Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

martedì 17 settembre 2024

LA MODA DEI VENETI ANTICHI



Anche nel mondo antico, il mondo dei Veneti, era fondamentale differenziare le varie figure del vivere civile e sacro attraverso l'abbigliamento. Poco si è parlato e si continua a divulgare al riguardo, soprattutto per le difficoltà oggettive di reperire reperti archeologici in quanto ovviamente caratterizzati da elementi e fibre tessili altamente deperibili. Per poterci avvicinare a questo mondo, ritengo sia fondamentale appoggiarsi ai dotti studi di Anna Bondini riguardanti l'abbigliamento e l'ornamento dei Veneti Antichi al Museo Nazionale Atestino e nell'intervento di Maria Stella Busana e Margherita Gleba riguardo l'uso del tessuto nei rituali funerari del Veneto antico. 


 In base alle fonti archeologiche si possono delineare diversi “costumi” in funzione di vari elementi quali l'età, la condizione e il ruolo sociale, quindi oltre alle figure tipiche dei guerrieri, dei mercanti e degli artigiani si possono identificare anche le serve, le giovini, le matrone, le devote e le “sacerdotesse”. Una società si evolve anche in base alla qualità dell'abbigliamento che contraddistingueva le figure aristocratiche, le quali erano socialmente indicate a ricoprire ruoli prestigiosi e di gestione della vita civile. 

Il territorio Veneto presentava un fiorente mercato di importazione ed esportazione di materie prime , pregiate e prodotti finiti pronti per l'utilizzo, dovuto a manovalanze altamente qualificate e botteghe artigianali prestigiose e specializzate. I tessuti erano realizzati in lino, canapa e lana. La tessitura e la filatura erano attività svolte in ambiente domestico evidente nei reperti legati al mondo della tessitura trovati in ambito funerario nelle tombe femminili e anche le fonti documentarie lo dimostrano con evidenza. Marziale (Carm. XVI, 155) celebra la lana veneta “ Lanae Albae: Velleribus primis Apulia, Parma secundis nobilis; Altinum tertia laudat ovis” ( Le lane bianche: la Puglia vince con le lane migliori, Parma con le seconde e la terza pecora loda Altino) . La zona veronese e vicentina invece si era specializzata in produzione ed esportazione di vesti accompagnate da fibule. Il tessuto presentava trame molto elaborate ed i colori erano dati da pigmenti naturali. I rarissimi frammenti conservati dipingono un mondo antico coloratissimo: dal giallo, al rosso, al porpora e soprattutto all'azzurro, quest'ultimo citato da G.Fogolari e A.Prosdocimi in “ I Veneti Antichi, Lingua e cultura” e G.Fogolari in “l'Arte delle Situle: prima esperienza figurativa europea” Gli etruschi e l'Europa”. L'azzurro era un colore importante e caratteristico dell'identità etnica dei Veneti, ed i recenti esami di laboratorio su micro frammenti che si son conservati nei reperti funerari hanno confermato ciò che le fonti documentarie antiche già avevano delineato. I Veneti antichi praticavano la “vestizione” delle situle (urne cinerarie) con indumenti preziosi che in vita avevano accompagnato il defunto o la defunta (un esempio lampante è la tomba di Nerka Troistaia al Museo di Este) e le analisi che si stanno svolgendo riguardano appunto i frammenti fibrosi e le loro colorazioni. 

Tomba di Nerka Trostaia - Museo di Este - Situla vestita - Foto dell'autrice 




 L'AZZURRO: IL COLORE DEI VENETI?

