromatizzato o con cioccolata calda con cannella e noce moscata come si faceva all'epoca.

Essi buranéi
Gli essi buranéi sono dei biscotti a forma di esse (ma possono essere pure a forma di o e allora si chiamano bussolai) e sono la specialità dell'isola di Burano. Li potrete trovare immancabilmente alla fine di ogni pasto in qualsiasi ristorante del posto. Sono deliziosi e delicati.

Pincia o Pinza 
Dolce povero fatto con mollica di pane avanzato. Quella che viene descritta è la ricetta originale, se volete potete aggiungere un bicchierino di grappa, pinoli e frutta candita, pezzi di mela...
Graditissima offerta alle Divinità del Luoghi...

Frìtoe aea venessiana(frittelle alla veneziana)Le classiche per il carnevale. Famose fin dal tempo di Marco Polo dove dall'oriente si è imparato a friggere. La loro composizione può essere svariatissima: con mele, semolino, polenta, riso, zucca e creme. Una volta erano impastate con acqua al posto del latte e, invece della grappa, si usava l'anice. Inoltre si univano pinoli, del cedro candito tritato e della cannella.

Zabaione
Dessert a base di uova e zucchero. Di solito si usa intingere nello zabaione i biscotti veneziani. Anticamente veniva offerto allo sposo novello per garanzia di successo per la sua prima notte di matrimonio. Lo zabaione deriva forse da una densa bevanda proveniente dalle coste veneziane della ex Jugoslavia chiamata "zabaja".

Bigarani
In passato si usava recare in dono i bigarani alle puerpere con una buona bottiglia di vino dolce che, si riteneva, avrebbe contribuito non poco a ridare rapidamente forza. I biscotti in questione hanno in effetti una forma che può ricordare il sesso femminile.


sabato 1 giugno 2013

DIVINITA' AGRARIE E FUNEBRI, UNA RIFLESSIONE

da " Mircea Eliade". Trattato di storia delle religioni.

DEA FERONIA
La solidarietà dei morti con la fertilità e l'agricoltura si nota ancor più chiaramente studiando le feste o le divinità in relazione con uno di questi due complessi cultuali. Spessissimo una divinità della fertilità tellurico-vegetale diventa anche divinità funeraria. Holika, rappresentato originariamente in aspetto di albero, divenne più tardi deità dei morti e genio della fecondità vegetale (79). Una moltitudine di geni della vegetazione e della crescenza, di struttura e di origine ctonia, sono assimilati fino a diventare irriconoscibili, al gruppo
amorfo dei morti (80).
 Nella Grecia arcaica i morti, come i cereali, erano messi in vasi di terracotta. Alle divinità del mondo sotterraneo si offrivano ceri, come alle divinità della fertilità (81). Feronia è chiamata "dea agrorum, sive inferorum" (82). Durga, grande dea della fecondità, che raggruppa un numero notevole di culti locali, e specialmente di culti della vegetazione, diventa anche la deità padrona degli spiriti dei morti.
Quanto alle feste, ricordiamo soltanto che l'antica commemorazione dei morti indiana cadeva in piena mietitura, ed era insieme la festa principale del raccolto (83). Abbiamo visto che lo stesso avveniva nei paesi nordici. Nell'antichità, il culto dei Mani si celebrava col cerimoniale della vegetazione.
Le più importanti feste agrarie o della fertilità sono arrivate a coincidere con le feste commemorative dei morti. Un tempo, il San Michele (29 settembre) era insieme la festa dei morti e della mietitura in tutta l'Europa settentrionale e centrale. E il culto funerario influisce sempre più su quello della
fertilità, appropriandosene i riti, che trasforma in offerte o sacrifici alle anime degli antenati. I defunti sono ‘quelli che abitano sottoterra’, e la loro benevolenza deve essere conciliata. I semi gettati dietro la spalla sinistra, in quanto offerti in omaggio al ‘topo’, sono destinati ai morti.
Riconciliati, nutriti e sollecitati, proteggono e moltiplicano i raccolti. Il ‘vecchio’ o la ‘vecchia’, visti dai contadini come personificazioni delle ‘potenze’ e della fertilità del campo, cominciano col tempo ad accentuare il loro profilo mitico, sotto l'influenza delle credenze funerarie, e si appropriano la struttura e gli attributi degli ‘antenati’, degli spiriti dei defunti.
Questo fenomeno si identifica con particolare facilità nelle credenze dei popoli germanici. Odino, divinità funeraria, capo della ‘caccia furiosa’ delle anime che non trovano requie, si appropria una quantità di riti appartenenti al complesso dei culti agrari. In occasione del Jul, la festa propriamente funeraria dei Germani, che cade nel solstizio d'inverno, l'ultimo covone del raccolto dell'annata è tirato fuori per farne un'effigie d'uomo, di donna, di gallo, o capro o altro animale (84). E' significativo il fatto che le forme animali sotto cui si manifesta la ‘potenza’ della vegetazione, sono quelle stesse che rappresentano le anime dei defunti. In un
certo momento della storia dei due culti, non si può più precisare se uno ‘spirito’, manifestandosi in forma animale, rappresenta le anime dei trapassati, o se è personificazione teriomorfa della forza tellurico-vegetale. Questa simbiosi ha fatto sorgere confusioni senza fine, e le controversie degli studiosi non sono ancora terminate nei riguardi, ad esempio, del carattere agrario o funebre di Odino, le origini delle cerimonie del Jul, eccetera. In realtà ci troviamo di fronte a complessi rituali e mitici, nei quali la morte e la rinascita si interpretano, convertendosi in momenti distinti della stessa realtà transumana. Le zone di interferenza fra culti della fertilità e culti funerari sono tante, e così importanti, che non può far meraviglia se, dopo la simbiosi e la fusione, si raggiunge una nuova sintesi religiosa, fondata sulla valorizzazione più ampia dell'esistenza umana nel Cosmo.




