Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

domenica 29 settembre 2013

RITUALE DELLE CORNACCHIE NELLA RELIGIONE VENETA

I RITI DELLA SEMINA PALEOVENETI

 Ottobre e novembre, periodo anticamente  chiamato Samonios dagli antichi , il periodo della semina e del ritorno dei mesi freddi era vissuto in modo molto serio dagli antichi veneti, i quali avevano istituito una ritualistica precisa ed indirizzata al rabbonirsi gli Spiriti dei luoghi rappresentati ritualmente dai corvi e dalle cornacchie. Per molti popoli antichi e moderni, la fertilità dei campi è ritenuta connessa con la buona disposizione degli Spiriti dei defunti e le anime dei morti erano molto spesso raffigurante come uccelli (arpie e striges italiche erano malefiche mentre nel culto pagano veneto i compagni di Diomede erano stati trasformati in uccelli ed erano benevoli) presenti anche nelle steli funerarie patavine.

 

In questo mio articolo cercherò di spiegare al meglio alcune ritualità del nostro nobile ed antico territorio.

Due furono gli autori greci del IV secolo a.C  che ci hanno tramandato nello specifico questo tipo di rituale, Teopompo e Lico di Regio entrambi citati in un passo di Eliano “Sulla Natura degli animali”, a testimonianza di quanto i Paleoveneti ed i Greci stanziati nell’adriatico fossero in contatto fra loro. Infatti anche nel mondo greco si riservavano onori agli uccelli ed ai corvi in particolar modo anche se essi consideravano benefica l’azione di questo tipo di volatili.
Teopompo riferisce che i Veneti che vivono attorno all’adriatico quand’è la stagione dell’aratura e della semina mandano doni ai corvi, ed i doni consisterebbero in alcune focacce e pani ben preparati in modo grazioso. L’esposizione di questi doni intende addolcire i corvi e stipulare con essi un patto in modo che non vadano a dissotterrare e portar via il frutto di Demetra disseminato nei campi.
Anche Lico  è d’accordo su questo punto infatti aggiunse che venivano donate molte altre cose( non pervenuteci purtroppo a causa di una lacuna paleografica)  e cinghie di cuoio color porpora. Il rituale dunque prevedeva  “che coloro i quali avevano portato i doni nei campi si allontanassero. In quel momento, gli stormi dei corvi rimanevano fuori dei cippi di confine, e fra di essi, due o tre animali scelti vengono mandati, alla stregua di ambasciatori dalle città per controllare la qualità e la quantità dei dopo, e dopo aver preso visione ritornano e richiamano gli altri (…) Se poi gradiscono mangiare le offerte, i Veneti sanno che l’accordo sancito con questi uccelli è valido, ma se essi le trascurano ed invece di mangiarle le disprezzano perché troppo misere, gli autoctoni sono convinti di dover scontare con la carestia il disdegno degli uccelli. Infatti questi ultimi essendo rimasti digiuni assaltano i campi e saccheggiano la maggior parte dei semi sparsi, senza pietà e con ira, scavando e cercando con cura” .

UNA DOVUTA ANALISI DEL CULTO

I CIPPI DI CONFINE
Da questi frammenti possiamo dedurre in realtà molti aspetti rituali e cultuali religiosi dei Veneti antichi, innanzitutto la presenza dei Cippi di Confine (testimoniati infatti dai numerosissimi steli e cippi ritrovati nel territorio e conservati nei vari musei archeologici) , infatti Lico precisa che i corvi arrivavano fino ai cippi di confine e prima di ver a mangiare le offerte se ne restavano presso i cippi stessi. I limiti territoriali delle comunità venete erano sacri, tutelati da divinità chiamate “ Termine” o meglio “Dei terminali” una sorta di lares compitales latini. A Vicenza una stele riporta il vero nome di queste divinità ovvero DEIVO che significa DIO in venetico. I latini chiamavano Terminus il Dio Tutelare dei confini e di ogni limite, per i greci esisteva Hekate, dea giovane e bella, portatrice di fiaccola, protettrice dei crocicchi e delle strade , onorata in epoca successiva sia a Roma che nel Veneto orientale. I poteri coercitivi dei cippi valevano solo per gli uomini non per gli spiriti o animali personificanti lo spirito stesso, i quali vivevano fuori dalla comunità. Rapporti con la tradizionale festa delle “feriea sementivae “romane sono evidenti e vi erano, sempre nel IV secolo a.C, cerimonie simili nel Lazio e nel Veneto (il Delatte e Le Bonniec  parlano di eredità comune Troiana…).
Nei Fasti di Ovidio si racconta che i contadini laziali offrivano focacce e dolci annuali nei focolari del villaggio , il borgo veniva purificato e si rendeva onore alle Madri Delle Messi, Tellus e Cerere, con l’offerta del loro farro e delle viscere di una scrofa gravida.  Sia i Veneti che i Laziali “sprecavano” volutamente del cibo ben preparato ad arte anche se in modalità differenti. Tellus e Cerere nel Lazio, Reitia ed Hekate nel Veneto, madri delle messi ma anche regine sulle anime dei morti. Erano Dee accompagnate dall’aggettivo “cerritus” “possedute da uno spirito”, ed ad Ottobre si aprima il “mundus cereris” ovvero una porta degli Inferi che prendeva il nome dalla Dea stessa. Tutti indizi che dipingono queste Dee Madri come regine degli Inferi e dei Defunti. Anche la dea Greca Ghe, dea della terra,  riassumeva in se i caratteri di Dea Agraria e dei defunti.

TA MELIGMATA- I DOLCI INFERNALI  ED OSCILLA 
Teopompo utilizza il termine greco “meligmatha” ovvero “addolcimenti”. I corvi dunque venivano “addolciti con focacce dolci”  ed è un termine che si addice al culto dei morti e degli Dei Inferi. Le fonti classiche pullulano di descrizioni simili, ad esempio Eschilo  racconta che Clitemnestra sacrificò dolci alle Erinni, e le meligmathà erano libagioni di pasta fluida di cereali con le quali si placavano gli spiriti dei defunti e degli eroi. Virgilio ricorda nell’Eneide che la Sibilla Cumana placa Cerbero con l’offa dolce , ed anche ai Lari, i defunti eroizzati romani, si offriva  la focaccia.
OSCILLUM ritrovato a Mira (Venezia) 
In un altro mio articolo ho focalizzato l’attenzione  su come  i rituali della “iactatio oscillorum” latini siano rimasti fino ad una cinquantina di anni fa, anche nel territorio Veneto, ovvero per propiziare la fertilità dei campi era uso appendere ai rami degli alberi degli oggettini, ex voto cristiani, e lasciarli oscillare al vento.  Durante le Feriae Sementivae romane si appendevano ai rami degli alberi delle piccole oscilla ovvero maschere, testoline, statuette di divinità agrarie. Nei territorio del Veneto orientale nei pressi di fiumi, canali, antichi capitelli arborei e crocicchi, son state rinvenute numerose testimonianze di questo rituale, risalenti al periodo romano ma anche precedenti.  Spesso infatti erano figurine poste su una specie di altalena, oppure simulacri fallici simboli della fertilizzazione dei campi eppure il carattere funerario era affiancato al carattere agrario, la Tradizione infatti rimase anche in epoca cristiana quando questi riti venivano svolti nelle vicinanze di Ognissanti.  Le maschere avevano un carattere notoriamente infernale ed il loro movimento spaventava gli uccelli predatori di semi e chicchi  faticosamente seminati.  La cerimonia veneta, secondo Attilio Mastrocinque, comprovava assolutamente questa interpretazione.

LE DEE DEI CORVI
Sul colle Esquilino è stata ritrovata un’iscrizione che recita “ Devas Corniscas Sacrum” ovvero “consacrato alle Dee Cornacchie” e nell’ambito del culto romano per le cornacchie si innestò il culto greco per Cornix detta anche Coronis madre del Dio della Medicina Esculapio. Nel tempio dedicato a Reitia a Lova (Venezia) è stata ritrovata una statuetta raffigurante il Telesforo, mentre come è noto, Reitia la Dea Potnia dei veneti era detta anche Pora (signora) e Sainate( risanatrice). Dunque le Cornacchie erano identificate come una sorta di Dee Risanatrici da un verso, ma  per un altro verso, mentre  i latini avevano Priapo a proteggere le loro messi,  i Veneti ritenevano che il non rabbonire le Dee dei Corvi con “meligmatha” facesse risvegliare in esse la loro componente infernale di Spiriti nefasti  con la loro azione distruttrice.  I Corvi in Veneto dunque non venivano spaventati come accadeva nel Lazio con gli oscilla, ma rabboniti con offerte dolci secondo l’uso greco. Teopompo racconta che i pani e le focacce venvano “preparate in modo bello, con gusto” e questo ci fa pensare che esse raffigurassero qualcosa da offrire simbolicamente ai corvi come figurine di uomini, o maschere come quelle appese ai rami ( ad esempio Scolio a Tucidide I.126, in una festa di Zeus Mellichios e Scolio a Luciano in una festa a Demetra  dei “Dialoghi delle Cortigiane “).

