Da un lavoro di studi di archeologia della X regio, in onore di MicheleTombolani. Luciano Bosio-
Revisione, editing, correzioni e note a cura di Dott.ssa Righetto Elena (io, autrice del blog!) per il dipartimento di Studi Storici Università Cà Foscari di Venezia.
Scrive Livio (10,2) che lo spartano Cleonimo, giunto con la sua flotta sulle coste dei Veneti e fatti sbracare alcuni uomini per esplorare i luoghi, “venne a sapere che di fronte al mare si stendeva una sottile striscia di terra, oltrepassata questa terra c’erano, dietro, distese d’acqua alimentate dalle maree e non lontano, terreni pianeggianti, mentre più oltre si profilavano delle colline; c’era infine la foce di un fiume assai profondo, dove le navi potevano manovrare fino ad un ancoraggio sicuro- quel fiume era il Medoacus (Brenta)-: si fece allora avanzare la flotta in quella direzione e risalire la corrente”. Da questa prima parte del racconto di Livio si può ricavare che Cleonimo non può vedere il mare dove si trovava con la sua flotta, né le acque interne alimentate dalle maree né i terreni pianeggianti dopo queste né la foce del Brenta: tutto questo gli viene riferito dagli esploratori che si sono spinti fino allo sbocco del fiume, tanto da poter assicurare che questo è navigabile.

Innanzitutto troviamo qui la puntuale descrizione della laguna veneta come si doveva presentare al tempo dello storico patavino, e come ancora oggi noi possiamo ritrovare nello stretto litorale adriatico, nei vasti spazi lagunari alla spalle di questo e nei terreni pianeggianti che ne delimitano la gronda interna. Un quadro ambientale questo che richiama la Λήμνοθάλασσα “limnothàlassa”, cioè la grande laguna che secondo Strabone (5, 1, 5, 212) caratterizzava le spiagge abitate dai Veneti ed era alimentata dal flusso e riflusso della marea.
Avute dunque queste notizie sui luoghi, Cleonimo fa allora avanzare la flotta verso la foce del Brenta (Medoacus amnis erat) per risalirne poi la corrente (eo invectam classem subire flumine adverso iussit). E’ logico che per raggiungere questo corso d’acqua le navi di Cleonimo dovevano innanzitutto superare il “tenue praetentum litus”; e questo non poteva avvenire se non attraverso una Bocca aperta sullo stretto litorale marino. Tre oggi sono le bocche di porto che permettono alle imbarcazioni di entrare nella laguna di Venezia: la bocca di Chioggia, la bocca di Malamocco e la bocca di S.Nicolò. Ed in quei tempi lontani? Un’indicazione preziosa al riguardo ci viene da Strabone (5, 1, 13, 213) in quale scrive che “ a partire da un grande porto, si raggiunge Padova dal mare risalendo per 250 stati un fiume che attraversa le paludi; il porto si chiama Mεδοακος come il fiume”. Veniamo così a sapere da questo geografo che sull’Adriatico, in collegamento diretto con Padova lungo il corso del Brenta (Medoacus) si trovava uno scalo marittimo, che aveva lo stesso nome del fiume e che l’Olivieri (1961, p 148), procedendo da un Maio Medoacus attraverso le mediazioni Mamedòc> Mademòc- riconduce all’odierna località di Malamocco; equazione questa accettata e fatta propria anche dal Pellegrini (1987, p.144). Malamocco dunque rappresentava il punto di partenza di questo viaggio fluviale dall’Adriatico a Padova e quindi Cleonimo con la sua flotta dev’essere entrato per questa bocca per poi raggiungere, attraverso retrostanti spazi lagunari, la foce dell’antico Brenta, o meglio, come ricaviamo dall’Olivieri, del Maior Medoacus. A tale proposito mi sembra opportuno, per chiarire ancor meglio il quadro topografico dei luoghi, ricordare che il corso del Brenta, in età romana, dopo aver attraversato Padova, si divideva andando a sfociare nella laguna di Venezia attraverso due rami principali. Il più settentrionale di questi, indicato come Major, si volgeva ad oriente sulla direzione dell’odierna Riviera del Brenta e usciva in laguna all’altezza di S. Ilario di fronte alla Bocca di Malamocco, dopo aver toccato le poste stradali, ricordate dalla Tabula Peutingeriana (Segmentum III, 4-5), di Maio