Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

giovedì 29 giugno 2023

DIVINITA' VENETE E ROMANE, IL PASSAGGIO CULTURALE

                                                 appunti di ricerca a cura di Elena Righetto 

Nel corso del II e I secolo a.C. l’assetto poleografico dell’Italia nord-orientale mutò e si differenziò infatti un buon numero di abitati mantennero anche in epoca romana quella stessa importanza sociale e politica che avevano precedentemente pur evolvendosi nell'urbanistica. I principali insediamenti attivi nella piena età del Ferro, in buona parte ‘castellieri’ con cinta a terrapieno o con muratura a secco, hanno origine infatti o nel Bronzo recente o nel Bronzo finale. Durante la romanizzazione, le località divennero sede di fora, vici e castella, alcuni dei quali destinati a conseguire col tempo la piena autonomia territorio veneto, coinvolto tra II e I secolo a.C. nel grande programma di realizzazione di viae publicae, come l’Annia, la Postumia, la Popilia. L'utilizzo  convenzionale del termine ‘romanizzazione’ per definire un periodo compreso tra il 225 a.C. e il 49 o 42 a.C., intende il periodo compreso tra la guerra gallica e gli anni che videro la completa estensione della cittadinanza alle popolazioni ancora provinciali della Gallia Cisalpina e l’annessione di questa all’Italia Si intende, infatti, per ‘romanizzazione’ l’integrazione tra le popolazioni indigene e i Romani esito di un complesso processo di carattere militare, politico-istituzionale, economico e culturale che si attuò secondo modalità piuttosto diversificate 1

L’istituzione di culti e la monumentalizzazione o la creazione ex-novo di nuovi luoghi sacri si configurò, come il più potente veicolo dei messaggi ideologici e culturali promossi dal potere politico.  La ricerca archeologica analizza il rapporto tra strutture e/o spazi del sacro e rituali dei singoli culti, consentendo così di attribuire con maggiore facilità materiale votivo e ambienti santuariali a specifici riti. Tuttavia non sempre è possibile ricavare da un nome in lingua non latina l’eventuale corrispettivo romano o cogliere appieno la personalità di una divinità indigena della quale si conosce solo il nome latino.   Importante è anche l'analisi della distribuzione spaziale dei santuari; l’edilizia sacra era, infatti, parte integrante della pianificazione urbana e rivestiva un significato politico e sociale, oltre che religioso, di primaria importanza. Ogni santuario aveva la sua funzione, la sua specificità e particolarità d'utilizzo. I santuari e i luoghi di culto non erano tutti uguali fra loro e assumevano diverse funzioni. Fonti greche e romane descrivono i ‘luoghi di culto’ italici come inscindibilmente legati all’elemento naturale, sia esso un monte, un lago, un bosco etc.; raramente, e perlopiù incidentalmente, l’attenzione è rivolta alle strutture permanenti e agli edifici di culto e nel Veneto preromano con ‘santuario’ o ‘luogo di culto’ si intende uno spazio strutturato, o definito da cippi confinari. Con i termini «stipe votiva, complesso votivo, deposito votivo», insiemi di oggetti la cui deposizione può essere o meno unitaria. Per Capuis 1993, pp. 86-87, invece, sarebbe preferibile adottare ‘stipe votiva’, come risultato di un atto di culto unitario, mentre ‘deposito’ o ‘complesso votivo’, come testimonianza di offerte reiterate nel tempo e quindi indicative di un vero e proprio ‘luogo di culto’, o di un accumulo intenzionale di votivi, e dunque in qualche modo equivalente a favissa. L’uso ambiguo del termine ‘deposito’, ha costretto a distinguere, in un recente contributo dedicato al santuario altinate di Fornace, tra deposito rituale, inteso come «seppellimento dei resti di un sacrificio (…) uniti a quelli dei manufatti usati per il rito», deposito votivo, «seppellimento di un complesso di materiali offerti come atto di devozione alla divinità», fossa di scarico, «seppellimento definitivo di materiale eterogeneo, originariamente esposto nello spazio sacro, quindi un deposito secondario esito di periodiche attività di manutenzione»,. 2 Anche in epoca di avvenuta romanizzazione e conseguente costruzione monumentale, i luoghi di culto veneti non raggiunsero mai esiti architettonici rilevanti per il permanere di forme di religiosità legate al mondo naturale, in cui gli elementi paesaggistici costituivano i limiti dell’area sacra, o all’atteggiamento di ‘conservazione’ identitaria proprio dei Veneti e ad una sorta di riluttanza a farsi influenzare dalla vicina area etrusco-padana.

