Nocte volant puerosque petunt nutricis egentes
et vitiant cunis corpora rapta suis
carpere dicuntur lactentia viscera rostris
et plenum poto sanguine guttur habent.
‘Volano di notte e cercano i fanciulli senza nutrice;
e vìolano i corpi rapiti alle loro culle;
si dice che con i rostri strappino le viscere dei lattanti
e hanno la gola piena del sangue bevuto’.
Il termine STRIX è documentato dal corpus della letteratura latina fin dal II sec. a.C. a partire dall'attestazione Plautina della commedia " Pseudolo". L'Oxford Latin Dictionary ne annota il significato traducendolo con "un tipo di gufo, considerato un uccello infausto, talvolta vampiro, oppure spirito malvagio". La forma latina strix più spesso attestata nella letteratura risulta affiancata al suo doppio linguistico a livello popolare, ovvero STRIGA, voce attestata anche nel Satyricon di Petronio, oltre che in Ovidio. Per il mondo romano la parola derivava dal suo eco di referente naturale e cioè la proproetà sonora dello "stridere" come appunto ce le presenta Ovidio in un episodio dei Fasti, ovvero le STRIGES erano uccellacci che di notte erano soliti stridere orrendamente (horrenda stridere) e non è del tutto improbabile che quest'etimologia fosse stata ripresa da Orazio perchè pervenutaci dal compendio sull'erudito antiquario di età augustea Valerio Flacco. Dunque l’ornitonimo latino STRIX(f.), che designa un rapace notturno, probabilmente il ‘barbagianni’ o un uccello affine, è stato oggetto di ampi studi dal punto di vista etno-antropologico, poiché la strige compare in moltitesti della tradizione letteraria latina quale demone molestatore di infanti avido di interiora umane, lugubre messaggera di morte e, per contro, comenotturna nutrice che porge ai fanciulli il proprio seno generoso. Quest’ultimo aspetto è di gran lunga minoritario,mentre prevale la caratterizzazione negativa. Plinio nella Naturalis Historia con la sua frase (XI, 232): "fabulosum enim arbitror de strigibus, ubera eas infantium labris immulgere" Ritengo una fantasia che le strigi porgano le mammelle alle labbra degli infanti’ richiama proprio la medesima connotazione fantasiosa delle Striges come "nutrici di infanti" e sempre secondo Sereno Sammonico(Liber medicinalis1035–1036) l’azione è perniciosa "Praeterea si fortepremit strix atra puellos / Virosa immulgens exertis ubera labris"-Inoltre se per caso la fosca strige opprime i bambini porgendo le mammelle avvelenate alle labbra sporgenti’. In Draconzio (Romulea X, 302–310) una vecchia nutrix è paragonata a una strige. In fase già molto tarda si colloca la cruciale testimonianza di Isidoro (Origines XII, 7,42): "Strix nocturna: haec avis vulgo amma dicitur, ab amando parvulos; unde et lac praebere fertur na- scentibus"-Strix notturna: questo uccello è detto popolarmente amma(nutrice) perché ama i bambini; perciò si dice anche che offra il latte ai neonati’. Nell’interpretazione di Alinei (1981) le caratterizzazioni materne e positive della strige sono l’antichissimo relitto di una fase totemica in cui l’uomo percepisce se stesso come discendente, o addirittura figlio, di un uccello. Il ricco dossier raccolto in Gimbutas (1990 [1989]) dimostra che gli Strigiformi, rappresentati con genitali femminili e mammelle, erano raffigurazioni preistoriche della Grande Madre. Il processo di demonizzazione avviene dunque in fasi successive (presumibilmente nell’Età dei Metalli) ed è già compiuto.(con piccoli residui ormai incomprensibili) nel mondo classico. Da qui il significato, proprio dell’italiano e di molti continuatori romanzi, di ‘strega’, ‘essere femminile demoniaco’. In greco il verbo non è tuttavia specifico degli uccelli (di volta in volta può designare i rumori o versi prodotti da locuste, topi, pesci e persino elefanti), né di animali.
Il latino letterario possiede due varianti dello zoonimo: strıˉx e strıˉga.
Si tratta, con tutta evidenza, di continuatori regolari di altrettanti temi indoeuropei: il primo radicale a vocalismo */e/ e zero ( *streig-s / *strig-s),il secondo tematico con medesima alternanza (*streigeh/ *strigeh ); la /ıˉ/deriva regolarmente dalla chiusura del dittongo */ei/. Il tema radicale lungo compare nella letteratura latina sin da Plauto ( Pseudolus820), mentre quello breve si trova in Ovidio, Properzio, Orazio eSeneca (Meister 1916:19, n. 5). Il tema in -a(da */eh/), invece, è attestato nella prosa di Petronio ( Satyricon LXIII, 4 e 8), ragion per cui non ne può essere determinata la quantità vocalica. In ogni caso, gli esiti romanzi con /e/ e con /i/ richiedono tanto forme a vocale breve quanto forme a vocale lunga. Da STRIGA derivano il toscano (poi italiano) e còrso strega‘strega’, il sassarese il qré ̨a.’, l’arpinate- stréa‘id.’, l’alatrino-sdreiya, il sillanese (emiliano sudappenninico) štreia‘, il sursilvano štreyeil francoprovenzale (Brusson, provincia di Aosta) are ̨dzˇa,, il veneziano - striga il friulano, trentino, veneto, lombardo, piemontese, ligure -stria, il logudorese- istrìa ‘barbagianni’,l’antico e medio francese- estrie‘strega’ e il portoghese- estria. Il siciliano : strìula‘civetta’, ‘barbagianni’ proviene da strıgula.Nell’area slava è mutuato dal friulano lo sloveno : strije ‘indovina’, ‘farfalla nera’ e verosimilmente dal veneziano il serbocroato: štrìg.
est illis (avibus) strigibus nomen; sed nominis huius / causa, quod horrendum stridere nocte solent.
Ovidio, Fasti (VI, 139–140)
Strix, nocturna avis, habens nomen de sono vocis. Quando enim clamat stridet.
Isidoro, Origines (XII-7, 42).
La Strix è il demone che dilania, ghermisce e rapisce. Né sorprende che esso sia immaginato come uccello:pensiamo ad alcune motivazioni onomasiologiche, persino banali, quali quella del latino vultur ‘avvoltoio’, corradicale di gula ‘gola’ o dell’italiano rapace ‘uccello da preda’, dal latino rapax ‘avido, che rapisce’. Similmente l’aggettivo antico indiano : gr°dhra - ‘avido’ si è specializzato nel senso di ‘avvoltoio’ (da una radice gardh - ‘desiderare’) Soprattutto, vanno ricordate le greche Arpie (Arpuiai- dal verbo ἁρπάζειν harpazein, "rapire") che si connotano proprio per questo significato recondito.
Festo scrisse nel suo De Verborum Significatione:
"
La Strix secondo Valerio è chiamata dai Greci Strinx ed il nome viene
attribuito a donne malefiche (maleficae mulieribus) che chiamano anche
Volaticas. E così i Greci sono soliti scacciarle (eas avertere) con
queste parole "Vai via Strix che gridi di notte (Nuktiboàn) vai via
lontano dalle genti, uccello che non va nominato (ornis anonùmion) sulle
navi che vanno via veloci".
In questo testo possiamo vedere una storta di formula magica o scongiuro che esorcizzi le Striges ma anche altri mostri femminili che venivano associati a rimedi protettivi come la pietra lychnites contro uccelli notturni ed allocchi. La piuma della strix, ovvero dell'uccello rapace, veniva usata in stregoneria come potentissimo ingrediente magico, nominata da Orazio accanto all'uso da parte delle malefiche streghe Canidia, Sagana, Veia e Folia. Secondo Porfirione la "pluma" accanto a" fico selvatico che cresce fra sepolcri, funerei cipressi, uova di rana sporche di sangue , erbe velenose della Tessaglia e dell'Iberia, strappate dalla famelica bocca di una cagna " attivava un potentissimo sortilegio a danni amorosi. La Strega Rapax, ovvero la lena (mezzana) assume nella sua entità di strega e donna malefica attributi famelici e d'uccello come le attitudini cruente, il potere sui veneni e la facoltà di produrre la pazzia, senza dimenticarsi delle sonorità ululanti, le cagne, attributi di Hekate- Ecate la terribile e temibile Dea Ctonia della Magia e della Stregoneria. (riguardo ad Ecate ho trattato diversi argomenti nel mio blog, vi invito alla lettura)


