Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

mercoledì 14 agosto 2013

Culto di Neptunus a Padova

Neptunus  appartenne al pantheon romano fin da età molto antica fu, infatti, adorato insieme ad altre cinque divinità nel primo lettisternio, celebrato nel 399 aC.; i Neptunalia, sono registrati sia nei Fasti Antiates maiores sia nei Menologia, che ricordavano le festività celebrate dagli agricoltori, tuttavia egli rimase una delle divinità meno note nell’Italia settentrionale, attestato in poco meno di una ventina di dediche, una delle quali rinvenuta ad Ardoneghe di Brugine, nella zona sud-orientale del territorio di pertinenza patavina.
Si tratta di un’arula in calcare, accuratamente lavorata, con fastigio piatto, sul quale si conserva solo uno dei due pulvini, liscio e dotato di uno stretto balteo centrale. La parte superiore presenta una serie di modanature. Il fusto, parallelepipedo, reca sulla fronte la rappresentazione, a bassorilievo, di un recipiente con corpo ovoidale e anse orizzontali, identificabile con uno skyphos. Sul fianco sinistro è visibile l’immagine di un attingitoio con manico verticale a terminazione ricurva, interpretabile come un simpulum. Sulla fronte è leggibile la dedica rivolta da T(itus) Cassius a Neptuno per il compimento di un voto.
L’iscrizione è conservata presso la Soprintendenza Archeologica del Veneto, nella sede di Padova. N. inv. 74727. Dimensioni: 75,5 x 39,5 x 30,3; alt. lett. 2,8-5,2 (T longa: max 6,2). Mancano lo spigolo superiore sinistro e quello inferiore destro. Il fianco destro è lacunoso.
 L’iscrizione dedicatoria recita: T(itus) Cassius / Neptuno / v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito).

Tra gli elementi che contribuiscono ad una datazione al I secolo d.C. sono stati indicati i segni di interpunzione triangoliformi, la T montante, la mancata indicazione del cognomen del dedicante.
Per una datazione più alta, tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. si veda BASSIGNANO 1981, p. 214.  Benchè dunque, il documento non sia riferibile ad un orizzonte di romanizzazione, si rende necessaria una sua breve analisi per il fatto che Neptunus, ricordato in quest’unica iscrizione patavina, è stato considerato esito di assimilazione con una divinità epicorica legata all’acqua.
Tale proposta trova origine già negli studi della fine dell’Ottocento: le ricerche di Alfred von Domaszewki, Georg Wissowa, Jules Toutain e Stefan Weinstock avevano indotto a constatare come nelle attestazioni epigrafiche, in netto contrasto con quanto perlopiù tramandato dalle fonti letterarie, Neptunus apparisse prevalentemente quale divinità tutelare delle acque interne piuttosto che signore dei flutti marini.  Ciò portò a concludere che le competenze di Neptunus su fiumi, laghi e sorgenti derivassero da fenomeni di interpretatio.
Tale convinzione è tuttora da molti condivisa, malgrado numerose ricerche, anche di carattere linguistico, abbiano modificato la prospettiva sulla questione. Non è raro, quindi, che negli studi di settore, divinità delle acque, talvolta dalle prerogative sananti come Benacus o le Fontes, siano intese come sopravvivenze locali e che divinità chiaramente italiche, come le Lymphae, le Nymphae, Neptunus e Iuppiter Lustralis, siano considerate interpretationes di numi preromani dalle analoghe
competenze. In tale prospettiva, la studiosa  Ileana Chirassi Colombo aveva, quindi, indicato quanto l’analisi dei culti fontinali fosse importante ai fini del “problema storico-religioso e funzionale dell’emersione delle forme pre politeistiche nei momenti di disgregazione della cultura ufficiale quale si segnala nel corso del medio-impero”.
Conviene, tuttavia, ricordare come a conclusione del suo studio dedicato al culto di Neptunus nell’Italia romana Adelina Arnaldi sia giunta a chiarire che le competenze del dio, forse in principio circoscritte alle acque sorgive e fluviali, andarono restringendosi a partire dal III secolo a.C. all’ambito marino. Ciò avvenne, significativamente, in concomitanza con la trasformazione di Roma in una grande potenza navale e con la progressiva introduzione nel pantheon ufficiale di figure divine minori, protettrici di fiumi, laghi e sorgenti. Nell’età tardo-repubblicana tale processo appare compiuto, tanto che Neptunus fu adottato in funzione propagandistica da Sesto Pompeo, Antonio e Ottaviano.
Come sottolineato dalla Arnaldi, la funzione di Neptunus come tutore di sorgenti, flumina, fontes non fu mai del tutto eliminata e il dio continuò ad essere sempre considerato come il signore di tutte le acque.
Se, quindi, fonti letterarie, epigrafiche e numismatiche consentono di concludere che a livello pubblico il dio fu venerato prevalentemente, anche se non esclusivamente, come dio del mare, protettore delle flotte, garante di successi navali, le forme di devozione privata sono, inevitabilmente, di più incerta definizione. La valutazione dell’accezione del culto è, infatti, affidata alla sola fonte epigrafica, che non di rado menziona il solo teonimo privo di epiteti “parlanti”; questa mancanza di definizione è probabilmente la causa di una certa ambiguità interpretativa. A tale problema si è cercato di trovare una soluzione operando una sorta di equazione tra il luogo di rinvenimento (zone costiere, aree fluviali, etc.) e l’effettiva accezione del culto, con conseguenze non sempre persuasive.

