
Per
le sue movenze eleganti, schive e soprattutto per essere così
indipendente, il gatto anche a Venezia ma in tutto il Veneto è da
sempre considerato parente del diavolo e nel bellunese chi lo
uccideva veniva addirittura scomunicato oltre a incorrere in gravi
disgrazie. Son risaputi i collegamenti che i popoli antichi
facevano fra gatti e divinità (Freya, Bastet, Afrodite etc) e forse
per questa parentela con il mondo dell'occulto si attribuisce al
gatto una sorta di “immortalità” ritenendo che abbia sette vite
e che sia possibile ucciderlo veramente colpendolo sul naso, mentre
il suo punto di forza son i baffi. Anche la triste superstizione che
il gatto nero porti sfortuna ha origine in un luogo comune che ha a
che fare con una ragione di ordine pratico: di notte molte persone
non vedendo l'animale inciampavano o cadevano, incolpando l'ignaro
micio colpevole solo di mimetizzarsi con il buio. Proprio
quest'ultima caratteristica, il manto nero, ha fatto associare la
creatura con tutti gli animali considerati diabolici o demoniaci, che
si nascondono e mimetizzano perfettamente nell'oscurità. Il trovarsi
a proprio agio nelle tenebre o confondersi con esse fino a diventarne
un tutt'uno ha per forza di cose associato il gatto nero con il male
e la stregoneria, arte arcana e oscura per eccellenza. A riprova di
ciò, tipico delle zone montane del bellunese è il “gato dai oci
verdi” che appare improvvisamente sulla strada impedendo il
passaggio a chi vorrebbe proseguire, lo fissa con gli occhi verdi, lo
“incantesima”
e se ne va. Una storiella che mi raccontava mio nonno avvenne a Mira
Porte quando lui era piccolo, di un uomo che tornando a casa con il
suo carretto diede una frustata a un gatto nero che stava in quel
momento passando, uccidendolo. Tornato a casa, trovò “sora
al portèo”
quindi nel carretto, sette ossa di gatto. L'uomo morì dopo sette
giorni. Si diceva anche che i gatti fossero messaggeri degli spiriti
i quali non potendo farsi vedere dai vivi, abbiano trovato questo
mezzo per comunicare la loro presenza. Un trucco utile per
esorcizzare il passaggio dei gatti neri era togliersi una scarpa e
lanciarla in modo da passare la traiettoria del gatto, fare le
“corna” dietro la schiena o toccando un oggetto di ferro dicendo
“Striga,
va via che no te me strigarè”
oppure semplicemente cambiare strada.
Anche a Venezia i gatti neri vennero associati alle
streghe e alla stregoneria così nel corso dei secoli leggende su
leggende si sono costruite in merito a questa tematica, ma la loro
nomea negativa è anche legata ad un fatto storico. I turchi,
acerrimi nemici dei Veneziani, erano soliti portare nelle loro navi
dei gatti per cacciare i topi perciò dal XII secolo iniziò a farsi
strada l'idea che avvistare un gatto corrispondeva, per analogia,
all'arrivo di pirati o pericoli esterni.
Una
leggenda popolare di Castello, a Venezia, racconta che la notte di
sant'Agostino, fra il 27 e il 28 agosto, dai giardini dell'Arsenale
si muovano in processione dieci donne, dirette all'albero di noce,
ascoltino una lezione impartita da una strega anziana, sicuramente
una capo congrega, e che poi si dirigano al vicino canale, chinando
l'orecchio sinistro fino a sfiorare l'acqua sussurrando “ Dime
acqua, svelame i to segreti...”
. Si dice anche anche che per non essere scoperte, in tempi moderni
si trasformino in dieci gatti.
A livello prettamente “magico” il gatto è
considerato il “famiglio” della strega, l'aiuta nei suoi
preparamenti magici e trova per lei gli ingredienti utili; usa
infatti la sua eleganza e i suoi trucchetti per ingraziarsi le
persone e smorzarne la diffidenza. La strega padrona può così
operare al sicuro nella sua casa senza sospetti o chiacchiere,
affiancata dal suo amico e guardiano complice che però ha anche la
capacità di individuare gli spiriti nemici, i demoni malvagi e le
forme oscure che s'insidiano fra le mura domestiche delle streghe per
far loro del male o per sottrarre le formule magiche.
Una simpatica formuletta, si dice, venga pronunciata
dalla strega per trasformarsi in gatto:
“ Quato,
quato, arriva el gato, ocio de luze che ora riluze.
Gato
mato, gato furbo nero nero e no me turbo.