 L'azzurro era un colore importante per i Veneti, basti ricordare che Si chiamava “FACTIO VENETA” la squadra degli aurighi veneti che a Roma gareggiava abitualmente col colore azzurro alla presenza dell’imperatore. Le “factiones” erano sempre in numero di quattro:factio albata (i bianchi), factio russata (i rossi), factio prasina (i verdi),factio veneta(gli azzurri). Gli “Azzurri” di un tempo erano gli aurighi veneti, famosi a tal punto che in latino, per indicare il colore azzurro, si cominciò semplicemente a dire “venetus . Isidoro scrive in un'epoca di declino per i fasti della classicità: gli aurighi sono di due colori con i quali coprono una sorta di idolatria il verde dedicato alla Terra, mentre l'azzurro veneto al Cielo e al Mare. I Veneti antichi erano famosissimi per la loro maestria nell'allevare i cavalli e quindi che i fantini nelle gare indossassero casacche azzurre non ci deve stupire. In un saggio di Edoardo Rubini troviamo questa descrizione “A tutt'altre tradizioni culturali era caro l'uso del blu: Veneti, Celti e Germani vi attribuivano un profondo significato di ispirazione magico-religiosa. I guerrieri di questi popoli europei usavano scendere in combattimento solo dopo aver dipinto se stessi i propri cavalli persino le proprie navi per i veneti di Bretagna con questo colore; Plinio inoltre riferisce che le donne dei veneti Bretoni ( o britannici- Britannorum) si cospargevano di blu prima di dedicarsi ai rituali religiosi.” Ci tengo a precisare che I Veneti di Bretagna non erano i Veneti Adriatici di Este ma è curioso notare come queste popolazioni Indoeuropee che condividevano la medesima radice -WEN, considerassero il colore azzurro con importanti caratteristiche. Probabilmente il colore azzurro aveva valenze apotropaiche e legate al culto religioso, purtroppo data la carenza delle fonti possiamo solamente ipotizzarlo anche se il colore effettivamente caratterizzava l'idea “etnica” delle tribus venetiche. Citando l'opera: “ Dai Veneti ai Venetici” di Giovan Battista Pellegrini, troviamo: “L'aggettivo venetus in latino acquisì anche il significato di colore. Tale uso fu popolare e si perpetuò nelle lingue neolatine almeno in alcune aree per lo più arcaiche, ciò che conferma una notevole vitalità del termine. Gli antichi ne dettero una spiegazione che, a dir vero, non convince interamente. Come colore venetus indicò l' 'azzurro' il 'blu turchese' o 'verde marino' (v. Vegezio, Epitome rei militaris, 4.37); tale uso starebbe in connessione col "partito degli azzurri nel circo", una delle quattro fazioni che gareggiavano nelle corse del circo. In Giovenale, 3.170 e soprattutto in Svetonio, De vita Caesarum,14, 3, Venetus venne ad indicare anche l'auriga della fazione degli "Azzurri" così denominati poiché i cocchieri che portavano un copricapo di codesto colore erano degli oriundi veneti; ma Ernout-Meillet soggiunge poi "oppure perché le loro vesti provenivano da codesta regione, la Venetia”. L'interpretazione tradizionale, pur risalendo agli antichi, potrebbe in realtà corrispondere ad una paraetimologia, ma per ora non vedo una soluzione plausibile a codesto problemino etimologico (...)”.