CERIMONIE SACRE
Dopo la commistione romana del Veneto, si modellavano focacce con la farina di farro a forma di ruota solare in onore del Dio  notturno Summano e maschere mostruose in onore della dea infera Mania (Hekate) di funzione apotropaica che venivano anche agitate nei campi.
HEKATE VENETICA
Un’altra cerimonia italica della semina simile al rituale veneto era la processione che presso Lavinio, conduceva un simbolo fallico in giro per i campi in onore del Dio Liber, allontanando il malocchio e garantendo una semina di successo. Non è possibile stabilire quando questa cerimonia venisse condotta perché a Roma la festa  dei Liberalia era a marzo però il periodo della semina era l’autunno, tuttavia conferma il rituale venetico  ritrovato ad Este, nella stipe votiva di Morlungo  nella quale sono raffigurati ben dodici simboli fallici, raffigurazioni di genitali femminili, due statuine di cavalieri in  terracotta e piattini di libagione, segno di rituali agrari anche se i falli di tipo atestino sono di tipo infantile mentre quelli di Lavinio sono decisamente più “maturi”, pertanto l’analisi deve fermarsi in questo punto poiché non si posseggono sufficienti informazioni.

PAX DEORUM VENETICA
I Corvi son da sempre ritenuti animali fonte di presagi ed auspici, ed i Veneti traevano un auspicio dal modo in cui i corvi si comportavano durante il periodo della semina, se mangiavano le offerte era segno di fortuna certa per i raccolti, se le rifiutavano era presagio funesto di carestia perché i corvi mangiando le menti pregiudicavano tutto il raccolto. Ma i Veneti erano genti dalla raffinata religiosità e vedevano questo fatto come un segno della volontà divina: I Corvi divinizzati consideravano rotto il patto con gli uomini, ovvero il patto basato sulla corretta celebrazione del rito.  Nella disciplina augurale etrusca e romana gli uccelli augurali  erano distinti in alites ed oscines , gli uni davano presagi con il loro volo gli altri con le loro grida, e le cornacchie rientravano fra gli oscines, ed è noto che presso i Veneti erano in uso molte cerimonie religiose di tipo divinatorio, essi infatti interpretavano anche la caduta dei fulmini e conoscevano i rituali per placare il Dio che aveva scagliato il fulmine circoscrivendo i poteri malefici che potevano sprigionarsi dal luogo e dalle cose toccate dal fulmine. Ad Oderzo è stato rinvenuto un sasso oblungo con iscrizione in latino ma a caratteri venetici “ de caelo tactum et conditum” ovvero “colpito dal cielo e sepolto”. Il sasso infatti era stato colpito dal fulmine e sotterrato in seguito per impedire che contaminasse persone, animali, cose circostanti. Si trattava di un antico rito veneto o veneto-etrusco che secondariamente assunse caratteri e terminologia romana.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Frazer, il Ramo D’Oro.
- P. Ovidio Nasone, Fastorum libri sex II.
- F.Altheim, Terra Mater.
- G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinaru,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.
- J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma.

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sabato 28 settembre 2013

Feste, Tradizioni, Lavori agrari di OTTOBRE

Continua la mia nuova rubrichetta dedicata alle mensilità...ma ho anche l'idea di iniziare a parlare delle Lunazioni e delle tradizioni venete ad esse legate..cosa ne dite?

Intanto vi lascio al mese di OTTOBRE, oramai giunto a lambire le nostre vite quotidiane...
OTTOBRE è da sempre considerato  il mese nel quale il velo fra il mondo dei viventi e dei morti si assottiglia fino ad aprirsi il 31 ottobre, la notte di Samonios, nella quale la Caccia salvadèga si dispiega terrifica e paurosa fra le campagne e le montagne. (cliccate QUI- CACCIA SALVADEGA per saperne di più).

FESTE CRISTIANE DI ISPIRAZIONE PAGANA

-7 Ottobre, Madonna del Rosario.
Festa molto antica e di sicura ispirazione pagana alla religiosità veneto-romana.
Gli antichi romani ritenevano sacro il giorno 5 di Ottobre, poichè vi era la festa della dea MANIA (assimilabile con l'Hekate-Icathèin venerata nel Veneto sia nel periodo paleoveneto che romano- cliccate QUI per approfondire l'argomento) e del MUNDUS PATET che è parte di una delle tradizioni più oscure e antiche della religione romana arcaica ma l'origine del rituale ad essa collegata è molto probabilmente di matrice etrusca. Si tratta di una fossa posta nel santuario di Cerere e consacrata agli dei Mani, che ha forma circolare a ricordare la volta celeste e l'universo tutto. Tale pozzo aveva anche la forma simbolica di un utero rovesciato che veniva scavato al centro della città al congiungimento degli assi di decumano e cardo. La fossa rimane chiusa per tutto l'anno ad eccezione di tre giorni in cui mundus patet .L’apertura del mundus metteva in comunicazione il mondo dei vivi e quello dei morti, i segreti dei Mani si trovano “alla luce” e per questo era proibita ogni attività ufficiale. Il rito aveva un carattere eminentemente purificatorio, e quindi propedeutico rispetto a eventi sacri che il calendario romano prevedeva nei giorni e soprattutto nel mese immediatamente successivo (Saturnali e Natale del Sole Invitto). Lo stesso termine di Mundus designa il "mondare" e il "purificare".

"Mundus cum patet, deorum tristium atque inferum quasi ianua patet."

Le analogie con Halloween- Samonios sono evidenti.
Nella festa della Madonna del Rosario, nelle nostre regioni, i capitelli e le chiesette dedicati alla Madonna venivano visitati e si pregava al loro cospetto, altra rimanenza arcaica per la quale vi invito ad approfondire cliccando  qui--> Edicole e capitelli arborei fra Paganesimo e Cristianesimo.

Era una festa che apriva dunque ufficialmente il periodo di contatto fra i Vivi ed i Morti ma anche segnava la fase conclusiva del ciclo dell'anno agrario per la fine della vendemmia e dei raccolti.

CASTAGNE, IL PANE DEI SECOLI SCORSI.
 " Le castagne sono il pane della povera xente" recitava un trattato del 1400 , ed oggigiorno mangiare castagne è diventato decisamente un lusso perchè nel corso della storia, il nostro territorio ricco di castagneti spontanei, è stato disboscato per far spazio a terreno coltivabile ed edificabile...

FIERA FRANCA DI AUTUNNO
Tipica di Bassano ma anche di altre zone, è l'antica Fiera del Bestiame. Mia nonna paterna era una grande commerciante, si recava ogni autunno a Sambruson- Dolo per vendere e commerciare a buon prezzo il bestiame ed altri prodotti agricoli. Si trattavano bovini, suini, asini, cavalli ed animali da cortile.

FAR FILO'
Della tradizione del Filò ne parlano ottimi siti, ricordo solo che iniziava in questo periodo il freddo ed iniziava anche il Filò. Le famiglie contadine si riscaldavano nelle stalle alla sera, tramandandosi con racconti e storie antiche la saggezza popolare, i giovani si innamoravano, le Streghe facevano le loro magie, le donne con i telai confezionavano vestiti e tessuti, il filo ed il fuso scandivano con il loro ritmo le canzoni ed i rosari, il filatoio conservava il filo mentre gli uomini riparavano l'attrezzatura da impiegare nei campi e approntavano quella nuova.




