Anche nel mondo antico, il mondo dei Veneti, era fondamentale differenziare le varie figure del vivere civile e sacro attraverso l'abbigliamento. Poco si è parlato e si continua a divulgare al riguardo, soprattutto per le difficoltà oggettive di reperire reperti archeologici in quanto ovviamente caratterizzati da elementi e fibre tessili altamente deperibili.
Per poterci avvicinare a questo mondo, ritengo sia fondamentale appoggiarsi ai dotti studi di Anna Bondini riguardanti l'abbigliamento e l'ornamento dei Veneti Antichi al Museo Nazionale Atestino e nell'intervento di Maria Stella Busana e Margherita Gleba riguardo l'uso del tessuto nei rituali funerari del Veneto antico.
In base alle fonti archeologiche si possono delineare diversi “costumi” in funzione di vari elementi quali l'età, la condizione e il ruolo sociale, quindi oltre alle figure tipiche dei guerrieri, dei mercanti e degli artigiani si possono identificare anche le serve, le giovini, le matrone, le devote e le “sacerdotesse”. Una società si evolve anche in base alla qualità dell'abbigliamento che contraddistingueva le figure aristocratiche, le quali erano socialmente indicate a ricoprire ruoli prestigiosi e di gestione della vita civile.
Il territorio Veneto presentava un fiorente mercato di importazione ed esportazione di materie prime , pregiate e prodotti finiti pronti per l'utilizzo, dovuto a manovalanze altamente qualificate e botteghe artigianali prestigiose e specializzate. I tessuti erano realizzati in lino, canapa e lana. La tessitura e la filatura erano attività svolte in ambiente domestico evidente nei reperti legati al mondo della tessitura trovati in ambito funerario nelle tombe femminili e anche le fonti documentarie lo dimostrano con evidenza. Marziale (Carm. XVI, 155) celebra la lana veneta “ Lanae Albae: Velleribus primis Apulia, Parma secundis nobilis; Altinum tertia laudat ovis” ( Le lane bianche: la Puglia vince con le lane migliori, Parma con le seconde e la terza pecora loda Altino) . La zona veronese e vicentina invece si era specializzata in produzione ed esportazione di vesti accompagnate da fibule.
Il tessuto presentava trame molto elaborate ed i colori erano dati da pigmenti naturali. I rarissimi frammenti conservati dipingono un mondo antico coloratissimo: dal giallo, al rosso, al porpora e soprattutto all'azzurro, quest'ultimo citato da G.Fogolari e A.Prosdocimi in “ I Veneti Antichi, Lingua e cultura” e G.Fogolari in “l'Arte delle Situle: prima esperienza figurativa europea” Gli etruschi e l'Europa”. L'azzurro era un colore importante e caratteristico dell'identità etnica dei Veneti, ed i recenti esami di laboratorio su micro frammenti che si son conservati nei reperti funerari hanno confermato ciò che le fonti documentarie antiche già avevano delineato. I Veneti antichi praticavano la “vestizione” delle situle (urne cinerarie) con indumenti preziosi che in vita avevano accompagnato il defunto o la defunta (un esempio lampante è la tomba di Nerka Troistaia al Museo di Este) e le analisi che si stanno svolgendo riguardano appunto i frammenti fibrosi e le loro colorazioni.
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| Tomba di Nerka Trostaia - Museo di Este - Situla vestita - Foto dell'autrice |
L'AZZURRO: IL COLORE DEI VENETI?
