Nelle terre del Veneto preromano, tra il primo millennio a.C. e l'integrazione con Roma, fiorì una civiltà che fece del cavallo non solo un compagno di vita, ma il cardine della propria identità religiosa, sociale e politica. Per i Veneti Antichi, questo animale era un "moltiplicatore di prestigio": un simbolo di potere che collegava l'uomo al divino e definiva i ranghi più alti della società, fungendo da fulcro di un’identità etnica distintiva che li differenziava dalle altre popolazioni dell'Italia preromana.
La fama dei loro allevamenti era
tale da diventare un topos letterario celebrato dai più grandi poeti
dell’antichità. Già nell’Iliade,
Omero
cita gli Enetoi
come provenienti dal "paese delle mule selvagge", sebbene
alcuni studiosi distinguano prudenzialmente questo riferimento dai
Veneti adriatici. Nel VI secolo a.C., Esiodo
li descriveva come un popolo dai "bei
destrieri",
capace di "umanizzare" la natura selvaggia attraverso
questo legame.
Altre testimonianze giungono da
Alcmane,
contemporaneo di Omero, e da Pindaro.
L’efficacia dei loro allevamenti ebbe riscontri pratici: nel 440
a.C., Euripide
ricorda che i cavalli veneti portarono alla vittoria Leonte di Sparta
nell'85ª Olimpiade. Persino Dionisio
il Vecchio, tiranno
di Siracusa, ne importò diversi esemplari attratto dalla loro
leggendaria velocità. Alcune tradizioni arrivarono a identificare
verosimilmente i Veneti con i mitici Iperborei
che vivevano presso l'Eridano (il Po), rinomati per l'eccellenza
equina.
L’importanza del cavallo è incisa letteralmente nella lingua venetica. Il termine più emblematico è ekupetaris, rinvenuto su numerose stele funerarie e composto dalla radice ekvo- (cavallo) e -pet- (signore/capo). Questo titolo definiva il defunto come "Signore del Cavallo", indicando l'appartenenza a una classe sociale aristocratica di alto rango, i cui membri erano i depositari del controllo sulle forze della natura.
Interpretazioni passate
proponevano significati come "pietra del morto" o "auriga",
ma la scoperta di varianti come ekvopetaris
ha confermato la radice legata al cavallo. Un recente ritrovamento a
Cervarese S. Croce della scritta ekupetabos
su un lebete bronzeo suggerisce che questo titolo potesse riferirsi
anche a un intero "collegio" o gruppo di alto livello.
Altre testimonianze
epigrafiche includono il termine ekvon
su una base votiva
nel santuario di Reitia a Este.
La cultura equestre veneta ha seguito una precisa evoluzione cronologica:
X - IX secolo a.C. (Protoveneto): Formazione dei grandi centri di Este e Padova; inizia la selezione dei primi allevamenti di pregio.
VIII - VII secolo a.C. (Periodo Orientalizzante): Il cavallo diventa ufficialmente lo status symbol dell'aristocrazia e si consolidano i contatti con Greci ed Etruschi.
VI - V secolo a.C. (L'Età dell'Oro): Nascono i grandi santuari (come quello di Reitia) e le necropoli equine più spettacolari.
IV - III secolo a.C. (Resistenza e Alleanze): I Veneti mantengono l'identità equestre nonostante le infiltrazioni celtiche, alleandosi strategicamente con Roma.
II - I secolo a.C.: Integrazione definitiva nel mondo romano, dove i loro cavalli continuarono a essere celebrati nelle arene per secoli.
Il legame tra i Veneti e il cavallo era suggellato dal mito delle "cavalle licofore" (portatrici di lupo), narrato da Strabone. Si racconta di un uomo che salvò dei lupi da una rete; in cambio, questi protessero una mandria di cavalle dalla testa bianca. Questo racconto simboleggia la trasformazione del caos selvaggio in ordine civile (cosmo), legittimando l'aristocrazia come custode di una razza sacra. Il "marchio del lupo" o altri simboli araldici (come quelli della famiglia degli Andeti) trovano riscontro diretto nelle stele funerarie.
Il sacrificio equino era un’istituzione precisa volta a ottenere una "validità sacra" per garantire la stabilità del gruppo. Le analisi paleozoologiche mostrano una selezione rigorosa di maschi adulti di stazza medio-grande, seguendo una codifica rituale della perfezione. Le prove archeologiche includono:
Este (via Prà): Una vera "città dei cavalli" con 34 inumazioni disposte sistematicamente con vasi per libagioni, suggerendo cerimonie collettive ricorrenti.
Sepoltura da Altino Padova e Oppeano: Resti con fratture craniche compatibili con colpi d’ascia, a conferma della violenza rituale necessaria per consacrare gli spazi.
Altino: Crani e mandibole sepolti intenzionalmente in fosse rituali.
Sacrifici di accompagnamento: In alcuni casi, come a Padova, un giovane (forse un palafreniere) è stato rinvenuto rannicchiato sotto il ventre dell'animale, sacrificato per servire il padrone nell'aldilà.
Nei santuari sono frequenti
anche i bronzetti
equini, che
potevano fungere da ex-voto o da "simulacri" incruenti in
sostituzione del sacrificio reale.
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| Scheletri di cavallo da Le Brustolade (sepoltura singola e in pariglia, V – III sec. a.C.) esposti al museo Archeologico nazionale di Altino (foto drm-veneto) |
Il cavallo serviva a "cosmicizzare" la realtà, strappandola al caos attraverso riti di fondazione e delimitazione. Strabone riferisce il rito del sacrificio di un cavallo bianco in onore di Diomede presso le fonti del Timavo, un "rito di confine" per proteggere la comunità.
Nelle stele funerarie, il defunto è spesso ritratto su un carro o a cavallo come allegoria del passaggio verso l'aldilà. Qui l'animale assume il ruolo di psicopompo, l’accompagnatore delle anime che garantisce la transizione dal buio della morte alla memoria eroica. Questa simbiosi uomo-cavallo, rappresentata anche nelle "situle" (vasi in bronzo decorati), era il segno tangibile della virtus aristocratica e della protezione divina sulla stirpe.
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Note a piè di pagina
La testimonianza omerica è la più antica memoria letteraria riferita a questo popolo, sebbene alcuni studiosi tendano a distinguerla prudenzialmente per i riferimenti ai Veneti di Paflagonia.
Strabone riferisce inoltre il rito del sacrificio di un cavallo bianco in onore di Diomede presso le fonti del Timavo.
L'analisi morfologica del termine ekupetaris è stata a lungo dibattuta: interpretazioni passate proponevano significati come "pietra del morto" o "auriga", ma la scoperta di varianti come ekvopetaris ha confermato la radice legata al cavallo.
La presenza di "marchi" o simboli araldici sulle stele (come nel caso della famiglia degli Andeti) richiama direttamente il passo di Strabone sul marchio del lupo impresso sui cavalli.
Le analisi paleozoologiche mostrano che per i sacrifici venivano scelti deliberatamente maschi adulti di stazza medio-grande, seguendo una rigida codifica rituale della perfezione.
Bibliografia
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- Strabone, Geografia, Libro V (ed. Voltan 1989).





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