Alcuni sporadici esempi di divinità e assimilazioni 


Bonae- Menti / Atamenti: da due rilevanti documenti epigrafici aquileiesi, datati, per le caratteristiche paleografiche, tra la fine del II e gli inizi del I secolo a.C., riportano in un caso la formula Bonai/Menti e nell’altro il teonimo Atamenti. Frutto dell’associazione tra il prefisso qualitativo celtico ata- e il sostantivo mens. S Considerato che il più antico ambito di competenza religiosa di Mens era quello legato al metus punicus e gallicus della guerra annibalica, si è ritenuto altamente probabile che la divinità fosse chiamata, dalla comunità aquileiese, a garanzia di protezione dall’imminente ‘pericolo gallico’. 

Altno – Altino – Giove : Nell'area santuariale dell'emporio di Altino è stato ritrovato un frammento di iscrizione marmorea, con riferimento a Giove, datata, su base paleografica, alla prima metà del I secolo d.C. L’iscrizione non solo confermerebbe l’avvio di un processo di monumentalizzazione della struttura templare nella prima età imperiale, ma anche un mutamento nella titolarità stessa del complesso, ovvero da Altno-Altino a Giove anche se il momento preciso in cui avvenne il passaggio dalla divinità indigena altinate al leader del pantheon romano rimane ignoto.

Belatukdro: Belenus altinate, Beleno, dio di sostrato e legato alla sanatio, come Ercole 

Ecate, Reitia, Libera/Kore, Artemide, Hera : I dischi bronzei rinvenuti nel Veneto orientale (Montebelluna, Musile di Piave, Paderno di Ponzano Veneto) recano incisa una figura femminile ammantata di profilo a sinistra, clavigera, circondata da animali sacri quali il lupo o l'oca e elementi decorativi floreali. I dischi bronzei si dividono in due serie: quelli con la dea clavigera e quelli con figure maschili/militari e la zona geografica interessata dai rinvenimenti è quella posta tra la pianura medio-alta del Veneto orientale, con epicentro a Padova, l’area lagunare e la valle del Piave. Questo comparto territoriale, per l’accentuata presenza di ex-voto, bronzetti, dischi a soggetto muliebre, è stato definito come un «anomalo cuneo» di epifanie femminili, entro un’area connotata da una cultualità prevalentemente maschile.  3 Il disco non sarebbe un ex-voto ma una vera e propria immagine di culto da venerare in un santuario agreste o in un compitum. La presenza  dei dischi votivi tra tarda età repubblicana e primo imperiale è stata variamente interpretata. Anche se non esclude la possibilità di una deposizione secondaria, Loredana Capuis propende per una produzione di tipo conservativo propria dell’artigianato votivo Veneto tra I secolo a.C. e I secolo d.C., quando pur ormai in fase di piena romanizzazione i Veneti vollero mantenere la propria dimensione identitaria anche con il ricorso a iconografie tradizionali. 4 5

Minerva: Altopiano carsico, Manerba sul Garda, Sirmione,  Patavium, Este, 

Ercole: Ercole nel forum pequarium di Aquileia, oracolo di Gerione  a Montegrotto Terme

Aponus- Apollo : Abano- Montegrotto Terme (Aponus Thermae), Monte Altare

Tribusjiat/ Trumusjate/ Trimusiatei/ Icathein: Mercurio/ Hermes/ Ecate/ Apollo. Santuario di Lagole Calalzo di Cadore

Bona Dea: Tergeste (Trieste) 