L'azzurro era un colore importante per i Veneti, basti ricordare che Si chiamava “FACTIO VENETA” la squadra degli aurighi veneti che a Roma gareggiava abitualmente col colore azzurro alla presenza dell’imperatore. Le “factiones” erano sempre in numero di quattro:factio albata (i bianchi), factio russata (i rossi), factio prasina (i verdi),factio veneta(gli azzurri). Gli “Azzurri” di un tempo erano gli aurighi veneti, famosi a tal punto che in latino, per indicare il colore azzurro, si cominciò semplicemente a dire “venetus . Isidoro scrive in un'epoca di declino per i fasti della classicità: gli aurighi sono di due colori con i quali coprono una sorta di idolatria il verde dedicato alla Terra, mentre l'azzurro veneto al Cielo e al Mare. I Veneti antichi erano famosissimi per la loro maestria nell'allevare i cavalli e quindi che i fantini nelle gare indossassero casacche azzurre non ci deve stupire. In un saggio di Edoardo Rubini troviamo questa descrizione “A tutt'altre tradizioni culturali era caro l'uso del blu: Veneti, Celti e Germani vi attribuivano un profondo significato di ispirazione magico-religiosa. I guerrieri di questi popoli europei usavano scendere in combattimento solo dopo aver dipinto se stessi i propri cavalli persino le proprie navi per i veneti di Bretagna con questo colore; Plinio inoltre riferisce che le donne dei veneti Bretoni ( o britannici- Britannorum) si cospargevano di blu prima di dedicarsi ai rituali religiosi.” Ci tengo a precisare che I Veneti di Bretagna non erano i Veneti Adriatici di Este ma è curioso notare come queste popolazioni Indoeuropee che condividevano la medesima radice -WEN, considerassero il colore azzurro con importanti caratteristiche. Probabilmente il colore azzurro aveva valenze apotropaiche e legate al culto religioso, purtroppo data la carenza delle fonti possiamo solamente ipotizzarlo anche se il colore effettivamente caratterizzava l'idea “etnica” delle tribus venetiche. Citando l'opera: “ Dai Veneti ai Venetici” di Giovan Battista Pellegrini, troviamo:
“L'aggettivo venetus in latino acquisì anche il significato di colore. Tale uso fu popolare e si perpetuò nelle lingue neolatine almeno in alcune aree per lo più arcaiche, ciò che conferma una notevole vitalità del termine. Gli antichi ne dettero una spiegazione che, a dir vero, non convince interamente. Come colore venetus indicò l' 'azzurro' il 'blu turchese' o 'verde marino' (v. Vegezio, Epitome rei militaris, 4.37); tale uso starebbe in connessione col "partito degli azzurri nel circo", una delle quattro fazioni che gareggiavano nelle corse del circo. In Giovenale, 3.170 e soprattutto in Svetonio, De vita Caesarum,14, 3, Venetus venne ad indicare anche l'auriga della fazione degli "Azzurri" così denominati poiché i cocchieri che portavano un copricapo di codesto colore erano degli oriundi veneti; ma Ernout-Meillet soggiunge poi "oppure perché le loro vesti provenivano da codesta regione, la Venetia”. L'interpretazione tradizionale, pur risalendo agli antichi, potrebbe in realtà corrispondere ad una paraetimologia, ma per ora non vedo una soluzione plausibile a codesto problemino etimologico (...)”.
DECORAZIONI E GIOIELLI
I Veneti e le Venete amavano abbigliarsi con un certo lusso, se la loro condizione economica lo permetteva, e i gioielli erano in bronzo, ferro ma anche oro e argento. Oggetti funzionali e di vezzo (spille, fibule, spilloni per i capelli, anelli, armille, bracciali, pendagli, pettorali, ganci per le cinture, orecchini ) abbelliti spesso con materiali che provenivano da lontano quali l'ambra dal Mar Baltico o i corallo dall'Italia meridionale. Essenze profumate da oriente e cuoio lavorato finemente per la produzione di accessori. Le donne venete tenevano moltissimo alla loro igiene personale e intima, basti notare la ricchezza dei cofanetti domestici per la cura della persona che contengono aghi, ferma trecce, netta unghie e netta orecchie, pinzette di varie forme, contenitori per unguenti e olii, porta trucchi con tracce di coloranti per il viso e gli occhi, specchietti, olle, cofanetti... Tali attrezzi son ben documentati nei corredi funerari di Este e la loro bellezza è sempre commovente. Nei corredi maschili invece troviamo la presenza di rasoi e porta unguenti (probabilmente per attività palestritiche).
