Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

martedì 29 ottobre 2013

LA REDODESA- Dea Antica o Strega?



“ La Redodesa è una donna bellissima d'aspetto e implacabile nelle intenzioni…”

“«la Redodesa è una donna che suole farsi sentire la sera dell’Epifania a strepitar catene. Guai in quella sera a non tener alzate le catene dal fuoco della cucina o lasciar la stoppa sulla rocca, ne fa un inferno! Una volta, per farla fuggire, si accendevano dei fuochi e si mandavano delle grida».
 (Q. Ronzon — vedasi Almanacco Cadorino, anno III, 1885)

La Redodesa è ritenuta in Veneto essere una sorta di “Befana” ma non viene considerata come una vecchia paurosa da bruciare, tutt’altro! La Redodesa è un essere fantastico nei tratti più simile agli orchi, ad altri esseri femminili malefici, che non alla vecchia che porta o riempie di frutta e dolciumi la calza che un tempo i bambini trovavano appesa alla catena o alla cappa del focolare.   Essa è sempre descritta come bellissima e giovane ma dagli aspetti terribili, ctoni, alla guida di una caccia selvaggia e spettrale, accompagnata dal latrato dei cani e dagli spiriti dei morti (aspetti molti simili alla dea Hekate).



Le leggende narrano che a mezzanotte della vigilia dell’Epifania, si possa vedere  la Redodesa con i suoi dodici Redodesegoti (i dodici mesi dell’anno ma anche le dodici notti sante che vanno dal Natale all’Epifania) che fermano le acque dei  fiumi e chi attinge acqua in quel preciso momento viene travolto dai flutti mentre il primo che al mattino seguente porta gli animali ad abbeverarsi trova sul greto del fiume uno splendido mazzo di fiori. I fiori che si trovano al mattino dopo sono di colore giallo vivo, color del croco, e vengono conservati come porta fortuna. Inoltre la Redodesa viene spesso associata con Perchta ed Holta in quanto al mattino dell’Epifania essa  si reca di casa in casa a controllare che le donne abbiano finito di filare tutta la canapa, il lino e la lana dell’anno precedente e che abbiano rassettato la casa come si conviene, per le donne che hanno eseguito queste prescrizioni alla lettera vi  saranno allora benedizioni per l’anno entrante,  per coloro che hanno trascurato di farlo vi saranno  invece punizioni e disgrazie. La Redodesa con la sua Caccia Infernale è ricordata anche nella “Notte dei Morti” nella quale si racconta che essa raccolga tutti i morti che sono annegati nei fiumi durante l’Epifania dello scorso anno. Inoltre nel Bellunese si racconta che essa compaia sia a mezzanotte che  alle  ore dodici del 24 giugno per incontrarsi con San Giovanni e farsi benedire in una notte comunemente dedicata alle Streghe. Questa leggenda è presente anche nel Veneziano, in cui si credeva che le Strighe si radunassero ai crocicchi presso un capitello alla Madonna (recenti  prove archeologiche ci hanno dimostrato che anticamente nelle zone di centuriazione romana vi erano poste ai crocicchi delle aedicuale dedicata ad Hekate, Janus, Termòn, Reitia.). Sempre nel periodo dell’Epifania, tutt’oggi si festeggia la tradizione del “pan e vin”, festa popolare detta anche 'redodesa'. Sempre in questo periodo, in alcune località del Veneto e del Friuli si lanciano delle ruote di legno incendiate lungo i pendii dei monti; il rito viene detto “rito della stella”, perché anticamente le ruote rappresentavano la corsa del sole nel cielo.  Linguisticamente e tradizionalmente vi è l’ipotesi  che “Redodesa” derivi da una deformazione di Erodiade, la moglie di Erode che chiese a Salomè di pretendere la testa di Giovanni Battista dopo la danza dei Sette Veli  ma nel Veneto  il passaggio dei dodici giorni dal 25 dicembre al 6 gennaio è detto “dodesena” e quindi 'dodese' e 'redodesa' per deformazione linguistica. In quei giorni il Veneto si illumina di falò tradizionali, che già i nostri progenitori paleoveneti  dedicavano a Reitia, Dea della Natura, Risanatrice che in questo periodo veniva bruciata come “marantega” (ovvero “mare antica- madre antica” ) per rinascere a primavera come nuova Dea e Nuova Natura.  Il termine ' 'buberata' parte dal senso del brusio del fuoco che esplode e si espande. E' un'eredita' lontana del 'buba' che nel linguaggio dei bambini significa fuoco. Una 'buberata' diventa allora un grande fuoco, una fuocata. E' una parola bella, ha qualcosa di primordiale che mi emoziona sempre. Inoltre Redodesa come Erodiade potrebbe anche essere la trasformazione linguistica di “ Hera- Diana”, ovvero Giunone e Diana, Dee venerate in terra veneta in seguito alla commistione culturale dei Paleoveneti con i Romani. Come ho spiegato in altri miei articoli, Giunone, Diana, Minerva,
Bronzetto di Hekate ritrovato
e conservato attualmente
al Museo di Treviso
Hekate rappresentavano degli aspetti di Dee che coincidevano con la De Suprema per i Veneti antichi, ovvero Reitia, e non vi è da stupirsi se il passaggio delle acque della Dodicesima Notte vede la Dea Suprema alla guida dei Dodici Mesi dell’anno distribuire premi e punizioni. . Nella mitologia Greca era la dea Hera che volando nel cielo portava  doni e abbondanza durante dodici notti solstiziali. Hera, legata a Diana- da cui Herodiana, in seguito mutata in Erodiade- era la dea notturna per eccellenza, che soprintendeva al noto “Corteo di Diana”, in cui le donne pagane compivano i loro sortilegi, donne che dopo l’avvento del Cristianesimo divennero Streghe.  Qualcuno ricordava la reduòia come una vecchia che diventava talmente grande da riuscire a sbarrare completamente la strada principale del paese e nessuno poteva transitare senza il suo permesso. Un tempo I ragazzi fissavano nella piazza principale del paese un palo alto la cui cima era riempita di paglia che veniva incendiata (il pearvò) allo scopo dicevano di illuminare la strada ai tre Re Magi. Le ragazze invece si rinchiudevano in casa, lucidavano e ritiravano le catene del larìn e poi andavano a letto. Inoltre un tempo in Cadore la sera dell'Epifania i bambini andavano in giro per i paesi armati di ciadene, sampogne e racole per sfidare la reduòia.


