Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

martedì 29 aprile 2014

Strix, Striges, Strìe e Streghe... fra stregoneria antica e paganesimo (PARTE 1°)


Nocte volant puerosque petunt nutricis egentes
et vitiant cunis corpora rapta suis
carpere dicuntur lactentia viscera rostris
et plenum poto sanguine guttur habent.

‘Volano di notte e cercano i fanciulli senza nutrice;
e vìolano i corpi rapiti alle loro culle;
si dice che con i rostri strappino le viscere dei lattanti
e hanno la gola piena del sangue bevuto’.
Ovidio-Fast, VI-135-138 


Il termine STRIX è documentato dal corpus della letteratura latina fin dal II sec. a.C. a partire dall'attestazione Plautina della commedia " Pseudolo". L'Oxford Latin Dictionary ne annota il significato traducendolo con "un tipo di gufo, considerato un uccello infausto, talvolta vampiro, oppure spirito malvagio". La forma latina strix più spesso attestata nella letteratura risulta affiancata al suo doppio linguistico a livello popolare, ovvero STRIGA, voce attestata anche nel Satyricon di Petronio, oltre che in Ovidio. Per il mondo romano la parola derivava dal suo eco di referente naturale e cioè la proproetà sonora dello "stridere" come appunto ce le presenta Ovidio in un episodio dei Fasti, ovvero le STRIGES erano uccellacci che di notte erano soliti stridere orrendamente (horrenda stridere) e non è del tutto improbabile che quest'etimologia fosse stata ripresa da Orazio perchè pervenutaci dal compendio sull'erudito antiquario di età augustea Valerio Flacco.  Dunque l’ornitonimo latino STRIX(f.), che designa un rapace notturno, probabilmente il ‘barbagianni’ o un uccello affine, è stato oggetto di ampi studi dal punto di vista etno-antropologico, poiché la strige compare in moltitesti della tradizione letteraria latina quale demone molestatore di infanti avido di interiora umane, lugubre messaggera di morte e, per contro, comenotturna nutrice che porge ai fanciulli il proprio seno generoso. Quest’ultimo aspetto è di gran lunga minoritario,mentre prevale la caratterizzazione negativa. Plinio nella Naturalis Historia con la sua frase (XI, 232): "fabulosum enim arbitror de strigibus, ubera eas infantium labris immulgere" Ritengo una fantasia che le strigi porgano le mammelle alle labbra degli infanti’ richiama proprio la medesima connotazione fantasiosa delle Striges come "nutrici di infanti" e sempre  secondo Sereno Sammonico(Liber medicinalis1035–1036) l’azione è perniciosa "Praeterea si fortepremit strix atra puellos / Virosa immulgens exertis ubera labris"-Inoltre se per caso la fosca strige opprime i bambini porgendo le mammelle avvelenate alle labbra sporgenti’. In Draconzio (Romulea X, 302–310) una vecchia nutrix è paragonata a una strige. In fase già molto tarda si colloca la cruciale testimonianza di Isidoro (Origines XII, 7,42): "Strix  nocturna: haec avis vulgo amma dicitur, ab amando parvulos; unde et lac praebere fertur na- scentibus"-Strix notturna: questo uccello è detto popolarmente amma(nutrice) perché ama i bambini; perciò si dice anche che offra il latte ai neonati’. Nell’interpretazione di Alinei (1981) le caratterizzazioni materne e positive della strige sono l’antichissimo relitto di una fase totemica in cui l’uomo percepisce se stesso come discendente, o addirittura figlio, di un uccello. Il ricco dossier raccolto in Gimbutas (1990 [1989]) dimostra che gli Strigiformi, rappresentati con genitali femminili e mammelle, erano raffigurazioni preistoriche della Grande Madre. Il processo di demonizzazione avviene dunque in fasi successive (presumibilmente nell’Età dei Metalli) ed è già compiuto.(con piccoli residui ormai incomprensibili) nel mondo classico. Da qui il significato, proprio dell’italiano e di molti continuatori romanzi, di ‘strega’, ‘essere femminile demoniaco’. In greco il verbo non è tuttavia specifico degli uccelli (di volta in volta può designare i rumori o versi prodotti da locuste, topi, pesci e persino elefanti), né di animali.

Il latino letterario possiede due varianti dello zoonimo: strıˉx e strıˉga.
Si tratta, con tutta evidenza, di continuatori regolari di altrettanti temi indoeuropei: il primo radicale a vocalismo */e/ e zero ( *streig-s / *strig-s),il secondo tematico con medesima alternanza (*streigeh/ *strigeh ); la /ıˉ/deriva regolarmente dalla chiusura del dittongo */ei/. Il tema radicale lungo compare nella letteratura latina sin da Plauto ( Pseudolus820), mentre quello breve si trova in Ovidio, Properzio, Orazio eSeneca (Meister 1916:19, n. 5). Il tema in -a(da */eh/), invece, è attestato nella prosa di Petronio ( Satyricon LXIII, 4 e 8), ragion per cui non ne può essere determinata la quantità vocalica. In ogni caso, gli esiti romanzi con /e/ e con /i/ richiedono tanto forme a vocale breve quanto forme a vocale lunga. Da STRIGA  derivano il toscano (poi italiano) e còrso strega‘strega’, il sassarese il qré ̨a.’, l’arpinate- stréa‘id.’, l’alatrino-sdreiya, il sillanese (emiliano sudappenninico) štreia‘, il sursilvano štreyeil francoprovenzale (Brusson, provincia di Aosta) are ̨dzˇa,, il veneziano - striga il friulano, trentino, veneto, lombardo, piemontese, ligure -stria, il logudorese- istrìa ‘barbagianni’,l’antico e medio francese- estrie‘strega’ e il portoghese- estria. Il siciliano : strìula‘civetta’, ‘barbagianni’ proviene da strıgula.Nell’area slava è mutuato dal friulano lo sloveno : strije ‘indovina’, ‘farfalla nera’ e verosimilmente dal veneziano il serbocroato: štrìg.

est illis (avibus) strigibus nomen; sed nominis huius / causa, quod horrendum stridere nocte solent.
 Ovidio, Fasti (VI, 139–140) 
Strix, nocturna avis, habens nomen de sono vocis. Quando enim clamat stridet.  
Isidoro, Origines (XII-7, 42).