Nel caso specifico dell’Italia settentrionale, l’analisi distributiva dei ritrovamenti epigrafici indica una maggiore diffusione del culto a Neptunus nelle zone interne, lacustri o fluviali rispetto ai centri litoranei. Questo dato è stato a lungo considerato indicativo delle competenze divine: Neptunus sarebbe venerato nella sua accezione marina solo nei centri costieri, mentre apparirebbe quale protettore di fiumi e fonti,
perlopiù associato o identificato con divinità encorie, nell’entroterra. L’ipotesi sarebbe, inoltre, suffragata dall’importanza attribuita al culto delle acque presso i Celti .
Dubbi in merito sono stati espressi da Ezio Buchi perché una così netta distinzione non permetterebbe di tenere nella giusta considerazione fenomeni migratori di devoti di Neptunus dalla costa verso l’interno e viceversa. Altri elementi sarebbero, secondo lo studioso, esclusivi delle iscrizioni rinvenute nei siti alto-adriatici e, di conseguenza, discriminanti per la comprensione delle specificità del culto di Neptunus in queste zone: l’appellativo Augustus, per esempio, sarebbe attestato ad Atria, Parentium, Aquileia e del tutto assente, ad eccezione di un testo bresciano, nell’entroterra dove il dio risulta privo di epiteti e associato alle Vires o ai dii Aquatiles.
 Diversamente dai cultores di Atria, Parentium ed Aquileia, nelle zone lacustro-fluviali, avrebbero rivolto la loro venerazione a Neptunus privati cittadini quasi esclusivamente di modesta condizione, spesso liberti. La possibilità, prospettata da Buchi, che devoti di Neptunus si fossero trasferiti dai centri costieri verso le zone più interne delle regiones dell’Italia settentrionale è stata confutata da Adelina Arnaldi sulla base di osservazioni onomastiche. I tituli delle aree lacustri e fluviali presentano, infatti, gentilizi attestati in ambito locale, come l’Allius di Reate, il Virius di Ateste, il Sulpicius ed il Coelius dell’ager Brixianus, il
Dunillius dell’ager Bergomas, il Caecilius di Comum, i piscatores di Pedona.
 Si ripresenta, in questo modo, una sorta di identificazione tra luogo di rinvenimento e accezione del culto. La studiosa non è convinta del fatto che una o più divinità locali delle acque, di origine celtica, fossero identificate con Neptunus, perché il culto di Neptunus, quale dio delle acque interne, non fu molto diffuso nelle province galliche d’oltralpe ma, di contro, presente in zone non interessate da insediamenti celtici, come a Roma o a Reate. La spiegazione, dunque, potrebbe essere, secondo Adelina Arnaldi, un’altra:
si potrebbe pensare che un numen del sostrato indigeno pre-celtico fosse stato assimilato a Neptunus”
Non più numi “celtici” ma un’unica divinità etrusca delle acque. L’espansione degli Etruschi in area emiliana, veneta e nel mantovano diventa per la Arnaldi possibile origine dell’introduzione in Italia settentrionale di Nethuns, l’omologo etrusco di Neptunus, il dio delle acque interne.
Un’altra possibile spiegazione alla popolarità del dio in area nord-italica è stata individuata dalla Arnaldi nell’”isolamento” della Gallia Cisalpina fino al 42 a.C.: ciò avrebbe fatto sì che in periferia il culto di Neptunus non si evolvesse, come nel centro, dalla sua accezione fontinale a quella marina.
Posizioni più categoriche sono quelle sostenute da Antonio Sartori che, in un recente contributo, ha precisato come tra le divinità delle acque, ovvero qualificabili come personificazioni di entità idriche, con un evidente nome correlato e con appropriate competenze, non sembra possibile riconoscerne alcuna come esito di assimilazione o identificazione. Anche Neptunus, quindi, non sembra conservare alcun elemento di “sostrato”, anche se attestato nell’entroterra.
Si rende evidente, a questo punto, la necessità di valutare caso per caso a seconda del contesto. Se si parte dall’assioma di una distinzione operata in base al luogo di provenienza della dedica si può arrivare a conclusioni discutibili come nel caso di Atria e Ardoneghe di Brugine (Pd), siti che hanno restituito due dediche a Neptunus interpretate in direzione antitetica. I due centri sono, infatti, parimenti vicini al mare
ma ad Atria, considerata “litoranea”, Neptunus è ritenuto divinità marina, mentre ad Ardoneghe di Brugine risulta nume delle acque interne a causa della presenza dei rami secondari del Meduacus minor (Fiume Brenta).
A proposito della presunta evoluzione del culto a divinità indigene protettrici delle acque in quello a Neptunus, mi sembra, inoltre, rilevante notare l’ambiguità del termine “indigeno” in contesti etnici diversificati.
Se si portano alle estreme conseguenze tali premesse, infatti, se ne dovrebbe concludere che, a prescindere dal sostrato preromano di appartenenza, un nume legato a qualsivoglia tipo di “acqua” con la romanizzazione era destinato a confluire in Neptunus. Ma anche se ci si volesse attenere a questa “semplificazione” si è costretti a notare che , in ambito gallico, le divinità delle sorgenti, delle acque
termali e dei corsi d’acqua sono note con nomi latinizzati: è il caso di Groselum, dio eponimo della fonte di Grosel o Groseaux, di Avicantus, protettore della sorgente di Vigan o del torrente Vistre, di Urnia, legata all’Ourne, affluente del Gardon d’Anduze, o di Athubodua, in rapporto al lago di Anthon in Savoia.
 Si tratta di dediche private, assimilabili a quelle attestate in Italia settentrionale. È legittimo, quindi, chiedersi perché il culto rivolto alle divinità delle acque abbia avuto in ambito cisalpino un esito diverso (divinità epicorica = Neptunus) rispetto a quello delle regioni d’oltralpe (teonimo indigeno latinizzato). La causa non credo possa essere ricercata nella maggiore o minore resistenza alla romanizzazione, come
dimostrerebbe sia il fatto che la dedica a Nemauso e Urniae è posta anche ai [L]aribus Aug(ustis) e a Minervae sia che l’Athubodua a cui Servilia Terentia sciolse un voto è chiamata Augusta. Il fatto, inoltre, che Neptunus compaia in associazione con divinità locali come i dii Aquatiles, le Vires o Benacus, rende, a mio avviso, evidente la complementarietà di questi culti senza che questo presupponga una sovrapposizione/assimilazione.
Se è difficilmente dimostrabile un fenomeno di identificazione tra Neptunus e divinità locali “celtiche”, è ancor più improbabile proporre che la devozione del dio, nella sua accezione di protettore delle acque lacustri e fluviali, sia dovuta ad un’origine etrusca o all’isolamento della Cisalpina, fenomeno tutto da dimostrare.
Da questa osservazione si evince chiaramente che non è opportuno, sulla base dei dati attualmente disponibili, pensare alla presenza di Neptunus come esito di una interpretatio di una o più divinità delle acque interne, siano esse di origine celtica o etrusca, né, tanto meno, come culto di significato variabile a seconda delle differenti aree di rinvenimento delle dediche.
Nella sostanziale impossibilità di valutare l’eventuale “autoctonia” di Neptunus, resta, quindi, più prudente accogliere il dato nella sua evidenza documentale e limitarsi a considerare piuttosto le dediche al dio come forma di devozione legata all’acqua nel suo valore di via di comunicazione.
Per queste ragioni, nel caso di Patavium non si può determinare in modo più specifico l’accezione del culto, né individuarne la dimensione pubblica o privata.