IL CORTEO DI DIANA
“Illud etiam non omittendum, quod quaedam scelleratae mulieres, retro post satanam conversae, demonium illusionibus et phantasmatibus seductae, credunt se et profitentur nocturnis horis cum Diana paganorum Dea et innumera multitudinem mulierum equitare super quasdam bestias , et multa terrarum spatia intempestae noctis silentio pertransire , eiusque iussionibus  velut dominae obedire, et certis noctibus ad eius servitium  evocari.”
(Reginone de Prum-De Synodalibus causis- (906 d.C)
La Redodesa ed i Dodici Rodedosegoti


FILASTROCCHE 
Cortina d'Ampezzo:
Leva su burta slavatha fira do ra to rociada,
 se no vien ra scancagnara e ra porta via l'panegel.
 Auronzo:
Leva su desconculiada fila do la tò rociada se no rua la reduoia a ciatate inthe de coa. 
Costalta:
Leva su compissèda fila du la tò roceda s'no t'la filarei di iè.
 Padola:
 Levè su pultronelle filè du le to rucele levè su pultrunate filè du le to rociate.

PAN E VIN
“Evviva il panevino,
la focaccia sotto il camino,
fagioli per i figli, fieno per i buoi,
polenta per i bambini, santità ed allegrezza”.

 LEGGENDE SULLA REDODESA IN CADORE 
-Una antica leggenda racconta che una vigilia d'Epifania di molti anni fa, alcune ragazze stavano slittando con la liòda lungo le borgate Paìs e Zardùs di Auronzo insieme ai loro fidanzati.  Ad un certo punto sbucò dal buio la reduòia e preso il comando della liòda , fece cadere nella neve tutti i ragazzi. Poi condusse le ragazze che urlavano di paura nelle acque del fiume Ansiei dove annegarono tutte.

-La redodesa a mezzanotte di una vigilia dell'Epifania si presentò nella chiesa di San Giovanni a Calalzo di Cadore per essere battezzata. San Giovanni la mandò alla vicina fontana con una cesta bucata per prendere l'acqua necessaria per la cerimonia. La redodesa provò più volte a riempirla d'acqua, ma senza successo. Ritornata dal Santo con la cesta vuota dovette andarsene senza ricevere il battesimo.

-Un'altra leggenda racconta di una ragazza che, chiusa nella sua casa stava preparando il corredo per le nozze che erano state previste per la prossima primavera. Per questo motivo stava filando la lana sul corleto anche la notte dell'Epifania. Le sue sorelle erano sedute intorno al larìn attizzando il fuoco e cantando una antica nenia. Ad un tratto la porta si spalancò di colpo ed entrò la reduòia che, data una rapida occhiata in giro, si diresse verso la ragazza che stava filando, chiedendole un secchio di rame per andare al fiume a prendere dell'acqua. Una delle sorelle, più intelligente delle altre pensò di darle due cesti di vimini invece dei secchi di rame. La reduòia si avviò con il thampedon in spalla verso il fiume dove per tutta la notte tentò invano di riempirle. Alle prime luci dell'alba, stanca morta abbandonò le ceste e fuggì non si sa dove. Così le ragazze furono salve. Per questo motivo ad Auronzo la vigilia dell'Epifania veniva vissuta con tristezza e tutte le ragazze si chiudevano in camera mettendosi a letto
A Borca prendeva il nome di donnazza e la sera dell'Epifania i ragazzi attaccavano dietro all'audeta (slitta) una fascia di paglia alla quale davano fuoco correndo intorno al colle dicendo "bruson la coda a la donnazza" Sempre nella valle del Boite ma anche a Santo Stefano di Cadore e nel Comelico in generale le donne non lasciavano la stoppa sul corletto e spargevano acqua santa per tutta la casa per paura che la reduòia entrasse in casa.

Alfredo Cattabiani, nel suo bel libro Calendario, scrive che:

“il 6 gennaio era la data paleologica del solstizio d’inverno, nella quale si festeggiava il nuovo sole (...). Poi la festa venne adottata dalle chiese orientali purificata dagli elementi gnostici, sicché si trasformò nella quadruplice celebrazione della nascita di Cristo, dell’adorazione dei Re Magi, del suo battesimo e del primo miracolo di Cana”.


BIBLIOGRAFIA
Marisa Milani (1994): Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto oggi, Padova, Esedra editrice
Dino Coltro (1987): Leggende e racconti popolari del Veneto, Roma, Newton Compton
Alfredo Cattabiani: Calendario
Alfredo Cattabiani: Lunario
 Carlo Lapucci (1991): Dizionario delle figure fantastiche, Milano, Garzanti
Raffaello Battaglia, La «vecchia col fuso» e la filatura del lino nelle tradizioni popolari
Attilio Benetti (1983): I racconti dei «Filò» dei monti Lessini, Museo di Camposilvano - Museo di Boscochiesanuova





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venerdì 25 ottobre 2013

Feste, Tradizioni, Lavori Agrari di NOVEMBRE

Anche questo mese la rubrichetta agricolo-tradizionale tutta per voi! Fatemi sapere che cosa ne pensate con un commentino qui sotto!
I cimiteri sono un luogo familiare, essi conservano le nostre radici e i corpi di tutti coloro che ci hanno preceduto, trasmettendoci non soltanto la vita, ma anche il patrimonio di tradizioni, cultura, regole morali su ci è fondata la nostra società.

SAMONIOS, IL TEMPO DELLE SEMINE
Iniziato il 5 ottobre con il Mundus Patet, il portale magico nel quale gli spiriti contattano i viventi raggiunge il suo culmine il 31 ottobre- 1 Novembre. I Celti chiamavano questi giorni SAMONIOS, ovvero il tempo delle semine. E' il mese dedicato alla caccia attività primaria dell'uomo per migliaia di anni.

I Paleoveneti offrivano focacce di farro ai Corvi, animali considerati sacri agli Dei, per propiziare una buona semina. Se i Corvi accettavano queste offerte e le consumavano, la buona semina era assicurata, se invece le lasciavano intatte, la semina sarebbe stata disastrosa.
( approfondimento  del ritualehttp://veneto-tradizioni-storia.blogspot.it/2013/09/rituale-delle-cornacchie-nella.html ).