 La Strix è il demone che dilaniaghermisce e rapisce. Né sorprende che esso sia immaginato come uccello:pensiamo ad alcune motivazioni onomasiologiche, persino banali, quali quella del latino vultur ‘avvoltoio’, corradicale di gula ‘gola’ o dell’italiano rapace ‘uccello da preda’, dal latino rapax ‘avido, che rapisce’. Similmente l’aggettivo antico indiano : gr°dhra - ‘avido’ si è specializzato nel senso di ‘avvoltoio’ (da una radice gardh - ‘desiderare’) Soprattutto, vanno ricordate le greche Arpie (Arpuiai- dal verbo ἁρπάζειν harpazein, "rapire") che si connotano proprio per questo significato recondito. 
Festo scrisse nel suo De Verborum Significatione:
" La Strix secondo Valerio è chiamata dai Greci Strinx ed il nome viene attribuito a donne malefiche (maleficae mulieribus) che chiamano anche Volaticas. E così i Greci sono soliti scacciarle (eas avertere) con queste parole "Vai via Strix che gridi di notte (Nuktiboàn) vai via lontano dalle genti, uccello che non va nominato (ornis anonùmion) sulle navi che vanno via veloci".
In questo testo possiamo vedere una storta di formula magica o scongiuro che esorcizzi le Striges ma anche altri mostri femminili che venivano associati a rimedi protettivi come la pietra lychnites contro uccelli notturni ed allocchi. La piuma della strix, ovvero dell'uccello rapace, veniva usata in stregoneria come potentissimo ingrediente magico, nominata da Orazio accanto all'uso da parte delle malefiche streghe Canidia, Sagana, Veia e Folia. Secondo Porfirione la "pluma" accanto a" fico selvatico che cresce fra sepolcri, funerei cipressi, uova di rana sporche di sangue , erbe velenose della Tessaglia e dell'Iberia, strappate dalla famelica bocca di una cagna " attivava un potentissimo sortilegio a danni amorosi. La Strega Rapax, ovvero la lena (mezzana) assume nella sua entità di strega e donna malefica attributi famelici e d'uccello come le attitudini cruente, il potere sui veneni e la facoltà di produrre la pazzia, senza dimenticarsi delle sonorità ululanti, le cagne, attributi di Hekate- Ecate la terribile e temibile Dea Ctonia della Magia e della Stregoneria. (riguardo ad Ecate ho trattato diversi argomenti nel mio blog, vi invito alla lettura)
 
La Balia o NUTRIX cattiva è una figura ricorrente nella letteratura e nella supertizione latina, Plinio nel I sec. d.C. scrisse alcune delle storie che circolavano all'epoca riguardo inquietanti credenze sulle Streghe, mentre Titinio  autore del II sec.a.C.  raccomandava alle madri di intrecciare una treccia d'aglio in caso la maligna creatura affliggesse i bambini porgendo alle loro labbra le sue velenose mammelle. La balia malvaglia poneva come oggetto delle sue attenzioni i "vitalia" ovvero gli organi vitali dei bambini, in cui risiede materialmente la loro fragile vita. Esempio è la leggenda della culla di Proca futuro re di Alba  narrata da Ovidio salvato dalle grinfie di una strega dalla dea Crana la quale "con un ramo di corbezzolo ella subito toccò tre volte di seguito gli stipiti della porta, tre volte segnò le soglie, asperse l'ingresso con dell'acqua magica, tenne le viscere crude prese da una scrofa di due mesi e così disse: Uccelli della Notte, risparmiate le interiora dei bambini, in cambio del piccolo io immolo una giovane vittima, un cuore in cambio di un cuore (core pro corde), vi prego, al posto di quelle viscere prendete queste viscere (pro fibris sumite fibras), noi vi offriamo questa vita  in cambio di una migliore". 

Fatta questa libagione poneva le viscere sacrificali all'aria aperta e veniva vietato a coloro che avevano assistito al sacrificio di volgersi indietro a guardarle, poi mise il ramo di biancospino avuto dal Dio Giano nel punto in cui una piccola finestrella dava luce alla stanza.

 Nessuna strix attaccò più il piccolo futuro re.

 FINE PRIMA PARTE 

(note e bibliografia saranno inserite nella seconda parte dell'articolo)

mercoledì 9 aprile 2014

RIFLESSIONI SUL CULTO ED IL PENSIERO RELIGIOSO GRECO (part.1)



“Il politeismo è innanzitutto articolazione delle divinità fra di loro, in modo che ogni pantheon, ogni configurazione di dèi, si adatti al contesto in cui è inserita. Una divinità possiede innumerevoli aspetti, che si declinano anch’essi secondo i luoghi e le circostanze: una potenza divina infatti non si riduce ad un solo campo o modo d’azione, ma riproduce a sua volta, all’interno della sua rete di competenze, una sorta di micropantheon”. ( da: Il linguaggio del politeismo, G.Pironti).