Meduaco, che richiama questo maggiore ramo e che è da ubicare nella attuale località di Sanbruson, e quindi di Ad Portum, da ritrovare nella borgata di Porto Menai (Mira, Venezia) dove, come denuncia lo stesso nome, si doveva incontrare uno scalo fluviale. E’ da aggiungere che dal corso del Medoacus Maior, diretto da Porto Menai al Monastero di S. Ilario si doveva staccare all’altezza di Sanbruson, un minore ramo volto a sud-est, lungo l’attuale percorso dello scolo Brenta secca, che usciva in laguna ad oriente del paese di Lugo. (MARCHIORI 1986, p.143). Il Medoacus Minor invece, cioè l’altro ramo terminale del Medoacus, si portava sud attraverso l’odierna località di Brentasecca, per poi continuare lungo l’alveo dell’attuale fiume Cornio fino a sfociare in laguna presso la borgata di Lova, dove è da localizzare la stazione stradale di Mino Meduaco, anche questa presente nella Tabula Peutingeriana (idem), che richiama espressamente il minore ramo del Brenta. Anche dal Medoacus Minor, diretto a Lova, si staccava un minore ramo che, scendendo a sud, andava ad unirsi alle acque del fiume Retrone (oggi Bacchiglione), proveniente da Vicenza, per uscire poi con queste in laguna all’altezza della località di Vallonga( Bosio 1987, p.13). In tal modo l’antico Brenta, nella sua parte terminale, si apriva in un largo delta formato da due rami principali (Maior e Minor) e da minori bracci fluviali che si dipartivano da questi. Un simile disegno fluviale permette anche di ritrovare nel maggiore ramo terminale del Brenta il fiume che Cleonimo raggiunge dopo aver superato la Bocca di Malamocco ed attraversati gli spazi lagunari. E questo non solo perché il nome di Malamocco richiama direttamente quello di Maior Medoacus, ma anche perché Livio parla espressamente di un <<ostiumfluminis praealti, quo circumagi naves in stationem tutam (possint)>>, cioè della foce di un fiume assai profondo e navigabile, quindi di grande portata, dove le navi potevano manovrare fino ad un ancoraggio sicuro. Fiume profondo e navigabile dunque e la presenza di un sicuro attracco, che ci riportano proprio al Medoacus Maior ed Ad Portum (Porto Menai, Mira, Venezia), che denuncia con la sua presenza l’esistenza di uno scalo fluviale sul suo corso terminale.
E qui è il caso di precisare, e ciò mi sembra da tener sempre ben presente, che il quandro ambientale, nel quale lo storico patavino colloca l’impresa di Cleonimo, è quello che Livio direttamente conosce, cioè quello del suo tempo. Possiamo però dire che questo non doveva essere sostanzialmente diverso da quello della fine del IV secolo, cioè del 302 a.C., all’epoca nella quale ha luogo l’attacco di Cleonimo.
Sappiamo che nel 175 a.C. il console Marco Emilio Lepido aveva condotto una via che da Bologna, attraverso Padova ed Altino, raggiungeva Aquileia (Bosio 1991, p 31ss). Senza dubbio il console, nello stendere questa strada, doveva aver tenuto presenti quelle piste preromane che le esperienze precedenti e il cammino degli uomini avevano nel tempo tracciato e consolidato sul terreno, come appunto quella che veniva direttamente a congiungere realtà paleovenete di Padova ed Altino. Il percorso di questo tratto stradale, ripreso più tardi nel 131 a.C., dalla via Annia del pretore Tito Annio Rufo, si accompagnava da Padova al margine lagunare al corso del Medoacus Maior, correndo lungo la destra idrografica del fiume sino alla località di Sambruson (Pesavento Mattioli 1986, p.126 ss), dove abbiamo ubicato la posta stradale Maio Meduaco, che richiama questo ramo del Brenta. Da qui la via, portatasi sulla sinistra del fiume, raggiungeva dopo XIV miglia (km 21), per continuare poi lungo la gronda interna della laguna veneta fino ad Altino (Marchiori 1986, p 145 e fig.3). La presenza di questa pista paleoveneta prima e strada romana poi, che si accompagnavano al maggior ramo dell’antico Brenta, viene a confermare una continuità logistica e quindi una situazione ambientale che perdura nel tempo e che, come si vedrà, si ritrova nel racconto liviano.