Dioscuri: Fonti del Timavo, Lagole, Este

Iside e Serapide: Trieste (chiesa di San Giusto)

Feronia, Nemesis: Aquileia 

Reitia: Santuario di Este, Santuario di Patavium, tramutata in Minerva (Este) e Giunone (Padova), Montebelluna, Monte Altare


NOTE 

1) In area venetica è noto che una efficace romanizzazione si produsse già con l’alleanza del 225 a.C. tra Veneti, Cenomani e Romani. La proposta di un’alleanza tra Romani e Veneti già in atto intorno al 390 a.C. oggi è sostenuta da pochi. L’ipotesi si basa sull’interpretazione di un passo di Polibio (Plb. 2.18.3), secondo il quale i Galli di Brenno avrebbero abbandonato Roma per tornare a difendere le sedi padane attaccate dai Veneti, sul tema cfr. Bandelli 1985a, p. 18, nt. 33. Rapporti (forse veri e propri foedera) furono invece stabiliti con certezza nella seconda metà del III secolo a.C., intorno agli anni 238-236 a.C., quando l’esercito romano si trovò ad operare nei territori confinanti con quelli dei Cenomani e dei Veneti. A ciò conseguì la symmachia documentata per la guerra gallica del 225-222 a.C. e, probabilmente, attiva anche in occasione della resistenza annibalica. Da questo momento le relazioni tra Roma, Veneti e Cenomani si mantennero, almeno formalmente, buone, (cfr. Capuis 1998, p. 104 «pur in quel [apparente?] rapporto di amicitia»), con l’eccezione di due brevi crisi dei Cenomani (Plb. 2.23.2-3, Str. 5.1.9).

2) Capuis, Gambacurta, Tirelli 2009, p. 40

3)Gambacurta, Capuis 1998, pp. 113-115, Capuis 1999a, pp. 155, 160, 162, Capuis 2002, p. 246. 75 cfr. Gambacurta, Capuis 1998, pp. 115-118.

4) Gambacurta, Capuis 1998, p. 113

5) Emanuela Murgia Culti e romanizzazione Resistenze, continuità, trasformazioni Edizioni Università di Trieste 2013

Gambacurta, Capuis 1998, pp. 113-115, Capuis 1999a, pp. 155, 160, 162, Capuis 2002, p. 246. 75 cfr. Gambacurta, Capuis 1998, pp. 115-118.

lunedì 6 marzo 2023

CORSO di STORIA DELLE TRADIZIONI POPOLARI VENETE

 Il programma del corso si basa sullo studio storico dall' evoluzione dei culti pagani Venetico/romani alle festività della ruota dell'anno nella loro evoluzione nelle tradizioni cristiane del folklore popolare.
Durante la lezione vi verranno forniti i materiali utili per la lezione, altre volte invece seguiremo insieme delle slides riassuntive in power point. Alla fine del corso vi verrà fornito l'elenco bibliografico dei testi più importanti da leggere per approfondire le tematiche trattate.
ARGOMENTI
-Panoramica storica dei Veneti Antichi e passaggio alla romanizzazione.
- La religiosità pagana nel territorio del Veneto Orientale.
- Divinità e ritualità arcaiche.
- Dal paganesimo al cristianesimo: la mutatio deorum.
- Il passaggio dei rituali pagani alle tradizioni cristiane popolari.
- Le feste cristiane con origine pagana.
- Streghe ed esseri fantastici dell'immaginario nel folklore popolare.
In collaborazione con

INFO & ISCRIZIONI : righetto.elena@gmail.com


sabato 4 marzo 2023

La Bauta, misteriosa e infera maschera Veneziana.



 Cosa si nasconde dietro la figura della famosa Bauta? Come mai era utilizzata a Venezia? Quali sono le sue origini pagane? Nel mio libro vi spiegheró anche perché la Bauta era collegata al Dio degli Inferi e dei morti, Ade e anche a una della figure più famose del mondo... ARLECCHINO... 