La “polytheia” termine da cui deriva “politeismo” non ha nulla a che fare con la condizione peggiorativa significante null’altro che l’opposto negativo a “monoteismo” ed un termine coniato dal filosofo giudaico Filone d’Alessandria nel 50 d.C. che in questi ultimi anni ha ripreso la sua dignità di sistema cultuale, religione in quanto tale ma soprattutto oggetto di studio di un insieme di tradizioni mitiche e pratiche rituali considerate fino al XIX secolo solo una forma primitiva e degenerante di religione. Tuttavia anche il termine “religione” non ha un equivalente corretto ed esatto in greco antico, ovvero i Padri greci avevano elaborato una concezione del divino e dei rapporti che intercorrono fra i due mondi (umano e divino) ben diversa da quella che si associa comunemente al temine “religione”. I greci non conoscevano il concetto di “laicità” pertanto non esisteva una separazione fra la sfera divino-cultuale e la sfera della vita umana-comune, non vi è un “sacro” che si oppone al “profano” . Vi erano i “nomoi” ovvero gli usi e le leggi, e fra loro i “patrioi nomoi” costumi ancestrali di ogni comunità e fondamentale importanza vi era il “nomos” di rendere onore agli dei secondo le norme trazionali “ nomizein tous theous”. Non vi era “fede e credenza” , vi erano obblighi rituali la cui esecuzione scrupolosa nel rispetto della tradizione garantisce i buoni rapporti con le divinità e ne promuove la benefica manifestazione. La religiosità greca si esprimeva nel riconoscere dunque gli onori “timai” dovuti ad ogni divinità attraverso l’azione del “timan” dell’onorare gli dei, nel prendersi cura di loro “therapeuein” per mantenere quella condizione di “eusebeia” che secondo Platone è l’atteggiamento corretto da tenere nei confronti degli dei,  fatto di ammirazione, rispetto e giusto timore “sebas”. Essa non è una virtù astratta ma è il culto stesso reso agli dei espresso nei fatti con il verbo “sebein”. La Pietas antica non si risolve in un vuoto ritualismo proprio della persona superstiziosa ed a riprova che la “deisidaimonia” ( eccessivo timore degli Dei ) ed il ritualismo ossessivo che ne consegue é la lontananza dall' eusebeia, tanto quanto il rifiuto di onorare gli Dei.  La religiosità greco antica non si fonda su alcun testo sacro e non è una “religione del libro”, fondata istituita e decodificata. Essa è ereditata ed ereditaria, solidale, senza ortodossie eresie e dogmi,  tuttavia rispettosamente scrupolosa di una sorta di “ortopraxia” di rituali e norme previste in materia di culto. Nel politeismo greco-romano ma anche italico nel senso stretto, non esiste una sfera del sacro opposta a quella del profano perchè il tutto esistente è appartenente agli Dei, non esiste neppure una casta sacerdotale depositaria della verità esclusiva sugli Dei. Anticamente i sacerdoti e le sacerdotesse erano magistrati eletti e/o sorteggiati dalle autorità statali senza che il loro ruolo di intermediari con il divino assumesse quell'aura "magica e mistica " per non dire romantica, che ha assunto nel neo paganesimo, essi non avevano bisogno di una vocazione particolare ma poichè il culto pubblico, (cui attore è l'uomo e la comunità nel suo insieme) richiede la presenza di un Sacerdote e/o Sacerdotessa anche il semplice cittadino può compiere gli Atti Sacri del Cultus da solo purchè nel rispetto delle regole prescritte dalla Tradizione immutabile. la comunicazione con gli Dei non è dunque un privilegio di pochi ma un DOVERE che ogni Devoto deve porre alle Divinità, con il culto "riguardo gli dei e le cose sacre" giornaliero e preciso, per non cadere nell'Hybris (tracotanza) e nell'empietà facendo sempre attenzione a non scivolare neppure nell'eccesso di culto religioso che si tramuta in superstizione. Inoltre la vita delle città era intrinsecamente legata alla religiosità in quanto gli dei non gestivano solamente i destini dei singoli ma anche e soprattutto quelli della comunità, profilandosi come garanti dello stato e delle istituzioni politiche.

Ogni comunità possedeva il proprio pantheon articolato secondo specifiche tradizioni e pertanto sarebbe più corretto parlare di “religioni in Grecia”, di cultura religiosa generalmente condivisa piuttosto che di un sistema definito di credenze e pratiche religiose identiche, poiché di identiche vi erano pochissime pratiche, in quanto alla varietà dei pantheon locali corrisponde un vincolo particolarmente stretto tra la singola comunità e gli dei insediati in quello specifico territorio. Questa singolarità “terra e sangue” si ritrova anche in Italia, nelle terre di Hesperia, sorella “saturnina” dell’Ellade, territori questi popolati da altre potenze divine quali daimones, ninfe, fiumi ma anche eroi  ed altre innumerevoli presenze numinose terrifiche e potentissime destinate al culto legato strettamente al territorio ed alle tradizioni locali.  Moltissime divinità erano chiamate a proteggere nei loro vari aspetti, la vita nelle città mettendo le proprie competenze al servizio della Polis, ovvero tutte quelle potenze divine oggetto di culto pubblico si vedono anche riconosciute ipso facto in un ruolo essenziale per la salvaguardia cittadina, e l’epiteto cultuale  è proprio “polieus/polias” –della città, oppure “Poliouchòs” –che tiene la città, nei casi “agoraia” per Artemide o “polia” per Athena e persino Afrodite, considerata erroneamente estranea alla politica possiede numerose prerogative anche militari (Timouchòs, Stratagis, Pandemòs, Strateia…). Il pantheon di una città greca è una realtà dunque articolata e dinamica e tra le altre cose, non sempre una divinità “poliade” o acropolitana coincide perfettamente con la divinità tutelare e la vita religiosa di una polis non si esaurisce ad un culto tributato a qualche divinità tutelare, poliade o altro, ma deve ripartire in egual modo le timai.


GLI DEI
Come ha dimostrato eccellentemente il Vernant, gli dei non sono personaggi, né vere e proprie invenzioni o persone dotate di una precisa identità, ma “potenze divine” che agiscono in quanto tali sia nella Natura che nell’uomo e nella società attraversando i diversi piani del reale, manifestandosi in una moltitudine di segni e sotto varie forme non identificandosi mai del tutto però con le loro manifestazioni particolari (per citare Senofonte nell’Anabasi “persona e potenza divina”) e naturalmente l’immaginario religioso dei Greci non si esprimeva allo stesso modo nei racconti tradizionali e nelle rappresentazioni del divino legato al culto e il loro status di potenze divine si ritrova nei pantheon cittadini dove un teonimo si ritrova spesso accompagnato da un’epiclesi culturale che ne specifica la figura particolare del dio o della dea oggetto di culto. Un’oscenità tipica di questi tempi scellerati è anche il fatto che si associno alle divinità greche ma anche di altre culture, etichette semplicistiche  del tipo “dio di…” riducendo il complesso sistema di nominazione e descrizioni articolate che accompagnano inni e preghiere nonché alla narrazione delle gesta divine, ad un mero catalogo nozionistico privo di qualsiasi voglia pathòs e rispetto. 


L’etichettare moderno occulta la polivalenza dell’azione della potenza divina, ritraendola in modo statico, senza valutare l’enorme raggio d’azione appartenente a ciascuna divinità politeista che si ritrova, come nel caso di Afrodite ed Ares, fra divinità opposte che agiscono nella sfera della mixis e sono associate all’incontro/scontro dei corpi e la pulsione che lo determina.  Come è anche solo concepibile di categorizzare ed etichettare qualsiasi potenza? Una divinità non si identifica con un solo campo o modo d’azione, Afrodite è l’Euploia per eccellenza, è Limenia, è Pandemos ed Urania, è Melania ed Aurea, Demetra non è solo la “dea dell’agricoltura” ma anche la divinità che presiede assieme alla figlia Kore ai Misteri di Eleusi, al dominio delle fecondità e della fertilità  è amplissimo e vi intervengono innumerevoli potenze divine , e per modo d’azione si intende la specificità che contraddistingue l’intervento di una potenza divina nei diversi ambiti di sua competenza, ma non bisogna neppure cadere nell’errore del ritenere che ad ogni potenza divina corrisponda un solo modo di azione! Nel politeismo le divinità non sono pensabili svincolate l’una dall’altra. Il politeismo è una sorta di sistema comunicativo , in cui ogni potenza divina si declina secondo la funzione del posto assegnatole in una certa e determinata configurazione , basti pensare alla pluralità iscritta nella stessa topografia cultuale in cui spesso in un Santuario dedicato ad una divinità vi sono anche altari consacrati ad altre potenze divine nei quali venivano tributati onori. Il politeismo greco è regno di plasticità , flessibilità e duttilità in cui il mondo divino si riconfigura in funzione di luoghi, circostanze e mutamenti storici senza però perdere mai le sue basi profondissime legate allo hieros, all’eusebeia ed ai timai. Nel rispetto dei “nomoi” di ciascuna comunità gli “dei degli altri” non vengono schematizzati ne stigmatizzati e neppure oggetto di assimilazione sistematica poiché il linguaggio del politeismo tende ad interpretare le divinità straniere comparandole alle autoctone per affinità ma mentendole sempre separate. 

