Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

giovedì 27 giugno 2013

DIN DAN DON LE CANPANE DE SANBRUSON . Canto popolare dei filò contadini


Din dan don le canpane de Sanbruson
E le sona dì e note
E le buta zò le porte
Ma le porte gera de féro
Volta la carta ghe xé un caliéro
Un calièro pien de piova
Volta la carta ghe xe na rosa
E la rosa sa da bon
Volta la carta ghe xe un melon
Ma il melon xe massa fato
Volta la carta ghe xe un mato
Un mato da ligare
Volta la carta ghe xe un mare
Un mare e na marina
Volta la carta ghe xé na galina
La galina fa cocodè
Volta la carta ghe xé un re
Un re e un rearo
Volta la carta ghe xé un peraro
Un peraro che fa i fighi
Volta la carta ghe xé i strighi
I strighi che fa miao
Volta la carta ghe xé eI babao
Un babao col bèco rosso
Volta la carta ghe xé un posso
Un posso pien de aqua
Volta la carta ghe xe na gata
E la gata fa i gatèi
Volta la carta ghe i putèi
E i putéi fa ostaria
Volta la carta che la xe finia.


Santuario venetico... suggestioni

Uscendo dalla città è un atto di devozione far visita al Santuario...Troverai, viaggiatore, un Bosco Sacro circondato da cippi: la Casa degli Dei.
Entra per un momento di raccoglimento e preghiera, come coloro che chiedono grazie, fortuna, salute per se stessi e per i propri cari.
Nei santuari della città, vicini ai fiumi o alle sorgenti di acque termali, buoi o maiali, pecore, agnelli , capretti sono offerti all'altare insieme alle primizie vegetali ed alle focacce di cereali, le carni consumate ai banchetti comuni.
Uomini e donne lasciano in dono immagini di se stessi in statuine o riprodotte su lamine di bronzo: in preghiera o nell'atto di offrire doni, gli uomini in armi o con vesti cerimoniali, le donne con un ricco abbigliamento ed un' acconciatura fastosa con alto chignon e disco sulla fronte.
Si può assistere alle feste e ai riti rappresentati sulle lamine con le sacre sfilate di devoti, dignitari, sacerdoti e sacerdotesse. Il Santuario è anche un "emporio", ovvero un mercato dove gli stranieri, simboleggiati dall'immagine del lupo, trovano protezione e possono svolgere i loro commerci e consolidare alleanze. Piccoli animali, merci di ogni genere, giovani a tessere al telaio, altri imparano a scrivere, altri ancora partecipano alle cerimonie di iniziazione all'età adulta... I santuari pullulano di una vita affollata e caotica, che culmina in occasioni cerimoniali scandite nel corso dell'anno, in una sorta di calendario.
Gli Dei, non raffigurati con sembianze umane, hanno nomi maschili e femminili. Reitia, la più famosa Dea di Este, è accompagnata da un pantheon di divinità, alcune dette "Sainate" ovvero Cittadine, sono loro che custodiscono la città e che ne sono patrone, una sorta di Genius Loci o Lares.

Ed è con fatica che ti inerpichi, viaggiatore, tra le pendici delle Prealpi e la Valle del Piave, nella pianura del Brenta, nelle lagune fra i fiumi, fra le tappe del Sacro, quei santuari che fra il III e I secolo a.C., rappresentano il luogo della negoziazione fra due popoli nemici Celti e Veneti, e fra Celti, Reti e Veneti, a controllo dei percorsi che portavano ai centri minerari del ferro e dello stagno, meta dei primi mercanti Romani. Villa di Villa, sulle alture di Vittorio Veneto vi è un santuario a guardia della pianura e dell'imbocco della via verso l'Alpago: sono i percorsi di transumanza e dell'alpeggio per le mandrie, raffigurante sulle lamine votive, per propiziarne la fertilità.
Nel cuore del bosco, presso il Piave, vicino alle sorgenti medicamentose di Lagole di Calalzo, si trova la Casa di Trumusiate/Tribusiate, divinità Sainate cui la "teuta" (comunità) porta in dono le Simpula, lamine e statuette di bronzo. Le acque benefiche, la posizione del bosco nell'alta valle del Piave, rendono questo santuario meta dei soldati, quei Veneti che strenuamente difendono il confine dai vicini Celti. Alle divinità si offrono le spoglie di tante battaglie, come accade al Santuario di Raveo, dove i Celti invece dedicano le armi dopo averle spezzate o contorte, affinchè non vengano più usate.
Il viaggio procede più a nord ad Auronzo, dove militari oramai romani sentono l'esigenza di restaurare antichi culti, dedicando lamine, simpula e dischi ad una divinità "Reggitrice" detta "Maisterator"con iscrizioni che riportano in vita una lingua venetica quasi in disuso.........