Gato
ti xe ti, gato son mi, vien qua me bel gàtin!”
Il pozzo delle streghe
e il gatto
Questa leggenda è stata
rintracciata non solo a Venezia ma anche a Trevenzuolo, citato anche
dagli autori Zannoni e Muraro a Villa Rovereti Zurla nel veronese e
nel pozzo circolare vicino a Dormegliara.
Una tradizione risalente
al XV secolo vuole che le streghe si radunassero attorno al pozzo le
notti di sabato per le loro “danze notturne”, ne ho parlato anche
nel mio libro “I Signori di Notte al Criminal, la polizia notturna
della Serenissima”. Al mattino non vi era traccia del loro
passaggio (come invece accadeva attorno ai salici e ai noci in cui si
notava il calpestio, la “pista” lasciata da questi rituali)
tranne un persistente odore di zolfo. Nel pozzo di Dormegliara si
racconta che un giovane ragazzo, preso da curiosità, una volto
calatosi nel pozzo dovette risalire immediatamente a causa del calore
infernale dell'acqua. Curiosamente questo pozzo presenta attualmente
acqua a temperatura di circa 43°, forse segno di una falda termale
sotterranea.
Anche a Venezia dunque si
registra la presenza di questi “pozzi” infernali, chiaro
riferimento al potere ctonio, sotterraneo dell'acqua, così preziosa
nella città lagunare. Nel medioevo veneziano, Riva degli Schiavoni
presentava una fisionomia totalmente diversa da quella attuale ed era
coacervo abitativo di ogni sorta di mascalzone, povero e mendicante,
insomma i bassifondi di Venezia si trovavano proprio li. Durante la
prima decade del 1300, un certo Signor di Notte, Marco Donato, estese
la sua “protezione” nei confronti di una striga che viveva in una
capanna a due passi da Piazza San Marco. I magistrati dediti allo
stanare i crimini notturni spesso si avvalevano dell'aiuto di questi
personaggi scomodi dato che erano occhi e orecchie diretti dal popolo
e in un periodo delicato come quello a ridosso della congiura di
Bajamonte Tiepolo era fondamentale ascoltare i sussurri e il
malcontento popolare.
Presumibilmente la
leggenda è ambientata proprio in questa zona ormai completamente
trasformata di Venezia e risale al XV secolo anche se sicuramente
trae le sue fondamenta da episodi più antichi, trecenteschi. Un
giovedì sera, mentre in un'osteria si stava discutendo di alcuni
strani fatti che avvenivano nel pozzo del campo, entrò
trafelatissimo un giovane uomo, pallido come un cencio, accompagnato
da un vecchio anch'egli visibilmente scosso, che giurò di aver visto
delle gatte trasformarsi in streghe e il vecchio mostrò il suo
braccio sfregiato dallo stesso “Diavolo” per avvalorare la sua
storia. All'udir quelle parole, un uomo con un occhi solo si alzò
dal suo tavolo e s'intromise nella faccenda, dicendo che quelle erano
solo fantasie di persone sciocche e superstiziose, probabilmente
ubriache. Promise quindi di recarsi da solo al pozzo il giorno dopo,
la sera del Venerdì Santo. Gli avventori dell'osteria tentarono di
dissuaderlo ben consci che il Venerdì Santo è per tradizione una
ricorrenza legata alle strighe e al Demonio ma l'uomo era risoluto.
Il giorno seguente, gli avventori dell'osteria si accordarono per
dare una lezione all'uomo con un occhio solo che aveva osato dubitare
della loro parola e si radunarono in una calletta stretta che sbucava
sul campo del pozzo. Attesero e allo scoccare della mezzanotte,
dell'uomo con un occhio solo non vi era traccia. Improvvisamente però
un grosso gatto nero attraversò il campo, balzò sull'anello della
vera del pozzo e iniziò a miagolare terribilmente. La bocca del
pozzo iniziò a vomitare rospi, gatti, cornacchie e altri animali che
appena toccata terra si trasformarono in streghe e stregoni,
attaccando i malcapitati che terrorizzati assistevano alla scena
dalla calletta. Alcuni fuggirono per le calli, altri si gettarono in
canale, chi terrorizzato rimase in attesa della sua fine. La lotta e
la caccia degli “strighi” si fermò a causa di un altissimo
miagolio che li fece sparire nuovamente nel pozzo da dov'erano
usciti. Proprio allora la luna rischiarò il campo del pozzo
illuminando il possente gatto nero che si ergeva maestoso sulla vera
da pozzo. Un gatto con un occhio solo.