NOVEMBRE... SEMINA MOLTO SE NON PIOVE!
Ognissanti è stata istituita ufficialmente nel 1475 da Sisto IV, tuttavia come abbiamo già avuto modo di vedere, gli antichi popoli italici, romani e veneti in particolar modo, usavano accendere dei lumi ai defunti senza eredi ed a quelli dimenticati, vi era anche l'abitudine di cospargere le tombe con il profumo delle viole. Da quel lontano tempo il colore viola è rimasto legato ai riti per i defunti.
Plinio il Vecchio ricordava infatti :
devi farti carico di difendere la fama ed il pudore di chi è morto perchè il loro ricordo non svanisca e termini nell'oblio."
I romani continuavano a mantenere il Mundus Patet aperto il giorno 8 novembre e si dedicavano sacrifici alla dea Mania (Hekate in Veneto). Inoltre dedicavano ai defunti ben nove giorni a febbraio, durante il passaggio fra le tenebre dell'inverno e la luce della primavera, dal vecchio al nuovo anno. Anche i Veneti antichi dedicavano le ultime giornate di febbraio alla commemorazione dei loro defunti, poichè come i latini, anche per loro l'anno iniziava il 1° marzo.
Gli antichi popoli italici credevano che i defunti sedessero accanto ai viventi sul bordo dei loro sepolcri partecipando al pranzo funebre e nelle necropoli i vivi ed i morti erano sempre gli uni alla presenza degli altri quasi non esistesse un confine fra i mondi in questi periodi ben determinati.

Il cristianesimo nella sua paura della morte, ha reso il primo e secondo giorno di novembre delle giornate lugubri, tristi, pesanti, senza tener conto del carattere gioioso che avevano in passato.
La commemorazione dei defunti nacque nel medioevo ad imitazione di un rituale cristiano preso in prestito da Bisanzio  e furono i monaci benedettini ad introdurlo in occidente  nel 998 per tentare di soffocare i rituali che ancora venivano eseguiti secondo le modalità pagane.

Molti pasticceri preparano dolci tipici, detti Ossa dei Morti o Fave dei Morti, e la moderna Halloween è a mio parere un buon modo per riprendere il carattere allegro delle antiche feste dedicate ai defunti.

TRADIZIONI CONTADINE

Una tradizione contadina racconta che un tempo  il giorno della commemorazione dei defunti, la popolazione si alzava presto, anche prima delle quattro, provvedeva immediatamente a rifare i letti lasciandoli pronti per il riposo dei defunti che in quel luogo sarebbero ritornati indietro per far visita ai loro cari viventi, ed ovviamente dovevano riposarsi dal lungo e stancante viaggio !
Sul comodino veniva lasciato un bicchiere di acqua o latte, finestre e porte erano lasciate aperte, e la famiglia usciva di casa per recarsi in Chiesa, in qualche capitello, fra i campi ad offrire primizie (antichissimo retaggio paleoveneto) agli uccelli.
Mia nonna quand'ero piccina mi raccontò che i suoi stessi occhi avevano visto il bicchiere spostato e mezzo vuoto, nonchè segni del passaggio di qualcuno sul suo letto...chissà.
Spesso una parte del raccolto veniva donato ai campanari che facevano suonare le campane ininterrottamente per tutto il giorno fino allo scoccare della mezzanotte.
 A Chioggia l'attività ittica veniva sospesa per rispetto a tutti i pescatori e marinai deceduti in mare e si dice che essi apparissero dalla nebbia della laguna...
I nostri "veci" si ricordano che al mattino il prete andava nei piccoli cimiteri di paese a benedire le tombe poichè gli spiriti dei defunti sarebbero tornati dai loro familiari, e si lasciavano le luci accese dei focolare oppure venivano messe delle candele fuori dalla finestra, protette da una zucca intagliata. Si lasciavano inoltre mele sepolte nel terreno domestico, si facevano offerte di focacce nel "larìn" (dal Larario romani ed Arario venetico) ovvero il focolare centrale della casa. Era li infatti che gli spiriti degli antenati dimoravano, esattamente come nella tradizione dei Lares romani.

Sempre in raccordo con gli antichi rituali di dedicazione agli uccelli in questo periodo dell'anno, si ricorda che uno dei piatti tradizionali del Veneto consumato a Novembre sono gli Oseì cola polenta, ovvero gli Uccelli con la polenta.


FESTA DE SAN MARTIN- 11 NOVEMBRE
-Per tradizione la festa è ispirata alla svinatura ed all'inizio del nuovo ciclo agrario invernale. La tradizione veneta invita a spillare dalla botte il vino nuovo, facendo gran banchetti e feste dell'uva. I giovani mascherati un tempo entravano nelle case a far la corte alle ragazze ed è la tradizione di collegare l'inizio dell'inverno. Tutt'oggi fra le calli di Venezia i giovani vanno per negozi e case portando doni di buona fortuna, raccogliendo "mance" e piccolo doni in frutta secca e cantando

" In sta casa ghe xe de tuto, dal salame e dal presuto, del fornaio piasentin, viva viva San Martin" .

Anticamente in questi giorni si rinnovavano i contratti agricoli e di affitto, si traslocava, da qui l'espressione " Fare sanmartin", inoltre si festeggiava con fuochi di artificio, banchetti, feste paesane con prodotti tipici come l'oca al forno, castagne arrostite e vino nuovo, per rinsaldare amicizie, favorire affari e soprattutto trascorrere il tempo in allegria e compagnia.  La carne d'oca ha origini antichissime nel nostro territorio. Infatti anticamente ai tempi degli antichi Veneti, l'Oca era ritenuta un animale Sacro alla Dea madre Reitia signora degli animali ed era considerato un animale psicopompo, ovvero aiutava gli Spiriti dei Morti a ritornare. La collocazione calendariale di questa festa arcaica divenuta poi di san Martino contribuì a sottolineare la funzione del ciclo produttivo agrario, tempo in cui i semi giacciono "negli inferi" da cui risorgeranno come piante in primavera. Sempre in questo periodo il cristianesimo rese questa festa la benedizione dei frutti dei campi.
L'estate di San Martino è il nome con cui vengono indicati quei giorni di Novembre in cui, dopo le prime gelate, si verificano condizioni climatiche che ricordano le giornate estive.

21 NOVEMBRE: LA MADONNA DELLA SALUTE
- Considerata La festa di Venezie e dei Veneziani è popolarissima, a ricordo della rovinosa pestilenza che causò a Venezia 50 mila vittime del 1600. Nel 1630 venne edificata la basilica della Madonna della Salute , che non tutti sanno, in un punto nel quale da secoli vi era una fonte salubre o per lo meno, considerata sainante dagli abitati di Venezia, la fonte aveva origini pagane...