Ex-voto 

Cippi sacri
Ex voto militari e trepiede per i riti sacri

Mestoli sacri, ex voto, strumenti del Culto

Sacerdotessa offerente


Statuette delle Bona Dea e Marte Offerente- Monte Summano

Dea di Caldevigo

Soldato "Paride" in preghiera

Ex-voto offerenti
Trimbusiate
,

 In questi luoghi appartati, ai confini di un mondo spesso ostile, è ancora viva la forza della religiosità dei Veneti, la radice profonda dei loro culti.





... Suggestioni dalla mostra Venetkens a Padova.



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AKLON, ciottoli misterici dei Veneti antichi

A partire dal V secolo a.C., compaiono nel Veneto di pianura dei manufatti particolari: grossi ciottoli fluviali di porfido, vengono iscritti con semplici formule, spesso nomi propri.
 Solo alcuni sono stati rinvenuti in situ ed è quindi difficile risalire alla loro funzione: sono presenti infatti sia nelle nelle necropoli che nei centri abitati.
Un aiuto viene dalla lettura delle iscrizioni che a volte oltre al nome proprio, recano il termine " AKLON". Questa parola indica la funzione del ciottolone come "segnacolo emergente", una sorta di monumento personale, non necessariamente a carattere funerario.
 Iscrizioni su ciottoli fluviali dalla forma di UOVO, simbolo cosmico, sono note anche in italia peninsulare connesse ai culti misterici, come forse il patavino Mustai. Tre fra questi manufatti costituiscono l'eccezionale testimonianza di un gruppo familiare documentato per più generazioni, dal V al I secolo a.C., gli Andeti. A questa famiglia, con un capostipite forse di  origine celtica, è collegabile il simbolo araldico della "chiave" visibile su uno dei ciottoli.
 Questo simbolo era molto importante e vivo per i Veneti, simboleggiava esattamente una chiave misterica, portata dalla Dea Reitia- Ecate, chiave che apriva porte spirituali ed anche fisiche.
Ma questa è un'altra storia...






mercoledì 26 giugno 2013

Azzurro e Veneto...

L’azzurro è da sempre il colore veneto.
Ne parlano poeti e scrittori antichi. Venetus, in latino, era sinonimo di azzurro.
Lampidrio (IV sec. d.C.) dice che venetus era il colore marinis fluctibus similis. Mentre Cassiodoro (VI sec. D.C.) ci dice che il sole era detto veneto, quando era velato d’azzurro.
 I poeti Marziale e Giovenale parlano di colore veneto. Di colore veneto erano dipinte le navi da ricognizione, al fine di mimetizzarle con il mare.
 La Veneta Repubblica adottò l’uso dell’azzurro come colore nazionale, tanto che le bandiere più antiche erano d’oro in campo azzurro, e all’arrivo di Buonaparte, nel 1797, i Veneti difensori della Repubblica di San Marco, portavano sul petto coccarde di colore azzurro e oro.
L'antica Dea Reitia, divinità femminile dei paleoveneti, portava un velo azzurro sul capo come era uso anche fra le sue sacerdotesse.



martedì 25 giugno 2013

La Notte dei Morti nel Veneto contadino...