Per la ricostruzione dell'abbigliamento dei Veneti, dato che le fonti documentarie sono scarsissime, fortunatamente possiamo affidarci all'arte delle situle e alle lamine bronzee, ma anche ai bronzetti votivi a figura umana e gli ex-voto che raffiguravano tuttavia personaggi di ceto sociale non comune, in abiti “da parata” eleganti, in ambito di cerimonie pubbliche e/o religiose. Gli ornamenti provenienti dalle tombe forniscono una documentazione più diluita nel tempo, lungo tutta l'età del ferro (I millennio a.C.) fino alla romanizzazione. L'incinerazione del defunto ha purtroppo costituito la perdita di tutto ciò che era deperibile e non si dispone la posizione degli ornamenti sul corpo per comprendere come effettivamente venissero indossati. Il funerale era un momento sociale importantissimo in cui la famiglia esibiva la propria ricchezza (corteo, allestimento dei giochi funebri etc) pertanto è presumibile che il defunto o la defunta venissero abbigliati con costumi indossati in occasioni speciali, da parata, e non nell'uso quotidiano che sicuramente erano abiti più comodi e pratici.
LA MODA MASCHILE CIVILE E MILITARE
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| FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31 |
L'iconografia nelle raffigurazioni dell'arte delle situle, soprattutto nella “Situla Benvenuti” è una fonte preziosissima per la nostra analisi. I “signori” son caratterizzati in virtù del loro vestiario. Un manto ornato da borchie, lungo fino al polpaccio, tessuto lavorato a odi o a ricami. Un mantello inornato con l'orlo inferiore decorato era usato spesso come si evince sempre dalla “situla benvenuti”. I “calcei repandi” erano degli stivaletti con la punta l''insù ed andavano di moda anche in Etruria mentre il cappello a falde larghe connotava personaggi di rango sociale elevato e talvolta anche i sacerdoti ( come ricordato dalla Fogolari e da Zaghetto). Le tuniche erano vesti intere, potevano essere a manica lunga o prive di manica, corte e cintate (come alcune tuniche presenti nei bronzetti della stipe di Reitia), mentre il servo che tiene la zampa del cavallo sulla situla Benvenuti presenta una tunica lunga fino al polpaccio con maniche a tre quarti e il bordo decorato. Altri copricapi erano dei baschetti aderenti o dei cappelli simili ai berretti frigi, indossati probabilmente da uomini più giovani.
I guerrieri indossavano invece dei corti gonnellini che si intravedono dallo scudo, schinieri, corno da battaglia, scudi circolari o elissoidali, due lance, elmi a calotta con cimieri. Con la seconda metà del V secolo a.C. l'equipaggiamento militare si evolve con uno scudo ovale con umbone e spina centrale, lancia, elmi celto-italici, spada sospesa alla cinta (laminette di Este e Vicenza). Tra il VII e VI sec. a.C. Nelle tombe troviamo rasoi, coltelli, asce rituali e da caccia, morsi e bardature equine per i cavalieri, ekvopetaris. Dalla metà del V secolo invece assieme al guerriero veniva deposta anche la sua panoplia e fibule di fogge nuove.
MODA FEMMINILE CIVILE E SACERDOTALE
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FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31
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Le ragazze durante la cerimonia di iniziazione nuziale, indossano un costume che presenta analogie con quello romano. Indossavano una gonna svasata e ampia, ornata con vari motivi spesso geometrici ed era stretta in vita dai famosi cinturoni a losanga. La cintura veniva sciolta presumibilmente dal marito nel talamo nuziale. Oltre ai gioielli, la sposina indossava un velo lungo costituito a riquadri, stivali con orlo floscio, rivoltato e con decorazioni. Le lamine votive da Caldevigo e dal santuario di Reitia raffigurano questo tipo di abbigliamento. Il mantello femminile era spesso decorato con una trama a riquadri che non era presente in quello maschile, e citando l'opera della Bondini “
richiama da vicino l'esecuzione delle figurette in piombo e in avorio del santuario di Artemis Orthia a Sparta, divinità per certi aspetti affine con la dea Reitia” (pag. 167). La gonna a pieghe invece si attesta fino alla romanizzazione come nella stele funeraria di Ostiala Gallenia.