30 NOVEMBRE: SACRIFICIO DEL MAIALE
-Retaggio probabilmente venetico, tuttavia misterioso ed antichissimo ma importante per la comunità, coincideva con la festa di sant'Andrea  ed era un giorno di grande festa per le famiglie che consumavano il pasto a base di carne . Molte superstizioni contadine circondavano quest'animale visto con sospetto  a tenuto in gran conto per la quantità di alimenti che procurava.  Il giorno del sacrificio dell'animale vi era l'abitudine di invitare al rito i parenti e vicini, le famiglie religiose facevano benedire l'animale prima del sacrificio che era svolto da una figura particolare, il PORCITER che si spostava di casa in casa seguendo un calendario preciso, eseguiva rituali scaramantici ed altri riti segreti accumulati dalla notte dei tempi, sinonimi di rispetto e paura per l'animale sacrificale, ed il sacrificio avveniva lontano dal porcile senza la presenza di donne fatta eccezione per la padrona di casa mente un bambino doveva sostenerne la coda. Le porte e le finestre dovevano essere chiuse per evitare occhi indiscreti di estranei.
la punta della coda veniva gettata sopra il tetto della casa per prevenire eventuali fatture e malocchio, mentre la mandibola del maiale veniva conservata sospesa al tetto del porcile, e negli anni la collezione formava dei mazzi macabri...per tenere lontani gli spiriti malvagi.



LA NOTTE DEI MORTI NEL VENETO
Al dì de la gloria in ricordo dei Santi la note tien drio de quei che xe in tanti.
Le fiame che trema nel campo dei Morti più scuri fa vedar i campi e i Orti.
Portando ‘l ritrato de un qualche parente ancora se move un poca de zente.
Ombre che cala verso la sera porta al ricordo de chi ghe gera; de le campane 
sto gran susìo el fa rivivar l’ultimo adio.
Traverso i campi con inquiete onde da un borgo a l’altro le se risponde.
I veci prega ne le campagne fin che sul fogo sta le castagne.
A sto pregar se unisse le legende che tetre anca de più la piova rende.
Conta storie e paure quei che vegia, muta in teror li scolta la famegia.
La porta un colpo dà, sbatua dal vento: strenze ‘l so ceo la mama co spavento.
‘Na sera dei Morti del tempo passà su un caro tornava Gigeto soldà. Sta volta ‘l tornava,
sul serio, dabon: el gera sta in guera co Napoleon.
Sul caro, ben sconto, un vaso pressioso robà in te ‘na cesa, viagiava col toso.
So mare spetava darente a un lagheto ch‘el toso tornasse, pregando pianeto.
Un troto lontan se leva dal gnente: cavali che core co un batar cressente.
De rode un criar più forte se alsava man man che quel caro più avanti ‘l rivava.
Za poco mancava ch ‘el fio fusse là: da ‘na cortelada el gera massà.
In quela finisse del troto ‘l pestar e anca del caro se ferma ‘l scrissar.
Nel bruto momento la povara Rita capisse ch‘el toso ga perso la vita.
Sto fato tremendo el fa vegner muta de colpo sta dona che in aqua se buta.
La sera dei Morti, più ancora col vento, dal fondo del lago vien fora un lamento co rode che cria
ancora lontane de un caro ormai fermo, e son de campane co un batar de sòcoli,
sbagiar de un cagneto: xe l’anema persa del poro Gigeto...
Nissun però mai pol vedar sto lago: lo pol solo chi strigà xe da un mago...
Andè pur in longo, campane, a sonar! che i vivi sta sera i ga da pregar,
de quei che no xe ricordarse i aspeti, far vivar ancora memorie e afeti 
Nel simitero in procession se move i Morti drio de sto son; i se lamenta a bassa vose,
l’ultimo morto porta la crose. Testa calada, sconte le man, sta fila longa vien da lontan.
Ancora, campane, no steve a fermar! che i Morti sta note i ga da tornar: xe solo ‘na volta in tuto un ano e chi ve contrasta pol farghe anca un dano.. Desso più chieti se fa i lamenti via via che passa ore e momenti. Se sbianca el çielo, se desfa in tera de qualche mòcolo l’ultima çera:
de andar i Morti i ga premura là dove ‘l tempo no se misura.
Ormai se conclude sta note de pianto, se sbanda quei spiriti pal camposanto e muti tra piera incrosandose e piera sfantandose i torna là dove che i gera.
Ste storie e sti fati che par dei misteri, barufa col ciaro: chi sa se i xe veri!
Ancora dei boti intorno se perde tra fogie che casca, che lassa ‘l so verde. Par nebia più sbiava
su campi e su orti se fa za matina: xe ‘l zorno dei Morti.

Ma drento el campanil quei che ga tegnuo duro butai de qua e de là, le schene contro el muro,
coi piè che varda in fora, le gambe ben slargae, i ronfa co le sbèssole sul stomego pontae,
tra un biscolar de corde e faschi roversai e scorse de castagne: tuti ciochi spolpai..

(Giacomo Dal Maistro)


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martedì 22 ottobre 2013

31 OTTOBRE- LA NOTTE DEI MORTI – NOVEMBRE ED I SANTI

Notte dei Morti, Caccia Salvadèga, Festa dele Lumère, Festa da lis Muars, la Notte della Grande Zucca, Samonios, Culto dei Santi.

Non mi dilungo in spiegazioni riguardo le varie leggende che gravitano su queste date, quindi inizio a parlare di fave…

“ Di tutti i legumi la fava è la regina, cotta di sera, scaldata alla mattina”.
Così recita un antico detto popolare. La fava è il legume che lega di più con questo periodo dell’anno. Per i romani, il tempo dei trapassati durava un’intera settimana di febbraio, l’ultimo mese dell’anno chiamato il purificatore. Si veneravano i morti perché “ dai morti nasce la vita, come dal seme nasce il frutto”. La gente a quel tempo pensava che nei semi della fava nera si potessero ritrovare le lacrime dei defunti. Per implorare la pace dei trapassati c’erano diversi riti scaramantici e non, tra questi cospargere le tombe con questi legumi o gettare le fave dietro le spalle recitando ”con queste parole redimo me e i miei cari “. Nei festini mortuari le fave venivano offerte ai poveri che le mangiavano crude perché la cottura spettava solo ai benestanti. Le fave erano di precetto per la ricorrenza dei Santi e dei Morti anche in epoca cristiana. Nel Veneto, per scongiurare la tristezza, nel giorno dei morti gli amanti offrono alle promesse spose un sacchetto con dentro fave in pasta frolla colorata, i cosiddetti "Ossi da Morti e  le campane suonano per molte ore a chiamare le anime che si dice si radunino intorno alle case a spiare alle finestre. Per questo, anche qui, la tavola si lascia apparecchiata e il focolare resta acceso durante la notte.