Ma torniamo a Cleonimo , che abbiamo lasciato con la sua flotta presso la foce del fluminis praealti, mentre si appresta a risalirne la corrente. Continua Livio: “ Ma il letto del fiume non consentì il passaggio delle navi più pesanti; perciò la massa degli armati passò su imbarcazioni più leggere e giunse in una campagna popolata da tre villaggi dei Patavini, villaggi marittimi che coltivavano quel litorale. Qui sbarcano, lasciando pochi uomini a guardia delle navi, espugnano i villaggi, bruciano le case, portano via uomini e bestiame e trascinati dal gusto della preda s’allontanano sempre più dalle navi. Quando la notizia giunse a Padova- i vicini Galli tenevano i suoi abitanti sempre all’erta-subito la gioventù venne divisa in due squadre. La prima fu condotta nella zona dove c’era notizia di saccheggi sparsi, la seconda, seguendo un’altra via per evitare l’incontro con i razziatori, puntò sul luogo di ancoraggio delle navi, luogo che distava quattordici miglia dalla città. Uccisi di sorpresa gli uomini di guardia, i Patavini diedero all’assalto alle navi costringendo i marinai atterriti a trasferirle sull’altra sponda del fiume. Altrettando sfavorevole era stato anche sulla terraferma il combattimento contro i saccheggiatori sparsi qua e là; i Greci, che cercavano di fuggire verso le navi, vengono bloccati dai Veneti e così i nemici vengono presi in mezzo ed uccisi; i superstiti fatti prigionieri, rivelano la presenza, a tre miglia di distanza, della flotta con il re Cleonimo. Allora, dati in custodia i prigionieri al villaggio più vicino, gli armati salgono parte su imbarcazioni fluviali costruite a chiglia piatta per superare i fondali bassi della laguna, parte sulle navi leggere catturate, si dirigono verso la flotta. Quindi circondano le navi immobili e timorose più dei luoghi sconosciuti che del nemico: i Greci più impegnati a fuggire verso il mare aperto che ad opporre resistenza, vengono inseguiti fino alla doce del fiume; alcune navi nemiche, che l’ansia della fuga aveva cacciato nelle secche, sono prese ed incendiate; infine i Patavini ritornano vincitori. Cleonimo si allontanò salvando un quinto delle sue navi e avendo fallito ogni tentativo di sbarco nelle regioni del mare Adriatico.”
Cleonimo dunque, quando si accorge, risalendo la corrente del fiume, che le navi più grandi, a causa del loro pescaggio, non riescono ad avanzare, fa trasbordare su imbarcazioni più leggere, un consistente gruppo di armati. Costoro si spingono oltre fino a raggiungere un luogo popolato da tre villaggi dei Patavini, dove attaccano e lascito un piccolo presidio a custodia delle navi, si danno al saccheggio allontanandosi sempre più dal punto di sbarco. Livio ci offre qui una indicazione assai preziosa su questo luogo di attacco quando dice che esso distava XIV miglia da Padova, pari a 21 chilomentri; misura questa che, ripresa certamente da un percorso terrestre, ci porta all’attuale località di Porto Menai (comune di Mira, provincia di Venezia ndr), dove l’indicazione Ad Portum parla chiaramente di uno scalo fluviale di età romana, presente con ogni probabilità anche in epoca immediatamente precedente. Abbiamo anche visto che la strada antica (Annia ndr) raggiungeva questa stazione stradale correndo, dopo Sanbruson, sulla sinistra del Medoacus Maior e quindi su questa sponda doveva trovarsi il luogo di attracco dove i Greci ormeggiano le loro imbarcazioni e dove, proprio per la presenza di questo scalo, doveva anche sorgere un centro di vita, forse uno di quei tre vici dei Patavini, di cui parla Livio. (ovvero gli attuali Porto Menaj, Mira, Piazza Vecchia ndr).
Sbarcati dunque sulla riva sinistra del maggior ramo del Brenta e lasciati alcuni di guardia delle imbarcazioni, gli uomini di Cleonimo iniziano la loro opera di saccheggio e di devastazione, lasciandosi alle spalle il punto di attracco ed anche il percorso stradale, che corre parallelo al fiume. DI conseguenza, essi di muovono verso settentrione nella zona oggi compresa fra Porto Menaj a sud e Mira Taglio a nord, dove incontrano altri piccoli insediamenti agricoli.
L’immediato intervento dei Patavini viene a chiarire ancora meglio la posizione dei nemici e quindi il luogo dello scontro. Un contingente armato, muovendo deciso da Padova verso le imbarcazioni, da cui sono scesi i saccheggiatori, si porta direttamente lungo il percorso stradale già da noi ricordato, a Porto Menaj ed allo scalo portuale, sorprendendo i marinai di guardia, che sono costretti a riparare sull’altra riva, cioè sulla destra del fiume, più sicura da un possibile attacco. Un secondo gruppo di patavini si dirige invece verso la zona dove i Greci sono intenti a fare razzia, seguendo con ogni probabilità un altro cammino, già da me ipotizzato per l’età romana (BOSIO 1991, p.74) che doveva correre per le attuali località di Strà e di Dolo lungo la sponda sinistra del Medoacus Maior.
