Neptunus appartenne al pantheon romano fin da età molto antica fu, infatti, adorato insieme ad altre cinque divinità nel primo lettisternio, celebrato nel 399 aC.; i Neptunalia, sono registrati sia nei Fasti Antiates maiores sia nei Menologia, che ricordavano le festività celebrate dagli agricoltori, tuttavia egli rimase una delle divinità meno note nell’Italia settentrionale, attestato in poco meno di una ventina di dediche, una delle quali rinvenuta ad Ardoneghe di Brugine, nella zona sud-orientale del territorio di pertinenza patavina.Si tratta di un’arula in calcare, accuratamente lavorata, con fastigio piatto, sul quale si conserva solo uno dei due pulvini, liscio e dotato di uno stretto balteo centrale. La parte superiore presenta una serie di modanature. Il fusto, parallelepipedo, reca sulla fronte la rappresentazione, a bassorilievo, di un recipiente con corpo ovoidale e anse orizzontali, identificabile con uno skyphos. Sul fianco sinistro è visibile l’immagine di un attingitoio con manico verticale a terminazione ricurva, interpretabile come un simpulum. Sulla fronte è leggibile la dedica rivolta da T(itus) Cassius a Neptuno per il compimento di un voto.
L’iscrizione è conservata presso la Soprintendenza Archeologica del Veneto, nella sede di Padova. N. inv. 74727. Dimensioni: 75,5 x 39,5 x 30,3; alt. lett. 2,8-5,2 (T longa: max 6,2). Mancano lo spigolo superiore sinistro e quello inferiore destro. Il fianco destro è lacunoso.
L’iscrizione dedicatoria recita: T(itus) Cassius / Neptuno / v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito).
Tra gli elementi che contribuiscono ad una datazione al I secolo d.C. sono stati indicati i segni di interpunzione triangoliformi, la T montante, la mancata indicazione del cognomen del dedicante.
Per una datazione più alta, tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. si veda BASSIGNANO 1981, p. 214. Benchè dunque, il documento non sia riferibile ad un orizzonte di romanizzazione, si rende necessaria una sua breve analisi per il fatto che Neptunus, ricordato in quest’unica iscrizione patavina, è stato considerato esito di assimilazione con una divinità epicorica legata all’acqua.
Tale proposta trova origine già negli studi della fine dell’Ottocento: le ricerche di Alfred von Domaszewki, Georg Wissowa, Jules Toutain e Stefan Weinstock avevano indotto a constatare come nelle attestazioni epigrafiche, in netto contrasto con quanto perlopiù tramandato dalle fonti letterarie, Neptunus apparisse prevalentemente quale divinità tutelare delle acque interne piuttosto che signore dei flutti marini. Ciò portò a concludere che le competenze di Neptunus su fiumi, laghi e sorgenti derivassero da fenomeni di interpretatio.
Tale convinzione è tuttora da molti condivisa, malgrado numerose ricerche, anche di carattere linguistico, abbiano modificato la prospettiva sulla questione. Non è raro, quindi, che negli studi di settore, divinità delle acque, talvolta dalle prerogative sananti come Benacus o le Fontes, siano intese come sopravvivenze locali e che divinità chiaramente italiche, come le Lymphae, le Nymphae, Neptunus e Iuppiter Lustralis, siano considerate interpretationes di numi preromani dalle analoghe
competenze. In tale prospettiva, la studiosa Ileana Chirassi Colombo aveva, quindi, indicato quanto l’analisi dei culti fontinali fosse importante ai fini del “problema storico-religioso e funzionale dell’emersione delle forme pre politeistiche nei momenti di disgregazione della cultura ufficiale quale si segnala nel corso del medio-impero”.