Come sempre le streghe
son associate ai gatti neri e alla loro trasformazione in essi,
retaggio di arcaici culti e pratiche sciamaniche in cui la praticante,
sotto effetto spesso di sostanze psicotrope, compiva “viaggi” nel
mondo degli spiriti e per farlo, la sua anima abbandonava il corpo
dormiente per trasformarsi in vari animali-guida sciamanici. Per noi
la tradizione è legata ovviamente ai racconti stregoneschi ma per
altre tradizioni che ancor oggi seguono pratiche sciamaniche reali
questo “viaggio” non è un'allegoria o una fantasia ma una reale
pratica spirituale. Abbiamo prove che i “viaggi in spirito”
avvenissero ancora fra Veneto e Friuli fino al Concilio di Trento
(metà del 1500) quando tutte le pratiche di questo tipo furono
bandite e demonizzate ufficialmente dalla Chiesa. Anche i Benandanti,
una sorta di “stregoni” buoni sostenevano di andare in “viaggio”
astrale o extracorporeo, durante le quattro tempora, a combattere
contro le streghe e gli stregoni malvagi colpendoli con rami di
sambuco e difendendosi dai rami di sorgo. Per sottrarsi a chi dava
loro la caccia le streghe si trasformavano in gatti dopo essersi
recate al sabba in quella forma per non essere riconosciute.
Come sappiamo un tempo le
malattie anche comuni ai giorni d'oggi non avevano né spiegazione né
risoluzione medica e ci si affidava agli esosi “cherusici” i
medici dell'epoca e alle herbane, donne che applicavano la loro
conoscenza di rimedi botanici e formule guaritrici propiziatorie in
cambio di offerte per il loro servigio. Vi era un labile confine fra
l'herbana e la striga, infatti quest'ultima non solo applicava le
conoscenze erboristiche a fin di bene ma aveva anche la capacità di
preparare e somministrare intrugli e veleni potenti. La Serenissima
Repubblica, è bene ribadirlo, non si accanì mai contro le
“streghe” in quanto presunte adoratrici del Demonio ma in quanto
pericolose operatrici che potevano con le loro conoscenze pratiche
danneggiare la salute pubblica.
Si racconta a Venezia che
un nobile patrizio, disperato a causa dei frequenti attacchi d'asma
serali del figlio e dato che poteva permetterselo, dopo aver
consultato fior fiore di medici della città si decise a chiedere un
consulto a una donna esperta di arti magiche. Dopo aver ascoltato
attentamente la sintomatologia (dato che gli attacchi asmatici
avvenivano sempre al momento di coricarsi) sentenziò che il piccolo
era stato stregato e raccomandò al padre di osservare attentamente
ciò che accadeva nella stanza da letto prima delle convulsioni. Il
padre, pur scettico, con la perizia tipica dei Veneziani, annotò
ogni particolare e si accorse in pochissimo tempo che ogni sera una
gatta nera d'intrufolava silenziosamente in camera del figlio e al
suo ingresso si manifestavano le crisi asmatiche del piccolo. Oggi
come all'epoca, si spiegò questo fatto con un'allergia provocata
dall'ingresso dall'animale, probabilmente randagio, scatenante
l'asma, ma questa storia ha ben altro risvolto. La sera successiva
infatti vennero sbarrate porte e finestre in modo da impedire
all'animale di entrare e il piccolo dormì tranquillamente. Il nobile
veneziano e sua moglie decisero di sopprimere l'animale tenendogli un
agguato. Lasciata appositamente una finestra aperta, verso l'una di
notte la gatta scavalcò il cancello del palazzo e balzò in camera
entrando dalla finestra. Il padre rimase immobile e udì il figlio
iniziare a tossire, confortato da sua madre, poi la gatta finalmente
uscì ma fu prontamente bersagliata dal lancio di un pugnale
affilato. Purtroppo a causa dell'oscurità il pugnale solamente ferì
la bestia a una zampa anteriore e riuscì a fuggire, non tornando
più. La faccenda venne dimenticata per mesi sennonché un giorno
venne in visita un'anziana lontana zia della moglie che era solita
visitare frequentemente il piccolo ma da qualche mese mancava
all'appuntamento adducendo motivi di salute. La moglie preoccupata
andò a farle visita senza preavviso e fu così che la trovò viva e
vegeta ma con l'avambraccio destro amputato!
Appunti per la conferenza presso la sala Turi Fedele a Este, organizzata dalla libreria "La gatta del Petrarca" in data 12 febbraio 2023.