In questo post oggi vi racconto una minima parte della sua storia che potrete trovare in versione completa nel mio libro CALENDARIO TRADIZIONALE VENETO PAGANO. 

.... La Bauta, detta anche Larva o Volto è la maschera indossata per questo travestimento perlopiù bianca, forse ricollegandosi all'etimologia latina che significa maschera o fantasma. Mantellina e Larva erano sorrette dal tricorno, cappello a tre punte nero, che non si levava neppure in segno di saluto. Il mantello nero anch'esso, lungo, raddoppiava sopra le spalle. Era di panno o di seta secondo le stagioni, nero, rosso o chiaro. Fu sostituito in seguito dal tabarro utile a nascondere sia gli abiti eleganti che i gioielli, proibiti dalle leggi suntuarie. La parola Bauta invece secondo il dizionario etimologico Veneto-italiano deriverebbe da "babau" una parola per far paura ai bambini, dato che era usata dalla polizia notturna Veneziana, le armi segrete della Serenissima, i Signori di Notte al Criminal, che celati nel loro anonimato, potevano svolgere le loro funzioni di magistrati criminali senza essere riconosciuti, è  una maschera priva di sguardo e sentimenti, annulla il proprio volto e la propria identità, celandosi alla natura e al mondo. Non lascia trapelare nulla, è il perfetto velamento del proprio Sé. Rappresenta la negazione di quella parte più sensibile ed emotiva della nostra personalità in funzione di un falso sé, neutro e misterioso, che la rende così invulnerabile. 

Tratto da: Calendario tradizionale veneto pagano di Elena Righetto. 

©️ Elena Righetto, tutti i diritti riservati ai proprietari di testi e immagini. Riproduzione vietata. Testo coperto da copyright.


©️Immagini tratte dal progetto artistico, culturale e di rivisitazione storica I Signori di Notte al Criminal. 




mercoledì 1 marzo 2023

Il Bàtar Marso : un'antica festa pagana del Veneto rurale.

 

"...par svejar fora i spirìti de la tera e farghe corajo a la rinàssita de la natura, cantando e sonando, so 'l finir de febraro che xe in ùltima l'inverno....

...vegnì fora xente, vegnì in strada a far casoto, a bàtare marso co' racole, sbàtole, ranéle, bandòti, cerci, tece e pegnate....vegnì, xente.” . .


PER LEGGERE IL TESTO INTEGRALE ➡️ Calendario tradizionale veneto pagano di Elena Righetto

Shop on ~ Intermedia Edizioni 

©️ Copyright Elena Righetto. Vietata la riproduzione anche parziale del documento. Tutti i diritti sono riservati .



Il primo marzo era considerato dunque il capodanno, il primo giorno dell’anno produttivo, agricolo, legale non solo a Roma antica ma anche per tutta la durata della Repubblica Serenissima. Inizialmente era fissato il 25 marzo giorno della fondazione di Venezia ma successivamente la data fu cambiata nonostante l’introduzione del calendario gregoriano, continuò a dividere l’anno in 10 mesi, tanto che nei documenti ufficiali le date riportavano la dicitura “more veneto”, cioè “secondo l’uso veneto”. Il “ciamar marso” il “bati marso” dunque è un’usanza praticata dai nostri avi e dai nostri nonni di totale retaggio pagano legato ai rituali come abbiamo visto, dedicati a Marte, alla Potnia  Thèron Reitia/ Cybele per evocare il risveglio della natura e l’abbondanza dei frutti. Nel giorno prima del plenilunio che si manifestava dopo il primo di marzo un uomo vestito di pelli, chiamato Mamurio Veturio (il vecchio Marte), che significava il marzo dell'anno precedente era cacciato fuori della città a bastonate. In questa festa avveniva un vero e proprio “fidanzamento pubblico” proprio come durante le calende di marzo in epoca romana e si può supporre che in seguito si siano associati i cosiddetti maridozi, probabilmente perché erano un po' di conseguenza di quest'esplosione giovanile. Consistevano in grida di proposte in burlesco di abbinamento matrimoniale, sempre la sera del primo marzo, sotto la casa delle giovani da marito. Anche nel veronese a tradizione vuole che ci si trovasse all’imbrunire, in due o più gruppi, in luoghi prestabiliti, accompagnati dal frastuono di trombe, corni, barattoli e anche dallo sparo di fucili per scambiarsi alternativamente cantilene e filastrocche che prendevano in giro personaggi noti del paese, costruendo improbabili coppie e altrettanto impensabili matrimoni, fra impenitenti scapoli e zitelle, ma anche fra vedovi e giovani ragazze. Il rito esorcizzava la cacciata dei demoni e propiziare una nuova e feconda stagione, occasione per invitare le ragazze in età da marito a rompere gli indugi e scegliere il futuro sposo con cui metter su famiglia.

