“ La Redodesa è una donna bellissima d'aspetto e implacabile nelle intenzioni…”
“«la Redodesa è una donna che suole farsi sentire la sera dell’Epifania a strepitar catene. Guai in quella sera a non tener alzate le catene dal fuoco della cucina o lasciar la stoppa sulla rocca, ne fa un inferno! Una volta, per farla fuggire, si accendevano dei fuochi e si mandavano delle grida».
(Q. Ronzon — vedasi Almanacco Cadorino, anno III, 1885)
La Redodesa è ritenuta in Veneto essere una sorta di “Befana” ma non viene considerata come una vecchia paurosa da bruciare, tutt’altro! La Redodesa è un essere fantastico nei tratti più simile agli orchi, ad altri esseri femminili malefici, che non alla vecchia che porta o riempie di frutta e dolciumi la calza che un tempo i bambini trovavano appesa alla catena o alla cappa del focolare. Essa è sempre descritta come bellissima e giovane ma dagli aspetti terribili, ctoni, alla guida di una caccia selvaggia e spettrale, accompagnata dal latrato dei cani e dagli spiriti dei morti (aspetti molti simili alla dea Hekate).
Le leggende narrano che a mezzanotte della vigilia dell’Epifania, si possa vedere la Redodesa con i suoi dodici Redodesegoti (i dodici mesi dell’anno ma anche le dodici notti sante che vanno dal Natale all’Epifania) che fermano le acque dei fiumi e chi attinge acqua in quel preciso momento viene travolto dai flutti mentre il primo che al mattino seguente porta gli animali ad abbeverarsi trova sul greto del fiume uno splendido mazzo di fiori. I fiori che si trovano al mattino dopo sono di colore giallo vivo, color del croco, e vengono conservati come porta fortuna. Inoltre la Redodesa viene spesso associata con Perchta ed Holta in quanto al mattino dell’Epifania essa si reca di casa in casa a controllare che le donne abbiano finito di filare tutta la canapa, il lino e la lana dell’anno precedente e che abbiano rassettato la casa come si conviene, per le donne che hanno eseguito queste prescrizioni alla lettera vi saranno allora benedizioni per l’anno entrante, per coloro che hanno trascurato di farlo vi saranno invece punizioni e disgrazie. La Redodesa con la sua Caccia Infernale è ricordata anche nella “Notte dei Morti” nella quale si racconta che essa raccolga tutti i morti che sono annegati nei fiumi durante l’Epifania dello scorso anno. Inoltre nel Bellunese si racconta che essa compaia sia a mezzanotte che alle ore dodici del 24 giugno per incontrarsi con San Giovanni e farsi benedire in una notte comunemente dedicata alle Streghe. Questa leggenda è presente anche nel Veneziano, in cui si credeva che le Strighe si radunassero ai crocicchi presso un capitello alla Madonna (recenti prove archeologiche ci hanno dimostrato che anticamente nelle zone di centuriazione romana vi erano poste ai crocicchi delle aedicuale dedicata ad Hekate, Janus, Termòn, Reitia.). Sempre nel periodo dell’Epifania, tutt’oggi si festeggia la tradizione del “pan e vin”, festa popolare detta anche 'redodesa'. Sempre in questo periodo, in alcune località del Veneto e del Friuli si lanciano delle ruote di legno incendiate lungo i pendii dei monti; il rito viene detto “rito della stella”, perché anticamente le ruote rappresentavano la corsa del sole nel cielo. Linguisticamente e tradizionalmente vi è l’ipotesi che “Redodesa” derivi da una deformazione di Erodiade, la moglie di Erode che chiese a Salomè di pretendere la testa di Giovanni Battista dopo la danza dei Sette Veli ma nel Veneto il passaggio dei dodici giorni dal 25 dicembre al 6 gennaio è detto “dodesena” e quindi 'dodese' e 'redodesa' per deformazione linguistica. In quei giorni il Veneto si illumina di falò tradizionali, che già i nostri progenitori paleoveneti dedicavano a Reitia, Dea della Natura, Risanatrice che in questo periodo veniva bruciata come “marantega” (ovvero “mare antica- madre antica” ) per rinascere a primavera come nuova Dea e Nuova Natura. Il termine ' 'buberata' parte dal senso del brusio del fuoco che esplode e si espande. E' un'eredita' lontana del 'buba' che nel linguaggio dei bambini significa fuoco. Una 'buberata' diventa allora un grande fuoco, una fuocata. E' una parola bella, ha qualcosa di primordiale che mi emoziona sempre. Inoltre Redodesa come Erodiade potrebbe anche essere la trasformazione linguistica di “ Hera- Diana”, ovvero Giunone e Diana, Dee venerate in terra veneta in seguito alla commistione culturale dei Paleoveneti con i Romani. Come ho spiegato in altri miei articoli, Giunone, Diana, Minerva,
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| Bronzetto di Hekate ritrovato e conservato attualmente al Museo di Treviso |
IL CORTEO DI DIANA
“Illud etiam non omittendum, quod quaedam scelleratae mulieres, retro post satanam conversae, demonium illusionibus et phantasmatibus seductae, credunt se et profitentur nocturnis horis cum Diana paganorum Dea et innumera multitudinem mulierum equitare super quasdam bestias , et multa terrarum spatia intempestae noctis silentio pertransire , eiusque iussionibus velut dominae obedire, et certis noctibus ad eius servitium evocari.”