NOTA & BIBLIOGRAFIA
Si vedano, per esempio, VERGNANI 1964 p. 95: ”una divinità originale, non marina, ma lacuale e fluviale e che non è da ricondursi al Poseidone greco è Neptunus, venerato a Bergamo, Bologna, Como, Novara e di evidente origine indigena”; RINALDI 1966, pp. 103- 104: “Nettuno è una delle divinità meno onorate nel mondo romano, soprattutto col
procedere dei tempi e nelle zone periferiche dove di solito compare in forme sincretistiche, associato a divinità locali”; SUSINI 1975, pp. 398-399, che accenna all’importanza della fonte epigrafica per comprendere i processi di “interpretationes” delle divinità delle acque; CHIRASSI COLOMBO 1976, pp. 189-190: “Il Neptunus Augustus è certo la grande divinità fluviale legata all’elemento fontinale, all’acqua dolce interna, che nei paesi transalpini spesso soppianta o meglio riesprime divinità indigene con una modalità diversa da quella rappresentata dai numi specifici dei grandi corsi d’acqua”; FINOCCHI 1994, p. 13, che include Neptunus tra le divinità romane assimilate a quelle galliche; MENNELLA 1998, p. 168; GIORCELLI BERSANI 1999, pp. 114-115, pur nella consapevolezza della difficoltà di seguire l’evoluzione dei culti indigeni in età romana, concorda nel riconoscere tratti comuni nelle personalità divine; VALVO 2004, pp. 217-218: ”Legami con la religione celtica, in materia di culti rivolti alle acque salutari, sono riscontrabili anche nelle dediche alle Nymphae e alle Vires. Queste ultime sono associate alle Nymphae in una iscrizione da Veleia, rinvenuta pressouna grande pozza dove si raccoglievano le acque che filtravano dall’alto; sono associate alle Lymphae in una iscrizione scoperta ad Erba (fra Como e Lecco); infine si trovano ancora, in territorio lombardo, associate a Nettuno presso Gussago, località vicino a Brescia: in questo caso esse esprimerebbero le forze naturali e per questo sarebbero associate a Nettuno”.
9 CHIRASSI COLOMBO 1976, p. 191. Le fonti epigrafiche relative a Neptunus, per esempio, sembrano trovare maggiore diffusione nell’Italia settentrionale e nelle zone transalpine, tra il 

I e il II secolo d.C., cfr. ARNALDI 1997, p. 200.

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martedì 13 agosto 2013

REITIA & DIANA. DEE MADRI ITALICHE (ritualistica d'agosto)

AGOSTO, MESE SACRO.
Potnia Thèron di Vicenza

Diana, controparte lunare e femminile di Apollo, era la Dea Patrona del mese di Agosto e raffigurazione parziale della Grande Dea Potnia Thèron, chiamata Cybele, Reitia, Rea, Iside ed in molti altri nomi nelle varie culture politeiste del passato.
Reitia e Diana sono Dee dalle caratteristiche similari, entrambe " sempre lontane", frequentatrici di boschi, montagne e luoghi selvaggi dove l'uomo non ha mai messo piede. Diana è vergine potentissima, frequentatrice di fanciulle che conduce in una danza estatica chiamata "ridda" nel silenzio e nel segreto dei suoi boschi sacri, ed alle sue favorite dona un'alta statura, Reitia dona invece il dono della scrittura alle sue sacerdotesse dall'elaborata acconciatura. Entrambe sono Dee portatrici di luce, Diana nelle foreste aiuta gli animali a partorire e quando sono adulti li caccia di notte, Reitia Lucinia aiuta le donne nel partorire in piedi, risana ferite e malattie nelle sacre acque, simboli di vita e morte che appartengono alle stesse divinità unica sorgente. Gli animali sacri sono la quaglia, l'orso, il leone, il cervo  ed il cane da caccia mentre a Reitia son sacri sempre i lupi ed i leoni, i cani ed i volatili.
Dee Italiche sorelle, Dee Italiche potentissime da onorare con alti fuochi.
 L’anno veneto era diviso in semestri, ed iniziava a marzo. Agosto era dunque il mese che segnava la metà dell’anno solare e come in molte altre culture indoeuropee si ringraziava la Terra per gli abbondanti raccolti. Purtroppo non abbiamo sufficienti testimonianze archeologiche o letterarie  per quanto riguarda questa tipologia di rituali e sacrifici sennon gettando un’occhiata alle terre vicine ai veneti, come i paesi slavi, balcanici, e terre retiche.
Oggigiorno il 15 agosto tutta la riviera adriatica, da Lignano Sabbiadoro a Sottomarina di Chioggia  si illumina  a catena dalle ore 23.30 di coloratissimi fuochi artificiali sull’acqua del mare. Il sincretismo  cristiano del papa PIO XII proclamò che il corpo di Maria sarebbe "volato via", in cielo (dogma della cosiddetta Assunzione di Maria). I fedeli cattolici, ormai immunizzati ad ogni senso del ridicolo, privi di ogni capacità critica, si accontentano del fatto che nel calendario ci sarà un giorno festivo in più, ovvero il 15 agosto, ripristinando un'antica festa in onore della Dèa Diana e di Reitia nel Veneto.  C’è da dire anche che originariamente  la festa di Diana era celebrata il 13 Agosto, dopo l'avvento del cristianesimo però la data è stata spostata al 15. D'altronde la leggenda racconta che Maria sia stata rapita in cielo ad Efeso, guarda caso città in cui Diana era venerata come la Grande Madre di tutto, e questo ne sottolinea l'identificazione attuata dalle streghe italiane.
In questa notte viene adorata Diana quale Madre del Cielo, Dea suprema madre di tutto.
Era tradizione anche qui nel Veneto onorare la Grande Madre Reitia accendendo grandissimi falò.
Volendo celebrare questa festività, è bene  rivolgerle ogni preghiera, portare offerte e dare un banchetto rituale in suo onore, importante ovviamente è festeggiare con un falò!

RITUALISTICA PER LA FESTA DI DIANA E DI REITIA 

Se Giunone era la Dea romana dell'aspetto sociale della Donna, Diana è la Dea dell'Interiorità femminile. Senza volermi gettare in assurde teorie femminocentriche, propongo un piccolo calendario di riflessioni in minima parte tratto da "Almanacco Pagano" Pandemia edizioni arricchito da me ma conforme alla tradizione Italico-Venetica per quel poco che, ahimè, conosciamo.
Possiamo quindi far precedere e seguire il giorno della anzi delle feste vere e proprie da alcuni riti e riflessioni sulle qualità rappresentate da queste altère ed imprendibili divinità....

8 AGOSTO
- Riflessioni sul duplice aspetto della femminilità, ovvero il potere di dare la Vita e dare la Morte.

9 AGOSTO
-Riflessione sulla natura selvaggia, indomita ed imprendibile del femminile. Diana , in questo caso, non si sottomise mai alla civiltà ed al potere del maschio mentre Reitia accettò la componente maschile degli Eroi e del dio Belenus.

10 AGOSTO
-Riflessione sull'aspetto Vergine di Diana, verginità non fisica ma simbolo dell'essenza profonda che non verrà mai toccata da nulla di esterno.

11 AGOSTO
-Riflessione sull'aspetto tremendo /horribilis della Dea. Il nome greco di Apollo, Febo, significa "il puro" ma il nome greco di Diana è Artemide ovvero "la macellatrice". Assieme al fratello, Diana è la terribile Dea dei Sacrifici cruenti e sanguinari ( le sono graditissime le carni fresche e sanguinanti, altro chè buonismi vegetariani moderni!). Sacrificare un corpo materiale è un modo per ricordare la presenza in Esso della sua Vera essenza. Per gli antichi Il Sacrificio (sacrum facere) è ciò che estrae l'essenza dalla forma materiale.

12 AGOSTO
-LYCHNAPASIA - Festività dedicata ad Iside nella quale i suoi fedeli la celebravano con fiaccole accese.
-Riflessione sull'aspetto che Diana condivide con Apollo, ovvero il "colpire da lontano". Questa caratteristica la si può leggere come la capacità di risolvere le situazioni dall'esterno senza restarne invischiati rendendo così la loro soluzione più difficile.