 DECORAZIONI E GIOIELLI 

 I Veneti e le Venete amavano abbigliarsi con un certo lusso, se la loro condizione economica lo permetteva, e i gioielli erano in bronzo, ferro ma anche oro e argento. Oggetti funzionali e di vezzo (spille, fibule, spilloni per i capelli, anelli, armille, bracciali, pendagli, pettorali, ganci per le cinture, orecchini ) abbelliti spesso con materiali che provenivano da lontano quali l'ambra dal Mar Baltico o i corallo dall'Italia meridionale. Essenze profumate da oriente e cuoio lavorato finemente per la produzione di accessori. Le donne venete tenevano moltissimo alla loro igiene personale e intima, basti notare la ricchezza dei cofanetti domestici per la cura della persona che contengono aghi, ferma trecce, netta unghie e netta orecchie, pinzette di varie forme, contenitori per unguenti e olii, porta trucchi con tracce di coloranti per il viso e gli occhi, specchietti, olle, cofanetti... Tali attrezzi son ben documentati nei corredi funerari di Este e la loro bellezza è sempre commovente. Nei corredi maschili invece troviamo la presenza di rasoi e porta unguenti (probabilmente per attività palestritiche). Per la ricostruzione dell'abbigliamento dei Veneti, dato che le fonti documentarie sono scarsissime, fortunatamente possiamo affidarci all'arte delle situle e alle lamine bronzee, ma anche ai bronzetti votivi a figura umana e gli ex-voto che raffiguravano tuttavia personaggi di ceto sociale non comune, in abiti “da parata” eleganti, in ambito di cerimonie pubbliche e/o religiose. Gli ornamenti provenienti dalle tombe forniscono una documentazione più diluita nel tempo, lungo tutta l'età del ferro (I millennio a.C.) fino alla romanizzazione. L'incinerazione del defunto ha purtroppo costituito la perdita di tutto ciò che era deperibile e non si dispone la posizione degli ornamenti sul corpo per comprendere come effettivamente venissero indossati. Il funerale era un momento sociale importantissimo in cui la famiglia esibiva la propria ricchezza (corteo, allestimento dei giochi funebri etc) pertanto è presumibile che il defunto o la defunta venissero abbigliati con costumi indossati in occasioni speciali, da parata, e non nell'uso quotidiano che sicuramente erano abiti più comodi e pratici. 

 LA MODA MASCHILE CIVILE E MILITARE 



FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31


L'iconografia nelle raffigurazioni dell'arte delle situle, soprattutto nella “Situla Benvenuti” è una fonte preziosissima per la nostra analisi. I “signori” son caratterizzati in virtù del loro vestiario. Un manto ornato da borchie, lungo fino al polpaccio, tessuto lavorato a odi o a ricami. Un mantello inornato con l'orlo inferiore decorato era usato spesso come si evince sempre dalla “situla benvenuti”. I “calcei repandi” erano degli stivaletti con la punta l''insù ed andavano di moda anche in Etruria mentre il cappello a falde larghe connotava personaggi di rango sociale elevato e talvolta anche i sacerdoti ( come ricordato dalla Fogolari e da Zaghetto). Le tuniche erano vesti intere, potevano essere a manica lunga o prive di manica, corte e cintate (come alcune tuniche presenti nei bronzetti della stipe di Reitia), mentre il servo che tiene la zampa del cavallo sulla situla Benvenuti presenta una tunica lunga fino al polpaccio con maniche a tre quarti e il bordo decorato. Altri copricapi erano dei baschetti aderenti o dei cappelli simili ai berretti frigi, indossati probabilmente da uomini più giovani. I guerrieri indossavano invece dei corti gonnellini che si intravedono dallo scudo, schinieri, corno da battaglia, scudi circolari o elissoidali, due lance, elmi a calotta con cimieri. Con la seconda metà del V secolo a.C. l'equipaggiamento militare si evolve con uno scudo ovale con umbone e spina centrale, lancia, elmi celto-italici, spada sospesa alla cinta (laminette di Este e Vicenza). Tra il VII e VI sec. a.C. Nelle tombe troviamo rasoi, coltelli, asce rituali e da caccia, morsi e bardature equine per i cavalieri, ekvopetaris. Dalla metà del V secolo invece assieme al guerriero veniva deposta anche la sua panoplia e fibule di fogge nuove. 