In un sistema di credenze e culti quale quello greco antico che non conosce dogmi né tantomeno libri sacri, i poeti si ritrovarono a svolgere  fin dall’epoca arcaica un ruolo fondamentale nella rappresentazione delle divinità e nella sistemazione del pantheon poiché le Muse non sono solo una metafora dell’ispirazione poetica ma vere Divinità che son fonte di legittimazione su cui si costruisce l’autorità religiosa della parola poetica ad esempio di Omero ed Esiodo, i quali sono degli interpreti del mondo degli dei “theologoi” esprimendo il mondo sub specie dei. Essi sono portavoce legittimi delle tradizioni ed interpreti privilegiati delle connessioni che si tessono tra piano umano e divino, sono visti quasi come “mantis”, indovini dotati di sapere oracolare che rivelano il volere degli dei, ne raccontano le vicende, ne identificano i nomi e ne descrivono le apparenze. Il cantare degli dei in una società in cui il potere religioso non è gestito da un clero specializzato e gerarchizzato, la preghiera che accompagna i rituali pubblici non è la sola parola ritualmente efficace senza la presenza di adeguati Inni che evidenziano la timè  e non essendo il pantheon greco una realtà statica pur essendo radicata nel territorio, gli dei vivono nella storia della cultura a cui appartengono e ne riflettono le mutazioni nella spazio come nel tempo. 
 Citando Gabriella Pironti : 

L’origine dell’universo e la theogonia costituiscono l’argomento del celebre poema di Esiodo che racconta il lento e conflittuale processo attraverso cui il mondo trova infine un suo equilibrio, garantito dalla suprema autorità di Zeus, re degli dei e degli uomini. Pur non essendo un testo “canonico” (…) il poema esiodeo costituisce come i poemi omerici , un punto di riferimento essenziale per i Greci . Nel disegnare , attraverso la genealogia e la ripartizione dei “timai” , le articolazioni interne al mondo degli dei olimpi, la Teogonia si rivela un documento altrettanto essenziale per chi, oggi, voglia comprendere il politeismo ellenico.” 


 Due noti antichisti come Jean Rudhardt e J.P. Vernant  hanno sottolineato come la complessa struttura genealogica del mondo divino non era fine a se stessa né va ritenuta espressione di un pensiero primitivo rivolto a mettere in ordine il caos politeistico! Si tratta invece di un sofisticato strumento conoscitivo che nel tracciare l’albero genealogico delle divinità, disegna una mappa delle potenze che operano nel mondo e le rappresenta attraverso i vincoli di sangue. Inoltre la ripartizione degli onori “timai” nei canti genealogici e teogonici è un perno fondamentale per la chiave concettuale politeista, in base alla quale ad ogni dio o dea sono riconosciute le “timai” corrispondenti alle “moirai” –parti assegnate loro nella società divina. Nella consueta presentazione in ordine alfabetico, i ritratti canonici degli dei greci sono il risultato di una semplificazione che occulta le significative e duttili architetture interne al mondo divino. Senza aver la pretesa né tantomeno la finalità di quest’analisi breve sul culto greco, posso dire che gli Dei dell’Olimpo non esauriscono il mondo divino ma ne costituiscono senz’altro l’insieme maggiormente rappresentativo in quanto aventi funzioni centrali nella vita cultuale delle città che nei racconti tradizionali (per avere un’ampia e rigorosa analisi della mitografia greca rimando alla lettura immancabile del classico testo “ I Miti Greci di Robert Graves). Le varie storie e fonti riguardo la nascita degli uomini (che in questa trattazione non prenderò in analisi) però  ricordano nel loro intimo un messaggio potente, ovvero che la nuova umanità nata dagli dei, nasce soprattutto sotto il segno della PIETAS e dei giusti onori resi agli dei e della loro risposta benevola, ma anche sotto il segno della comunità politica , legata strettamente alla terra ed agli uomini che da quella stessa terra sono nati.

“ Gli dei greci posseggono, oltre all’immortalità (…) il privilegio di poter giocare con le forme e confondere i generi. (…) Ora seminascosto sotto sembianze umane, ora semi svelato nell’epifania, ora vulnerabile oppure inaccessibile , il corpo del divino è rappresentato in continua metamorfosi, segno di una potenza che non si identifica mai del tutto con le sue manifestazioni particolari e non ha necessariamente bisogno di un corpo per manifestarsi” (da: Il corpo degli dei, antropomorfismo, epifanie e metamorfosi di G.Pironti)


Nell’epopea letteraria greca, pur se invisibili, gli dei  sono sempre presenti accanto ai guerrieri e si manifestano anche in modi più diretti comunicando con i mortali sotto forma di voce o con sembianze umane. L’antropomorfismo è meno assoluto di quanto non si creda comunemente, poiché anche nelle rappresentazioni narrative in cui la tensione è più forte, l’alterità del dio antropizzato trapela sempre in un modo o nell’altro. Ricordando che le divinità non sono né persone né personaggi ma “potenze divine” anche la raffigurazione antropomorfa degli dei così come la distinzione di genere sessuale riflettono la tensione dell’immaginario antico a rappresentare il divino, “altro da sé”, in forme sensibili  ad esprimere forme umane e quindi mortali, ciò che per definizione è “ambrotòn”-non umano e “athanaton”-non mortale. Nel V canto dell’Iliade, ad esempio lampante, l’uomo greco attribuisce agli dei un “corpo paradossale”, reale ma non reale, ed il liquido vitale che scorre nelle vene di Afrodite ed Ares è infatti un “sangue non sangue”, “l’ambroton aima”-sangue immortale e gli dei son definiti però “anaimones”-sprovvisti di sangue.  Essi possono giocare a sfiorare la morte senza mai raggiungerla. L’antropomorfismo degli dei non è assoluto : una divinità è tale proprio perché può assumere ogni sembianza ed inoltre manifesta la sua potenza e volontà attraverso miriadi di segni