(...)


Immaginazione e spirito goliardico creano accostamenti improponibili e del tutto inventati per provocare. Dunque il batar marso veneto avveniva esattamente come un rituale pagano compiuto dai bambini che correvano per la città di Venezia e per i paesi dell’entroterra battendo violentemente pentole, piatti, “bussolotti”, lamiere  per fare più rumore possibile e ridestare la natura dal suo torpore invernale. In campagna si usavano i vecchi vomeri degli aratri appesi sui rami delle piante o sui filari nei campi, ricordo degli “oscilla” paleoveneti, le offerte appese appunto alle fronde, e venivano percossi rumorosamente al grido di “Bati fora marso, che aprìl xe qua!” In alcune zone rurali, l'ultima sera di febbraio: gli osadori (urlatori) partono da punti diversi del paese e in corteo, sbattendo pentole, bidoni e coperchi, convergono in piazza, dove attendono le autorità. 


domenica 26 febbraio 2023

Marzo ~ tradizione pagana e veneta


 ~ MARZO ~

• Marzo era il mese dedicato a Mars, Marte, dio in origine fecondatore e protettore dei confini sacri, che si rivelava battagliero nel momento in cui questi confini dovevano essere difesi e protetti. Era il dio fecondatore dunque delle messi e dell‟energia maschile in quanto tale, l'inno antico lo chiama Marmor, “splendente e luccicante”, forza riproduttiva della natura primaverile, e “gradivus” “fecondatore della vegetazione”.

• Perché per i Veneti era così importante l‟idea di Mars/Mamor?

I suoi animali sacri erano in realtà simili a quelli di Reitia e cioè il lupo e il cavallo (oltre al picchio) e la sua pianta sacra oltre al fico era la quercia, sacra anche ad Ecate e a Reitia appunto. La quercia contiene dunque il fuoco del dio: colline e boschetti colpiti dal fulmine venivano venerati e a volte diventavano santuari.  Come Janus è anch' egli dio degli inizi, ma intesi come lo sbocciare delle cose, mondo antico iniziavano infatti proprio  durante il mese di marzo (dai germogli primaverili alla pubertà, alle attività agricole e belliche). Per tutta la durata della Serenissima Repubblica, l'anno inizia a a marzo e si parla di "more veneto" il Bati marzo a cui verrà dedicato un post apposito nei prossimi giorni.

• Era anche il condottiero delle “primavere sacre”, in cui i giovani in gruppo lasciavano le loro tribus per fondare altre città o gruppi stabili. In epoca tarda, Mars fu associato con la dea Bellona cui nome deriva dal sostantivo “bellum” e cioè guerra e successivamente si fuse con una divinità orientale onorata attraverso danze estatiche ed orgiastiche, i cui adepti entravano in uno stato “estatico” ed il loro tempio era chiamato “fanaticum” da cui il termine “fanatico”. Bellona è rappresentata alla guida di un carro da guerra di Mars Pater. 


©️Copyright Elena Righetto - autrice.

Tutti i diritti riservati ai proprietari di testi e immagini. Riproduzione vietata. 


Per approfondire:

▪️Dɪᴠɪɴɪᴛᴀ̀ ʀɪᴛᴜᴀʟɪ ᴇ ᴍᴀɢɪᴀ ɴᴇʟʟ'ᴀɴᴛɪᴄᴏ Vᴇɴᴇᴛᴏ.