SUPERSTIZIONI....QUANDO LE DONNE FILAVANO...
Dall'autunno alla primavera le donne filavano, lavoravano all'uncinetto, ricamavano, rammendavano al tepore del fuoco domestico e della stalla.
La filatura, per le popolazioni antiche e per l'eredità contadina, era un'attività considerata misteriosa, dove si accavallavano gli aspetti magici legati al mondo del femminile.
Le maghe venete, ovvero le Rododese e le Anguane, osservassero la filatura delle donne eseguita nelle ore notturne premiando o castigando le filatrici secondo il loro metodo (il rimando alla leggenda classica di Atena ed Aracne è immediato). Alcuni pregiudizi stabilivano il periodo oltre al quale le donne non dovevano più tessere e filare ed altri riguardavano il divieto di filare in alcune particolari circostanze.
Nelle valli dolomitiche e carniche era vietato filare di giovedì perchè le streghe avrebbero disfato il lavoro quella stessa notte del Sabba, vietato anche il venerdì perchè il Demonio era attivo proverbialmente in quel giorno infausto, ed ovviamente vietatissimo anche il Sabato, giorno dedicato anticamente al Dio Saturno, divinità infera, sostituito dall'ignoranza cristiana con il Diavolo ed il Sabba stregonesco.  Domenica pure era proibito poichè in quel giorno neppure la Madonna filava e quindi c'era il pericolo di filare i suoi divini capelli!
Divieto di filare anche durante il Solstizio d'Estate e di Inverno, proibito durante la notte di Samonios- 31 ottobre, alla festa di Santa Lucia, la Vigilia di Natale perchè le Streghe in questa notte avevano il potere di insegnare i loro poteri alle donne che filavano, la vigilia di capodanno e la notte che precede la Candelora.

31 OTTOBRE:

Notte dei Morti, Caccia Salvadèga, Festa dele Lumère, Festa da lis Muars, la Notte della Grande Zucca, Samonios, Culto dei Santi.





BIBLIOGRAFIA:
- Lunario. calendario rurale veneto-friulano. Renato Zanolli.
-Calendario- A.Cattabiani
-Lunario- A. Cattabiani
-L'anno i mesi e i giorni nella cultura popolare del Veneziano. Proverbi modi di dire tradizioni- M.Poppi
- La religione dei romani- J. Champeaux



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giovedì 26 settembre 2013

Feste, Tradizioni, Lavori agrari di Settembre





Voglio inaugurare questa nuova rubrichetta tradizionale, nella quale prenderò mensilmente in esame feste e tradizioni, sia di origine antica e pagana che cristiana, presenti nel nostro territorio veneto.

Se avete curiosità oppure volete approfondire qualche aspetto qui trattato chiedetemi pure nei commenti!

SETTEMBRE
Era il mese dedicato alla vendemmia, ed il tempo per la raccolta dell'uva è legato anche ai giorni nostri, all'umore climatico di stagione, anticipata oppure posticipata. La vendemmia era una grande festa nelle vigne e fra i filari. All'alba tutti partecipavano alla vendemmia, seguivano a piedi il carro trainato da buoi, cavalli o asini per raggiungere la vigna. Sul carro si trovavano  i tini ed i bambini che le mamme si portavano appresso. Nei cesti ancora vuoti vi erano riposti i fagotti con pane, formaggio, salame per la merenda da consumare a metà mattina, un fiasco di vino e dell'acqua. Raggiunto il vigneto, uomini e donne raccoglievano i grappoli di uva mettendoli nelle ceste che una volta colmate, venivano svuotate nei tini. Quando che i tini erano riempiti a dovere, donne ed uomini rientravano nella fattoria, nelle cantine venivano portate le uve ed iniziava la pigiatura. Durante la serata l'aia della fattoria veniva allestita a festa ed una gran tavolata riuniva tutta la comunità contadina.

RITI PROPIZIATORI DI ORIGINE PAGANA
- Davanti ai filari di viti le cui uve venivano vendemmiate il giorno successivo, un giovane adolescente con il capo ornato di tralci di vite correva attorno ai filari tenendo in mano una torcia accesa. Concluso il giro la posava a terra lasciando che si consumasse, mentre altri giovani uomini organizzavano balli disponendosi a cerchio e battendo le mani si muovevano a suon di percussioni e fisarmonica. Le danze si concludevano solitamente con cene a base di Siègoli, caratteristico dolce preparato con il mosto.
Questa usanza, mantenutasi nel Polesine fino a metà 1900, deriva da un'usanza greco-antica di festeggiare, durante il periodo attorno all'equinozio di Autunno ( 21-23 settembre) assieme alle feste agrarie strettamente territoriali di Eleusi (i Grandi Misteri Eleusini) dedicati alle Dee Kore e Persefone, anche il dio Dioniso.

FESTIVITA' CRISTIANE

-8 settembre: Festa della natività di Maria / Quattro tempora d'autunno.
-Rituale per i piccoli defunti. Si credeva che la Madonna concedesse ai bambini nati morti , la possibilità di resuscitare temporaneamente per ricevere il Battesimo , evitando all'anima dello sfortunato piccino di finire nel limbo.  Molto sentito nel santuario di Lauco ad Udine, il che conferma la comunanza religioso-culturale dell'alto Veneto con il Friuli.
-14 settembre: esaltazione della Croce.
-15 settembre: Festa della Vergine Addolorata.
- 29 settembre: festa di San Michele arcangelo.

FESTIVITA' POPOLARI-TRADIZIONALI
- Festa della Transumanza, ovvero del ritorno a valle degli animali dagli alpeggi.
-Regata storica a Venezia (prima domenica).
-Partita a scacchi viventi a Marostica (anni pari, terzo sabato e domenica).
-Sagre e mercati d'autunno per festeggiare e vendere i prodotti agricoli dei primi raccolti.
-definizione dei nuovi prezzi.
-Previsioni meteorologiche della luna nuova di settembre.
-Osservazione della fase lunare nei primi tre giorni e l'ottavo giorno che si è formata la luna nuova. per trarre indicazioni e superstizioni meteorologiche per sette lune successive.
- Feste agrarie per la vendemmia.


21 Settembre: Previsioni e superstizioni sulle credenze atmosferiche durante il tempo dell'Equinozio di Autunno. Durante la Luna Calante veniva concimato il terreno e si procedeva con le semine di orzo e grano. veniva eseguito il terzo taglio dell'erba medica e nei frutteti ci si preparava per piantare le nuove pianticelle.






....la giovane Kore ritorna nell'Ade nel momento stesso in cui il primo contadino semina il suo campo, e ritornerà sulla terra in primavera, appena Hekate con la sua torcia la condurrà fuori dal buio Tartaro, ed il primo bocciolo si formerà al primo tocco del sacro piede della Dea nell'umida terra....




Vostra Elena!


BIBLIOGRAFIA:
- Lunario. calendario rurale veneto-friulano. Renato Zanolli.
-Calendario- A.Cattabiani
-Lunario- A. Cattabiani
-L'anno i mesi e i giorni nella cultura popolare del Veneziano. Proverbi modi di dire tradizioni- M.Poppi
- La religione dei romani- J. Champeaux



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giovedì 19 settembre 2013

Elenco delle Divinità Paleovenete

Prendete questa lista come un appunto frettoloso ma completo delle divinità onorate dai Veneti Antichi. Qui troverete nomi di Numina Sacra autoctoni ed antichissimi ed altri nomi di Dei e Dee assimilati nel culto veneto attraverso i contatti con la Grecia, la Cisalpina, le zone Retiche ed Illiriche e soprattutto con Roma.
 Potete facilmente notare che il Panthèon era molto ricco e variegato, anche se la presenza più massiccia apparteneva alla Dea Reitia, Potnia Thèron, Signora degli animali e delle fiere selvagge, Sainate e potentissima.
Seguiranno altre analisi più approfondite sul culto Venetico antico e riproposizioni attuali.

Elena




Rituale ai Dioscuri


Alcomno
Anguane
Antenore
Apollo
Aponus
Artemide Etolica
Belatukadro
Belenus
Diana
Minerva Veneta
Diomede
I Dioscuri
Ecate
Ecetia
Eina
Era Argiva
Ercole
Fauno
Gerione
Giunone
Louccianus
Loudera
Ludrianus
Reitia



Mercurio
Minerva
Neptunus 
Ninfe
Pora
Posèidon
Reitia
Saturno
Silvano
Sola
Telesforo (di Lova)
Terminali (divinità)
Timavo
Trumusijat
Ve
Vrota
ECATE TRIFORME- Ritrovamento archeologico in un crocicchio ad Oderzo- (Treviso-Veneto).
Attualmente conservata al museo archeologico di Treviso. Datata I sec. a.C in bronzo testimonia la completa sincretizzazione del culto di una divinità Ctonia-Terrestre-Marina autoctona venetica con l'Ecate greco/romana.