(Reginone de Prum-De Synodalibus causis- (906 d.C)
| La Redodesa ed i Dodici Rodedosegoti |
FILASTROCCHE
Cortina d'Ampezzo:
Leva su burta slavatha fira do ra to rociada,
se no vien ra scancagnara e ra porta via l'panegel.
Auronzo:
Leva su desconculiada fila do la tò rociada se no rua la reduoia a ciatate inthe de coa.
Costalta:
Leva su compissèda fila du la tò roceda s'no t'la filarei di iè.
Padola:
Levè su pultronelle filè du le to rucele levè su pultrunate filè du le to rociate.
PAN E VIN
“Evviva il panevino,
la focaccia sotto il camino,
fagioli per i figli, fieno per i buoi,
polenta per i bambini, santità ed allegrezza”.
LEGGENDE SULLA REDODESA IN CADORE
-Una antica leggenda racconta che una vigilia d'Epifania di molti anni fa, alcune ragazze stavano slittando con la liòda lungo le borgate Paìs e Zardùs di Auronzo insieme ai loro fidanzati. Ad un certo punto sbucò dal buio la reduòia e preso il comando della liòda , fece cadere nella neve tutti i ragazzi. Poi condusse le ragazze che urlavano di paura nelle acque del fiume Ansiei dove annegarono tutte.
-La redodesa a mezzanotte di una vigilia dell'Epifania si presentò nella chiesa di San Giovanni a Calalzo di Cadore per essere battezzata. San Giovanni la mandò alla vicina fontana con una cesta bucata per prendere l'acqua necessaria per la cerimonia. La redodesa provò più volte a riempirla d'acqua, ma senza successo. Ritornata dal Santo con la cesta vuota dovette andarsene senza ricevere il battesimo.
-Un'altra leggenda racconta di una ragazza che, chiusa nella sua casa stava preparando il corredo per le nozze che erano state previste per la prossima primavera. Per questo motivo stava filando la lana sul corleto anche la notte dell'Epifania. Le sue sorelle erano sedute intorno al larìn attizzando il fuoco e cantando una antica nenia. Ad un tratto la porta si spalancò di colpo ed entrò la reduòia che, data una rapida occhiata in giro, si diresse verso la ragazza che stava filando, chiedendole un secchio di rame per andare al fiume a prendere dell'acqua. Una delle sorelle, più intelligente delle altre pensò di darle due cesti di vimini invece dei secchi di rame. La reduòia si avviò con il thampedon in spalla verso il fiume dove per tutta la notte tentò invano di riempirle. Alle prime luci dell'alba, stanca morta abbandonò le ceste e fuggì non si sa dove. Così le ragazze furono salve. Per questo motivo ad Auronzo la vigilia dell'Epifania veniva vissuta con tristezza e tutte le ragazze si chiudevano in camera mettendosi a letto
A Borca prendeva il nome di donnazza e la sera dell'Epifania i ragazzi attaccavano dietro all'audeta (slitta) una fascia di paglia alla quale davano fuoco correndo intorno al colle dicendo "bruson la coda a la donnazza" Sempre nella valle del Boite ma anche a Santo Stefano di Cadore e nel Comelico in generale le donne non lasciavano la stoppa sul corletto e spargevano acqua santa per tutta la casa per paura che la reduòia entrasse in casa.
Alfredo Cattabiani, nel suo bel libro Calendario, scrive che:
“il 6 gennaio era la data paleologica del solstizio d’inverno, nella quale si festeggiava il nuovo sole (...). Poi la festa venne adottata dalle chiese orientali purificata dagli elementi gnostici, sicché si trasformò nella quadruplice celebrazione della nascita di Cristo, dell’adorazione dei Re Magi, del suo battesimo e del primo miracolo di Cana”.
BIBLIOGRAFIA
Marisa Milani (1994): Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto oggi, Padova, Esedra editrice
Dino Coltro (1987): Leggende e racconti popolari del Veneto, Roma, Newton Compton
Alfredo Cattabiani: Calendario
Alfredo Cattabiani: Lunario
Carlo Lapucci (1991): Dizionario delle figure fantastiche, Milano, Garzanti
Raffaello Battaglia, La «vecchia col fuso» e la filatura del lino nelle tradizioni popolari
Attilio Benetti (1983): I racconti dei «Filò» dei monti Lessini, Museo di Camposilvano - Museo di Boscochiesanuova
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