▪️Cᴀʟᴇɴᴅᴀʀɪᴏ ᴛʀᴀᴅɪᴢɪᴏɴᴀʟᴇ ᴠᴇɴᴇᴛᴏ ᴘᴀɢᴀɴᴏ.


Righetto Elena per Intermedia Edizioni

Disponibili negli store online e nelle librerie più fornite.



giovedì 23 febbraio 2023

I Signori di Notte al Criminal e le misteriose "Danze Notturne"

 

LE DANZE NOTTURNE 



I Signori di Notte dovevano, dopo una delibera del 22 febbraio del 1338 del Maggior Consiglio, controllare che per le strade non vi fossero persone che indossavano travestimenti. Questo ci fa notare come essi non fossero dei semplici magistrati e neppure degli altrettanto semplici poliziotti notturni. La loro figura rappresentava una perfetta e anche pittoresca crasi di entrambe le professioni. In questa delibera dunque erano obbligati a girare per le strade di Venezia, dal suono della terza campana fino al mattino, per fermare chiunque fosse
“transvestita per modum inhonestum sub pena librarum X, parvorum pro qualibet persona contrafacientes et qualibet vice”. Questa legge del Maggior Consiglio venne stilata nel periodo del Carnevale: probabilmente c’era chi esagerava con i travestimenti, andando troppo fuori dagli schemi di ciò che era considerato lecito in queste circostanze. È facile immaginare come il fatto che una maschera celasse l’identità di chi commetteva delle illegalità contribuisse a farli sfuggire alla giustizia con maggior facilità. Nel 1500 fecero la loro comparsa delle misteriose “danze notturne”, perseguite con leggi emanate nel 1520, 1540 e 1567: veniva data ai Signori di Notte la facoltà nonché un
La morte e il Signor di Notte - opera di Davide Schileo per la copertina del mio libro. Ispirata da i moderni Signori di Notte, Aspides e Corax, per il nostro progetto di rivisitazione storica. 



“necessario et immediato obligo” di controllare ogni vagabondo che gironzolasse di notte nonché di fermare queste “danze” che avvenivano in determinate notti dell’anno. I documenti purtroppo non ci sono d’aiuto in questo: infatti non viene specificato quali danze fossero, che tipologia di persone vi partecipasse, dove si svolgessero e in che modo avvenissero gli arresti. Sappiamo per certo che si temevano gli addensamenti spontanei di persone in quanto potevano creare disordine pubblico, intralcio e scoppi di violenze.

Che fossero dei ritrovi sabbatici? O forse delle “danze stregonesche” per le quali non era lecito lasciare documentazione precisa? Qualche risposta alle perplessità la ritroviamo nei decreti contro la stregoneria popolare e i malefici.

TRATTO DA : I Signori di Notte al Criminal, la polizia notturna della Serenissima - di Righetto Elena

domenica 19 febbraio 2023

Calendario tradizionale veneto pagano

Presentazione dell'opera di Elena Righetto

     


Nella nostra civiltà postmoderna, scientifica, secolarizzata, laica e razionalista vediamo con qualche sorpresa riemergere e diffondersi la tendenza a ripristinare quell’orientamento mentale già proprio di antiche civiltà e di società che tendiamo a etichettare come “primitive” e che salda insieme in un nodo indissolubile religione, vita agreste, magia e guarigione. Nelle antiche civiltà precristiane e in molte culture anche contemporanee, al medico spetto il ruolo sacerdote di un culto divino e nelle società tradizionali spetta tutt’oggi a un operatore di magia e rituali religiosi il compito di diagnosticare curare e guarire malattie, che si tratti di un medico-mago o d’un sacerdote ispirato dagli dei o uno sciamano avente rapporti esoterici con gli spiriti. L’Occidente cristiano non è da meno e il corrispondente orientamento mentale ha acquisito nel corso dei secoli e dei millenni un’espansione non solo a livello di religiosità popolare con culti terapeutici ed agresti dedicati ai santi o alla Madonna cui chiedere aiuto e sollievo, con una sorta di “ritorno al sacro” che decisamente ha poco di valenza cristiana e monoteistica. La storia della ritualistica popolare legata al culto agreste e lo seguire pedissequamente quelle stesse impostazioni date dalla natura stessa delle scadenze calendariali e delle terapie magico-sacrali esige un chiarimento preliminare circa i livelli culturali dalle quali esse derivano e nei quali sono costantemente inserite. La documentazione raccolta in questo studio indica che la loro origine e il loro sviluppo vanno ricercati in ambito che sarebbe impreciso designare come “popolare”: questo sistema di “credenze” e tradizioni, potentemente ancorate nel territorio, si sono formate in un area intermedia fra il culto e il subalterno, con scambi continui fra l’elaborazione dotta e un patrimonio culturale che va assegnato alle “genti” europee.