LA NOTE DEI MORTI NEL VENETO
Al dì de la gloria in ricordo dei Santi
la note tien drio de quei che xe in tanti.
Le fiame che trema nel campo dei Morti
più scuri fa vedar i campi e i Orti.
Portando ‘l ritrato de un qualche parente
ancora se move un poca de zente.
Ombre che cala
verso la sera
porta al ricordo
de chi ghe gera;
de le campane
sto gran susìo
el fa rivivar
l’ultimo adio.
Traverso i campi
con inquiete onde
da un borgo a l’altro
le se risponde.
I veci prega
ne le campagne
fin che sul fogo
sta le castagne.
A sto pregar se unisse le legende
che tetre anca de più la piova rende.
Conta storie e paure quei che vegia,
muta in teror li scolta la famegia.
La porta un colpo dà, sbatua dal vento:
strenze ‘l so ceo la mama co spavento.
‘Na sera dei Morti
del tempo passà
su un caro tornava
Gigeto soldà.
Sta volta ‘l tornava,
sul serio, dabon:
el gera sta in guera
co Napoleon.
Sul caro, ben sconto,
un vaso pressioso
robà in te ‘na cesa,
viagiava col toso.
So mare spetava
darente a un lagheto
ch‘el toso tornasse,
pregando pianeto.
Un troto lontan
se leva dal gnente:
cavali che core
co un batar cressente.
De rode un criar
più forte se alsava
man man che quel caro
più avanti ‘l rivava.
Za poco mancava
ch ‘el fio fusse là:
da ‘na cortelada
el gera massà.
In quela finisse
del troto ‘l pestar
e anca del caro
se ferma ‘l scrissar.
Nel bruto momento
la povara Rita
capisse ch‘el toso
ga perso la vita.
Sto fato tremendo
el fa vegner muta
de colpo sta dona
che in aqua se buta.
La sera dei Morti,
più ancora col vento,
dal fondo del lago
vien fora un lamento
co rode che cria
ancora lontane
de un caro ormai fermo,
e son de campane
co un batar de sòcoli,
sbagiar de un cagneto:
xe l’anema persa
del poro Gigeto...
Nissun però mai
pol vedar sto lago:
lo pol solo chi
strigà xe da un mago...
Andè pur in longo, campane, a sonar!
che i vivi sta sera i ga da pregar,
de quei che no xe ricordarse i aspeti,
far vivar ancora memorie e afeti.
Nel simitero
in procession
se move i Morti
drio de sto son;
i se lamenta
a bassa vose,
l’ultimo morto
porta la crose.
Testa calada,
sconte le man,
sta fila longa
vien da lontan.
Ancora, campane, no steve a fermar!
che i Morti sta note i ga da tornar:
xe solo ‘na volta in tuto un ano
e chi ve contrasta pol farghe anca un
dano..
Desso più chieti
se fa i lamenti
via via che passa
ore e momenti.
Se sbianca el çielo,
se desfa in tera
de qualche mòcolo
l’ultima çera:
de andar i Morti
i ga premura
là dove ‘l tempo
no se misura.
Ormai se conclude sta note de pianto,
se sbanda quei spiriti pal camposanto
e muti tra piera incrosandose e piera
sfantandose i torna là dove che i gera.
Ste storie e sti fati
che par dei misteri,
barufa col ciaro:
chi sa se i xe veri!
Ancora dei boti
intorno se perde
tra fogie che casca,
che lassa ‘l so verde.
Par nebia più sbiava
su campi e su orti
se fa za matina:
xe ‘l zorno dei Morti.

Ma drento el campanil
quei che ga tegnuo duro
butai de qua e de là,
le schene contro el muro,
coi piè che varda in fora,
le gambe ben slargae,
i ronfa co le sbèssole
sul stomego pontae,
tra un biscolar de corde
e faschi roversai
e scorse de castagne:
tuti ciochi spolpai..

(Giacomo Dal Maistro)



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Proverbi di Giugno

Sono stata un pochino lavativa in questo mese, ma purtroppo impegni di vario genere mi hanno tenuta lontana dal mio amato blog!

rimedio subito con alcuni simpatici proverbi veneti di giugno!

-Riva giugno col formento, spighe d'oro e schei d'argento.
Dove meterli 'sto ano? i pol star soto el divano

-In giugno e femene e se leva a maja e, contente, e se mete la vestaia.

-Giugno gà tesori in pugno: racolti e promosioni, nosse e delusioni.

-Con giugno tonisante el racolto xe abondante.

-A S.Vito le serese ga el marìo. (15 giugno)

-Nel mese de giugno la seresa xe in pugno

-Finchè giugno nol xe all'otto no sta cavarte el capoto!

-Giugno fredòlin, povaro contadin!