L'importanza di Onorare gli Dei del proprio territorio è fondamentale per coloro che desiderano rinnovare il Cultus Deorum. Il resto è perdita di tempo.







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venerdì 13 settembre 2013

COSTUME PALEOVENETO

Le Donne Venete indossavano una tunica svasata verso il basso, spesso stretta in vita da una cintura; a volte la gonna è percorsa da righe oblique o verticali. Sopra la tunica portavano uno scialle o un mantello, a coprire le spalle o anche la testa. Ai piedi calzavano degli stivali alti fino al ginocchio. Gli oggetti di bronzo che venivano depositati nei santuari ci possono aiutare nella nostra ricerca sull’abbigliamento.




Andiamo ad osservare, per esempio, la “dea di Caldevigo”, un bronzetto votivo femminile che risale al V sec a.C.: indossa lunga tunica a “campana” con l’orlo ricamato, una grande cintura con placca in bronzo stretta sulla vita, molte collane e braccialetti, alti stivali e un particolare copricapo a punta.

 Ma questo era di certo un abbigliamento ricco e ricercato!
 

 Nella vita quotidiana le donne dovevano vestirsi più o meno così: una lunga tunica, uno scialle e stivali di cuoio.
Per trattenere e fissare le vesti venivano utilizzati spilloni e fibule in bronzo, in alcuni casi veri e propri oggetti di ornamento. Le persone di alto rango ornavano le vesti con fibule molto preziose, decorate con perline di paste vitree, di ambra o d’osso, o con figurine di bronzo.


Gli spilloni sono grossi aghi di bronzo e hanno spesso la capocchia decorata. Le fibule sono molto simili alle nostre spille da balia. Sono formate dall’ arco, dall’ardiglione (la spilla vera e propria) e dalla staffa (parte terminale dell’arco in cui si fissa l’ardiglione); arco e ardiglione sono spesso uniti da una molla.

Le donne di rango elevato si abbellivano con gioielli, bracciali, collane e orecchini, realizzati con materiali preziosi, spesso provenienti da luoghi lontani ed esotici, simboli della ricchezza e del potere della famiglia di cui facevano parte: osso, pasta vitrea, ambra (una resina fossile che si poteva trovare sulle rive del Mar Baltico), faiënce (un impasto proveniente dall’Egitto).









GLI UOMINI….
Gli uomini portavano una tunica e un mantello. Gli uomini di alto rango avevano dei mantelli ornati da ricami e piccole borchie metalliche, mentre gli individui di condizione più bassa avevano mantelli più semplici, a motivi geometrici.
La tunica, confezionata con una stoffa più leggera, poteva avere le maniche corte o lunghe, ed era stretta in vita da una fascia o da una cintura: era spesso a righe
verticali e aveva gli orli ricamati. Gli uomini di condizione più elevata indossavano un cinturone ornato da una placca metallica decorata.Sul capo gli uomini portavano un copricapo, delle forme più diverse: a punta , di forma schiacciata o con una larga tesa rialzata.




LE MIE RIVISITAZIONI 







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giovedì 12 settembre 2013

RELIGIONE PALEOVENETA ED EREDITA' CONTADINA

E’ necessario in questi tempi “moderni” riscoprire in un’ottica nuova la Tradizione del territorio in cui si è nati, in cui si vive, al quale si sente nel profondo di appartenere. Il globalismo indifferenza ogni cosa ed anzi commette quel criminoso comportamento di azzeratore incondizionato delle differenze che rendono uniche ed inimitabili le varie realtà culturali ed antropologiche.  Anche un breve excursus storico offre una prospettiva più ampia ed approfondita del rapporto fra le variegate culture europee e propone elementi preliminari per poter capire come gli specialisti son giunti alle odierne testimonianze.  La cultura veneta si inserisce nel medesimo orizzonte e dal momento che presenta un substrato comune alle altre culture del continente, è possibile rintracciare i nessi di congiunzione con le tradizioni popolari dell’Europa e le differenze che si sono sviluppate attraverso i secoli.
La cultura contadina ha radici antiche e multiformi, dalle radici paleovenete  dei progenitori  all’assimilazione con la cultura romana, ma soprattutto dalle invasioni dei popoli stranieri che nei secoli si sono susseguite stratificandosi e generando quella tradizione veneta che oggi è oramai quasi in via d’estinzione.  L’insediamento romano avvenne verso il II secolo a.C ma fu la civiltà paleoveneta a dominare per tutto il primo millennio i territori del Veneto attuale ed alcune zone del Friuli Venezia Giulia e del Trentino Alto Adige, un territorio dunque vastissimo ed eterogeneo che alterna zone montagnose alpine al litorale adriatico, dipinto dalle fertili pianure solcate dai numerosi fiumi che un tempo erano considerati sacri, Brenta, Piave, Tagliamento, Isonzo ed Adige.
I principali centri della civiltà paleoveneta si suddividevano in varie città con presenza di un santuario religioso nel quale, come ad Este ed a Padova, si insegnava l’arte della scrittura. Ogni centro cittadino aveva le sue caratteristiche particolari, Altino, Oderzo e Treviso nell’area del Piave, Montebelluna, Mel, Ceneda nella pedemontana, Lagole di Calalzo nel Bellunese, Porto Menaj (Ad Portum) e Sambruson assieme a Lova erano i due porti fluviali di Padova ed infine Adria presso il corso del Po con caratteristiche etnico-culturali diverse dagli altri centri antichi in quanto la presenza di elementi etrusco-greci  era molto forte e pregnante essendo la città un importante porto di scambio.
Omero nel II libro dell’Iliade (passi 851-852), Teopompo, Strabone, Virgilio nel libro I dell’ Eneide e Tito Livio in Ab Urbe Condita hanno descritto alcune caratteristiche e storie dei veneti antichi e tutte le fonti greco-latine propongono un’origine orientale del popolo dalla regione della Plafagonia in Asia minore, fondato dal mitico Antenore di Troia fuggito dalla città distrutta, ed al quale si tributavano onori al suo Genius di Eroe sia nella zona Euganea che in quella Berica. Il fiume Timavo veniva detto dagli antichi “ Antenoreus” oppure “phyrgius” cioè Troiano.  Infatti interessanti sono stati degli scavi archeologici compiuti nella fascia collinare Euganea e Berica, dai quali emerse la data della fioritura della civiltà paleoveneta ovvero nel corso del VI secolo a.C con il consolidarsi dei centri di pianura ed il sorgere degli insediamenti collinari senza dimenticare i contatti stretti nella zona euganea-estense con l’Etruria, nella zona nordico-retica con la Raetia appunto ed la zona adriatico-marittima con l’illiria e la Grecia.
REITIA