Per leggere un’antica cantilena contadina riguardo la notte dei morti vi rimando a questa pagina: CACCIA SALVADEGA


<<Me nono me contea che 'l era un branco de can selvareghi rabiosi, che girea de not par i nostri paesi magnando carne de tute le sort: i sbranea un po' de tut. Le fameie che avanzea un po' de carne, i la atachea su la porta e i zighea: "Caza selvarega, vien a torte la to carne !", parché i avea paura che sto branco de can rabiosi i ghe magnesse le bestie e anca lori. Ghe n'era an on che 'l vivea su la montagna e non 'l avea paura de sta cazza selvarega. Na not però sti can randagi i è arivadi da le so parti sgrafandoghe la porta, e lu serandosse dentro el se ha salvà. El dì dopo el se ha fat insegnar dai veci, par sconderse dai can, de far an bus in mezo al fien. La not i can i fa ritorno e non i trova nient da magnar. La matina el vien fora dal fien tut content e el verde la porta de casa. E cossa védelo ? Con gran oror el cata an cadavere picà sula porta !>>
[Villabruna di Feltre (BL), ott. 1992; Gina, a. 65, contad.; E. Ricci]


Per spiegarvi la Caccia Selvaggia,vi rimando al seguente brano che  è stato tratto da un testo molto particolare, " Zoologia popolare veneta" di Angela Nardo Cibele edito nel 1887:

"Tra le superstizioni più comuni ai contadini di tutta la provincia, vi ha questa di una caccia meravigliosa, che ciascuno ha veduto o sentito una volta almeno in vita sua. Le vive descrizioni che ne fanno i contadini nel loro rustico dialetto, pieno di forza e di efficacia, sono di un cosi terribile effetto eh' io ne rimasi impressionata, come per la lettura di una ballata di Bùrger. Serva, che il teatro principale di questa caccia, è una bella ed alta montagna che signoreggia Belluno. In Serva i Bellunesi mandano in estate le loro mucche e là trovano cascine, ricchi pascoli e un fresco delizioso. I pastori fanno società fra loro e molte volte sono costretti di dormire sotto tende improvvisate o a ciel sereno. Si nutrono del latte delle loro bestie, di erbe e della immancabile polenta, che qualche volta, già pronta e scodellata, ha la misera sorte di rotolare giù per la china, lasciando i poveri diavoli a bocca asciutta. Nell' inverno la nuda cima della montagna è coperta di bianca neve, ma nell'estate si nasconde spesso dietro a nubi che sprigionano con grande fracasso il lampo ed il tuono. […]Ricchissima d' erbe, la sua flora fu e merita tuttavia di essere particolarmente studiata, mentre sul mistero delle alte sue cime si sbizzarisce la fantasia popolare che la fa sede delle streghe, degli spiriti, delle anime dei condannati, i quali appunto danno maggior contributo ai componenti la catha selvarega in unione agli altri cacciatori che non rispettarono in vita il giorno di festa. Per loro tormento furono destinati a girare continuamente di monte in monte, di valle in valle, seguiti da una compagnia di cani neri che rabbiosamente abbaiano alla luna.”

FESTE CRISTIANE DI ISPIRAZIONE PAGANA

-7 Ottobre, Madonna del Rosario.
Festa molto antica e di sicura ispirazione pagana alla religiosità veneto-romana.
Gli antichi romani ritenevano sacro il giorno 5 di Ottobre, poichè vi era la festa della dea MANIA (assimilabile con l'Hekate-Icathèin venerata nel Veneto sia nel periodo paleoveneto che romano) e del MUNDUS PATET che è parte di una delle tradizioni più oscure e antiche della religione romana arcaica ma l'origine del rituale ad essa collegata è molto probabilmente di matrice etrusca. Si tratta di una fossa posta nel santuario di Cerere e consacrata agli dei Mani, che ha forma circolare a ricordare la volta celeste e l'universo tutto. Tale pozzo aveva anche la forma simbolica di un utero rovesciato che veniva scavato al centro della città al congiungimento degli assi di decumano e cardo. La fossa rimane chiusa per tutto l'anno ad eccezione di tre giorni in cui mundus patet .L’apertura del mundus metteva in comunicazione il mondo dei vivi e quello dei morti, i segreti dei Mani si trovano “alla luce” e per questo era proibita ogni attività ufficiale. Il rito aveva un carattere eminentemente purificatorio, e quindi propedeutico rispetto a eventi sacri che il calendario romano prevedeva nei giorni e soprattutto nel mese immediatamente successivo (Saturnali e Natale del Sole Invitto). Lo stesso termine di Mundus designa il "mondare" e il "purificare".

"Mundus cum patet, deorum tristium atque inferum quasi ianua patet."

Le analogie con Halloween- Samonios sono evidenti.
Nella festa della Madonna del Rosario, nelle nostre regioni, i capitelli e le chiesette dedicati alla Madonna venivano visitati e si pregava al loro cospetto, altra rimanenza arcaica. Era una festa che apriva dunque ufficialmente il periodo di contatto fra i Vivi ed i Morti ma anche segnava la fase conclusiva del ciclo dell'anno agrario per la fine della vendemmia e dei raccolti.

CASTAGNE, IL PANE DEI SECOLI SCORSI.
 " Le castagne sono il pane della povera xente" recitava un trattato del 1400 , ed oggigiorno mangiare castagne è diventato decisamente un lusso perchè nel corso della storia, il nostro territorio ricco di castagneti spontanei, è stato disboscato per far spazio a terreno coltivabile ed edificabile...

FIERA FRANCA DI AUTUNNO
Tipica di Bassano ma anche di altre zone, è l'antica Fiera del Bestiame. Mia nonna paterna era una grande commerciante, si recava ogni autunno a Sambruson- Dolo per vendere e commerciare a buon prezzo il bestiame ed altri prodotti agricoli. Si trattavano bovini, suini, asini, cavalli ed animali da cortile.