Nella quotidianità, le donne venete indossavano tuniche a campana, lunghe fino al polpaccio e strette in vita dalla cintura, sempre con maniche corte o lunghe. Indossavano grembiuli decorati e ricamati e lunghi scialli di varie fogge e misure, sulle spalle o sul capo. La sobrietà dell'abbigliamento era una caratteristica opportuna per presentarsi al cospetto della divinità, come ci ricordano Baratella e la Fogolari.
Nella lamina proveniente dalla zona del “tiro a segno” troviamo una donna che indossa una tunica lunga fino ai piedi, rarissimo caso, un mantello allacciato alle spalle e i capelli raccolti in un alto chignon conico con un disco sul capo. Il diadema richiama il “disco solare” con una forte simbologia legata al culto religioso indicando probabilmente una sacerdotessa, simile al costume indossato dalla “devota orante di Caldevigo”, che presenta la medesima acconciatura alta detta a “tutulus”. La raffigurazione femminile associata invece alla “dea Reitia” si ritrova sui dischi di Montebelluna, con veste riccamente decorata, ampio scialle a ruota portato alto sul capo e per gli attributi associati (chiave rituale stretta in mano, animali sacri quali lupo e volatile, i virgulti d'edera) si connota in ambito accademico come “potnia thèron” la Signora degli Animali e delle piante, colei che apre il grembo della terra e della donna per donarle la fertilità pur non essendo una dea madre ma una dea dei passaggi e dell'iniziazione. La presenza di “madri” o forse di “dee madri” si ritrova in provenienza patavina. Donne aventi un mantello totalmente coprente da capo a piedi, con in braccio un bambino, e riconoscibili dai seni accentuati. Parlare di “dee madri” riguardo questi bronzetti è troppo specifico quindi mi limito alla descrizione dei reperti caratteristici. Nel VIII sec. a.C. Andavano di gran moda vistosi pendagli-pettorali di richiamo quasi troiano, altri in osso e file di perline in pasta vitrea con pendagli triangolari in lamina di bronzo, ambra e corallo d'importazione. Le fibule ad arco configurato rivestito in pasta vitrea, dischi d'osso con intarsi in ambra, pendenti e bottoni di bronzo, spiraline in bronzo rivestite d'oro ornavano i capelli delle donne che non si separavano dai loro oggetti legati alla filatura e alla tessitura (conocchie, coltellini in osso, aghi, fusi di bronzo e punteruoli) nemmeno dopo la morte. Dal VI sec. a.C. Troviamo fibule a navicella e a sanguisuga con catenelle e pendagli di bronzo, bracciali pesanti a giro di spirale terminanti a testa di serpente oltre ai già descritti oggetti da toletta. Fino al IV sec. a.C. Troviamo la caratteristica cintura a losanga, in lamina di bronzo e finemente ornata ad incisione (animali e vegetali), cinturoni questi da “parata” o da costume sacerdotale, mentre comuni erano le cinture di cuoio con una placca a fermaglio.
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FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31
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Tratterò in maniera più approfondita in un prossimo articolo anche la presenza degli scettri rituali.
Questo è un panorama semplice, tutt'altro che esaustivo e ben lontano dal poter e voler descrivere con precisione il costume dei Veneti antichi e pertanto rimando alle note bibliografiche per ulteriori approfondimenti.
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FONTI BIBLIOGRAFICHE
Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31.
Maria Stella Busana e Margherita Gleba - L'uso del tessuto nei rituali funerari del Veneto antico: continuità in età romana di una tradizione preromana- documenti di archeologia 67, a cura di M.Gamba, G. Gambacurta, F. Gonzago, E. Pettenò, F. Veronese- SAP – 2021.
G.Fogolari e A.Prosdocimi, “ I Veneti Antichi, Lingua e cultura, Padova, 1988, pp.1-195
G.Fogolari, “l'Arte delle Situle: prima esperienza figurativa europea” Gli etruschi e l'Europa, Milano, pp. 200-205.
Giovan Battista Pellegrini “ Dai Veneti ai Venetici” - Storia di Venezia- 1992