LESSICO SACRO
Lo “hieròs” è il sacro, ovvero tutto ciò che appartiene alla divinità o la riguarda ma non esprime una qualità propria del divino, ovvero un dio non è “hieròs” mentre “hieròn “ è il Santuario in quanto luogo consacrato alla divinità e “hiereus/hiereia” sono il Sacerdote e la Sacerdotessa in quanto addetti al culto delle divinità, inoltre “hiereion” è anche l’animale sacrificale che loro è destinato. Traduzioni errate in “profano”  del termine “ hosios” hanno tentato di trovare un’opposizione a “hieròs” come una dicotomica fase sacro/profano tuttavia non è possibile appunto ritrovare nei sistemi cultuali greci qualcosa di “profano” nel senso moderno giudaico-cristiano! Se “dikaios” disegna ciò che è giusto e legittimo secondo la legge umana, “hosios” designa ciò che è consentito secondo la legge divina e pertanto la famosissima frase “ta hiera ka ita hosia” non significa “le cose sacre e le cose profane” ma distingue ciò che appartiene strettamente agli dei da ciò di cui gli dei consentono l’utilizzo. Su questa specifica (forse voluta) errata traduzione si basa sostanzialmente il grandissimo errore di comprensione riguardo la visione cultuale e ritualistica greco antica, poiché seppur la “ta hosia” indica una sfera in cui l’uomo è libero di agire  non bisogna scordarsi che essa è parte di una realtà le cui coordinate sono determinate, in ultima istanza, dalla Volontà divina.

Il Teonimo è il “nome proprio” di un dio o di una dea ed assieme agli altri epiteti che gli vengono attribuiti (lungi dall’essere meramente esortativi) sono parte integrante della rappresentazione divina e vennero istituiti dagli antichi per esigenza di stabilire una comunicazione efficace con il mondo supra-umano invocando, descrivendo e raccontando le vicende riguardo agli dei. Le epiclesi (ovvero i diversi epiteti cultuali) si affiancano al teonimo e declinano la potenza divina delle sue molteplici figure . L’equazione “nomen-numen” cioè identità fra teonimo e potenza divina è stata spesso applicata modernamente in una prospettiva riduzionistica e subordinata, pochissima attenzione è stata concessa invece al modo in cui i Greci ma anche gli Italici concepivano il rapporto fra una divinità ed il suo nome, alle forme riflessive ed esegetiche, fortunatamente le fonti letterarie ci vengono in aiuto! Il Teonimo è segno e manifestazione della potenza divina e sovraumana degli dei , ed i termini “theos” e “theoi” hanno un legame profondo con il verbo “tithemi” –porre. Gli dei dunque sarebbero così chiamati avvero “theoi” perché secondo Erodoto” hanno posto in ordine (thentes) ogni cosa e presiedono a tutte le ripartizioni”. Quest’etimologia erodotea disegna la concezione politeista del divino in cui fondamentale appare l’idea di “ripartizione” che struttura il pantheon ed ordina l’universo intero. Il teonimo diventa uno strumento previlegiato per parlare della divinità, come dice Aristotele a proposito del nome di Afrodite (Sulla generazione degli animali, II, 2, 736° 18-21) il teonimo racchiude da “dynamis” divina, in quanto la relazione tra teonimo e dynamis, tra nomen e numen è solidale con il tentativo di rappresentare gli dei attraverso l’esegesi ed il racconto. La polinomia e la polivalenza racchiuse nelle variegate e numerosissime epiclesi fanno parte integrante della natura stessa degli dei e nel tentativo di stabilire una comunicazione efficace con una determinata potenza divina è necessario rivolgersi a lei (cultualmente e ritualmente) in modo corretto poiché il nome non solo identifica ma evoca la divinità e questa si dimostrerà tanto più propizia all’ascolto se invocata nel modo più appropriato alla timè ed agli onori che le spettano. Pertanto in poesia soprattutto, il teonimo si ritrova accompagnato da epiteti che elogiano caratterizzando la divinità stessa. Inoltre la presenza di medesime epiclesi condivise da diverse divinità non significa che gli dei siano intercambiabili! Nel nome composito formato da teonimo ed epiclesi  entrambi gli elementi sono significativi e concorrono a dipingere una precisa figura divina. Allo stesso modo in una stessa città una divinità può ricevere svariate epiclesi a dimostrazione che il riconoscimento della polivalenza divina è centrale nella rappresentazione ellenica del divino e nella costituzione pantheica.


IL CULTO
Oggetti emblematici che appaiono nelle rappresentazioni figurate il più delle volte sono oggetti tradizionali che permettono di distinguere una divinità dall’altra , ma anche gli animali o altre figure che accompagnano gli dei assumono la funzione di “emblematà”. Il linguaggio iconografico non rinuncia a riconfigurare secondo il contesto le rappresentazioni degli dei preferendo la funzione di riarticolarne i segni e gli attributi.  La statua di culto è un “agalma” un’offerta gradita di cui la divinità si compiace ma non è un ritratto bensì un oggetto che rispecchia in modo adeguato la sua timè e gli onori dovuti, può anche accoglierne la manifestazione ma non la racchiude, contribuisce solamente a propiziarne la manifestazione, non vi è un’adorazione iconica.   Il Rito crea una comunicazione  fra preghiere  ed oblazioni fra piano umano e divino che non passa necessariamente attraverso la rappresentazione figurata della divinità, numerosissimi sono i culti aniconici infatti. E’ l’altare che riceve le offerte e su cui brucia la parte riservata al diò ad essere il vero cuore delle comunicazioni fra divino ed umano che parole e gesti adeguati son necessari e destinati ad attivare. Senza queste prerogative il culto non può sussistere.  