HEKATE
La cultualità religiosa è un elemento importante che emerge a frammenti nella tradizione contadina che subentrerà. Fra i reperti rinvenuti dagli archeologi  si riscontra la diffusa presenza del culto in onore di una divinità femminile che si manifestava diversamente nelle varie aree venete ma che sostanzialmente si può ricondurre ad una ritualità pressoché simile. La “ stipe Baratella” di Este fu uno dei primissimi documenti nel quale viene menzionato il nome di una divinità femminile,  Reitia, ma anche Sainate ( risanatrice, protettrice della città) e Pora ( Signora). Probabilmente il nome originario era Pora mentre gli altri due erano appellativi. La Marinetti giunge a questa conclusione attraverso la forma linguistica dove si rivela che i primi sono nomi di origine aggettiva e per quanto riguarda l’etimologia, il nome Pora non è collegabile alla radice latina “pario” ovvero partorire ma dalla radice “per” nel senso greco di “passaggio” πωροζ. Sainate può invece essere paragonato al latino “sanare”. Resta infine il termine “Reitia” che potrebbe derivare dalla radice indoeuropea “rect” –“raddrizzare” come da “reito” scrittura. Le sacerdotesse dei santuari dedicati a Reitia infatti insegnavano a scrivere ed erano detentrici della conoscenza, oppure anche dal verbo “reito” nel senso di “scorrere”.  I termini concorrono complessivamente nel delineare l’immagine di una divinità femminile che rappresenta la rigenerazione della vita, che protegge e risana. A lei erano sacre la acque ed in ogni santuario (Lova, Este, Montebelluna…) son stati ritrovati dei pozzi sacri dai quali veniva attinta attraverso dei mestoli rituali l’acqua che veniva versata in ciotole di terracotta. Al termine della libagione (probabilmente di stampo greco ma anche italico) le ciotole venivano gettate via. Lagole era ed è famosa per le sue acque risanatrici come le terme di Abano , altro luogo di culto paleoveneto. I santuari venetici erano un connubio di “terra ed acqua”.  A Padova invece i ritrovamenti di bronzetti votivi danno pensare ad una dimensione più regale di Pora, infatti in epoca romana il santuario patavino di Reitia-Pora venne dedicato a Giunone Regina, come molti altri tempietti votivi di campagna (Miranese, Mirese, Noalese etc) dedicati inizialmente a Reitia vennero riconsacrati a Giunone per poi diventare con l’avvento del cristianesimo, le edicole votive o capitelli dedicati ai Santi ed alle Madonnine. I capitelli di crocicchio fra due strade, se molto antichi, erano dedicati invece ad una Dea dalla iconografia simile alla classica iconografia del “ disco bronzeo di Montebelluna”, nella quale la Dea Reitia è raffigurata come Potnia thèron ovvero signora degli animali, circondata dal lupo mite e dall’anatra con delle enormi chiavi in mano. Una simile iconografia appunto si ritrova anche in Grecia nella dea Hekate, dove la Divinità si presenta nelle sembianze della signora della vegetazione della rinascita. La presenza di statuette fittili di una divinità femminile, bicefala o tricefala, reggente chiavi nelle vicinanze strette di capitelli posti ad antichi crocicci (es. via Annia e Pompilia ) stradali ed acquatici nelle zone litoranee, ha confermato oltre alla vicinanza rinomata con usanze culturali greche anche il fatto che tutti i ritrovamenti paleoveneti hanno queste caratteristiche femminili: una divinità che rigenera, protegge, e risana. Una figlia-fanciulla portatrice di luce nel cammino della vita  ma anche una madre-signora potentissima che protegge i suoi figli e gli risana sia nel corpo che nello spirito. I guerrieri si rimettevano a Lei, ed ad un dio guerriero Aponus-Belenus, invocavano l’aiuto di Trimbusiate, di Ikathèin, di Sainate e di Pora.
Queste nozioni relative alla ritualità paleoveneta compaiono anche nella cultura contadina che ripropone, seppur in modo diverso, la figura della protezione femminile.
Dino Coltro scrisse “la stessa religiosità contadina trova nella casa la sua espressione quotidiana ed è simbolicamente custodita nella “mare”- madre del focolare, affidata alla donna anziana che veniva chiamata con lo stesso nome “mare” il cui maggior desiderio era “ de n’dare in sridolon e lassare morire la mare del fogo” ovvero uscire a perdere tempo e lasciare morire il fuoco.”
Cybele-Potnia thèron di Vicenza 
Il termine “marantega” con cui si suol chiamare una donna anziana deriva proprio dal “mare antica” madre antica, ed i fuochi rituali dell’epifania in cui si “bruxa la marantega” ovvero si brucia un fantoccio rappresentante una vecchia, non sono altro che antichissimi rituali veneti dedicati a Reitia, dea che oramai vecchia, veniva bruciata per lasciar spazio alla sua rinascita come Hekate- Ikathèin Phosphòros ovvero come la giovane Hekate portatrice di luce e nuova vita agricola.

Altra Dea Madre è presente nel Veneto, associata alla figura di Reitia, Cybele Potnia, la Dea Madre Frigia, associata al Leone alato , anch'essa detentrice dei chiave sacra. Celebre è questa statua ritrovata a Vicenza, rappresentante una Dea alata accompagnata da leoni.


La cultura della Madre Terra , della rigenerazione, nasce dal costante contatto dell’uomo antico con la natura. Il contadino viveva in simbiosi con il ciclo delle stagioni, con il mutare del tempo e la sua esistenza dipende da come e quanto piove, dalla fertilità del terreno, dalla generosità dei campi e degli alberi. Ecco perché diventa fondamentale la figura della divinità materna che tutto crea a tutto rigenera. Il contadino avverte in modo assoluto, sanguigno, viscerale questo legame. Esso è tutto per lui, e ciò comporta un costante rapporto di nutrimento e riverenza.
La cultura agreste di basa su queste ritualità arcaiche e senza tempo, una cultura che non ha testimonianza scritta ma di tradizione orale di memoria collettiva di un gruppo etnico e di un ben determinato strato sociale con le sue tradizioni, usi e costumi. La cultura contadina non è “arretrata” , “ vecchia”, “obsoleta” ma è dinamica, veloce, che si trasforma con il tempo ed attraverso le esperienze , acquista valore attraverso il setaccio generazionale che raccoglie ciò che è valido in una tradizione e si perfeziona da una generazione all’altra.
Importanti erano perciò i “veci” i vecchi del paese e della famiglia, che insegnavano ai giovani come interpretare il tempo e gli avvenimenti metereologici, a comprendere i presagi, con il loro lunario orale e le loro favole costituiscono o meglio, costituivano  la ragnatela intricata nella quale erano tessuti miti arcaici e sapienza depositata di miti, fiabe, filastrocche, legende, poesie, canzoni, ballate  e rituali sacri, di un tempo oramai lontano, ma che non smette mai di battere all’interno dei nostri cuori di moderni “occidentali globalizzati”.


Il sangue  è antico e scorre come l’acqua dei fiumi che hanno forgiato queste terre argillose e fertili, all’interno del nostro corpo scorre il sangue dei nostri progenitori, dei nostri antenati, dei nostri Padri e Madri antichi, ora abbiamo un compito importante e dobbiamo decidere se far ritornare viva la loro voce oppure se farli tacere per sempre…

Io ho scelto la strada più difficile.

Elena




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lunedì 9 settembre 2013

Riflessioni sulla rievocazione storica Cleonimo di Sparta contro i Veneti

Che dire...una delle esperienze di rievocazione più belle ed emozionanti che ho vissuto fin'ora.
Per me è stata un'occasione UNICA ed indimenticabile di mettere in scena fisicamente una parte della mia tesi di laurea nella quale ho trattato anche dell'episodio di Cleonimo, ma soprattutto ho conosciuto persone fantastiche, ho approfondito l'amicizia con altre, ho avuto l' occasione di imparare cose nuove e di rivedere persone lontane, il mio compagno ha potuto finalmente imparare un po' a combattere come gli Antichi Padri in quel legame di fratellanza ed Onore che oggigiorno non esiste più, ho avuto la possibilità di essere Portatrice dello Stendardo Patavino al Trionfo Solenne per Padova. Insomma, finalmente in questi due giorni lo Spirito Numinoso della Terra Veneta si è risvegliato e nei combattimenti rituali all'Arena di Padova è emerso il SACRO.

Come primo esperimento è stato decisamente un successo sia per numero di spettatori allo spettacolo serale di sabato sette settembre a Dolo, in Piazza cantiere, che per numero di curiosi ed interessati che hanno partecipato agli spettacoli rituali all'arena Romana di Padova domenica 8 settembre.
Gli eventi sono stati possibili unicamente grazie alla PASSIONE per il nostro territorio, il coordinamento dell’iniziativa è stato curato nei minimi dettagli  dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo e l'assessore Antonio dal Prà ha contribuito in maniera veramente significativa ,  in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, l’Associazione Culturale “Mos Maiorum” di Mira, la Pro Loco di Dolo “Associazione delle terre dolesi”, l’Associazione Culturale “Venetkens” di Vicenza, l’Associazione Culturale “Venetia Victrix” di Vicenza, l’ Associazione “Ars Dimicandi” di Bergamo e il dott. Federico Moro.
La rievocazione storica dei fatti narrati da Tito Livio nella “Storia di Roma” accaduti nel territorio della Riviera del Brenta – Medoacus nel 302 a.C. è stata realizzata grazie alla presenza di numerosi figuranti in costume spartano e veneto antico, nonchè etrusco-italico e celta, sia facenti parte elle succitate associazioni che, come me, aiutanti "solitari".
L'unione fra tutti è risultata l'elemento fondamentale per l'organizzazione e la realizzazione di queste giornate che oserei definire "sacre". Tutti i rituali agli antichi Dei sono stati eseguiti con impegno e sentimento, il pubblico non abituato a questo tipo di spettacoli si è acceso immediatamente ed ha partecipato con un senso di intimo orgoglio veneto che si è risvegliato dopo anni di sonno indotto ed in numerosi hanno preso parte anche al rituale purificatorio del Passaggio fra i due Fuochi di chiusura dell'evento.
 L'anello "ostis" è stato donato al fiume Medoacus (Brenta) nuovamente dopo millenni di oblio, il Genius Locii è stato risvegliato dal suo torpore secolare  ed ha fatto sentire la sua presenza benevola, l'Arena di Padova è stata riconsacrata con il sangue degli Eroi dopo secoli di predominio cristiano.
 La Rievocazione storica è stata realizzata  corollario della Mostra "Venetkens. Viaggio nella terra dei Veneti antichi" , allestita in Palazzo della Ragione di Padova fino al 17 novembre 2013, a dimostrazione ATTIVA che lo Spirito dei Veneti antichi, padri dei nostri padri, sangue del nostro sangue, non è mai scomparso e non morirà mai.