Un tempo, nel Veneto rurale e in altre zone d’Italia, quando l’assistenza medica era precaria o costosa, per i rimedi semplici si ricorreva alle cure familiari o ci si rivolgeva ai “botani”, o alle pericolose “herbere” a mezzo fra guaritrici e streghe e molto spesso il rifiutare l’idea della malattia o della morte faceva nascere l’unica spiegazione che fossero causate da entità maligne o da altre motivazioni sovrannaturali. Il legame fra “mente, corpo, spirito” era indissolubile, legato alla consapevolezza di far parte della Natura e di seguire perciò i suoi dettami. I sospetti di “maledizioni “ o “fatture” spingevano a consultare un esperto guaritore o guaritrice, terapeuti popolari che apprendevano i segreti dagli anziani nella magica notte di Natale e ricevevano i poteri taumaturgici dal “maestro” o dalla “maestra” in punto di morte: era infatti questo l’unico modo di trasmettere le formule, le “segnature” e le preghiere guaritrici. Le sacerdotesse nei santuari dedicati alla dea veneta Reitia erano delle guaritrici e i rituali che venivano svolti erano di natura religioso-taumaturgica, ben prima del sincretismo culturale con i romani. I poteri misteriosi attraverso la loro trasmissione iniziatica magica conferivano ai guaritori e alle numerose guaritrici una precisa funzione nella comunità ma ciò non li sottraeva al sospetto che le loro conoscenze positive potessero a seconda dei casi mutarsi in negative. L’ambivalenza tuttavia che caratterizza queste peculiari figure è data da una demonizzazione avvenuta in epoca cristiana, quando la violenta imposizione della religione di stampo abramitico si è inserita in un substrato totalmente opposto alla mentalità tipica delle religioni pagane antiche. Aborrendo obbligatoriamente la forma mentis popolare, il cristianesimo ha tentato per millenni d’integrare la cultura indoeuropea creando così figure al limite fra entrambe le visioni del mondo e della spiritualità, spesso demonizzandole. La demonizzazione culturale è una tecnica retorica e ideologica della propaganda e della disinformazione, o alterazione dei fatti e delle descrizioni finalizzata al presentare culture e tradizioni precedenti come fondamentalmente malvagie, deleterie e pericolose, produce così un'immagine deliberatamente negativa e manipolatoria. Piuttosto che rifiutare l'esistenza di altre religioni politeistiche, il proselita afferma che non ci sono divinità ma demoni che adescano i propri adepti e mentre Il politeismo facilmente accetta divinità straniere integrandole nel proprio “pantheon”, per le religioni abramitico-monoteiste le divinità straniere sono ritratte come entità corrotte piuttosto che idoli potenti. Le persecuzioni dei pagani nell'Impero romano già cristianizzato, furono quelle azioni di intolleranza, discriminazione, oppressione e violenza religiosa che portarono alla progressiva sostituzione del cristianesimo alle religioni politeiste, sia indigene che straniere, avvenute soprattutto durante gli anni che segnarono la caduta dell'Impero romano d'Occidente, nel corso del IV secolo d.C. Il termine "paganesimo" indica quelle religioni, specialmente quelle proprie della Grecia antica e della Roma antica, viste in opposizione al cristianesimo e il termine "pagano” deriva a sua volta dal latino pagānu(m) dal termine pāgus (villaggio) dove indica il "civile", il "campagnolo", contrapposto al "militare". Quindi i “pagani” erano gli abitanti delle zone rurali, in opposizione ai centri delle amministrazioni dell'Impero romano e, a differenza di questi che celebrano il culto imperiale, quelli celebrano i culti locali. Dopo l'affermazione