 I greci e gli Italici non “credevano” negli dei, come opportunamente sottolineato dagli studi antropologici di J.Poullion, R.Needham e Lèvi-Strauss quando si parla di “credenza” si presuppone che esista una distinzione fra mondo naturale ed empirico ed un mondo sovrannaturale  mentre questa distinzione non era presenza in Grecia ed in altre realtà politeiste, anche attuali, in cui il mondo è concepito come un universo popolato da esseri invisibili e visibili le cui sfere di azione sono interdipendenti ed in equilibrio fra loro. L’unica cosa in cui i greci credevano era il fatto che gli dei intervenissero nel mondo poiché per essi questo era una certezza non un atto di fede becero di stampo giudaico-cristiano. Il ritualismo come sistema vivente e dignitoso nella religiosità greco-romana è stato studiato da G.Dumèzil e J.Rudhardt che lo definirono nella sua funzione di concatenare gli elementi funzionali alla comunicazione con il divino mentre Burkert, etnografo, intese il culto come uno strumento efficace per dominare ritualmente impulsi e comportamenti. In Grecia il rito non è semplicemente un insieme di credenze e culti dettati da una sorta di formalismo rituale e senza fede quanto un sistema di pratiche che organizzano anche la società ed il sistema civile. Il culto si può definire come l’insieme dei comportamenti e delle pratiche rituali specifici di una comunità eseguiti nel rispetto delle tradizioni , in tempi e spazi ben precisi, e posti generalmente sotto l’autorità di individui le cui funzioni sono definite dalla società. Gli atti di culto devono regolare i rapporti tra la comunità e le entità superiori (dei, daimones, ninfe, eroi, defunti) o luoghi in cui è avvertita una presenza divina ( grotte, boschetti, sorgenti, fiumi etc). Il Culto in Grecia come ho già specificato, si articola in  termini che rimandano all’idea di venerazione e timore : Pietas-Eusebeia, Onori-Timai e Tradizione-Nomos, Sollecitudine servizievole-therapeia . La “trèskeia” –osservanza di precetti e comportamenti rituali , invece è assimilata al latino “Cultus”. 



L’”oikos”-lo spazio domestico è il fulcro centrale del culto familiare, costituito dall’”Hestia”-focolare, omonimo della dea che lo protegge, elemento centrale per la famiglia in cui sotto l’autorità paterna si svolgevano gli atti del culto quotidiano (preghiere, libagioni e sacrifici) ma anche rituali di integrazione dei nuovi membri, dei neonati, delle sposine, degli schiavi e dei supplici che dovevano venir accolti nella comunità. L’oikos era anche uno spazio qualificato per comunicare con le divinità e per chiederne la benevolenza, ed era caratterizzato da diversi luoghi fisici posti sotto la tutela di determinate divinità: la dispensa protetta da Zeus Ktesios, la soglia della porta sorvegliata da Ermes Propylaios, Apollo Agyieus e da Hekate Popylaia, mentre ne, cortile si ergeva l’altare a Zeus Herkeios.  I Santuari “ hieròn” erano posti al di fuori ovviamente dell’ambiente domestico ed erano luoghi consacrati ad una divinità e quindi di suo specifico possesso. Il Themenòs ovvero luogo delimitato, era uno spazio ritagliato e cinto da confini o segnalato da pietre di confine dette “horoi”. Al suo interno vi erano gli “hydrimata” –elementi costituitivi della fondazione di un culto: l’”homos” –altare e gli “agalmata” –statue ed oggetti di valore consacrati, ed il “naos”-Tempio. L’atto di fondazione “hidryein” fonda il legame sancito con l’atto sacrificale fra comunità e territorio ai piedi dell’altare. Terra e Sangue per comunicare con gli dei. Ai piedi delle statue invece venivano poste offerte votive e vi si pronunciavano preghiere ed invocazioni.  All’interno del Santuario i culti destinati alle divinità ed ai defunti si svolgevano a cielo aperto poiché il Tempio non era accessibile ai devoti ed al suo interno era custodita la statua della divinità onorata e solamente i sacerdoti o le sacerdotesse preposte al suo culto potevano entrare per porgere offerte custodite spesso in piccoli edifici attigui chiamati “tesori”.  Offerta e sacrificio sottolineano allo stesso tempo una distanza ma instaurano comunicazione fra  dei ed uomini. L’ “Anathema”-offerta, può essere anche simbolica, piccoli oggetti in piombo o terracotta, mascherine, amuleti, oggetti domestici o “agalmata” quali statue,  tripodi bronzei etc. Una volta consacrate le offerte diventavano proprietà del santuario e della divinità stessa e non potevano essere spostate da li.


 Nei santuari vie erano anche sale da “riposo” e “di cura terapeutica” nel caso di divinità guaritrici, sale da banchetto e fontane o vasche per le abluzioni rituali. Anche la fisionomia del santuario variava moltissimo, al suo interno potevano esserci meravigliosi giardini o boschi sacri e pascoli dedicati all’allevamento di animali ad esclusiva proprietà della divinità. Anche l’altare poteva variare in forme e  materiali, ma ogni santuario aveva anche funzione diversa a seconda del contesto urbano, periurbano, campagnolo, o di confine con vie sacre e di frontiera ma in ogni caso aveva una funzione aggregativa e di formazione . Ogni devoto doveva attenersi all’obbligo di rispettare scrupolosamente alcune regole fondamentali di comportamento: all’interno era vietato fare l’amore, partorire o morire, essere “katharos”-in stato di purezza, era un requisito fondamentale per entrare in contatto con gli dei ed imprescindibile

 “ Non libare all’alba lo scintillante vino a Zeus, e neppure agli altri dei, senza aver prima lavato le mani; gli dei infatti, non ascolterebbero le tue preghiere ma le rigetterebbero indietro” (Esiodo, Le Opere ed i Giorni, 724-726). 