Gli uomini di Cleonimo, davanti a questo attacco diretto, cercano di ritornare sui loro passi e di raggiungere le imbarcazioni, ma fra loro e queste si trova la schiera armata che ha costretto quest’ultime a riparare sull’opposta sponda. Così, presi fra due fuochi, i Greci sono uccisi o fatti prigionieri. Da quanti hanno catturato, i Patavini vengono a sapere che la flotta di Cleonimo è ancora a tre miglia (4,5 km), distanza che ci da la possibilità di localizzare lungo il corso inferiore del Medoacus Maior anche questo luogo di sosta, da ritrovare presso l’attuale Borgata di Bastie Grandi (comune di Mira) lontana appunto da Porto Menaj circa cinque chilometri. Segue quindi lo scontro finale, con le pesanti navi spartane, che cercano a fatica e con grandi perdite di guadagnare la Bocca di Malamocco e il mare aperto fra le ristrettezze del corso terminale del Brenta e i pericolosi bassifondi lagunari, e le agili imbarcazioni dei Patavini, che le incalzano, assalgono quelle che si arenano, le depredano, le danno alle fiamme dopo averne tolto i rostri quale trofeo di Vittoria.
Alla fine di quanto si è detto ed alla luce del racconto liviano, è possibile ora ricostruire i momenti salienti della sfortunata impresa di Cleonimo, dal suo arrivo sulle coste dei Veneti alla sua rovinosa fuga.Il principe spartano, venuto a conoscenza della situazione ambientale e superata la Bocca di Malamocco, attraversa con la sua flotta gli spazi lagunari, che si stendono alle spalle di questa, fino a raggiungere la foce del maggiore ramo del fiume Brenta. Il corso d’acqua nel quale si inoltre è navigabile ma non sufficiente ad accogliere le sue pesanti navi e quindi, dopo un breve percorso (via Bastie Grandi fino a Porto Menai) è costretto a fermarsi. Ordina allora ad uno stuolo di armati di salire su imbarcazioni più leggere, che procedono oltre e pervengono ad “una campagna popolata da tre villaggi dei Patavini, villaggi marittimi che coltivavano quel litorale” e qui approdano. Il luogo del loro sbarco dista XIV miglia da Padova, cioè 21 km, quanti intercorrono fra la città e la borgata di Porto Menai, dove per l’età romana è documentata la presenza di uno scalo portuale sulla sinistra del corso del Brenta, lungo la via, già presente in epoca paleoveneta, che conduce ad altino, l’Annia. Scesi su questa rive del fiume, gli Spartani iniziano l’opera di saccheggio spingendosi, a settentrione di questa, nella zona compresa fra Porto Menai e Mira Taglio dove sono da ubicare questi villaggi marittimi. (attuale via Brentelle). I Patavini intanto, venuti a conoscenza di quanto sta accadendo, si muovono contro gli invasori, dividendosi in due schiere: l’una, diretta al luogo dell’approdo (Porto Menai) l’altra contro i saccheggiatori (fra Porto Menai e Mira Taglio), i quali investiti dall’attacco improvviso e tagliati fuori dalle imbarcazioni, costrette a riparare sull’altra riva, sono presi fra due fuochi. L’azione dei Patavini si svolge dunque contro la flotta di Cleonimo, ancorata a tre miglia di distanza (presso Bastie Grandi). E qui si conclude il discorso di Livio, con i Greci che “più impegnati a fuggire verso il mare aperto che a opporre resistenza, vengono inseguiti fino alla foce del fiume; alcune navi nemiche, che l’ansia della fuga aveva cacciato nelle secche, sono prese e incendiate: infine i Patavini tornano vincitori”.