MODA FEMMINILE CIVILE E SACERDOTALE 

FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31



 Le ragazze durante la cerimonia di iniziazione nuziale, indossano un costume che presenta analogie con quello romano. Indossavano una gonna svasata e ampia, ornata con vari motivi spesso geometrici ed era stretta in vita dai famosi cinturoni a losanga. La cintura veniva sciolta presumibilmente dal marito nel talamo nuziale. Oltre ai gioielli, la sposina indossava un velo lungo costituito a riquadri, stivali con orlo floscio, rivoltato e con decorazioni. Le lamine votive da Caldevigo e dal santuario di Reitia raffigurano questo tipo di abbigliamento. Il mantello femminile era spesso decorato con una trama a riquadri che non era presente in quello maschile, e citando l'opera della Bondini “richiama da vicino l'esecuzione delle figurette in piombo e in avorio del santuario di Artemis Orthia a Sparta, divinità per certi aspetti affine con la dea Reitia” (pag. 167). La gonna a pieghe invece si attesta fino alla romanizzazione come nella stele funeraria di Ostiala Gallenia. Nella quotidianità, le donne venete indossavano tuniche a campana, lunghe fino al polpaccio e strette in vita dalla cintura, sempre con maniche corte o lunghe. Indossavano grembiuli decorati e ricamati e lunghi scialli di varie fogge e misure, sulle spalle o sul capo. La sobrietà dell'abbigliamento era una caratteristica opportuna per presentarsi al cospetto della divinità, come ci ricordano Baratella e la Fogolari. Nella lamina proveniente dalla zona del “tiro a segno” troviamo una donna che indossa una tunica lunga fino ai piedi, rarissimo caso, un mantello allacciato alle spalle e i capelli raccolti in un alto chignon conico con un disco sul capo. Il diadema richiama il “disco solare” con una forte simbologia legata al culto religioso indicando probabilmente una sacerdotessa, simile al costume indossato dalla “devota orante di Caldevigo”, che presenta la medesima acconciatura alta detta a “tutulus”. La raffigurazione femminile associata invece alla “dea Reitia” si ritrova sui dischi di Montebelluna, con veste riccamente decorata, ampio scialle a ruota portato alto sul capo e per gli attributi associati (chiave rituale stretta in mano, animali sacri quali lupo e volatile, i virgulti d'edera) si connota in ambito accademico come “potnia thèron” la Signora degli Animali e delle piante, colei che apre il grembo della terra e della donna per donarle la fertilità pur non essendo una dea madre ma una dea dei passaggi e dell'iniziazione. La presenza di “madri” o forse di “dee madri” si ritrova in provenienza patavina. Donne aventi un mantello totalmente coprente da capo a piedi, con in braccio un bambino, e riconoscibili dai seni accentuati. Parlare di “dee madri” riguardo questi bronzetti è troppo specifico quindi mi limito alla descrizione dei reperti caratteristici. Nel VIII sec. a.C. Andavano di gran moda vistosi pendagli-pettorali di richiamo quasi troiano, altri in osso e file di perline in pasta vitrea con pendagli triangolari in lamina di bronzo, ambra e corallo d'importazione. Le fibule ad arco configurato rivestito in pasta vitrea, dischi d'osso con intarsi in ambra, pendenti e bottoni di bronzo, spiraline in bronzo rivestite d'oro ornavano i capelli delle donne che non si separavano dai loro oggetti legati alla filatura e alla tessitura (conocchie, coltellini in osso, aghi, fusi di bronzo e punteruoli) nemmeno dopo la morte. Dal VI sec. a.C. Troviamo fibule a navicella e a sanguisuga con catenelle e pendagli di bronzo, bracciali pesanti a giro di spirale terminanti a testa di serpente oltre ai già descritti oggetti da toletta. Fino al IV sec. a.C. Troviamo la caratteristica cintura a losanga, in lamina di bronzo e finemente ornata ad incisione (animali e vegetali), cinturoni questi da “parata” o da costume sacerdotale, mentre comuni erano le cinture di cuoio con una placca a fermaglio. 
FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31



Tratterò in maniera più approfondita in un prossimo articolo anche la presenza degli scettri rituali. Questo è un panorama semplice, tutt'altro che esaustivo e ben lontano dal poter e voler descrivere con precisione il costume dei Veneti antichi e pertanto rimando alle note bibliografiche per ulteriori approfondimenti.