Conviene, tuttavia, ricordare come a conclusione del suo studio dedicato al culto di Neptunus nell’Italia romana Adelina Arnaldi sia giunta a chiarire che le competenze del dio, forse in principio circoscritte alle acque sorgive e fluviali, andarono restringendosi a partire dal III secolo a.C. all’ambito marino. Ciò avvenne, significativamente, in concomitanza con la trasformazione di Roma in una grande potenza navale e con la progressiva introduzione nel pantheon ufficiale di figure divine minori, protettrici di fiumi, laghi e sorgenti. Nell’età tardo-repubblicana tale processo appare compiuto, tanto che Neptunus fu adottato in funzione propagandistica da Sesto Pompeo, Antonio e Ottaviano.
Come sottolineato dalla Arnaldi, la funzione di Neptunus come tutore di sorgenti, flumina, fontes non fu mai del tutto eliminata e il dio continuò ad essere sempre considerato come il signore di tutte le acque.
Se, quindi, fonti letterarie, epigrafiche e numismatiche consentono di concludere che a livello pubblico il dio fu venerato prevalentemente, anche se non esclusivamente, come dio del mare, protettore delle flotte, garante di successi navali, le forme di devozione privata sono, inevitabilmente, di più incerta definizione. La valutazione dell’accezione del culto è, infatti, affidata alla sola fonte epigrafica, che non di rado menziona il solo teonimo privo di epiteti “parlanti”; questa mancanza di definizione è probabilmente la causa di una certa ambiguità interpretativa. A tale problema si è cercato di trovare una soluzione operando una sorta di equazione tra il luogo di rinvenimento (zone costiere, aree fluviali, etc.) e l’effettiva accezione del culto, con conseguenze non sempre persuasive.
Nel caso specifico dell’Italia settentrionale, l’analisi distributiva dei ritrovamenti epigrafici indica una maggiore diffusione del culto a Neptunus nelle zone interne, lacustri o fluviali rispetto ai centri litoranei. Questo dato è stato a lungo considerato indicativo delle competenze divine: Neptunus sarebbe venerato nella sua accezione marina solo nei centri costieri, mentre apparirebbe quale protettore di fiumi e fonti,
perlopiù associato o identificato con divinità encorie, nell’entroterra. L’ipotesi sarebbe, inoltre, suffragata dall’importanza attribuita al culto delle acque presso i Celti .
Dubbi in merito sono stati espressi da Ezio Buchi perché una così netta distinzione non permetterebbe di tenere nella giusta considerazione fenomeni migratori di devoti di Neptunus dalla costa verso l’interno e viceversa. Altri elementi sarebbero, secondo lo studioso, esclusivi delle iscrizioni rinvenute nei siti alto-adriatici e, di conseguenza, discriminanti per la comprensione delle specificità del culto di Neptunus in queste zone: l’appellativo Augustus, per esempio, sarebbe attestato ad Atria, Parentium, Aquileia e del tutto assente, ad eccezione di un testo bresciano, nell’entroterra dove il dio risulta privo di epiteti e associato alle Vires o ai dii Aquatiles.
Diversamente dai cultores di Atria, Parentium ed Aquileia, nelle zone lacustro-fluviali, avrebbero rivolto la loro venerazione a Neptunus privati cittadini quasi esclusivamente di modesta condizione, spesso liberti. La possibilità, prospettata da Buchi, che devoti di Neptunus si fossero trasferiti dai centri costieri verso le zone più interne delle regiones dell’Italia settentrionale è stata confutata da Adelina Arnaldi sulla base di osservazioni onomastiche. I tituli delle aree lacustri e fluviali presentano, infatti, gentilizi attestati in ambito locale, come l’Allius di Reate, il Virius di Ateste, il Sulpicius ed il Coelius dell’ager Brixianus, il
Dunillius dell’ager Bergomas, il Caecilius di Comum, i piscatores di Pedona.