LIVIO, AB URBE CONDITA LIBER X, 2
<< Nello stesso anno una flotta greca agli ordini dello spartano Cleonimo approdò sulle coste italiche, andando a occupare la città di Turie nel territorio dei Sallentini. Fu inviato ad affrontarlo il console Emilio, che mise in fuga Cleonimo con un'unica battaglia, costringendolo a trovare riparo sulle navi. Turie venne così restituita ai suoi cittadini, e nel territorio sallentino ritornò la pace. In alcuni annali ho trovato che a essere inviato tra i Sallentini fu il dittatore Giunio Bubulco, e che Cleonimo lasciò l'Italia prima ancora che lo scontro coi Romani diventasse inevitabile. Dopo aver doppiato il capo di Brindisi ed esser stati spinti dai venti in mezzo all'Adriatico, temendo sulla sinistra le coste italiche prive di porti e sulla destra la presenza di Illiri, Liburni e Istri (popoli bellicosi e di pessima fama perché dediti alla pirateria), avanzarono fino alle coste abitate dai Veneti. Lì Cleonimo, dopo aver sbarcato alcuni uomini col cómpito di esplorare la zona, ricevette queste informazioni: che c'era una sottile striscia di terra oltre la quale si aprivano lagune alimentate dall'acqua del mare; che si vedevano lì vicino campagne pianeggianti e, poco oltre, colline; che inoltre avevano individuato la foce di un fiume molto profondo dov'era possibile ormeggiare le navi in maniera sicura (il fiume era il Brenta). Allora Cleonimo ordinò di trasferire la flotta in quella zona risalendo la corrente. Poiché il letto del fiume non permetteva il passaggio delle navi più pesanti, la massa degli uomini armati si trasferì sulle imbarcazioni più leggere e arrivò in una zona molto abitata, dov'erano stanziate tre tribù marittime di Patavini. Sbarcati in quel punto, dopo aver lasciato una piccola guarnigione di presidio alle navi, espugnarono i villaggi, incendiarono le abitazioni, portarono via uomini e animali, allontanandosi sempre più dalle navi nella prospettiva di ulteriore bottino. Quando a Padova arrivò la notizia di ciò che stava succedendo, gli abitanti, costretti a un perenne allarme dalla minaccia dei Galli, divisero le proprie forze in due contingenti. Il primo si portò nella zona in cui erano stati segnalate le incursioni nemiche, l'altro, seguendo un percorso diverso per non incontrare gli avversari, si diresse invece verso il punto in cui erano ancorate le navi, a quattordici miglia dalla città. Eliminati gli uomini di guardia con un attacco di sorpresa, si riversarono sulle navi, costringendo i marinai a spostarle sulla sponda opposta del fiume. Anche lo scontro sulla terraferma contro gli autori dei saccheggi ebbe esito positivo. E mentre i Greci cercavano scampo in direzione delle navi, vennero affrontati dall'altro contingente di Veneti, che li accerchiò e massacrò. Alcuni prigionieri rivelarono che la flotta col re Cleonimo si trovava a tre miglia di distanza. Così, dopo aver lasciato i prigionieri in un villaggio dei dintorni perché fossero sorvegliati, i Patavini, imbarcandosi parte su battelli da fiume costruiti apposta col fondo piatto per affrontare i bassi fondali delle lagune, e parte invece sulle imbarcazioni sottratte ai Greci, raggiunsero la flotta nemica, circondandone le navi rimaste immobili per paura del fondale sconosciuto più che del nemico. E mentre i Greci fuggivano verso il largo senza nemmeno cercare di opporre resistenza, i Patavini li inseguirono fino alla foce del fiume, e dopo aver strappato loro e incendiato alcune delle navi finite, nella grande confusione, sui banchi di sabbia, rientrarono vincitori. Cleonimo se ne partì con soltanto un quinto della flotta intatto, senza aver raccolto alcun risultato in nessuna parte dell'Adriatico. A Padova ci sono ancora oggi molte persone che hanno visto i rostri delle navi e le spoglie spartane appese nel vecchio santuario di Giunone. A ricordo di quella battaglia fluviale, nel giorno in cui essa fu combattuta si tengono oggi solenni gare di navi lungo il fiume che scorre attraverso la città.>>
Bibliografia:
Bosio L. 1987,I fiumi dell’antico Veneto, in Corsi d’acqua, Padova, pag.7 ss.
Bosio L. 1991, Le strade romane della Venetia e dell’HIstria, Padova.
Marchiori A. 1986, Un tratto di strada romana ai margini occidentali della laguna di Venezia (area Malcontenta) : da una foto interpretazione il contributo per un’analisi territoriale, in QdAV, II, p.140, ss.
Olivieri D, 1961, Toponomastica Veneta, Venezia-Roma.
Pellegrini G.B. 1987, Ricerche di toponomastica veneta, Padova.
Pesavento Mattioli S. 1986, Le prime sette miglia della strada romana da Padova ad Altino in QdAV, II, p.126 ss.
PUBBLICATO SULLA RIVISTA HELLENISMO:
http://www.academia.edu/3673604/Rivista_Hellenismo-_Thargelion_2789.
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