FAR FILO'
Della tradizione del Filò ne parlano ottimi siti, ricordo solo che iniziava in questo periodo il freddo ed iniziava anche il Filò. Le famiglie contadine si riscaldavano nelle stalle alla sera, tramandandosi con racconti e storie antiche la saggezza popolare, i giovani si innamoravano, le Streghe facevano le loro magie, le donne con i telai confezionavano vestiti e tessuti, il filo ed il fuso scandivano con il loro ritmo le canzoni ed i rosari, il filatoio conservava il filo mentre gli uomini riparavano l'attrezzatura da impiegare nei campi e approntavano quella nuova.




SUPERSTIZIONI....QUANDO LE DONNE FILAVANO...
Dall'autunno alla primavera le donne filavano, lavoravano all'uncinetto, ricamavano, rammendavano al tepore del fuoco domestico e della stalla.
La filatura, per le popolazioni antiche e per l'eredità contadina, era un'attività considerata misteriosa, dove si accavallavano gli aspetti magici legati al mondo del femminile.
Le maghe venete, ovvero le Rododese e le Anguane, osservassero la filatura delle donne eseguita nelle ore notturne premiando o castigando le filatrici secondo il loro metodo (il rimando alla leggenda classica di Atena ed Aracne è immediato). Alcuni pregiudizi stabilivano il periodo oltre al quale le donne non dovevano più tessere e filare ed altri riguardavano il divieto di filare in alcune particolari circostanze.
Nelle valli dolomitiche e carniche era vietato filare di giovedì perchè le streghe avrebbero disfato il lavoro quella stessa notte del Sabba, vietato anche il venerdì perchè il Demonio era attivo proverbialmente in quel giorno infausto, ed ovviamente vietatissimo anche il Sabato, giorno dedicato anticamente al Dio Saturno, divinità infera, sostituito dall'ignoranza cristiana con il Diavolo ed il Sabba stregonesco.  Domenica pure era proibito poichè in quel giorno neppure la Madonna filava e quindi c'era il pericolo di filare i suoi divini capelli!
Divieto di filare anche durante il Solstizio d'Estate e di Inverno, proibito durante la notte di Samonios- 31 ottobre, alla festa di Santa Lucia, la Vigilia di Natale perchè le Streghe in questa notte avevano il potere di insegnare i loro poteri alle donne che filavano, la vigilia di capodanno e la notte che precede la Candelora.


BIBLIOGRAFIA:
- Lunario. calendario rurale veneto-friulano. Renato Zanolli.
-Calendario- A.Cattabiani
-Lunario- A. Cattabiani
-L'anno i mesi e i giorni nella cultura popolare del Veneziano. Proverbi modi di dire tradizioni- M.Poppi
- La religione dei romani- J. Champeaux

- raccolta di appunti e ricerche personali .



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domenica 13 ottobre 2013

REITIA & MINERVA

Quest’articolo si basa essenzialmente sugli studi effettuati dal Pellegrini, dal  Prosdocimi in “Il venetico” e ne “La religione dei Veneti antichi ” , dal Mastrelli a  livello linguistico in “la Parola ed il Passato”, dal Whatmough in “Rhetia, The venetic Goddess of Ealing” e naturalmente dal Mastrocinque in “Santuari e divinità dei paleoveneti”.

.... se avete suggerimenti, critiche costruttive, richieste, curiosità non esitate e lasciarmi un commento! Grazie a tutti voi per il supporto e l'amicizia. 

La città di Padova ha origini antichissime, ed i culti religiosi che venivano svolti all’interno del Limes sacro protetto dal dio Termòn erano sicuramente dedicati ad una qualche divinità locale il suo culto rivestiva funzioni sociali e religiose affini al culto di Reitia ad Este, come ricordato dal Tombolani nel suo “Padova preromana” ed ampiamente dimostrato grazie a numerevoli ritrovamenti archeologici nel sottosuolo cittadino.  Ma chi erano dunque queste Dee patrone delle terre venete?
Per scoprirlo, dobbiamo spostare la nostra ricerca nella città di Este, nella quale fra il 1881 e 1886 furono ritrovati dei resti chiamati “ Stipe Baratella” che documentavano la vita quotidiana nel santuario dedicato a Reitia, il quale sorgeva presso il fiume Adige, ristrutturato monumentalmente in età romana.
STILI SCRITTORI
CON INCISIONI VOTIVE
La datazione dei reperti varia dal IV secolo a.C fino al V secolo d.C. Il santuario iniziò la sua attività dunque nel IV secolo a.C ed ebbe il suo massimo fiorire nei secolo IV-III-II a.C, riedificato in epoca repubblicana ed attivo sicuramente fino agli inizi del V secolo d.C.  Mille anni di storia e di culto religioso dedicato ad una Dea Autoctona, locale, strettamente collegata con il territorio e mentalità spirituale degli uomini e delle donne Venete, le genti venete che orgogliosamente chiamavano loro stesse VENETKENS.   Tutti i depositi votivi sono detti “aperti” poiché le datazioni di riferimento ai gruppi di ex-voto non sono stati sigillati in antichità ma variano in un range cronologico iniziale e finale  non stabilito.

La Dea del luogo viene quasi sempre detta REITIA nome attribuito o interpretato con “ dea della giustizia “ e “dea della scrittura”  che è stato spesso paragonato con la dea spartana Orthìa o Artemide Orthìa, ed inoltre gli scavi  del santuario spartano di Orthìa hanno fornito interessanti confronti iconografici con la Stipe atestina detta “ Baretella”, soprattutto per la presenza di laminette raffiguranti guerrieri e donne portatrici di offerte del tipo paragonabile con quelle di Este.  Probabilmente il nome originario era PORA “ signora” mentre SAINATEI era un attributo dal più accreditato significato etimologico di “ alla sanatrice” legato agli ex voto ritrovati nel santuario nel quale si svolgeva un vita religiosa simile a quella del Santuario di Vicenza e di Lova, Templi che sorgevano anticamente in isolotti circondati dalle acque dei fiumi ed acquitrini fluviali.
SANTUARIO VENETICO