Si ripresenta, in questo modo, una sorta di identificazione tra luogo di rinvenimento e accezione del culto. La studiosa non è convinta del fatto che una o più divinità locali delle acque, di origine celtica, fossero identificate con Neptunus, perché il culto di Neptunus, quale dio delle acque interne, non fu molto diffuso nelle province galliche d’oltralpe ma, di contro, presente in zone non interessate da insediamenti celtici, come a Roma o a Reate. La spiegazione, dunque, potrebbe essere, secondo Adelina Arnaldi, un’altra:
“si potrebbe pensare che un numen del sostrato indigeno pre-celtico fosse stato assimilato a Neptunus”
Non più numi “celtici” ma un’unica divinità etrusca delle acque. L’espansione degli Etruschi in area emiliana, veneta e nel mantovano diventa per la Arnaldi possibile origine dell’introduzione in Italia settentrionale di Nethuns, l’omologo etrusco di Neptunus, il dio delle acque interne.
Un’altra possibile spiegazione alla popolarità del dio in area nord-italica è stata individuata dalla Arnaldi nell’”isolamento” della Gallia Cisalpina fino al 42 a.C.: ciò avrebbe fatto sì che in periferia il culto di Neptunus non si evolvesse, come nel centro, dalla sua accezione fontinale a quella marina.
Posizioni più categoriche sono quelle sostenute da Antonio Sartori che, in un recente contributo, ha precisato come tra le divinità delle acque, ovvero qualificabili come personificazioni di entità idriche, con un evidente nome correlato e con appropriate competenze, non sembra possibile riconoscerne alcuna come esito di assimilazione o identificazione. Anche Neptunus, quindi, non sembra conservare alcun elemento di “sostrato”, anche se attestato nell’entroterra.
Si rende evidente, a questo punto, la necessità di valutare caso per caso a seconda del contesto. Se si parte dall’assioma di una distinzione operata in base al luogo di provenienza della dedica si può arrivare a conclusioni discutibili come nel caso di Atria e Ardoneghe di Brugine (Pd), siti che hanno restituito due dediche a Neptunus interpretate in direzione antitetica. I due centri sono, infatti, parimenti vicini al mare
ma ad Atria, considerata “litoranea”, Neptunus è ritenuto divinità marina, mentre ad Ardoneghe di Brugine risulta nume delle acque interne a causa della presenza dei rami secondari del Meduacus minor (Fiume Brenta).
A proposito della presunta evoluzione del culto a divinità indigene protettrici delle acque in quello a Neptunus, mi sembra, inoltre, rilevante notare l’ambiguità del termine “indigeno” in contesti etnici diversificati.
Se si portano alle estreme conseguenze tali premesse, infatti, se ne dovrebbe concludere che, a prescindere dal sostrato preromano di appartenenza, un nume legato a qualsivoglia tipo di “acqua” con la romanizzazione era destinato a confluire in Neptunus. Ma anche se ci si volesse attenere a questa “semplificazione” si è costretti a notare che , in ambito gallico, le divinità delle sorgenti, delle acque
termali e dei corsi d’acqua sono note con nomi latinizzati: è il caso di Groselum, dio eponimo della fonte di Grosel o Groseaux, di Avicantus, protettore della sorgente di Vigan o del torrente Vistre, di Urnia, legata all’Ourne, affluente del Gardon d’Anduze, o di Athubodua, in rapporto al lago di Anthon in Savoia.
Si tratta di dediche private, assimilabili a quelle attestate in Italia settentrionale. È legittimo, quindi, chiedersi perché il culto rivolto alle divinità delle acque abbia avuto in ambito cisalpino un esito diverso (divinità epicorica = Neptunus) rispetto a quello delle regioni d’oltralpe (teonimo indigeno latinizzato). La causa non credo possa essere ricercata nella maggiore o minore resistenza alla romanizzazione, come
dimostrerebbe sia il fatto che la dedica a Nemauso e Urniae è posta anche ai [L]aribus Aug(ustis) e a Minervae sia che l’Athubodua a cui Servilia Terentia sciolse un voto è chiamata Augusta. Il fatto, inoltre, che Neptunus compaia in associazione con divinità locali come i dii Aquatiles, le Vires o Benacus, rende, a mio avviso, evidente la complementarietà di questi culti senza che questo presupponga una sovrapposizione/assimilazione.