13 AGOSTO
- (idi di agosto, giorno simbolico di Luna Piena). Ritualità devozionale a Diana Lucifera e Reitia dei Fuochi Sacri.

14 AGOSTO
- Riflessione sul collegamento Diana-Donna come dea che guida la danza estatica di un cerchio formato da sole donne nella profondità del Bosco Sacro.
-Riflessione sul collegamento Reitia-Donna come dea che riesce a guarire attraverso la compassione ovvero il sentire lo stesso dolore dell'ammalato. Reitia Leukothèa portatrice di Luce e di chiarezza spirituale.

15 AGOSTO
- Grande festa di Reitia Leukothèa. Rituale del Fuoco Sacro e sacrificio.







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giovedì 8 agosto 2013

Festività Venete e Roghi Votivi

IL BATAR MARZO  RITO SALIARE- CALENDIMARZO- RISVEGLIO DELLA “VERTA”.   Fine febbraio 1-9 Marzo. 
Il 1° marzo nella storia della Repubblica Veneta era considerato il capodanno e veniva celebrato col ciamar marso. Inizialmente il primo giorno dell’anno era fissato il 25 marzo, giorno della fondazione di Venezia e giorno dell’annunciazione del Signore ma per comodità di calcolo fu spostato al primo giorno del mese. Gli auguri si fanno già a partire dagli ultimi tre giorni di febbraio. La tradizione veneziana mantenne questa data come ricorrenza ufficiale in omaggio alla cultura degli antenati, quando si calcolava il passaggio dell'anno con il solstizio di Primavera tralasciando le scadenze del calendario voluto da Cesare nel 46 a.C. Bruxamarso, Piro.a o vivo marso sono nomi diversi che indicano uno stesso rito: il falo dell'ultima sera di febbraio. Si suole bruxar .a Vecia allestendo grandi roghi con il ciarpame, talvolta sistemando sulla sommita il pupazzo di una vecchia. Il ciamar marso, brusar marso o batar marso risulta essere quindi una tradizione antica legata a riti pagani di inizio stagione, celebrati per evocare il risveglio della natura, di propiziare la fertilità e l’abbondanza.  E poiché il Capodanno veneto segna la fine dell’anno biologico, quando la stagione fredda muore e si apre il nuovo ciclo stagionale, in lingua veneta "primavera" si dice verta : si apre la nuova stagione. Nei campi coltivati, infatti, a marzo la terra è già attiva al contrario di altre zone d’Italia ed Europa. Verta divenne una Dea onorata e venerata in questi giorni  ed infatti In queste feste vi era un vero e proprio “fidanzamento pubblico” che si sviluppava in diversi modi, così come l’antica festa dell’epoca romana del Calendimarzo., sicché la cultura contadina che si sviluppò in seguito riprese i riferimenti di quella cultura ancestrale in cui i Veneti Antichi erano devoti a Reitia divinità femminile che perpetuava il culto della Madre Terra, così, le tradizioni del nostro popolo si svilupparono in un lungo lasso di tempo, a prescindere dall'influsso romano.   Reitia era LA Dea più importante per i Veneti e la a femminilità della dea si richiamava alla luna: con ogni probabilità i primi calendari furono lunari, cioè legati alle fasi di quelcorpo celeste, e gli studiosi non escludono che i primi di marzo fossero La festa dedicata a Reitia.
Con le calende di marzo iniziava l’anno civile romano, collegato a feste di tipo propiziatorio e purificatorio, e più tardi anche l’anno civile della Repubblica di Venezia iniziava il primo di marzo. Il termine batar marso deriva dal rito compiuto per lo più dai ragazzini che nei giorni del Capodanno correvano per il paese battendo violentemente bussolotti, lamiere, pentole e coperchi con lo scopo di far più rumore possibile per ridestare la natura dal periodo invernale. Nelle campagne della Riviera del Brenta si racconta di vecchi vomeri di aratro appesi sui rami delle piante o sui filari nei campi e percossi ripetutamente come fossero dei gong o delle campane, o legati alle biciclette e trascinati in giro per il paese ottenendo lo stesso rumoroso effetto. Non era un rito che richiamava tutta la comunità paesana ma ogni contrada lo celebrava in contemporanea con le altre del paese al grido di bati fora marso che april se qua.

RITO SALIARE :  
Si è voluto inserire l’uso del Batàr Marzo nell’ambito del Culto Saliare  solo per fissare un punto di riferimento d’indole classica data l’identità del rito che si compiva a Roma nei primi tre giorni di marzo e odesto nelle campagne venete con tanto di rappresentazione del canto. (…) Oltre al fatto che il primo di marzo è il capodanno per Venezia!Con OSCILLUM  era invece nominata l’usanza di appendere come dono votivo piccole sculture o placche decorate alle fronde degli alberi in occasione di alcune feste rurali; dal loro ondeggiare del vento è derivato il verbo latino e poi italiano oscillare. Se “ la conversione delle plebi pagane al cristianesimo non è avvenuta all’improvviso-anzi tuttora non è totale-lasciando inalterati o trasformati certi usi legati soprattutto al fondo celto-latino “ è possibile che anche i due riti soprannominati, legati tipicamente alla TERRA, abbiano ricevuto una qualche relazione di continuità con consuetudini popolari presenti fino a qualche decennio fa, nel territorio della Riviera del Brenta e del Mirese. L’Analisi del tema è ben delimitata ad un’area ben definita, cioè ad una frazione del comune di Mira, qual è il paese di Borbiago. Nei primi tre giorni di Marzo, sull’imbrunire, i regazzini e le ragazzine escono dalle case con vecchie pentole, barattoli, vasi di lamiera e girano per le strade percotendoli con un bastone, con l’aggiunta della cantilena: << FORA I PULSI!>> fuori le pulci! Onde trae il nome locale di Batter Marzo o batàr le pulsi. Nell’ultima sera si radunano in massa e procedono in modo quasi professionale sino ad un fossato o al ponte cul canale Lusore, dove gettano in acqua i recipienti e il bastone di percussione.  . A man mano che ci si sposta verso la linea del basso Piave, il rito si riduce fino a scomparire con evidente strozzatura. Alla pari esiste nella zona di Caselle-Caltana, (Miranese, zona di centuriazione romana nda) dove secondo la Gasparotto si trovava l’umplicus coloniae della centuriazione romana dell’agro est di Patavium. Anzi codesto rito di Borbiago (frazione del comune di Mira) segna il punto più occidentale di questa centuriazione, poco prima delle lagune, nelle quali manca del tutto, com’è ovvio; soltanto a Venezia si puà constatere la forma analoga del Batèr San Martino dell’11 Novembre messo in relazione dal Musatti con le feste greche delle PITIGIE.
Senza forzare il rapporto tra rito in esame e rito classico saliare romano, crederei che tutti e due siano aspetti di culti agrari, di probabile origine mediterranea, legati ai riti della terra-madre; la stessa percussione dei recipienti può essere uno dei tenti travestimenti del magico ROMBOS, ritmo sonoro del valore religioso presso i popolo primitivi (…). Come CULTO AGRARIO va poi considerato l’aspetto del RITO DI ELIMINAZIONE (…) accentuato dalla compomente di esigere la fuoriuscita delle pulci dalle case con la tecnica del ritmo come incanto di cattura, e del raccogliersi presso un corso d’acqua per gettarvi tutto dentro. In un’altra area, ben lontana dalla mmia (…) a Costantinopoli , gli abitanti gettano fuori casa vasi, pentole per essere preservati dagli incidenti nel corso dell’anno. E’ un tipico esempio di rito di eliminazione primaverile, com’è ovvio.
da: A. Nieri, Tracce di Rito Saliare e di oscillum nelle campagne di Mira (Venezia) in La religiosità popolare nella valle padana 1966, pp 301, 307.