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 FONTI BIBLIOGRAFICHE Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31. Maria Stella Busana e Margherita Gleba - L'uso del tessuto nei rituali funerari del Veneto antico: continuità in età romana di una tradizione preromana- documenti di archeologia 67, a cura di M.Gamba, G. Gambacurta, F. Gonzago, E. Pettenò, F. Veronese- SAP – 2021. G.Fogolari e A.Prosdocimi, “ I Veneti Antichi, Lingua e cultura, Padova, 1988, pp.1-195 G.Fogolari, “l'Arte delle Situle: prima esperienza figurativa europea” Gli etruschi e l'Europa, Milano, pp. 200-205. Giovan Battista Pellegrini “ Dai Veneti ai Venetici” - Storia di Venezia- 1992


martedì 3 settembre 2024

Reitia e Anna Perenna: divinità sorelle nel Veneto post romanizzazione

 Reitia, la Dea dei Veneti antichi e Anna Perenna, diviintà misteriose cui culti e pratiche rituali rimangono tutt'oggi oscure e difficili da indagare, furono associate nella loro essenza durante la fase di romanizzazione della Venetia e tracce di questo culto sincretico ( o quantomeno associato) si ritrovano nelle prove archeologiche e nelle fonti documentarie.

Ara di Anna Perenna - Feltre - fonte ArcheoReporter


Ci troviamo Feltre, al Museo Archeologico, innanzi ad un'ara sacrificale dedicata ad Anna Perenna, eretta in una fase nella quale la romanizzazione si stava completando e il gusto latino influì pesantemente negli usi e nei costumi dei Veneti Antichi, modificandone strutturalmente i paradigmi e le tradizioni. Tuttavia la famosa e coriacea resistenza dei Veneti era ben conosciuta ed apprezzata dai Romani i quali esaltavano la morigeratezza delle donne venete e la semplicità delle usanze di questo popolo da sempre loro amico, “socio” e alleato. Con la romanizzazione avvenuta a partire dal 235 a.C. senza un particolare accanimento dei romani sui Veneti (come ci ricorda il Filiasi) vi furono moltissimi cambiamenti (che approfondirò in un futuro articolo) in ogni ambito sociale e religioso, fra cui i culti autoctoni e indigeni che furono inglobati in quelli latini e molti luoghi di culto vennero sostituiti da analoghi romani, ma quasi mai distrutti, piuttosto si mantenne una certa “continuità” tradizionale a livello della simbologia intrinseca data dalle divinità. Il culto religioso venetico non scomparve mai del tutto e di questo ne ho ampiamente trattato nel mio saggio : Calendario Tradizionale veneto pagano e rimase nella toponomastica geografica in timidi cenni linguistici oltre che nelle tradizioni religiose. 

I rituali romani infatti per lunghissimo tempo furono abilmente rielaborati secondo la tradizione rituale Venetica, in una crasi che, pur essendoci ad oggi sconosciuta della prassi, è rimasta negli indizi trattati dalle prove archeologiche. Il caso dell'ara sacrificale ad Anna Perenna ritrovata a Feltre ne è un esempio lampante e mi sembra un ottimo argomento da portare alla luce degli interessati data la sua complessità che altrimenti non potrebbe arrivare alla conoscenza del grande pubblico ma rimarrebbe, come al solito, appannaggio di noi storici e archeologi.