All’ingresso del santuario dunque occorreva eseguire le necessarie abluzioni rituali, servendosi dell’acqua che scorreva nelle fontane o vasche predisposte a questa funzione, inoltre era proibito l’ingresso nei santuari alle donne incinte o nella fase di allattamento, ma in ogni caso doveva essere tenuta  lontana dal luogo sacro ogni fonte di contaminazione “miasma” , non potevano entrarvi gli omicidi ed i traditori, tuttavia essendo terra inviolabile il supplice che vi richiedeva asilo non poteva essere perseguito. Le “heortai” –feste in onore delle divinità scandivano la vita pubblica e domestica in quanto ogni città possedeva il proprio calendario cultuale che indicava le feste religiose mese per mese, basti pensare che ad Atene nell’epoca classica venivano celebrate più di cento feste all’anno aggiunte alle feste locali dei demos inscritti nelle iscrizioni in pietra. In epoca classica la festa si svolgeva essenzialmente in tre tempi : la “pompè” –processione, il “thysia” –sacrificio di tipo alimentare  e le “agones”-competizioni sportive e musicali,  ed attraverso questi punti imprescindibili della ritualità il legame fra dei e comunità si rafforzava. Come già detto, il Culto politeista nella Grecia antica non era gestito da un Clero inteso come intermediario indispensabile per garantire una comunicazione fra uomini e dei o come depositario esclusivo di Verità Divine. L’atto sacrificale non richiedeva competenze particolari e qualsiasi padre di famiglia lo compiva all’interno della propria “oikos”. Tuttavia l’organizzazione di feste e cerimonie nonché la gestione effettiva dei Santuari prevedeva la presenza di personale specializzato che procedeva in uno scrupoloso rispetto delle regole tradizionali. I sacerdozi dei vari santuari venivano estratti annualmente anche se alcuni culti venivano gestiti tradizionalmente da “lignaggi” di famiglie particolari all’interno dei quali venivano tramandate determinate prerogative sacerdotali. Ad Atene i magistrati incaricati degli affari religioni erano gli “arconte-re”, detenenti le principali prerogative in campo religioso, i culti “patrii” ereditati dagli antenati , fra loro l’Arconte Eponimo per le feste più recenti ed il Polemarco che doveva gestire i giochi funebri in onore dei caduti in guerra. I “theoroi” erano incaricati alla consultazione degli oracoli mentre gli “hieropoioi” eletti annualmente dovevano organizzare le feste quadriennali, fatto salvo per le Grandi Panatenee,  fornire le vittime sacrificali ed assumere il ruolo di sacrificatori . I sacerdoti ricevevano delle porzioni onorifiche  ed alla fine del mandato venivano sottoposti alla procedura ufficiale della “resa dei conti” di fronte alla comunità in cui il loro operato veniva giudicato e se necessario, sanzionato. Inoltre son noti dalle fonti diversi nomi di sacerdotesse “hiereiai” la cui carica poteva essere annuale o a vita . ad esempio, la Sacerdotessa di Athena poteva contare su due collaboratrici: “kosmo”-colei che adorna e “trapezophoros” –la portatrice di tavola. Ad Olimpia le “sedici donne” si occupavano del culto ad Era, confezionandone il peplo da offrire ogni cinque anni, organizzava i Giochi Erei , ed erano affiancate da altre sedici donne dette “diakonoumenai” che le assistevano. Sempre ad Atene le donne del lignaggio dei Praxiergidi erano incaricate di lavare l’antica effige dell’Athena Polìas, di vestirla e di rimetterle i paramenti in occasione delle feste Plinterie e Callinterie che si svolgevano annualmente. L’unica prerogativa necessaria alle donne incaricate di un sacerdozio civico era quella di essere cittadine legittime .

 Nel Santuario la vita religiosa era parecchio movimentata, per sovrintendere al sacrificio mensile  su tutti gli altari solitamente interveniva il “Teecolo” ovvero il sacerdote avente carica mensile, indovini, gli “spondofori”-portatori di libagione, l’”esegeta”-interprete dei segnali divini, l’”auleta”-suonatore di flauto, il legnaiolo etc. Esse non erano solamente figure ausiliarie ma nella pratica politeista la gestione della relazione fra umano-divino non è mai appannaggio di pochi. Inoltre vi erano altri agenti rituali ausiliari ed indipendenti dalla vita religiosa della città ovvero gli indovini itineranti, interpreti di oracoli, purificatori… Tuttavia da quest’indipendenza situata ai margini del quadro culturale civico a partire dal V sec.a.C. le loro pratiche tradizionali cominciarono ad essere percepite con diffidenza e stigmatizzate associate alla “magia” ed alla “stregoneria”. Culto religioso civico, istituzionalizzato ed organizzato agli dei era cosa dunque ben diversa da pratiche “mantiche”-divinatorie e “magiche” operate da individui particolari. Magia, stregoneria, e pratiche esoteriche non facevano parte del culto agli dei (con beneplacito di alcune teorie del moderno neo-paganesimo che a quanto pare assumono la medesima connotazione errata).
Dunque la vita religiosa  era profondamente legata alla vita sociale poiché era la comunica civica a gestire la comunicazione con gli dei attraverso pratiche cultuali fra le quali spiccano il giuramento, il sacrificio e la divinazione. Una figura importantissima era il “purificatore”, che eliminava il “miasma “causato dalle colpe di omicidi, tradimenti e spergiuri, e rinnovava il legame fra la comunità ed il suo territorio fondando nuovi templi ed altari elementi quindi visibili all’auspicato rinnovamento della presenza divina nella città. Altri elementi ed atti fondamentali del culto greco antico appunto erano: Il giuramento, per fondare e rifondare il legame sociale “horkia” –giuramenti, i quali non erano solo semplici formule di impegno ma un atto rituale complesso  in cui sono implicati gli uomini, gli dei e l’intero ordine cosmico in quanto l’atto del giurare corrisponde ad una serie di atti cultuali (preghiera, libagione, sacrificio) che convalidano la parola data le cui conseguenze si rifletteranno su chi giura. 




Lo spergiuro non fugge alla vendetta terribile di Horkos, potenza divina tremenda preposta proprio al rispetto della parola data. Durante il giuramento le vittime sacrificali erano due agnelli i quali posti dinnanzi al sacrificatore venivano sacrificati con la “macharia” il coltello sacrificale, prima veniva loro tagliato un ciuffo di capelli dalla testa e poi venivano sgozzati. Durante i sue tagli si invocavano le presenze divine come testimoni “martyres” e guardiane dei patti (solitamente si invocavano Zeus ed Helios, Gaia, la terra ed i fiumi, istanze divine del territorio in cui si compiva il rituale) e le potenze infere che presiedevano alla punizione degli spergiuri (Ade, Persefone, Hekate, Horkos, Erinni). Dopo ciò lo schema classico del giuramento prevede l’enunciazione del contenuto dei patti e l’”ara” finale ovvero un atto verbale la cui enunciazione è autorealizzante per sanzionare il rituale , essa agirà sul piano biologico e sociale pesando sul destino del singolo uomo e del lignaggio intero. Il rito è accompagnato dalla “sponde”-libagione che consiste nel versare del vino misto ad acqua sull’altare o direttamente al suolo e parte del vino viene ingerito dall’orante ( a differenza delle “choai” ovvero libagioni di liquidi completamente versati sulle tombe o a terra in contesti funerari). Libando il contatto con le divinità si attiva non solo al momento del giuramento ma anche durante una preghiera o…maledizione.
Invocare o chiamare “kalein” gli dei è un atto di parola usato per fare un voto, chiedere protezione e benefici, ringraziarli, renderli presenti agli avvenimenti della propria vita. Secondo Frazer  ciò che la religione domanda agli dei attraverso la preghiera, la magia lo ordinerebbe per mezzo di incantesimi. In greco “euche” –preghiera può esprimere anche la maledizione ed il vero “euchesthai” esprime l’idea di proclamare ad alta voce la giusta pretesa, e l’euchestai impegna l’orante ed il suo divino interlocutore. In greco antico la preghiera non è una semplice richiesta blanda ma piuttosto un ordine o richiesta decisa (espressa con i verbi al modo imperativo ed ottativo esortativo), accompagnata da una libagione essa veniva espressa nella vita quotidiana in vari momenti mentre al santuario veniva rivolta all’agalmata divino con un’offerta consona. Il sacrificio assumeva diverse forme, dal non cruento di primizie vegetali al cruento con ripartizione della vittima, olocausto in cui la vittima era completamente consumata dal fuoco e per molteplici funzioni (ringraziamento, propiziatorio, mantico, catartico etc..).