SPIEGAZIONE ECCELLENTE DEL DOTT.FEDERICO MORO

Dal COMUNICATO STAMPA DI PADOVA CULTURA (  a cui ho preso parte grazie a Danilo " Leo" Lazzarini ed all'Assessore Antonio dal Prà".)

Conferenza stampa di presentazione Rievocazione 8 settembre.
La rievocazione comprenderà quindi una serie di iniziative volte a ricostruire il clima culturale, economico, artistico dell’epoca e si connoterà per la professionalità e accuratezza delle ricostruzioni storiche, per la varietà e ampiezza dell’offerta che spazierà dall’abbigliamento, all’alimentazione, dalle arti ai mestieri, dalla musica alle armature, il tutto ricostruito con dovizia di particolari e fedeltà storica. 
La ricostruzione storica dello scontro tra i Veneti e Spartani avverrà in due momenti:
il primo a Dolo,organizzato dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo si terrà, il 7 settembre, nella piazza dello Squero, dove, attori figuranti vestiti da Spartani, assaliranno un villaggio ricostruito e abitato secondo le caratteristiche dell'epoca. 
 intest_home_page.jpgLa conseguente battaglia finale vedrà vincitori i Patavini agli ordini di Belleno Sekene.
Il giorno dopo, domenica 8 settembre, a Padova, un centinaio di figuranti rappresentanti l'esercito venetico sfileranno, con a seguito i prigionieri Spartani, da Palazzo Moroni verso i Giardini dell'Arena Romana, accompagnati da musicisti itineranti. 
Arrivati all'interno dell'Arena daranno vita a spettacoli di combattimento rituale come ringraziamento per la vittoria ottenuta.
scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)

scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)

scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)




esercito veneto torna vittorioso

battaglia veneti contro spartani

io ed il mio compagno a Padova preparandoci per il Trionfo

Corteo Nuziale a Dolo

Nozze Venete

vallum spartano

Il mio compagno nei panni di uno spartano dà il colpo di grazia alle guardie venete

Corteo Nuziale

corteo nuziale

IL SACRO FUOCO DEI VENETI NON SI SPEGNERA' MAI

mercoledì 4 settembre 2013

TITO LIVIO E L’EPISODIO DI CLEONIMO: IL PROBABILE LUOGO DELLO SCONTRO FRA PATAVINI E GRECI

 Da un lavoro di studi di archeologia della X regio, in onore di MicheleTombolani. Luciano Bosio-

Revisione, editing, correzioni e note a cura di Dott.ssa Righetto Elena  (io, autrice del blog!) per il dipartimento di Studi Storici Università Cà Foscari di Venezia.