-Giugno dona caldo e sèn al contadin chel miete

-A giugno no sta aver cura sennon dei campi e dela mietitura


Fare Filò

domenica 2 giugno 2013

I VENETI NELLE FONTI LETTERARIE ANTICHE


 Aristotele

53. Presso i Veneti succede, a quanto si dice, un fatto stranissimo. Sulle loro terre infatti calano a migliaia le “cornacchie” e saccheggiano il grano da loro seminato. I Veneti allora offrono loro, prima che oltrepassino i confini della regione, dei doni, gettando semi di ogni genere, se le “cornacchie” li mangiano, non passano sul loro territorio e i Veneti sanno di poter stare tranquilli; se non ne mangiano, pensano che costituiranno una minaccia, tale quale un attacco nemico.

Teopompo di Chio

58. a.Teopompo narra che gli Eneti abitanti lungo l’Adriatico, al tempo della semina, offrono alle “cornacchie” doni consistenti in focacce e pani d’orzo. Coloro che portano tali doni, dopo averli offerti, se ne vanno e lo stormo degli uccelli si raduna e rimane sui confini del terreno, mentre due o tre di essi volano sopra le offerte e le esaminano per poi volar via, come fossero ambasciatori o esploratori. Se dunque lo stormo**
b. Teopompo narra che gli Eneti abitanti lungo l’ Adriatico, quando è il momento dell’ aratura e della semina, offrono alle “cornacchie” doni consistenti in specie di pani e focacce, impastate molto bene.
L’offerta di questi doni vuole allettare e stabilire una tregua con le “cornacchie”, in modo che esse non scavino e non raccolgano il frutto di Demetra affidato alla terra.
Lico concorda con questo racconto e vi aggiunge che (gli Eneti portano) anche cinghie purpuree e che gli offerenti poi se ne vanno. Gli stormi delle “cornacchie” rimangono fuori dei confini, mentre due o tre di esse sono scelte e mandate verso i messi che vengono dalle città, per rendersi conto dell’insieme dei doni. Queste, dopo l’esame, fanno ritorno e chiamano le altre, per l’istinto naturale per il quale le une chiamano e le altre obbediscono.
Arrivano dunque a nugoli e, se assaggiano le offerte suddette, gli Eneti sanno di essere in stato di intesa con gli uccelli in questione; se invece non le curano e, sprezzandole come modeste, non le gustano, gli indigeni restano convinti che il costo di quel disprezzo sia per loro la fame. Se infatti i predetti uccelli non ne mangiano e, per così dire, non si lasciano corrompere, essi calano sui campi e saccheggiano la maggior parte delle sementi, scavando e cercando con rabbia tremenda.

Timeo

70. …Molti poeti e storici dicono infatti che Fetonte, figlio di Elio, ancora in età infantile, convinse il padre a dargli, per un giorno, la guida del suo carro. Ottenutolo, Fetonte, nel condurre il carro, non riusciva a reggere le briglie e i cavalli, sprezzando la guida del ragazzo, uscirono dalla solita orbita. Dapprima, girovagando per il cielo, lo incendiarono e formarono quella che oggi è definita Via Lattea, poi, arsa molta parte della terra abitata, devastarono con le fiamme non poche regioni. Perciò Zeus, indignato per l’accaduto, scagliò un fulmine su Fetonte e fece tornare Elio sulla sua solita orbita. Fetonte cadde alle foci del fiume ora detto Po e in passato chiamato Eridano e le sorelle, a gara, piansero la sua morte e, per l’intensità del lutto, persero il loro primitivo aspetto, trasformandosi in pioppi. Questi, ogni anno nello stesso periodo, stillano una lacrima che, induritasi, produce la cosiddetta ambra. Questa supera per splendore le pietre dello stesso tipo e, nella regione, viene usata in segno di lutto alla morte dei giovani . (…)

Catone

161. La maggior parte della Gallia coltiva soprattutto l’arte militare e l’eloquenza.

Polibio

169. Un altro popolo, già da tempo, si era insediato lungo il litorale adriatico; sono chiamati Veneti e, per costumi e abbigliamento, sono poco diversi dai Celti, ma usano un’altra lingua. (…)

186. I Galli della Cisalpina desiderano seguire Annibale, ma se ne restano tranquilli per timore dei Romani; alcuni sono poi costretti a militare tra le fila romane.