 VEDI:TRACCE DI RITO SALIARE ED OSCILLUM NELLE CAMPAGNE

Una traccia di Oscillum è reperibile invece nella para liturgia delle ROGAZIONI o LITANIE nei tre giorni precedenti all’Ascensione. Mentre la processione si snoda i fedeli si fermano alle diverse stazioni erette agli ingressi delle fattorie, capitelli, edicole votive (antichissimi punti di culto alla dea Ecate Trivia, al dio Janus, ed alla dea Reitia nda) dove il sacerdote legge un brano del vangelo, benedice le campagne con il triplice segno della croce astile, accompagnando l’invocazione con “ fulgure et tempestate”, passa il “pestafango”, (…) che reca in ogni famiglia un mazzo di crocette variamente dipinte ottenute con il goccilio del cero pasquale. Racchiuse in un sacchetto di tela cerata vengono appese agli alberi da frutta, alle viti, o agli alberi dei filari dei campi di grano a scopo protettivo delle messi. Non risulta se siano adoperati in modo simile per i porticati delle case (…).   (attualmente sono stati scoperti resti di età romana, che vedete in foto, nelle campagne della Riviera e del Mirese  nda). Non si può escludere quindi un profondo sostrato romano e pagano, convertitosi in significato cristiano nell’area studiata di forte presenza centuriale durante la graduale conversione delle campagne al cristianesimo e altrove invece trasformatosi negli usi longobardi con reminescenze germaniche di appendere la protome (testa, nda) del cavallo negli alberi o alle facciate delle case.

CALENDIMAGGIO   30 APRILE-1 MAGGIO
Co Majo fresco, va ben la fava e anca el formento!
Il Calendimaggio o cantar maggio, prende il nome dal periodo in cui si svolgono queste ricorrenze e cioè l'inizio del mese di maggio, è una festa stagionale che ha luogo per festeggiare l'arrivo della primavera e della bella stagione. Il calendimaggio è una tradizione che vive ancora oggi in svariate regioni italiane come rappresentazione del ritorno alla vita e della rinascita. Maggio deriva dal latino Maia, Dea che gli Antichi Padri romani invocavano per lo sviluppo delle Terra, per il buon andamento del tempo e per favorire la crescita delle messi, della frutta, degli ortaggi. Nel Veneto fino alla metà del 1900 il periodo di mezza primavera era ricco di riti, usanze, consuetudini e tradizioni. In questo mese, la comunità contadina seguiva riti religiosi del maggio mariano, ovvero ogni sera si onorava la Vergine Maria il classico "Fioretto", recitando il rosario e le devozioni giaculatorie. Le giovani donne alle prime luci dell'alba della prima domenica di maggio si riunivano, a digiuno e quasi segretamente e facevano il giro delle chiesette ed edicole votive di campagna pregando lungo il cammino, lasciando offerte ed accendendo lumini. Questo rituale è molto antico e deriva dalla devozione tipicamente femminile e segreto  verso la BONA DEA che ha un significato generale di Grande Madre, si venerava un'antica divinità laziale, il cui nome non poteva essere pronunciato.La descrizione del culto ci mostra una divinità che opera pro populo, quindi, per la salute di tutta Roma. Quali rappresentanti al femminile dello stato, le donne dell’aristocrazia sono preposte alla celebrazione del culto, un culto che veniva svolto strettamente in privato escludendo qualunque figura maschile, compresi gli animali. Questo culto alla Bona Dea avveniva durante il primo di maggio, ovvero durante le CALENDE, ed il sincretismo cristiano con la Vergine Maria è talmente evidente nel Veneto che non si può che rimanerne piacevolmente stupiti. Le donne venete poi ritornavano al paese in modo festoso e giocoso, davano la sveglia a tutti gli abitanti elargendo benedizioni. La tradizione contadina e casearia considera il latte ed i formaggi prodotti a maggio i migliori dell'anno perchè armenti e greggi brucavano il primo taglio di erba fresca e ricca di profumati fiori che trasmettevano  i delicati aromi del latte al formaggio. I giovani maschi invece preparavano i MAGI da offrire alle ragazze prescelte che ricevevano dolci, ciambelle confetti, fiori rami d'albero arricchiti con nastri e fiori. I rami dell'albero significavano messaggi amorosi cifrati e dichiarazioni d'amore come il Ciliegio-Zarzara "morosa cara", Pioppo "morosa propria" Susino- Amular "moroso caro"... Mentre le ragazze considerate poco serie, brutte ed antipatiche, ricevevano sulla corte regali poco piacevoli come sterco di animali vari o brutture, per questo motivo anche le ragazze che nulla avevano da temere tenevano una scopa sottomano per "cavàr ele bruture!" I più burloni durante la notte ponevano di fronte alle porte delle abitazioni mastelli o altri attrezzi che ne ostacolavano l'uscita al mattino che il proprietario doveva rimuovere. Molti giovani durante la notte di Valpurga andavano dei boschi per tagliare e poi trasportare al paese un vigoroso albero che veniva piantato nel luogo consueto dove si trovava una buca da utilizzare anno dopo anno e veniva ammirato, decorato, il giorno dopo ovvero il Primo Maggio, purtroppo la tradizione di piantare l'Albero del Maj" dopo la prima metà del 1900 è andata spegnendosi. Iniziavano anche le numerose sagre e feste paesane dedicate ai Santi, patroni, in favore del Vino o delle Mietitura, alla Luce, alle giornate più lunghe, con musiche, balli e tanta allegria, retaggio di un passato Pagano ed Agreste che non è mai stato dimenticato. Si ricordano le GRANDI ROGAZIONI e numerose peregrinazioni propiziatorie per invocare ottimi raccolti ed abbondanza per tutti. Tutt'oggi si fanno pronostici sul buon esito della stagione agraria, sulla quantità e bontà dei raccolti, previsioni dei metereologi in occasione delle Rogazioni, è proibito inoltre raccogliere ortaggi durante la Pentecoste e l'Ascensione perchè nell'antico mondo Pagano Romano in questi giorni avvenivano le LEMURIA  o Lemuralia  che venivano celebrate il 9, l'11 e il 13 maggio, per esorcizzare gli spiriti dei morti, i lemuri.La tradizione voleva che ad istituire queste festività fosse stato Romolo per placare lo spirito del fratello Remo, da lui ucciso. Il rituale prevedeva che il pater familias gettasse alle sue spalle alcune fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Le giovani donne non sposate inoltre salivano nei boschi o nella boscaglia Veneta per consumare dolci propiziatori.

