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| DEA FERONIA |
amorfo dei morti (80).
Nella Grecia arcaica i morti, come i cereali, erano messi in vasi di terracotta. Alle divinità del mondo sotterraneo si offrivano ceri, come alle divinità della fertilità (81). Feronia è chiamata "dea agrorum, sive inferorum" (82). Durga, grande dea della fecondità, che raggruppa un numero notevole di culti locali, e specialmente di culti della vegetazione, diventa anche la deità padrona degli spiriti dei morti.
Quanto alle feste, ricordiamo soltanto che l'antica commemorazione dei morti indiana cadeva in piena mietitura, ed era insieme la festa principale del raccolto (83). Abbiamo visto che lo stesso avveniva nei paesi nordici. Nell'antichità, il culto dei Mani si celebrava col cerimoniale della vegetazione.
Le più importanti feste agrarie o della fertilità sono arrivate a coincidere con le feste commemorative dei morti. Un tempo, il San Michele (29 settembre) era insieme la festa dei morti e della mietitura in tutta l'Europa settentrionale e centrale. E il culto funerario influisce sempre più su quello della
fertilità, appropriandosene i riti, che trasforma in offerte o sacrifici alle anime degli antenati. I defunti sono ‘quelli che abitano sottoterra’, e la loro benevolenza deve essere conciliata. I semi gettati dietro la spalla sinistra, in quanto offerti in omaggio al ‘topo’, sono destinati ai morti.
Riconciliati, nutriti e sollecitati, proteggono e moltiplicano i raccolti. Il ‘vecchio’ o la ‘vecchia’, visti dai contadini come personificazioni delle ‘potenze’ e della fertilità del campo, cominciano col tempo ad accentuare il loro profilo mitico, sotto l'influenza delle credenze funerarie, e si appropriano la struttura e gli attributi degli ‘antenati’, degli spiriti dei defunti.
Questo fenomeno si identifica con particolare facilità nelle credenze dei popoli germanici. Odino, divinità funeraria, capo della ‘caccia furiosa’ delle anime che non trovano requie, si appropria una quantità di riti appartenenti al complesso dei culti agrari. In occasione del Jul, la festa propriamente funeraria dei Germani, che cade nel solstizio d'inverno, l'ultimo covone del raccolto dell'annata è tirato fuori per farne un'effigie d'uomo, di donna, di gallo, o capro o altro animale (84). E' significativo il fatto che le forme animali sotto cui si manifesta la ‘potenza’ della vegetazione, sono quelle stesse che rappresentano le anime dei defunti. In un
certo momento della storia dei due culti, non si può più precisare se uno ‘spirito’, manifestandosi in forma animale, rappresenta le anime dei trapassati, o se è personificazione teriomorfa della forza tellurico-vegetale. Questa simbiosi ha fatto sorgere confusioni senza fine, e le controversie degli studiosi non sono ancora terminate nei riguardi, ad esempio, del carattere agrario o funebre di Odino, le origini delle cerimonie del Jul, eccetera. In realtà ci troviamo di fronte a complessi rituali e mitici, nei quali la morte e la rinascita si interpretano, convertendosi in momenti distinti della stessa realtà transumana. Le zone di interferenza fra culti della fertilità e culti funerari sono tante, e così importanti, che non può far meraviglia se, dopo la simbiosi e la fusione, si raggiunge una nuova sintesi religiosa, fondata sulla valorizzazione più ampia dell'esistenza umana nel Cosmo.
NOTE:
Nota 79. MEYER, opera citata, 1, pagine 140, 152.
Nota 80. Ibidem, 2, pagina 104.
Nota 81. ALTHEIM, "Terra Mater, pagina 137.
Nota 82. Ibidem, pagina 107.
Nota 83. MEYER, opera citata, 2, pagina 104.
Nota 84. Riferimenti in DE VRIES, opera citata, pagina 21.
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