Catullo

273. Ma morranno gli Annali di Volusio proprio vicino alla sua Padua e forniranno spesso ampi cartocci per gli sgombri.

Cicerone

401. Gli abitanti di Vicenza mostrano grande rispetto verso di me e verso M. Bruto. Ti prego perciò di fare in modo che non subiscano un torto in senato per la questione dei vernae. La loro causa è più che legittima, la loro lealtà verso lo stato è provata, i loro avversari invece sono tipi indegni totalmente di fiducia e turbolenti. Da Vercelli, 21 maggio (43 a.C.).

421. Non si può certo passare sotto silenzio il valore, la fermezza e la dignità della provincia della Gallia. Essa costituisce davvero il fiore d’Italia, il sostegno del popolo romano, l’ornamento della sua grandezza. (…)

Ovidio

930. Mantova è fiera di Virgilio, Verona di Catullo (…).

Strabone

973. Si tratta di una pianura estremamente ricca e costellata di fertili colline. E’ divisa circa a metà dal Po in due regioni, chiamate rispettivamente Cispadana e Transpadana; la Cispadana quella verso i monti Appennini e la Liguria, la Transpadana quella restante. La prima è abitata da stirpi liguri e celtiche, le une sulle montagne, le altre in pianura, la seconda è abitata da Celti e da Veneti. Questi Celti sono della stessa razza dei Celti transalpini, mentre per quanto riguarda i Veneti la spiegazione è duplice. Alcuni sostengono infatti che siano un ramo degli omonimi Celti abitanti lungo l’Oceano, altri che siano dei Veneti della Paflagonia, salvatisi qui con Antenore dopo la guerra di Troia. A prova di questa loro affermazione costoro citano il loro zelo per l’allevamento dei cavalli, attività oggi completamente scomparsa, ma un tempo molto in onore presso di loro e derivante da una antica predilezione per le cavalle generatrici di muli, cui allude Omero: “dal paese dei Veneti, da cui (proviene) una razza di muli selvatici”. E Dionigi, il tiranno di Sicilia, aveva fatto venire di qui il suo allevamento di cavalli da corsa, tanto che i Greci conobbero la fama degli allevatori veneti e questa razza divenne per lungo tempo celebre presso di loro.
L’intero territorio abbonda di fiumi e di lagune, soprattutto nella parte abitata dai Veneti (…).
(…) Sono un fatto accertato invece gli onori resi a Diomede presso i Veneti. Gli si sacrifica infatti un cavallo bianco e si mostrano due boschi sacri l’uno ad Era Argiva, l’altro ad Artemide Etolia. Si favoleggia poi, com’è ovvio, che in questi boschi le fiere diventino domestiche, che i cervi vivano in branco con i lupi, lasciandosi avvicinare ed accarezzare dagli uomini, che la selvaggina inseguita dai cani, non appena rifugiatasi qui, si salva dall’inseguimento.
Si racconta anche che uno dei maggiorenti del luogo, conosciuto perché amava offrirsi come garante e per questo deriso, incontrò dei cacciatori che avevano preso in trappola un lupo.
Costoro, per scherzo, gli promisero che, se dava garanzia per il lupo e pagava il prezzo dei danni che poteva fare, lo avrebbero liberato dai lacci ed egli acconsentì. Il lupo, liberato, si imbatté in un gruppo di cavalle non marchiate e le spinse verso la scuderia del suo garante; questi, sensibile a una tale prova di riconoscenza, marchiò le cavalle con un lupo e le chiamò licofore, bestie più rinomate per velocità e per bellezza.
I suoi discendenti conservano il marchio e il nome di questa razza di cavalli e si fecero come legge di non vendere all’estero neppure una giumenta, per mantenere solo per sé la razza autentica, dato che là questo allevamento era diventato famoso.
Ora però, come abbiamo detto, questa attività è del tutto scomparsa (…).

Da: “Le fonti letterarie per la storia della Venetia et Histria”
Clizia Voltan, "Da Omero a Strabone",Volume I –(Venezia, 1989. Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti).


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sabato 1 giugno 2013

DIVINITA' AGRARIE E FUNEBRI, UNA RIFLESSIONE

da " Mircea Eliade". Trattato di storia delle religioni.