Si potevano vedere sfilate di donne velate sul capo, dall’alta acconciatura, abbigliate riccamente con collane sfarzose in ambra, oro, bronzo, perline colorate, sorrette al ventre da una grossa cintura in rame e/o bronzo lavorata a sbalzo, gonne strette in vita e larghe alla fine lavorate con motivi a losanga e floreali, tessuti ricercati e coloratissimi, un grembiule caratteristico e gli immancabili stivaletti veneti, che portavano fiori, offerte di primizie e dolci ben confezionati. Si potevano ammirare i guerrieri Hastati in tutta la loro magnificenza e poderosa forza, bellissimi nelle loro armature di bronzo e cuoio, seguiti dai pugili ed altri uomini, tutti con i loro ex-voto stretti nelle mani.  Alla testa di questa processione, le sacerdotesse del tempio, donne sagge votate alla Dea.
Tuttavia classificare e descrivere un culto religioso ed una divinità sulla base di poche stipi votive è difficilissimo ma in questo si può escludere totalmente che Reitia fosse stata una dea “madre” ovvero preposta al parto ed alla generazione, considerata l’assenza di ex-voto riproducenti organi genitali, bambini, madri, uteri. Era una dea Guaritrice come dimostrano gli Ex-voto di parti del corpo da guarire e l’attributo Sainatei, ma in modo accessorio. Infatti anche dal confronto accademico con la Dea spartana Orthìa, emerge che entrambe le dee erano in realtà principalmente preposte alle iniziazioni dei giovani, i quali celebravano raggiunta la maggiore età delle gare agonistiche e di sopportazione del dolore che concludevano il ciclo educativo. Artemide Orthia come Reitia non erano prettamente ed unicamente divinità sanatrici, non erano assolutamente preposte alla nascita, ma erano Dee alle quali facevano capo tutte le attività umane, sia sacre che profane, destinate a trasformare i giovani uomini in guerrieri e le fanciulle in spose e madri forti. Sia i giovani Veneti che Spartani durante l’iniziazione al Tempio ricevevano le armi solennemente ed esibivano pubblicamente le loro capacità fisiche e morali, mentre gli oggetti di uso quotidiano, le fusaiole, il telaio, gli spilli, i rocchetti di filo, le fibule, gli anelli ed i bracciali indicano alla Dea che le ragazze son finalmente divenute donne mature e pronte al matrimonio. Come Orthìa, anche Reitia era originariamente una Dea della Caccia ed una protettrice degli animali (Potnia Thèron) come provano tantissimi ex-voto con sembianze animali.
Nella stipe Baretella vi sono distinzioni fra le dediche maschili e femminili. Son state ritrovate sui “chiodi” votivi 22 dediche femminili , sulle basi che sostenevano statuette equestri dediche solamente maschili.

DEE ITALICHE
La Dea italica che assomiglia in modo maggiore a Reitia per funzionalità ed appellativi è Minerva. In un certo momento storico ovvero quando i vari santuari vennero riedificati con colonnati ed assunsero un aspetto monumentale, la figura di Minerva si sovrappose a Reitia veneta, infatti nella stipe votiva raffigurano spesso statuette bronzee , di terracotta e d’argento raffiguranti Minerva, importantissima Dea Italica identificata già in epoca arcaica con la greca Athena. Inoltre anche Eracle iniziò ad essere onorato ad Este, probabilmente collegato al mito ed alla figura dell'Eroe, modello per i giovani e valorosi guerrieri veneti.

INIZIAZIONI GIOVANILI
SPILLONI VOTIVI
Nella Stipe Baretella raffigurano pesi, rocchetti, fusi, telai, strumenti di uso femminile per la lavorazione della lana e dell’arte della tessitura, quindi il Culto praticato doveva avere a che fare con l’arte tessile e sia nel mondo greco che romano le fanciulle imparavano queste tecniche sotto il patrocinio della dea Athena-Minerva, inoltre aveva anche la funzione di Kourotrophòs ovvero di protettrice dei fanciulli, come la Greca Hekate /latina Ecate, ed infatti son state rinvenute numerose Bulle ovvero una sorta di sfera che serviva da amuleto fino al giorno in cui si compiva la maggiore età che veniva consacrato agli spiriti degli antenati della propria famiglia e variava a seconda dello status sociale del fanciullo, la Bulla era di sicura origine etrusca ma venne utilizzata anche in altre regioni italiane.  Le fanciulle venivano raffigurate con bellissimi gioielli ed alte raffinate acconciature. I ragazzi e  le ragazze offrivano dei giocattoli alla Dea come simbolo del passaggio iniziatico dalla fanciullezza all’età adulta. Come le ragazze romane ed anche greche, le fanciulle venete non sposate portavano i capelli molto lunghi e sciolti sulle spalle, oppure raccolti in abbondanti acconciature, mentre da maritate si coprivano il capo con un velo lungo sino alla schiena (com’era d’usanza in molti popoli italici) simile al flammeum romano. Nella stipe Baretella son stati ritrovati aghi crinali che servivano per l’acconciare i capelli alle donne, e sappiamo che le donne greche dedicavano una fibula presso il tempio della loro città, un simile rituale esisteva anche presso le popolazioni Italiche . Nel Lazio antico le madri si servivano di asticciole sacre rituali dette caelibares hastae per discriminare i capelli delle figlie in procinto di sposarsi con un chiaro valore apotropaico e beneaugurante, infatti la presenza di nodi era ritenuta fatale per la consumazione delle nozze!

BULLE
Sempre ad Este son stati ritrovati dei “chiodi” votivi, alcuni erano probabilmente delle asticciole, dette Stili,  con le quali sempre al tempio di Reitia, si imparava l’arte della Scrittura che era considerata sacra nelle sue proprietà oracolari e di comunicazione con gli Dei, altri invece erano  simili alle caelibares hastae poiché in esse vi sono dediche eseguite da donne in favore di altre donne, le quali non risultano essere state maritate , quindi testimonia l’esistenza di un rituale simile a quello del discernere dai nodi i capelli con uno spillone.
I ragazzi invece dovevano con tutta probabilità, partecipare a cerimonie di iniziazione di tipo militare come avveniva in molti popoli indoeuropei, ed infatti sempre nella stipe Baretella troviamo immagini di fanti armati con lancia in pugno, cavalieri, sfilate di uomini in arme, parate di cavalleria alle quali i giovani veneti dimostravano tutto il loro valore per la prima volta in pubblico. Molte statue dedicate alla Dea Reitia avevano alla loro base dediche inscritte proprio da questi giovani soldati, offerte private di giovani provenienti da ricche famiglie, oppure le armi in miniatura che fungevano da offerta alla Dea.