Ara di Anna Perenna - Museo Civico di Feltre - 

Citando l'opera di Gina Pagozzo Bernardi “ Alle origini della civiltà veneta”- Piazza Editore – 2020, l'autrice a pag.237-238 prende in esame proprio questa lapide romana del I secolo conservata al Museo Civico di Feltre  l’antica FELTRIA che ora si trova sotto l’attuale Duomo cristiano . Feltre, già città di confine Paleoveneta, assunse una nuova potenza proprio dal 49 a.C. diventando municipium romano. L'ara è in pietra calcarea del Cansiglio, di produzione dunque locale, che è analoga alla fonte del IV sec. a.C. Con uguale inscrizione rinvenuta a Roma nel 1999 nel quartiere Pairoli.
Questa lapide romana era situata della perduta “fonte” di Anna Perenna e conteneva numerosi oggetti fra i quali monete, defixiones (maledizioni incise in laminette di piombo di cui ho approfondito il caso di Este  in quest'articolo: La "defixio malefica" di Este: stregoneria in un'antica maledizione latina ) e altri oggetti indicanti un culto magico- stregonesco.

Il nome di Anna Perenna in origine pare fosse “ anna per anna” ovvero “ gli anni nel corso degli anni” ovvero indicasse il corso perpetuo del tempo. L'analogia con REITIA la dea Veneta è evidente e quasi banale. Anche l'altra teoria dell'origine del nome ovvero “ amnis perennis” “acqua corrente senza fine”, una divinità legata allo scorrere delle acque portata appunto dal Nord dai latini, è coerente con le caratteristiche di Reitia. Anna Perenna come divinità dello scorrere del tempo e delle acque, nel caso dell'ara votiva feltrina, rappresenterebbe una perfetta sintesi di figure mitologiche legate all'acqua sia latine che venetiche ( Anguane/ Aganis/ Nife acquatiche).

Riguardo alle caratteristiche principali di Reitia vi rimando alla lettura del mio saggio “ Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto – Intermedia Edizioni” ma riprendo alcune caratteristiche per evidenziarne lo stupefacente parallelismo analogico con Anna Perenna.

A Roma  Il popolo si radunava in un boschetto sacro, a lei dedicato, al primo miglio della Via Flaminia, sulle sponde del Tevere, e lì, durante i festeggiamenti,le venivano offerte abbondanti libagioni di vino per festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo e della primavera, in un’atmosfera colma di gioia, ritmata da canti, mimi e danze. Inoltre, proprio perché Anna Perenna presiedeva al capodanno, durante i festeggiamenti, i Romani si dicevano vicendevolmente: ANNA AC PEARANNA ovvero “Che tu possa trascorrere e compiere bene l’anno!” Anna Perenna, nota come Dea dell’anno nuovo, che fino al 153 a.C. iniziava proprio nel mese di marzo, come nell'uso Veneto che si è mantenuto nella tradizione fino ai giorni nostri.

Ovidio scrisse nei “Fasti” che :
Nelle Idi si celebra la gioiosa festa di Anna Perenna non lontano dalle tue rive o Tevere, che giungi qui forestiero. Viene la plebe, e sparsa qua e là per la verde erba s’inebria di vino, e ognuno si sdraia con la propria compagna. […] si scaldano di sole e di vino, e si augurano tanti anni quante sono le coppe che tracannano, e le contano bevendo. […] deposte le coppe intrecciano rozze danze e l’agghindata amica balla con la chioma scomposta. Al ritorno barcollano, dando spettacolo di sé a tutti, e la gente che li incontra li chiama fortunati”.

L’interesse singolarissimo è dato dalla estrema rarità di testimonianze epigrafiche relative a questa antica divinità italica, forse di origine etrusca il cui carattere, a detta di Ovidio, era già poco chiaro al principio dell’impero. Chi la identificava con la mitica sorella di Didone, chi con altre figure ma appunto più probabilmente doveva essere ritenuta protettrice dell’anno (annare-perennare) nel cui primo mese, nella prima luna di primavera, aveva luogo la sua festa. Il nome di Anna Perenna ricorre in un calendario pre - cesariano dipinto, scoperto ad Anzio, ma l’ara feltrina mi risulta essere l’unico monumento lapideo che lo riporta ( se avete altre notizie in merito vi prego di scrivermi un commento, grazie!)