AMBARVALIA e ROGAZIONI  /  ONORE ALLE DEE DELLA NATURA DAL 21 GIUGNO AL 21 SETTEMBRE
(dal solstizio d’estate e per tutto il periodo estivo).
"Ma altre Madonne costellano il periodo che dalle calende giunge fino all’equinozio autunnale ed era anticamente, nel segno del Leone, sotto la protezione di Cibele e poi, dal segno della Vergine, sotto la protezione di Iside e di Cerere,… Quali mesi dunque più adatti di giugno, luglio, agosto e settembre per celebrare Colei che era adombrata nelle dee antiche, la Madre di Dio, la Vergine per eccellenza, la Regina Coeli, la Maris Stella, la madre dei viventi, la Madre della Chiesa?"

VEDI: AMBARVALIA E ROGAZIONI IN VENETO


AGOSTO- ROGHI ESTIVI A REITIA
L’anno veneto era diviso in semestri, ed iniziava a marzo. Agosto era dunque il mese che segnava la metà dell’anno solare e come in molte altre culture indoeuropee si ringraziava la Terra per gli abbondanti raccolti. Purtroppo non abbiamo sufficienti testimonianze archeologiche o letterarie  per quanto riguarda questa tipologia di rituali e sacrifici sennon gettando un’occhiata alle terre vicine ai veneti, come i paesi slavi, balcanici, e terre retiche.
Oggigiorno il 15 agosto tutta la riviera adriatica, da Lignano Sabbiadoro a Sottomarina di Chioggia  si illumina  a catena dalle ore 23.30 di coloratissimi fuochi artificiali sull’acqua del mare. Il sincretismo  cristiano del papa PIO XII proclamò che il corpo di Maria sarebbe "volato via", in cielo (dogma della cosiddetta Assunzione di Maria). I fedeli cattolici, ormai immunizzati ad ogni senso del ridicolo, privi di ogni capacità critica, si accontentano del fatto che nel calendario ci sarà un giorno festivo in più, ovvero il 15 agosto, ripristinando un'antica festa in onore della dèa Diana in quel del Lazio e di Reitia nel Veneto.  C’è da dire anche che originariamente  la festa di Diana era celebrata il 13 Agosto, dopo l'avvento del cristianesimo però la data è stata spostata al 15. D'altronde la leggenda racconta che Maria sia stata rapita in cielo ad Efeso, guarda caso città in cui Diana era venerata come la Grande Madre di tutto, e questo ne sottolinea l'identificazione attuata dalle streghe italiane.
In questa notte viene adorata Diana quale Madre del Cielo, Dea suprema madre di tutto. Era tradizione anche qui nel Veneto onorare la Grande Madre Reitia accendendo grandissimi falò.
Volendo celebrare questa festività, è bene  rivolgerle ogni preghiera, portare offerte e dare un banchetto rituale in suo onore, importante ovviamente è festeggiare con un falò!

31 OTTOBRE- LA NOTTE DEI MORTI – NOVEMBRE ED I SANTI
Non mi dilungo in spiegazioni riguardo le varie leggende che gravitano su queste date, quindi inizio a parlare di fave…
“ Di tutti i legumi la fava è la regina, cotta di sera, scaldata alla mattina”.
Così recita un antico detto popolare. La fava è il legume che lega di più con questo periodo dell’anno. Per i romani, il tempo dei trapassati durava un’intera settimana di febbraio, l’ultimo mese dell’anno chiamato il purificatore. Si veneravano i morti perché “ dai morti nasce la vita, come dal seme nasce il frutto”. La gente a quel tempo pensava che nei semi della fava nera si potessero ritrovare le lacrime dei defunti. Per implorare la pace dei trapassati c’erano diversi riti scaramantici e non, tra questi cospargere le tombe con questi legumi o gettare le fave dietro le spalle recitando ”con queste parole redimo me e i miei cari “. Nei festini mortuari le fave venivano offerte ai poveri che le mangiavano crude perché la cottura spettava solo ai benestanti. Le fave erano di precetto per la ricorrenza dei Santi e dei Morti anche in epoca cristiana. Nel Veneto, per scongiurare la tristezza, nel giorno dei morti gli amanti offrono alle promesse spose un sacchetto con dentro fave in pasta frolla colorata, i cosiddetti "Ossi da Morti e  le campane suonano per molte ore a chiamare le anime che si dice si radunino intorno alle case a spiare alle finestre. Per questo, anche qui, la tavola si lascia apparecchiata e il focolare resta acceso durante la notte.

Per leggere un’antica cantilena contadina riguardo la notte dei morti vi rimando a questa pagina:  CACCIA SELVADEGA


<<Me nono me contea che 'l era un branco de can selvareghi rabiosi, che girea de not par i nostri paesi magnando carne de tute le sort: i sbranea un po' de tut. Le fameie che avanzea un po' de carne, i la atachea su la porta e i zighea: "Caza selvarega, vien a torte la to carne !", parché i avea paura che sto branco de can rabiosi i ghe magnesse le bestie e anca lori. Ghe n'era an on che 'l vivea su la montagna e non 'l avea paura de sta cazza selvarega. Na not però sti can randagi i è arivadi da le so parti sgrafandoghe la porta, e lu serandosse dentro el se ha salvà. El dì dopo el se ha fat insegnar dai veci, par sconderse dai can, de far an bus in mezo al fien. La not i can i fa ritorno e non i trova nient da magnar. La matina el vien fora dal fien tut content e el verde la porta de casa. E cossa védelo ? Con gran oror el cata an cadavere picà sula porta !>>
[Villabruna di Feltre (BL), ott. 1992; Gina, a. 65, contad.; E. Ricci]


Per spiegarvi la Caccia Selvaggia,vi rimando al seguente brano che  è stato tratto da un testo molto particolare, " Zoologia popolare veneta" di Angela Nardo Cibele edito nel 1887:

"Tra le superstizioni più comuni ai contadini di tutta la provincia, vi ha questa di una caccia meravigliosa, che ciascuno ha veduto o sentito una volta almeno in vita sua. Le vive descrizioni che ne fanno i contadini nel loro rustico dialetto, pieno di forza e di efficacia, sono di un cosi terribile effetto eh' io ne rimasi impressionata, come per la lettura di una ballata di Bùrger. Serva, che il teatro principale di questa caccia, è una bella ed alta montagna che signoreggia Belluno. In Serva i Bellunesi mandano in estate le loro mucche e là trovano cascine, ricchi pascoli e un fresco delizioso. I pastori fanno società fra loro e molte volte sono costretti di dormire sotto tende improvvisate o a ciel sereno. Si nutrono del latte delle loro bestie, di erbe e della immancabile polenta, che qualche volta, già pronta e scodellata, ha la misera sorte di rotolare giù per la china, lasciando i poveri diavoli a bocca asciutta. Nell' inverno la nuda cima della montagna è coperta di bianca neve, ma nell'estate si nasconde spesso dietro a nubi che sprigionano con grande fracasso il lampo ed il tuono. […]Ricchissima d' erbe, la sua flora fu e merita tuttavia di essere particolarmente studiata, mentre sul mistero delle alte sue cime si sbizzarisce la fantasia popolare che la fa sede delle streghe, degli spiriti, delle anime dei condannati, i quali appunto danno maggior contributo ai componenti la catha selvarega in unione agli altri cacciatori che non rispettarono in vita il giorno di festa. Per loro tormento furono destinati a girare continuamente di monte in monte, di valle in valle, seguiti da una compagnia di cani neri che rabbiosamente abbaiano alla luna.”