Se è difficilmente dimostrabile un fenomeno di identificazione tra Neptunus e divinità locali “celtiche”, è ancor più improbabile proporre che la devozione del dio, nella sua accezione di protettore delle acque lacustri e fluviali, sia dovuta ad un’origine etrusca o all’isolamento della Cisalpina, fenomeno tutto da dimostrare.
Da questa osservazione si evince chiaramente che non è opportuno, sulla base dei dati attualmente disponibili, pensare alla presenza di Neptunus come esito di una interpretatio di una o più divinità delle acque interne, siano esse di origine celtica o etrusca, né, tanto meno, come culto di significato variabile a seconda delle differenti aree di rinvenimento delle dediche.
Nella sostanziale impossibilità di valutare l’eventuale “autoctonia” di Neptunus, resta, quindi, più prudente accogliere il dato nella sua evidenza documentale e limitarsi a considerare piuttosto le dediche al dio come forma di devozione legata all’acqua nel suo valore di via di comunicazione.
Per queste ragioni, nel caso di Patavium non si può determinare in modo più specifico l’accezione del culto, né individuarne la dimensione pubblica o privata.
NOTA & BIBLIOGRAFIA
Si vedano, per esempio, VERGNANI 1964 p. 95: ”una divinità originale, non marina, ma lacuale e fluviale e che non è da ricondursi al Poseidone greco è Neptunus, venerato a Bergamo, Bologna, Como, Novara e di evidente origine indigena”; RINALDI 1966, pp. 103- 104: “Nettuno è una delle divinità meno onorate nel mondo romano, soprattutto col
procedere dei tempi e nelle zone periferiche dove di solito compare in forme sincretistiche, associato a divinità locali”; SUSINI 1975, pp. 398-399, che accenna all’importanza della fonte epigrafica per comprendere i processi di “interpretationes” delle divinità delle acque; CHIRASSI COLOMBO 1976, pp. 189-190: “Il Neptunus Augustus è certo la grande divinità fluviale legata all’elemento fontinale, all’acqua dolce interna, che nei paesi transalpini spesso soppianta o meglio riesprime divinità indigene con una modalità diversa da quella rappresentata dai numi specifici dei grandi corsi d’acqua”; FINOCCHI 1994, p. 13, che include Neptunus tra le divinità romane assimilate a quelle galliche; MENNELLA 1998, p. 168; GIORCELLI BERSANI 1999, pp. 114-115, pur nella consapevolezza della difficoltà di seguire l’evoluzione dei culti indigeni in età romana, concorda nel riconoscere tratti comuni nelle personalità divine; VALVO 2004, pp. 217-218: ”Legami con la religione celtica, in materia di culti rivolti alle acque salutari, sono riscontrabili anche nelle dediche alle Nymphae e alle Vires. Queste ultime sono associate alle Nymphae in una iscrizione da Veleia, rinvenuta pressouna grande pozza dove si raccoglievano le acque che filtravano dall’alto; sono associate alle Lymphae in una iscrizione scoperta ad Erba (fra Como e Lecco); infine si trovano ancora, in territorio lombardo, associate a Nettuno presso Gussago, località vicino a Brescia: in questo caso esse esprimerebbero le forze naturali e per questo sarebbero associate a Nettuno”.
9 CHIRASSI COLOMBO 1976, p. 191. Le fonti epigrafiche relative a Neptunus, per esempio, sembrano trovare maggiore diffusione nell’Italia settentrionale e nelle zone transalpine, tra il
PER FAVORE NON COPIA.INCOLLARE!
SE TI PIACE IL MIO LAVORO SCRIVIMI UN COMMENTO QUI SOTTO E TE NE INVIERO' GRATUITAMENTE UNA COPIA IN PDF!
GRAZIE!!!


.jpg)