Era dunque una divinità, come Reitia, indicata nel passaggi stagionali soprattutto al nuovo anno agricolo, ma anche ai passaggi di “stato” nella vita umana. A lei, come a Reitia, le ragazze dedicavano doni e giocattoli al momento della pubertà, per entrare in età da matrimonio e quindi della fertilità. Durante l’anno alcune ragazze assistevano al loro primo ciclo mestruale e passavano, così, all’età adulta. Ovviamente la vicinanza dell’acqua era d’obbligo perchè aiutava a ricreare la simbologia della purificazione. Reitia e Anna Perenna erano la loro guida in questa iniziazione, probabilmente vi avvenivano rituali che aiutavano e istruivano le ragazzine a rendersi consapevoli di aver raggiunto la loro maturità sessuale. Associato ad Anna Perenna vi era Liber Pater che seguiva i giovani ragazzi durante il passaggio nel divenire iuvenes. La festa celebrava la consapevolezza di essere diventati adulti, stessa cosa avveniva anche nella Venetia e i santuari militari di Este e Vicenza contengono prove archeologiche di questi rituali maschili in cui i ragazzi raggiungendo la maturità sessuale venivano inglobati nella società, nella “teuta” in quanto uomini atti alla difesa ma anche alla prosperità della società stessa.

Fonte di Anna Perenna - Roma-


Il culto di Anna Perenna si è sviluppato soprattutto nelle età più antiche ed era circoscritto alla zona di Roma. Quindi è ovvio il fatto che questo culto venne importato proprio dai coloni romani che arrivarono nella Venetia, s'installarono a Feltria e trovarono in esso analogie potentissime con Reitia, divinità autoctona con caratteristiche simili. Dalle fonti archeologiche è noto infatti, che l'elite di Feltria  aveva rapporti abbastanza stretti con il mondo dell’Urbe, quindi molto probabilmente un esponente di alcune di queste famiglie feltrine deve aver visto la fonte, dove venivano offerti in suo onore anche altari votivi simili a questo, e in questo modo è venuto a conoscenza del suo culto. Una volta tornato a Feltria ha dedicato questo altare. A Roma vi era una fonte dedicata ad Anna Perenna che fu utilizzata fin dal IV secolo a.C. I fedeli praticavano la magia, le pratiche magiche erano comuni come quelle di gettare monete all’interno della fonte a mo’ di portafortuna, ma gettavano anche lucerne, o tabellae defixionum. Medesima cosa facevano anche i Veneti nei santuari di Reitia, che erano sempre collegati a fonti d'acqua (termale, fluviale, marittima. lagunare, sorgiva o di pozzo rituale) e ivi gettavano gli strumenti rituali defunzionalizzati quali simpula o ciotoline.  


Reitia e Anna Perenna: dee legate alla magia e ai culti ctonii, alle fonti, alle ninfe e alle Anguane nella tradizione popolare all'acqua, al suo scorrere come allo scorrere del tempo, della stagionalità sacra dell'anno, legate ai momenti di passaggio e di iniziazione, al “corretto corso della vita” aprono suggestioni di ricerca affascinanti di cui mi sto occupando nei miei lavori di analisi e divulgazione, quindi il viaggio con queste due Dee continua...


a cura di Elena Righetto – Docente e ricercatrice storica -

© Il testo è protetto da diritto d'autore. Ogni uso improprio del materiale verrà perseguito secondo normativa vigente. Diritti riservati all'autore.


Fonti:

Elena Righetto “Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto” - Intermedi Edizioni

Gina Pagozzo Bernardi “ Alle origini della civiltà veneta”- Piazza Editore – 2020

Ovidio – Fasti – BUR

https://www.eagle-network.eu/story/esculapio-e-anna-perenna-a-feltre/

Museo Civico di Feltre

https://ilveses.com/anna-perenna-la-dea-dellanno-nuovo/

https://www.archaeoreporter.com/