La Balia o NUTRIX cattiva è una figura ricorrente nella letteratura e nella supertizione latina, Plinio nel I sec. d.C. scrisse alcune delle storie che circolavano all'epoca riguardo inquietanti credenze sulle Streghe, mentre Titinio autore del II sec.a.C. raccomandava alle madri di intrecciare una treccia d'aglio in caso la maligna creatura affliggesse i bambini porgendo alle loro labbra le sue velenose mammelle. La balia malvaglia poneva come oggetto delle sue attenzioni i "vitalia" ovvero gli organi vitali dei bambini, in cui risiede materialmente la loro fragile vita. Esempio è la leggenda della culla di Proca futuro re di Alba narrata da Ovidio salvato dalle grinfie di una strega dalla dea Crana la quale "con un ramo di corbezzolo ella subito toccò tre volte di seguito gli stipiti della porta, tre volte segnò le soglie, asperse l'ingresso con dell'acqua magica, tenne le viscere crude prese da una scrofa di due mesi e così disse: Uccelli della Notte, risparmiate le interiora dei bambini, in cambio del piccolo io immolo una giovane vittima, un cuore in cambio di un cuore (core pro corde), vi prego, al posto di quelle viscere prendete queste viscere (pro fibris sumite fibras), noi vi offriamo questa vita in cambio di una migliore".
Fatta questa libagione poneva le viscere sacrificali all'aria aperta e veniva vietato a coloro che avevano assistito al sacrificio di volgersi indietro a guardarle, poi mise il ramo di biancospino avuto dal Dio Giano nel punto in cui una piccola finestrella dava luce alla stanza.
Nessuna strix attaccò più il piccolo futuro re.
Fatta questa libagione poneva le viscere sacrificali all'aria aperta e veniva vietato a coloro che avevano assistito al sacrificio di volgersi indietro a guardarle, poi mise il ramo di biancospino avuto dal Dio Giano nel punto in cui una piccola finestrella dava luce alla stanza.
Nessuna strix attaccò più il piccolo futuro re.

FINE PRIMA PARTE
(note e bibliografia saranno inserite nella seconda parte dell'articolo)
(note e bibliografia saranno inserite nella seconda parte dell'articolo)


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