NOTE:
Nota 79. MEYER, opera citata, 1, pagine 140, 152.
Nota 80. Ibidem, 2, pagina 104.
Nota 81. ALTHEIM, "Terra Mater, pagina 137.
Nota 82. Ibidem, pagina 107.
Nota 83. MEYER, opera citata, 2, pagina 104.
Nota 84. Riferimenti in DE VRIES, opera citata, pagina 21.
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lunedì 27 maggio 2013

Ed è quando l'acqua che viene dal cielo si scontra con l'acqua del Brenta che...


... le voci degli Antichi Veneti si alzano lievi dai Sacri Territori.
 Non si può parlare degli Dei senza parlare le lingue con cui venivano chiamati. Gli Dei sono strettamente connessi con la Terra in cui viviamo, in cui abbiamo Sangue ed Origini.Per una ragione mistica, come gli Dèi ci hanno insegnato che ogni lingua di popolo è sacra, così quella degli Assiri e degli Egizi è atta ai riti sacri e noi dobbiamo rivolgerci agli Dèi nella loro lingua, perché è loro congenita, e siccome questo tipo di lingua è primitiva e antichissima, noi dobbiamo seguire le leggi della Tradizione, parola di Giambico e dei suoi " Misteri Egizi".
Ciò che nell’antichità distingueva un territorio divino è proprio il fatto che esso, fin dall'inizio della sua fondazione e quindi del delimitare del territorio, o “lucus”, un recinto sacro, fatto a creando una radura circolare in una foresta, forse delineandone il disegno con pali o pietre, e sacralizzandola con particolari riti, recava l’impronta del suo Numen patrono, per cui i segni secolari della banale appartenenza sono superflui.
Il Numen- Divinità prende possesso e protegge: non ha bisogno in seguito di riservarsi un bene che nessuno gli contesta. Quand’anche il tempio o la costruzione sacra venga distrutta e cada nell’oblio, il luogo sarà sempre sacro, salvo sia stato desacralizzato per particolari motivi. Questo è quello che avviene ed è avvenuto per le chiese cristiane costruite per un buon 60% su preesistenti templi pagani o costruite ex novo: il luogo è destinato a rimanere sempre sacro.
Elena
Santuario di Reitia- Lova.