Righetto Elena



BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Frazer, il Ramo D’Oro.
- P. Ovidio Nasone, Fastorum libri sex II.
- F.Altheim, Terra Mater.
- G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinaru,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.
- J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma


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giovedì 10 ottobre 2013

CULTO DI GIUNONE ED ARTEMIDE NELLE TERRE VENETE



Il Geografo greco Strabone ricorda nella sua opera “Geografia” che nelle terre dei Veneti vi erano due boschi Sacri dedicati a divinità femminili che egli, in quanto greco, aveva associato ad Artemide Etolica ed Era Argiva, tali luoghi sacri si trovavano presso il fiume Timavo ed in altri luoghi non completamente localizzati nel Veneto adriatico.
La presenza di una divinità etolica nel Veneto poteva essere associata alla presenza storica dell’arrivo di Diomede ed il fatto che egli appunto fosse originario dell’Etolia, ed ecco perché i culti e le ritualità Veneto antiche assomigliavano a quelli di Artemide  Etolica. Anche il caso di Era Argiva non è dissimile, infatti secondo la leggenda Diomede si sarebbe rifugiato proprio presso l’altare di Era Argiva detta Oplosmia (dea Armata o la dea delle Armi) quando la congiura ordita da sua moglie stava per costargli la vita.

Era Argiva Oplosima  in terra Italica possedeva molti santuari presso Boschi Sacri descritti da Tito Livio  in questi termini: “ Un bosco sacro, isolato da una folta foresta e da alti abeti, chiudeva in mezzo pingui pascoli, ove pasceva senza pastori ogni specie di animali consacrati alla Dea e gli armenti delle rispettive specie per la notte rientravano in gruppi separati dalla stalle, mai insidiati dalle fiere o dagli uomini” .( XXIV 3.4-5)
Potnia Theron di Vicenza



Strabone stesso conferma che la realtà religiosa dei Veneti era associabile alla religiosità dei Boschi Sacri sia di Artemide Etolica che di Era Argiva, boschi nei quali la  sacralità alla Divinità permeava nel quieto vivere degli animali indisturbati e mansueti. Molti studiosi hanno rintracciato in queste prove l’esistenza della “religione della Potnia”, ovvero dell’antico culto ad una Dea Cacciatrice, Lunare, Sanatrice, Protettrice delle Città, residente nei boschi a lei sacri, Numen potentissimo delle acque fluviali, marittime, termali, con il potere di viaggiare fra i mondi dell’esistenza . La Potnia Thèron Signora degli Animali, come la Dea ritrovata a Vicenza, contornata da animali feroci quali il lupo ed il leone che sotto la sua mano diventano mansueti e fedeli compagni.
Poiché la dea greca Era veniva identificata con la latina Giunone, sarebbe anche troppo semplice identificare l’ Era Argiva di Strabone con la Giunone di cui parla Tito Livio riferendosi al suo culto a Padova (il suo tempio era collocato sotto all’attuale Palazzo della Ragione) ed alle spoglie delle navi spartane di Cleonimo, sconfitto dai Veneti nel 302 a.C. conservate nel suo Tempio all’epoca di Livio. Il culto a Giunone a Padova è riconfermato anche da un testo epigrafico latino che recita “ confine della parte interna del bosco” e cioè dello spazio nel mezzo di un bosco o di due boschi a Lei consacrati. Un’iscrizione venetica invece sempre di Padova fa comprendere come vi fosse inizialmente un unico boschetto Sacro ove vigeva il diritto d’asilo. Plutarco ne “la vita di Pompeo” ricorda espressamente come nei boschetti sacri ad Era Argiva era in vigore il diritto d’asilo dato che nel mondo greco i santuari di questa Dea godevano di questo speciale diritto.  Tuttavia vi è anche da dire che i facili parallelismi non possono essere sempre così immediati, infatti nel mondo veneto esisteva senza dubbio una forma di divinità femminile che assomigliava ad Era Argiva ed alla Giunone Italica (forse Reitia?) ma è improbabile  che la Giunone di Padova fosse Argiva infatti una città miticamente fondata da Antenore, Troiano, non avrebbe mai dato l’appellativo di Argiva alla propria Dea tutelare! Se la vostra memoria storica è arrugginita vi ricordo che gli Argivi erano nemici mortali dei Troiani.  In questo caso si potrebbe ritenere Diomede come antico fondatore mitico di Padova  ed altre città venete che in seguito i rapporti amichevoli con i Romani abbiano tramutato la leggenda come la conosciamo noi oggi. Ma sono speculazioni senza alcuna comprova storica.
A Verona ed Aquileia il culto a Giunone era fortemente sentito , vi sono dediche “alle Giunoni”, un plurarle che riconduce alle Ere Argive, ovvero eredi romane di antica memoria territoriale, dee autoctone e venetiche, locali, Numen tutelari, simili alle “ Matronae”  una sorta di ninfe protettrici della fertilità .
E’ probabile che nel Culto Veneto si svolgessero dei rituali prettamente femminili con processioni e cori di fanciulle guidati da una sacerdotessa nubile, processioni ben documentate da numerosissime lamine bronzee sbalzate paleovenete.  Inoltre non è possibile con assoluta certezza riconoscere l’Era Argiva in Veneto perché non vi è iconografia certa.
Di certo vi è che vi erano due tipologie di divinità femminile  : Una simile ad Artemide/Hekate  quindi protettrice delle Vergini, dei bambini, dei Boschi Sacri  ed una Matronale, protettrice delle donne, delle puerpere, e della città.

Devota offerente
REITIA E MINERVA
In seguito approfondirò la loro figura ed il loro culto religioso, ma per ora è necessario dire che le Dee più importanti delle città Venete fossero loro, che presiedevano alle cerimonie iniziatiche, al matrimonio, all’esercizio delle armi. Molti confondono Reitia con una sorta di “dea madre”, in realtà essa non lo era, e lo dimostrano i ritrovamenti archeologici nei suoi santuari nei quali mancano decisamente riferimenti al parto ed alla maternità. Era una Dea Sainante, della guarigione, della scrittura sacra, della protezione delle armi ma non della maternità. Era una Potnia Thèron. Le Dee Supreme delle città venete vennero identificate dai Greci e dagli Etruschi e poi dai Veneti stessi con l’attribuzione romana con Athena-Minerva, Era-Giunone  ed Artemide-Diana-Hekate.  Quindi dee in Armi e sanatrici, Dee protettrici della Città e della Maternità, Dee vergini protettrici dei giovani e dei Boschi.












BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Frazer, il Ramo D’Oro.
- P. Ovidio Nasone, Fastorum libri sex II.
- F.Altheim, Terra Mater.
- G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinaru,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.
- J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma.



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