21 DICEMBRE- SOLSTIZIO D’INVERNO  e 25 DICEMBRE- FUOCHI DI BELENUS/BELIN
Sul Montello, a Castel di Godego, Vidor, Montebelluna venivano accesi da una cima all’altra dei colli numerosi falò per salutare il sole ovvero il dio Belenus nel suo tragitto fra le stagioni, ed i fuochi servivano a dare forza in armonia con la divinità. Belin, o Beleno, è un dio venetico cui erano dedicate lapidi e templi a Zuglio e ad Aquileia. Era la divinità nazionale in vari centri e da lui prese il nome la città di Belluno. Il suo culto potrebbe risalire a migrazioni indoeuropee, quando s’impose una nuova società di tipo patriarcale che adorava il sole. Per la sua connotazione etnica, si consideri l’etimologia. Dato che la lingua venetica era affine alle lingue slavo occidentali, il nome Belìn deriva da bel, la cui radice slava indica luce, biancore. L’associazione all’idea della luce trova riscontro nella mitologia delle Alpi Giulie, dove al dio era attribuito il potere di guarire la vista. Il simbolo solare è esibito nella vistosa corona formata dai 5 raggi. Spesso questo personaggio si presenta con il braccio alzato: dal suo saluto benedicente trapela un atteggiamento amichevole. Unico indumento presente (che non ne copre le nudità) è il mantello, che forse allude alla volta celeste.



 6 GENNAIO - BRUSARE A VECIA MARANTEGA
Nelle feste tradizionali di paese, la "vecia" rappresenta tutte le miserie della stagione trascorsa (fame, disgrazie, malattie, ingiustizie), insomma il rifiuto di un passato negativo e l' augurio di un futuro promettente per la campagna e per la vita.  Essa è una vecchia “strega” vestita di stracci che viene fatta bruciare in un falò allestito nelle piazze, e nei parchi dopo un singolare e alquanto discutibile processo farsa, che alla fine si conclude sempre con la colpevolezza della strega; la befana viene condannata ad essere segata in due  ed infine al rogo, ma prima di essere bruciata può dire la sua, dando consigli e condannando i fatti più brutti accaduti durante l’ anno precedente. Dal taglio uscivano dolci, frutta, confetti, fiori che venivano raccolti dai bambini e dai presenti e nel  corso della festa erano allestiti banchetti con frittelle, vino ed altre leccornie tra le quali la tradizionale Pinza e con giochi vari. Questa festa interrompeva i rigidi digiuni che allora venivano fatti durante la quaresima.  Il falò serviva a bruciare con la Vecia anche i “cai” delle ultime potature dei vitigni per scongiurare le gelate di primavera e liberare i campi dalle sterpaglie, prima dei lavori della bella stagione. Nella lingua veneta  la Befana è chiamata Maràntega (mare antiga = madre antica), oppure Redodexa o nelle nostre isole Veròla.  Essa rappresenta Reitia – la dea della Terra a conclusione del ciclo delle stagioni – ormai vecchia; dopo esser stata ridotta in carbone e trasformata perciò in energia, rinascerà a primavera nuovamente bella, giovane, pronta a regalare i suoi doni e la dea Perchta. In questi giorni si ricordano anche le rogazioni.
Mentre nell'Ottocento queste consuetudini popolari erano ancora vivissime, nel secolo appena passato si è assistito ad un loro calo. Di recente, però, stanno riprendendo il terreno perduto.

IL PANEVIN :Simboleggia l’incenerimento dei defunti come transito dalla vita alla morte, da un anno ad un altro. Il fuoco è visto come una festa collettiva, sainante dell’Uomo, oracolare nel colore del fumo stesso. Il rituale del rogo è analogo ai roghi di marzo. Si tratta di sopravvivenze di culti agresti risalenti ai Veneti antichi, i quali usavano incenerire i defunti sistemandoli sopra grandi pire attenendosi ad un elaborato cerimoniale. I fuochi propiziatori della nuova stagione si dovevano tenere in date fisse e furono poi sostituiti da ricorrenze cristiane. Il Panevìn era quasi ovunque simile: fatta una gran catasta di ramaglie, canne, legna di scarto, si dava la benedizione, poi il più anziano accendeva il fuoco e seguivano rituali vari.

Elena



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giovedì 1 agosto 2013

Dedica a Fortuna ed altre Divinità.

Oggi vi presento un'altra chicca epigrafica da un lavoro della studiosa di epigrafia Camilla Campedelli dell'università di Verona riguardo alcuni ritrovamenti appunto in quel di Verona.

Dunque, buona lettura!


Nel 1931 fu segnalata da Ettore Ghislanzoni la scoperta di un monumento  iscritto, di età romana, nella chiesa di San Procolo a Verona 1 . Ritenuto  successivamente disperso fu rinvenuto, nell’inverno 1985-1986, reimpiegato nella  scala mediana della chiesa, dove si trova tuttora 2 . Potrebbe trattarsi della faccia  anteriore di una grande base di statua in calcare bianco o di una lastra di arredo  incastrata nel prospetto frontale di una base, segata, in entrambi i casi, per motivi di  reimpiego. Alt. cm 60, larg. cm 181, spessore non misurabile. Le lettere, alte cm 9- 9,5 in r. 1 e cm 6 in r. 2, sono state incise con cura e regolarità e presentano  apicature. L’analisi paleografica suggerisce una collocazione cronologica nel I
secolo d. C. (figg. 1-2).


Col. I: Col. II: Col. III: 
- - - - - - - - - - - - - - - - - - 
[- - -]o Fortunae Ma[rti - - -] 
 Adiutrici Conse[rvatori - - -] 
- - - - - - - - - - - - - - - - - -

Lanfranco Franzoni propose di leggere:

 Fortunae Ma[rcianae] / Adiutrici  Conse[rvatrici]3.