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lunedì 20 maggio 2013

Sacri furono i giorni in queste Terre plumbee...


... dove le nebbie dei tempi ancora rinvigoriscono antichi echi di battaglie e marinai di laguna imperiosa, che tutto avvolge, che tutto si riprende.
Lugo, il Lucus Sacro, alla foce del fiume, attende Il Lupo mite, patrono del crocicchio ancestrale, Minor Medoacus dal furente moto, con le zampe sporche di terra, fauci affamate, eppur fedele..
Lova, la Lupa antica, guarda al mare mentre la palude separa Terra dalle Acque adriatiche, solcate da genti greche, Enetoi li chiamarono un tempo, gli Euganei risolutori di enigmi.
E li, fra secchi campi e distese d’argilla sorge la Tua casa, Potnia Théron, Rea anatolica, Signora della Fiere, che la Chiave custodisci in grembo, e l’anitra usi qual messaggera. Πότνια Θηρῶν, Rea, Reitia, che tutto fai scorrere, che ogni cosa accogli al suo eterno divenire. πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός, ta Rei scorre, Reitia scorre fra i flutti del Medoacus, dalle Alpi sfocia a Lova, la Lupa feroce nella campagna fangosa. E la tua casa è li, Signora dei Cavalli, risorta alla luce del tempo, pronta ad essere ricoperta d’alloro, ed onori, ed incensi odorosi.
Agli iniziati hai lasciato la Via dell’Ambra, da percorrere con animo coraggioso,
hai lasciato la Via dell’Acqua, da percorre con animo lieto.

Elena



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mercoledì 1 maggio 2013

I Veneti nell'antichità


"I Veneti antichi sono portatori di proprie tradizioni linguistiche ben determinate, delle quali ci è rimasta una abbastanza ampia documentazione in numerose epigrafi e in diversi oggetti rinvenuti in parecchie località. Alla lingua veneta antica, o venetica, sono stati dedicati numerosi studi, soprattutto stranieri, che ci consentono di avere un quadro abbastanza preciso delle sue caratteristiche.
Il primo di questi studiosi è stato l'austriaco C. Pauli il quale, nel 1885, pubblicò la prima analisi sistematica della lingua venetica. Nelle sue ricerche egli sostenne tra l'altro che la scrittura derivava direttamente dai modelli greci; questa teoria in studi più recenti sembra tuttavia
essere stata superata da altra, che vuole la scrittura venetica più legata al mondo etrusco.Oltre che per la propria matrice indoeuropea il venetico si distingue tuttavia dall'etrusco per la punteggiatura del tutto particolare, usata nel suo sistema di scrittura. Esso mostra anche altre caratteristiche come, ad esempio, l'uso della "O" assente nell'etrusco; inoltre il valore fonetico del sistema di scrittura veneto presenta delle proprie peculiarità. Un altro particolare, degno di osservazione, è rappresentato dal fatto che il venetico mostra numerose affinità (in taluni casi quasi a costituirne la base) con il latino arcaico.”

(tratto dal “I VENETI NELL’ANTICHITA’ di Licio Formigaro)

Reitia...tasselli di Storia


Il geografo greco Strabone fornisce la notizia di un bosco sacro nei pressi del Timavo nella terra dei Veneti, lì intorno dice :
“le belve erano domestiche, cervi e lupi convivevano in pace, e si lasciavano accarezzare dagli uomini “
Strabone in questo passo identifica con la dea greca Artemide-Potnia Theròn (la signora degli animali e delle foreste ) una divinità locale femminile che dalle caratteristiche che presenta, potrebbe essere la stessa raffigurata nei dischi di bronzo di Montebelluna.
Questa dea collegata al culto delle acque possedeva anche il potere della guarigione attraverso le fonti sacre ed è indicata con il nome di REITIA.

(Antefissa fittile, I sec. a. C. raffigurante la Potnia Theròn,Museo Archeologico, Vicenza)