DEA FERONIA
La solidarietà dei morti con la fertilità e l'agricoltura si nota ancor più chiaramente studiando le feste o le divinità in relazione con uno di questi due complessi cultuali. Spessissimo una divinità della fertilità tellurico-vegetale diventa anche divinità funeraria. Holika, rappresentato originariamente in aspetto di albero, divenne più tardi deità dei morti e genio della fecondità vegetale (79). Una moltitudine di geni della vegetazione e della crescenza, di struttura e di origine ctonia, sono assimilati fino a diventare irriconoscibili, al gruppo
amorfo dei morti (80).
 Nella Grecia arcaica i morti, come i cereali, erano messi in vasi di terracotta. Alle divinità del mondo sotterraneo si offrivano ceri, come alle divinità della fertilità (81). Feronia è chiamata "dea agrorum, sive inferorum" (82). Durga, grande dea della fecondità, che raggruppa un numero notevole di culti locali, e specialmente di culti della vegetazione, diventa anche la deità padrona degli spiriti dei morti.
Quanto alle feste, ricordiamo soltanto che l'antica commemorazione dei morti indiana cadeva in piena mietitura, ed era insieme la festa principale del raccolto (83). Abbiamo visto che lo stesso avveniva nei paesi nordici. Nell'antichità, il culto dei Mani si celebrava col cerimoniale della vegetazione.
Le più importanti feste agrarie o della fertilità sono arrivate a coincidere con le feste commemorative dei morti. Un tempo, il San Michele (29 settembre) era insieme la festa dei morti e della mietitura in tutta l'Europa settentrionale e centrale. E il culto funerario influisce sempre più su quello della
fertilità, appropriandosene i riti, che trasforma in offerte o sacrifici alle anime degli antenati. I defunti sono ‘quelli che abitano sottoterra’, e la loro benevolenza deve essere conciliata. I semi gettati dietro la spalla sinistra, in quanto offerti in omaggio al ‘topo’, sono destinati ai morti.
Riconciliati, nutriti e sollecitati, proteggono e moltiplicano i raccolti. Il ‘vecchio’ o la ‘vecchia’, visti dai contadini come personificazioni delle ‘potenze’ e della fertilità del campo, cominciano col tempo ad accentuare il loro profilo mitico, sotto l'influenza delle credenze funerarie, e si appropriano la struttura e gli attributi degli ‘antenati’, degli spiriti dei defunti.
Questo fenomeno si identifica con particolare facilità nelle credenze dei popoli germanici. Odino, divinità funeraria, capo della ‘caccia furiosa’ delle anime che non trovano requie, si appropria una quantità di riti appartenenti al complesso dei culti agrari. In occasione del Jul, la festa propriamente funeraria dei Germani, che cade nel solstizio d'inverno, l'ultimo covone del raccolto dell'annata è tirato fuori per farne un'effigie d'uomo, di donna, di gallo, o capro o altro animale (84). E' significativo il fatto che le forme animali sotto cui si manifesta la ‘potenza’ della vegetazione, sono quelle stesse che rappresentano le anime dei defunti. In un
certo momento della storia dei due culti, non si può più precisare se uno ‘spirito’, manifestandosi in forma animale, rappresenta le anime dei trapassati, o se è personificazione teriomorfa della forza tellurico-vegetale. Questa simbiosi ha fatto sorgere confusioni senza fine, e le controversie degli studiosi non sono ancora terminate nei riguardi, ad esempio, del carattere agrario o funebre di Odino, le origini delle cerimonie del Jul, eccetera. In realtà ci troviamo di fronte a complessi rituali e mitici, nei quali la morte e la rinascita si interpretano, convertendosi in momenti distinti della stessa realtà transumana. Le zone di interferenza fra culti della fertilità e culti funerari sono tante, e così importanti, che non può far meraviglia se, dopo la simbiosi e la fusione, si raggiunge una nuova sintesi religiosa, fondata sulla valorizzazione più ampia dell'esistenza umana nel Cosmo.




NOTE:
Nota 79. MEYER, opera citata, 1, pagine 140, 152.
Nota 80. Ibidem, 2, pagina 104.
Nota 81. ALTHEIM, "Terra Mater, pagina 137.
Nota 82. Ibidem, pagina 107.
Nota 83. MEYER, opera citata, 2, pagina 104.
Nota 84. Riferimenti in DE VRIES, opera citata, pagina 21.
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