Scrive Livio (10,2) che lo spartano Cleonimo, giunto con la sua flotta sulle coste dei Veneti e fatti sbracare alcuni uomini per esplorare i luoghi, “venne a sapere che di fronte al mare si stendeva una sottile striscia di terra, oltrepassata questa terra c’erano, dietro, distese d’acqua alimentate dalle maree e non lontano, terreni pianeggianti, mentre più oltre si profilavano delle colline; c’era infine la foce di un fiume assai profondo, dove le navi potevano manovrare fino ad un ancoraggio sicuro- quel fiume era il Medoacus (Brenta)-: si fece allora avanzare la flotta in quella direzione e risalire la corrente”. Da questa prima parte del racconto di Livio si può ricavare che Cleonimo non può vedere il mare dove si trovava con la sua flotta, né le acque interne alimentate dalle maree né i terreni pianeggianti dopo queste né la foce del Brenta: tutto questo gli viene riferito dagli esploratori che si sono spinti fino allo sbocco del fiume, tanto da poter assicurare che questo è navigabile.
Innanzitutto troviamo qui la puntuale descrizione della laguna veneta come si doveva presentare al tempo dello storico patavino, e come ancora oggi noi possiamo ritrovare nello stretto litorale adriatico, nei vasti spazi lagunari alla spalle di questo e nei terreni pianeggianti che ne delimitano la gronda interna. Un quadro ambientale questo che richiama la Λήμνοθάλασσα “limnothàlassa”, cioè la grande laguna che secondo Strabone (5, 1, 5, 212) caratterizzava le spiagge abitate dai Veneti ed era alimentata dal flusso e riflusso della marea.
Avute dunque queste notizie sui luoghi, Cleonimo fa allora avanzare la flotta verso la foce del Brenta (Medoacus amnis erat) per risalirne poi la corrente (eo invectam classem subire flumine adverso iussit). E’ logico che per raggiungere questo corso d’acqua le navi di Cleonimo dovevano innanzitutto superare il “tenue praetentum litus”; e questo non poteva avvenire se non attraverso una Bocca aperta sullo stretto litorale marino. Tre oggi sono le bocche di porto che permettono alle imbarcazioni di entrare nella laguna di Venezia: la bocca di Chioggia, la bocca di Malamocco e la bocca di S.Nicolò. Ed in quei tempi lontani? Un’indicazione preziosa al riguardo ci viene da Strabone (5, 1, 13, 213) in quale scrive che “ a partire da un grande porto, si raggiunge Padova dal mare risalendo per 250 stati un fiume che attraversa le paludi; il porto si chiama Mεδοακος come il fiume”. Veniamo così a sapere da questo geografo che sull’Adriatico, in collegamento diretto con Padova lungo il corso del Brenta (Medoacus) si trovava uno scalo marittimo, che aveva lo stesso nome del fiume e che l’Olivieri (1961, p 148), procedendo da un Maio Medoacus attraverso le mediazioni Mamedòc> Mademòc- riconduce all’odierna località di Malamocco; equazione questa accettata e fatta propria anche dal Pellegrini (1987, p.144). Malamocco dunque rappresentava il punto di partenza di questo viaggio fluviale dall’Adriatico a Padova e quindi Cleonimo con la sua flotta dev’essere entrato per questa bocca per poi raggiungere, attraverso retrostanti spazi lagunari, la foce dell’antico Brenta, o meglio, come ricaviamo dall’Olivieri, del Maior Medoacus. A tale proposito mi sembra opportuno, per chiarire ancor meglio il quadro topografico dei luoghi, ricordare che il corso del Brenta, in età romana, dopo aver attraversato Padova, si divideva andando a sfociare nella laguna di Venezia attraverso due rami principali. Il più settentrionale di questi, indicato come Major, si volgeva ad oriente sulla direzione dell’odierna Riviera del Brenta e usciva in laguna all’altezza di S. Ilario di fronte alla Bocca di Malamocco, dopo aver toccato le poste stradali, ricordate dalla Tabula Peutingeriana (Segmentum III, 4-5), di Maio Meduaco, che richiama questo maggiore ramo e che è da ubicare nella attuale località di Sanbruson, e quindi di Ad Portum, da ritrovare nella borgata di Porto Menai (Mira, Venezia) dove, come denuncia lo stesso nome, si doveva incontrare uno scalo fluviale. E’ da aggiungere che dal corso del Medoacus Maior, diretto da Porto Menai al Monastero di S. Ilario si doveva staccare all’altezza di Sanbruson, un minore ramo volto a sud-est, lungo l’attuale percorso dello scolo Brenta secca, che usciva in laguna ad oriente del paese di Lugo. (MARCHIORI 1986, p.143). Il Medoacus Minor invece, cioè l’altro ramo terminale del Medoacus, si portava sud attraverso l’odierna località di Brentasecca, per poi continuare lungo l’alveo dell’attuale fiume Cornio fino a sfociare in laguna presso la borgata di Lova, dove è da localizzare la stazione stradale di Mino Meduaco, anche questa presente nella Tabula Peutingeriana (idem), che richiama espressamente il minore ramo del Brenta. Anche dal Medoacus Minor, diretto a Lova, si staccava un minore ramo che, scendendo a sud, andava ad unirsi alle acque del fiume Retrone (oggi Bacchiglione), proveniente da Vicenza, per uscire poi con queste in laguna all’altezza della località di Vallonga( Bosio 1987, p.13). In tal modo l’antico Brenta, nella sua parte terminale, si apriva in un largo delta formato da due rami principali (Maior e Minor) e da minori bracci fluviali che si dipartivano da questi.  Un simile disegno fluviale permette anche di ritrovare nel maggiore ramo terminale del Brenta il fiume che Cleonimo raggiunge dopo aver superato la Bocca di Malamocco ed attraversati gli spazi lagunari. E questo non solo perché il nome di Malamocco richiama direttamente quello di Maior Medoacus, ma anche perché Livio parla espressamente di un <<ostiumfluminis praealti, quo circumagi naves in stationem tutam (possint)>>, cioè della foce di un fiume assai profondo e navigabile, quindi di grande portata, dove le navi potevano manovrare fino ad un ancoraggio sicuro. Fiume profondo e navigabile dunque e la presenza di un sicuro attracco, che ci riportano proprio al Medoacus Maior ed Ad Portum (Porto Menai, Mira, Venezia), che denuncia con la sua presenza l’esistenza di uno scalo fluviale sul suo corso terminale.
E qui è il caso di precisare, e ciò mi sembra da tener sempre ben presente, che il quandro ambientale, nel quale lo storico patavino colloca l’impresa di Cleonimo, è quello che Livio direttamente conosce, cioè quello del suo tempo. Possiamo però dire che questo non doveva essere sostanzialmente diverso da quello della fine del IV secolo, cioè del 302 a.C., all’epoca nella quale ha luogo l’attacco di Cleonimo.
Sappiamo che nel 175 a.C. il console Marco Emilio Lepido aveva condotto una via che da Bologna, attraverso Padova ed Altino, raggiungeva Aquileia (Bosio 1991, p 31ss). Senza dubbio il console, nello stendere questa strada, doveva aver tenuto presenti quelle piste preromane che le esperienze precedenti e il cammino degli uomini avevano nel tempo tracciato e consolidato sul terreno, come appunto quella che veniva direttamente a congiungere realtà paleovenete di Padova ed Altino. Il percorso di questo tratto stradale, ripreso più tardi nel 131 a.C., dalla via Annia del pretore Tito Annio Rufo, si accompagnava da Padova al margine lagunare al corso del Medoacus Maior, correndo lungo la destra idrografica del fiume sino alla località di Sambruson (Pesavento Mattioli 1986, p.126 ss), dove abbiamo ubicato la posta stradale Maio Meduaco, che richiama questo ramo del Brenta. Da qui la via, portatasi sulla sinistra del fiume, raggiungeva dopo XIV miglia (km 21), per continuare poi lungo la gronda interna della laguna veneta fino ad Altino (Marchiori 1986, p 145 e fig.3). La presenza di questa pista paleoveneta prima e strada romana poi, che si accompagnavano al maggior ramo dell’antico Brenta, viene a confermare una continuità logistica e quindi una situazione ambientale che perdura nel tempo e che, come si vedrà, si ritrova nel racconto liviano.
Ma torniamo a Cleonimo , che abbiamo lasciato con la sua flotta presso la foce del fluminis praealti, mentre si appresta a risalirne la corrente. Continua Livio: “ Ma il letto del fiume non consentì il passaggio delle navi più pesanti; perciò la massa degli armati passò su imbarcazioni più leggere e giunse in una campagna popolata da tre villaggi dei Patavini, villaggi marittimi che coltivavano quel litorale. Qui sbarcano, lasciando pochi uomini a guardia delle navi, espugnano i villaggi, bruciano le case, portano via uomini e bestiame e trascinati dal gusto della preda s’allontanano sempre più dalle navi. Quando la notizia giunse a Padova- i vicini Galli tenevano i suoi abitanti sempre all’erta-subito la gioventù venne divisa in due squadre. La prima fu condotta nella zona dove c’era notizia di saccheggi sparsi, la seconda, seguendo un’altra via per evitare l’incontro con i razziatori, puntò sul luogo di ancoraggio delle navi, luogo che distava quattordici miglia dalla città. Uccisi di sorpresa gli uomini di guardia, i Patavini diedero all’assalto alle navi costringendo i marinai atterriti a trasferirle sull’altra sponda del fiume. Altrettando sfavorevole era stato anche sulla terraferma il combattimento contro i saccheggiatori sparsi qua e là; i Greci, che cercavano di fuggire verso le navi, vengono bloccati dai Veneti e così i nemici vengono presi in mezzo ed uccisi; i superstiti fatti prigionieri, rivelano la presenza, a tre miglia di distanza, della flotta con il re Cleonimo. Allora, dati in custodia i prigionieri al villaggio più vicino, gli armati salgono parte su imbarcazioni fluviali costruite a chiglia piatta per superare i fondali bassi della laguna, parte sulle navi leggere catturate, si dirigono verso la flotta. Quindi circondano le navi immobili e timorose più dei luoghi sconosciuti che del nemico: i Greci più impegnati a fuggire verso il mare aperto che ad opporre resistenza, vengono inseguiti fino alla doce del fiume; alcune navi nemiche, che l’ansia della fuga aveva cacciato nelle secche, sono prese ed incendiate; infine i Patavini ritornano vincitori. Cleonimo si allontanò salvando un quinto delle sue navi e avendo fallito ogni tentativo di sbarco nelle regioni del mare Adriatico.”
Cleonimo dunque, quando si accorge, risalendo la corrente del fiume, che le navi più grandi, a causa del loro pescaggio, non riescono ad avanzare, fa trasbordare su imbarcazioni più leggere, un consistente gruppo di armati. Costoro si spingono oltre fino a raggiungere un luogo popolato da tre villaggi dei Patavini, dove attaccano e lascito un piccolo presidio a custodia delle navi, si danno al saccheggio allontanandosi sempre più dal punto di sbarco.  Livio ci offre qui una indicazione assai preziosa su questo luogo di attacco quando dice che esso distava XIV miglia da Padova, pari a 21 chilomentri; misura questa che, ripresa certamente da un percorso terrestre, ci porta all’attuale località di Porto Menai (comune di Mira, provincia di Venezia ndr), dove l’indicazione Ad Portum parla chiaramente di uno scalo fluviale di età romana, presente con ogni probabilità anche in epoca immediatamente precedente. Abbiamo anche visto che la strada antica (Annia ndr) raggiungeva questa stazione stradale correndo, dopo Sanbruson, sulla sinistra del Medoacus Maior e quindi su questa sponda doveva trovarsi il luogo di attracco dove i Greci ormeggiano le loro imbarcazioni e dove, proprio per la presenza di questo scalo, doveva anche sorgere un centro di vita, forse uno di quei tre vici dei Patavini, di cui parla Livio. (ovvero gli attuali Porto Menaj, Mira, Piazza Vecchia ndr).
Sbarcati dunque sulla riva sinistra del maggior ramo del Brenta e lasciati alcuni di guardia delle imbarcazioni, gli uomini di Cleonimo iniziano la loro opera di saccheggio e di devastazione, lasciandosi alle spalle il punto di attracco ed anche il percorso stradale, che corre parallelo al fiume. DI conseguenza, essi di muovono verso  settentrione nella zona oggi compresa fra Porto Menaj a sud e Mira Taglio a nord, dove incontrano altri piccoli insediamenti agricoli.
L’immediato intervento dei Patavini viene a chiarire ancora meglio la posizione dei nemici e quindi il luogo dello scontro. Un contingente armato, muovendo deciso da Padova verso le imbarcazioni, da cui sono scesi i saccheggiatori, si porta direttamente lungo il percorso stradale già da noi ricordato, a Porto Menaj ed allo scalo portuale, sorprendendo i marinai di guardia, che sono costretti a riparare sull’altra riva, cioè sulla destra del fiume, più sicura da un possibile attacco. Un secondo gruppo di patavini si dirige invece verso la zona dove i Greci sono intenti a fare razzia, seguendo con ogni probabilità un altro cammino, già da me ipotizzato per l’età romana (BOSIO 1991, p.74) che doveva correre per le attuali località di Strà e di Dolo lungo la sponda sinistra del Medoacus Maior.
Gli uomini di Cleonimo, davanti a questo attacco diretto, cercano di ritornare sui loro passi e di raggiungere le imbarcazioni, ma fra loro e queste si trova la schiera armata che ha costretto quest’ultime a riparare sull’opposta sponda. Così, presi fra due fuochi, i Greci sono uccisi o fatti prigionieri. Da quanti hanno catturato, i Patavini vengono a sapere che la flotta di Cleonimo è ancora a tre miglia (4,5 km), distanza che ci da la possibilità di localizzare lungo il corso inferiore del Medoacus Maior anche questo luogo di sosta, da ritrovare presso l’attuale Borgata di Bastie Grandi (comune di Mira) lontana appunto da Porto Menaj circa cinque chilometri.  Segue quindi lo scontro finale, con le pesanti navi spartane, che cercano a fatica e con grandi perdite di guadagnare la Bocca di Malamocco e il mare aperto fra le ristrettezze del corso terminale del Brenta e i pericolosi bassifondi lagunari, e le agili imbarcazioni dei Patavini, che le incalzano, assalgono quelle che si arenano, le depredano, le danno alle fiamme dopo averne tolto i rostri quale trofeo di Vittoria.
Alla fine di quanto si è detto ed alla luce del racconto liviano, è possibile ora ricostruire i momenti salienti della sfortunata impresa di Cleonimo, dal suo arrivo sulle coste dei Veneti alla sua rovinosa fuga.Il principe spartano, venuto a conoscenza della situazione ambientale e superata la Bocca di Malamocco, attraversa con la sua flotta gli spazi lagunari, che si stendono alle spalle di questa, fino a raggiungere la foce del maggiore ramo del fiume Brenta. Il corso d’acqua nel quale si inoltre è navigabile ma non sufficiente ad accogliere le sue pesanti navi e quindi, dopo un breve percorso (via Bastie Grandi fino a Porto Menai) è costretto a fermarsi. Ordina allora ad uno stuolo di armati di salire su imbarcazioni più leggere, che procedono oltre e pervengono ad “una campagna popolata da tre villaggi dei Patavini, villaggi marittimi che coltivavano quel litorale” e qui approdano. Il luogo del loro sbarco dista XIV miglia da Padova, cioè 21 km, quanti intercorrono fra la città e la borgata di Porto Menai, dove per l’età romana è documentata la presenza di uno scalo portuale sulla sinistra del corso del Brenta, lungo la via, già presente in epoca paleoveneta, che conduce ad altino, l’Annia. Scesi su questa rive del fiume, gli Spartani iniziano l’opera di saccheggio spingendosi, a settentrione di questa, nella zona compresa fra Porto Menai e Mira Taglio dove sono da ubicare questi villaggi marittimi. (attuale via Brentelle). I Patavini intanto, venuti a conoscenza di quanto sta accadendo, si muovono contro gli invasori, dividendosi in due schiere: l’una, diretta al luogo dell’approdo (Porto Menai) l’altra contro i saccheggiatori (fra Porto Menai e Mira Taglio), i quali investiti dall’attacco improvviso e tagliati fuori dalle imbarcazioni, costrette a riparare sull’altra riva, sono presi fra due fuochi. L’azione dei Patavini si svolge dunque contro la flotta di Cleonimo, ancorata a tre miglia di distanza (presso Bastie Grandi). E qui si conclude il discorso di Livio, con i Greci che “più impegnati a fuggire verso il mare aperto che a opporre resistenza, vengono inseguiti fino alla foce del fiume; alcune navi nemiche, che l’ansia della fuga aveva cacciato nelle secche, sono prese e incendiate: infine i Patavini tornano vincitori”.