 La frammentarietà dell’iscrizione rende poco sicura la lettura, ma  non escluderei, anche sulla base dell’impostazione del testo epigrafico 4 , che potesse  trattarsi di una dedica non solo a Fortuna, ma anche a Mars Conservator.  Fortuna è definita Adiutrix, predicato associato a questa dea non molto frequentemente: si ritrova per la prima volta in Plauto 5  e poi in un’iscrizione  urbana 6 ; esso definisce un aspetto positivo della divinità che entra in gioco per  aiutare l’uomo. Fin dall’origine Fortuna era una dea dalle sfaccettature diverse: da  dea agricola e femminile divenne, poi, a poco a poco, per influsso del culto  oracolare prenestino e anziate a essa collegato e della cultura ellenistica,  personificazione del destino sconosciuto agli uomini. Quello di Fortuna è un culto  molto antico testimoniato nella città di Roma già durante l’età regia e diffusosi  soprattutto sotto il regno di Servio Tullio, dal momento che, in base alla leggenda, fu  proprio grazie al suo intervento che egli ottenne il potere 7. Fuori della capitale
questa divinità è testimoniata a Preneste, dove si trovava il famoso tempio della  Fortuna Primigenia, ad Anzio, nel Lazio 8 , poi in Italia e nelle province dell’Impero  Romano dove, molto spesso, era identificata con divinità epicorie 9. Nel Veneto, oltre  a Verona, numerose sono le testimonianze di questa dea e cioè nel pagus  Arusnatium, a Concordia, Este, Vicenza e Padova 10.
In base alla lettura proposta la seconda divinità alla quale fu dedicato il  monumento, Mars, sarebbe detto Conservator, come anche in altre iscrizioni  provenienti dall’Italia e dalle province 11.
 Dio agricolo e bellico era, nella tradizione  celtica, fusasi con quella romana, anche il protettore delle acque dalle proprietà  iatriche e intese come mezzo di trasporto 12. Monete e iscrizioni testimoniano che,  nell’età imperiale, gli erano attribuiti diversi epiteti; alcuni di essi, come militaris,  militiae potens e campester, ricordano il suo carattere militare e agricolo, altri,  invece, come propugnator, custos, adsertor e secutor comesque, il suo ruolo di  protettore dell’esercito, dello stato e degli imperatori 13;
 a quest’ultima categoria  appartiene il predicato divino Conservator qui ricordato 14, il quale è spesso associato  a Marte come testimoniano le fonti numismatiche 15 ed epigrafiche 16. Il culto di  Mars, attestato in Cisalpina 17, è documentato, nel Veneto, allo stato attuale delle  conoscenze, solo nel territorio veronese 18; questa nuova lettura dell’iscrizione  rappresenterebbe, quindi, un’ulteriore conferma dei dati finora in nostro possesso.
Si potrebbe poi ipotizzare che la lettera O della prima colonna, non vista dai  precedenti editori e che misura tanto quanto le altre lettere della prima riga, si  riferisca a una terza divinità maschile come Mercurius, Iuppiter Optimus Maximus o  Genius (loci) attestati nelle iscrizioni insieme a Fortuna, Mars e altre divinità 19.
Potrebbe allora trattarsi di un monumento posto a tre o anche a un numero  superiore di divinità: non è infatti possibile sapere quanto misurasse in origine il  monumento, anche se le sue dimensioni dovevano essere comunque notevoli.




NOTE:
1  GHISLANZONI 1931, p. 161 (AE 1932, 66). 
2  FRANZONI 1986, p. XXIII; ID. 1988, p. 14. 
3  FRANZONI 1986, p. XXIII; ID. 1988, p. 14. 
4  Cfr. per l’economia del testo epigrafico CIL, VI, 46 cfr. pp. 3003, 3755 = ILS, 4633 = AE 1992, 76;  CIL, VI, 334 cfr. pp. 833, 3004, 3756 = CIL, VI, 30739 = ILS, 3080. 
5  PLAVT.Poen. 973. 
6  CIL, VI, 179 cfr. pp. 3004, 3755 = ILS, 3723. 
7  In generale sul culto di Fortuna si veda CHAMPEAUX 1982-1987. 
8  WISSOWA 1902, pp. 208-209. 
9  BASSIGNANO 1987, pp. 344-345. 
10 BASSIGNANO 1987, p. 345. 
11 Cfr. CIL, V, 5081 = ILS, 3160; CIL, V, 6653; CIL, VI, 485; AE 1976, 622; 1996, 1157; CIL, III, 
1099 = ILS, 2392. 
12 DURRBACH 1904, p. 1613; LATTE 1960, pp. 114-116. 
13 DURRBACH 1904, pp. 1616, 1622. 
14 WISSOWA 1902, p. 138; DURRBACH 1904, p. 1622. 
15 CROON 1981, pp. 270-271. 
16 DE RUGGIERO 1900, p. 608; TLL, s. v. Conservator, c. 418. 
17 PASCAL 1964, pp. 154-159; per la presenza del culto di Marte ad Aquileia si veda CHIRASSI 
COLOMBO 1976, pp. 200-203. 
18 BASSIGNANO 1987, p. 337. 
19 AE 1940, 171; AE 1973, 417, 632.

BIBLIOGRAFIA
BASSIGNANO 1987 =M.S. BASSIGNANO, La religione: divinità, culti, sacerdozi, in Il  Veneto nell’età romana. I. Storiografia, organizzazione del territorio,  economia e religione, a cura di E.BUCHI, Verona, pp. 313-376. 
CHAMPEAUX 1982-1987 = J. CHAMPEAUX, Fortuna. Recherches sur le culte de la  Fortune à Rome et dans le monde romain des origines à la mort de César,  I-II, Roma. 
CHIRASSI COLOMBO 1976 = I. CHIRASSI COLOMBO, I culti locali nelle regioni  alpine, «AAAd», 9, pp. 173-206.
CROON 1981 = J.H. CROON, Die Ideologie des Marskultes unter dem Principat und  ihre Vorgeschichte, ANRW, II, 17, 1, pp. 246-275. 
DE RUGGIERO 1900 = E. DE RUGGIERO, s.v. conservator, DE, II, 1, Roma (ristampa  anastatica Roma 1961), pp. 607-608. 
DURRBACH 1904 = F. DURRBACH, Mars, DA, III, 2, pp. 1607-1623, Paris (ristampa  Gratz, 1969). 
FRANZONI 1986 = L. FRANZONI, Il quartiere di S. Zeno in età romana, in L’arte  romana in S. Zeno. Rassegna fotografica di reperti archeologici recuperati  nel quartiere di S. Zeno, a cura di L.FRANZONI, Verona, p. XXIII. 
FRANZONI 1988 = L. FRANZONI, La necropoli di S. Zeno fino all’iscrizione delle  reliquie di S. Procolo, in La chiesa di San Procolo in Verona un recupero  e una restituzione, a cura di P.BRUGNOLI, Verona, pp. 11-31. 
GHISLANZONI 1931=E.GHISLANZONI, «NSA», p. 161. 
LATTE 1960 = K.LATTE, Römische Religionsgeschichte, München. 
PASCAL 1964=C.B. PASCAL, The Cults of Cisalpine Gaul, Bruxelles-Berchem. 
WISSOWA 1902=G.WISSOWA,Religion und Kultus der Römer, München



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