 Il sacrificio aveva il suo fulcro proprio nelle caratteristiche alimentari e commensali nella divisione del pasto rituale, la “thysia”, in cui la vittima veniva ritualmente uccisa ed una parte veniva offerta agli dei tramite combustione sull’altare mentre la restante veniva consumata dalla cerchia dei partecipanti per consolidare i legami fra membri della società civica e divinità destinate al rito. Tuttavia semplici offerte di primizie “aparchai”, incenso da bruciare sull’altare, grani d’orzo, bende sacre  un dolcetto e una focaccia potevano bastare agli dei, che non erano avidi come il Dio del monoteismo. La radice etimologica thy- focalizza sulla dimensione olfattiva del sacrificio, da cui derivano appunto “thysia” e “thyos” indicanti tanto l’offerta sacrificale quanto la fumigazione. Gli dei si deliziano del profumo che esala dagli altari su cui arde il fuoco sacrificale! Altri termini per designare pratiche sacre “hierourgia” sono : “hiera”-vittime sacrificali e loro viscere da dove trarre auspici,  ma anche generalmente riti sacri del culto, “hiereuein”- verbo dal significato di consacrare, rendere sacro ma anche sgozzare, “enagizein”-verbo usato in genere per sacrifici destinati ai defunti e potenze divine legate al mondo ctonio, terrifico, o il più comune “sphazein”-sgozzare alla terra. Da questo derivano altri termini tecnici che indicano la vittima e ciò che la circonda: “sphaghion”-atto sacrificale, “sphaghe” e “sphageus” –sacrificatore materiale, “hiereus”-il sacerdote, i “kerykes” –gli araldi  che dovevano portare in processione le vittime siano all’altare e pronunciando adeguate preghiere le dovevano anche sgozzare. Dal V sec.a.C.  una nuova figura di sacrificatore con il coltello sacro il “magheiros” fece la sua comparsa, dovendo inoltre tagliare le carni in parti uguali per essere poi distribuiti ai partecipanti del rituale ed infine cuocerle.  In tutto ciò i sacrifici  offerti dalla città erano sempre presieduti da magistrati e sacerdoti. La cottura delle carni era la soglia culturale che distingueva gli uomini dagli animali. Nella comune praxis sacrificale infatti dopo l’uccisione della vittima, il sacerdote preposto ed i suoi assistenti squartavano l’animale su una tavola apposita, la “trapeza” separando la carne (che verrà bollita e distribuita ai presenti della comunità) da cuore e viscere ed organi vitali destinati ad essere cotti allo spiedo e consumati dai sacrificanti. Ossa, grasso e porzioni di carne venivano bruciate assieme ai profumi sull’altare cosparso di vino ed altre libagioni  agli dei immortali e benevoli.
 
“ Solo gli dei possiedono una chiara conoscenza degli eventi, mentre agli uomini è dato solo congetturare” ( Alcmeone di Crotone- VI sec.a.C.) .
 
In Grecia antica il sapere del “mantis” –indovino, era spesso un affare di famiglia ed eredità sanguigna. Indovini erano consultati non solo dai singoli indovini ma anche dalla città in quanto detentori di un sapere divino che permetteva loro di divinare, interpretare i sogni ed i segni inviati dagli dei, accedere ad una visione sinottica del presente, passato e futuro. Gli uomini che si rivolgevano agli indovini lo facevano per poter prendere la giusta decisione su azioni o vita. Gli indovini potevano profetizzare “ theiazein” e divinare, oppure far apparire gli dei “theopropus”  o scrutare i segni divini nelle viscere “ theoskopos”. In ogni caso però il sapere mantico era frutto di un’iniziazione che passava attraverso la relazione con il mondo animale, rettili e mammiferi  (serpenti, cavallette, lucertole, donnole, ragni, ratti, talpe) che vivono a stretto contatto con la terra ed il mondo ctonio, infero, sotterraneo detenente una stretta correlazione con la divinazione e l’evocazione dei defunti.  Molte erano le tecniche divinatorie : ornitomanzia, oniromanzia, astrologia, lecanomanzia, catopromanzia e cleromanzia, ma anche cledonomanzia e consultazione degli oracoli  in cui la divinazione era immediata ed ispirata dal dio, una diretta emanazione della parola divina tramite un profeta o una profetessa. 


Dott.ssa Righetto Elena


BIBLIOGRAFIA
-Thesaurus cultus et rituum antiquorum (ThesCRA).: Cult places ..., Volume 4- a cura di Jean Charles Balty.
-Enciclopedia Treccani di Archeologia, - J.Champeaux, La Religione dei Romani.-
A. Zilkowski, Storia di Roma. - Frazer, il Ramo D’Oro.- Il linguaggio del politeismo, G.Pironti-  Poesia e religione, il pantheon ellenico fra invenzione tradizione, G.Pironti- I Miti greci, R.Graves, La nascita degli dei e l’ordine del mondo, G.Pironti, Le religioni dei Misteri, P.Sarpi- Dioniso, Kerenyi- La dea Bianca, R.Graves- Almanacco Pagano, ediz.Pandemia- La religione romana arcaica G.Dumèzil- Il magico nella cultura antica, G.Luck- Il grande libro delle dee europee, D.Nipoti- la morte e l’aldilà nel mondo pagano, C.Pascal- Il panteismo, Ediz.Xenia- Le religioni misteriche, ediz.Xenia- Le Iniziazioni, Berlich- Il politeismo, Berlich-  la religione dei greci, Price- Iliade-Omero- Odissea, Omero- Teogonia, Esiodo- Le opere ed i giorni, Esiodo- Nel nome degli dei: teonimi, epiteti, epiclesi, G.Pironti- Presenze divine nel mondo: il culto in Grecia, M.Carastro- I bassifondi dell’antichità, C.Salles- Strix, L.Cherubini- Lo specchio delle Muse, F.M.Pontani, B.Costantini. De Natura Deorum, M.T.Cicerone, De Agricoltura, Catone.