LIVIO, AB URBE CONDITA LIBER X, 2
<< Nello stesso anno una flotta greca agli ordini dello spartano Cleonimo approdò sulle coste italiche, andando a occupare la città di Turie nel territorio dei Sallentini. Fu inviato ad affrontarlo il console Emilio, che mise in fuga Cleonimo con un'unica battaglia, costringendolo a trovare riparo sulle navi. Turie venne così restituita ai suoi cittadini, e nel territorio sallentino ritornò la pace. In alcuni annali ho trovato che a essere inviato tra i Sallentini fu il dittatore Giunio Bubulco, e che Cleonimo lasciò l'Italia prima ancora che lo scontro coi Romani diventasse inevitabile. Dopo aver doppiato il capo di Brindisi ed esser stati spinti dai venti in mezzo all'Adriatico, temendo sulla sinistra le coste italiche prive di porti e sulla destra la presenza di Illiri, Liburni e Istri (popoli bellicosi e di pessima fama perché dediti alla pirateria), avanzarono fino alle coste abitate dai Veneti. Lì Cleonimo, dopo aver sbarcato alcuni uomini col cómpito di esplorare la zona, ricevette queste informazioni: che c'era una sottile striscia di terra oltre la quale si aprivano lagune alimentate dall'acqua del mare; che si vedevano lì vicino campagne pianeggianti e, poco oltre, colline; che inoltre avevano individuato la foce di un fiume molto profondo dov'era possibile ormeggiare le navi in maniera sicura (il fiume era il Brenta). Allora Cleonimo ordinò di trasferire la flotta in quella zona risalendo la corrente. Poiché il letto del fiume non permetteva il passaggio delle navi più pesanti, la massa degli uomini armati si trasferì sulle imbarcazioni più leggere e arrivò in una zona molto abitata, dov'erano stanziate tre tribù marittime di Patavini. Sbarcati in quel punto, dopo aver lasciato una piccola guarnigione di presidio alle navi, espugnarono i villaggi, incendiarono le abitazioni, portarono via uomini e animali, allontanandosi sempre più dalle navi nella prospettiva di ulteriore bottino. Quando a Padova arrivò la notizia di ciò che stava succedendo, gli abitanti, costretti a un perenne allarme dalla minaccia dei Galli, divisero le proprie forze in due contingenti. Il primo si portò nella zona in cui erano stati segnalate le incursioni nemiche, l'altro, seguendo un percorso diverso per non incontrare gli avversari, si diresse invece verso il punto in cui erano ancorate le navi, a quattordici miglia dalla città. Eliminati gli uomini di guardia con un attacco di sorpresa, si riversarono sulle navi, costringendo i marinai a spostarle sulla sponda opposta del fiume. Anche lo scontro sulla terraferma contro gli autori dei saccheggi ebbe esito positivo. E mentre i Greci cercavano scampo in direzione delle navi, vennero affrontati dall'altro contingente di Veneti, che li accerchiò e massacrò. Alcuni prigionieri rivelarono che la flotta col re Cleonimo si trovava a tre miglia di distanza. Così, dopo aver lasciato i prigionieri in un villaggio dei dintorni perché fossero sorvegliati, i Patavini, imbarcandosi parte su battelli da fiume costruiti apposta col fondo piatto per affrontare i bassi fondali delle lagune, e parte invece sulle imbarcazioni sottratte ai Greci, raggiunsero la flotta nemica, circondandone le navi rimaste immobili per paura del fondale sconosciuto più che del nemico. E mentre i Greci fuggivano verso il largo senza nemmeno cercare di opporre resistenza, i Patavini li inseguirono fino alla foce del fiume, e dopo aver strappato loro e incendiato alcune delle navi finite, nella grande confusione, sui banchi di sabbia, rientrarono vincitori. Cleonimo se ne partì con soltanto un quinto della flotta intatto, senza aver raccolto alcun risultato in nessuna parte dell'Adriatico. A Padova ci sono ancora oggi molte persone che hanno visto i rostri delle navi e le spoglie spartane appese nel vecchio santuario di Giunone. A ricordo di quella battaglia fluviale, nel giorno in cui essa fu combattuta si tengono oggi solenni gare di navi lungo il fiume che scorre attraverso la città.>>

Bibliografia:
Bosio L. 1987,I  fiumi  dell’antico Veneto, in Corsi d’acqua, Padova, pag.7 ss.
Bosio L. 1991, Le strade romane della Venetia e dell’HIstria, Padova.
Marchiori A. 1986, Un tratto di strada romana ai margini occidentali della laguna di Venezia (area Malcontenta) : da una foto interpretazione il contributo per un’analisi territoriale, in QdAV, II, p.140, ss.
Olivieri D, 1961, Toponomastica Veneta, Venezia-Roma.
Pellegrini G.B. 1987, Ricerche di toponomastica veneta, Padova.
Pesavento Mattioli S. 1986, Le prime sette miglia della strada romana da Padova ad Altino in QdAV, II, p.126 ss.

PUBBLICATO SULLA RIVISTA HELLENISMO: http://www.academia.edu/3673604/Rivista_Hellenismo-_Thargelion_2789.

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