del cristianesimo quindi i seguaci della religione antica si erano generalmente riuniti nelle campagne, lontano dalla vita cittadina ormai divenuta filo cristiana ed in origine erano perciò le persone che, abitando nei pagi, tendevano a mantenere uno stile di vita rurale, oltre a non entrare in contatto con gli sviluppi culturali e politici dello Stato. In talune zone orientali dell'impero alcuni templi pagani furono oggetto di distruzione violenta da parte di fanatici cristiani. In qualche circostanza le stesse autorità imperiali furono conniventi e nel corso dei secoli l'atteggiamento verso i templi pagani cambiò gradualmente; inizialmente distrutti, quelli superstiti vennero in seguito adibiti ad altri usi sia per il desiderio di esorcizzare i luoghi di antichi culti che per imporre la presenza della nuova religione a livello capillare partendo dalle grandi città fino a raggiungere i remoti paesini rurali. Nonostante le religioni pagane non venissero più praticate dopo il IV secolo, il cristianesimo fece proprie, adattandole, alcune tradizioni radicate in epoca pre-cristiana come ad esempio la data della nascita di Gesù che sostituì il “Dies Natalis Solis Invicti", il giorno della nascita dell'antica divinità del Sol Invictus e il culto dei santi che nel momento in cui la religione cristiana si espanse in terre dove si praticavano culti politeistici, i vari "dei protettori" divennero "santi patroni", e fu sancita per loro la venerazione. D’altra parte però non tutti i “pagani” si convertirono totalmente al cristianesimo e le tradizioni antiche si son tramandate in modo occulto e segreto per millenni, spesso anche a livello inconscio dagli stessi praticanti di “magia popolare”. La “vecchia religione”, la “strigarìa” esiste ed in grado tale che molti italiani e veneti ne rimarrebbero stupiti, perché è qualcosa di più di semplice “magia” ma qualcosa di meno rispetto ad una fede conclamata: consiste nelle rimanenze di una mitologia di “spiriti” che conservano i nomi e gli attributi delle principali divinità antiche. Molti contadini veneti, pur inconsapevolmente, fino a qualche anno fa, avevano familiarità con i resti degli “Incantesimi” o delle formule rituali, nella loro abile ripetizione ed esecuzione, mescolandoli con elementi prettamente cristiani.

Lo scopo di quest’opera dunque non è solamente quello di far conoscere ai lettori quali sono le origini pagane delle tradizioni popolari Venete ma anche di ricostruire con precisione e ordine, un calendario che possa unire in modo coerente, le tradizioni agresti, rurali, contadine e le festività religiose antiche che seguendo il decorrere delle stagioni e il concetto di “tempo circolare” proprio delle popolazioni arcaiche e indoeuropee, hanno determinato e tutt’oggi segnano le tappe della vita pubblica, privata naturale. Come primo passo è necessario contestualizzare correttamente la zona di nostro interesse partendo quindi da una breve storia delle origini dei Veneti e la loro concezione religiosa, supportata da prove archeologico-documentarie per poi procedere alla presa in esame, mese per mese, del calendario rurale e pagano. Il fattore determinante per tentare di arginare, per quanto possibile, la tremenda piaga della distruzione culturale e della perdita della tradizione orale è infatti il “ricordare”. Il ricordo è la forma più alta del concetto di “tramandare” e cioè il trasmettere nel tempo e da una generazione a un’altra, notizie, fatti, tradizioni, valori spirituali. Il territorio Veneto è ricco di ancestrali tradizioni pagane, celate ancor più rispetto alla religio pagana dei romani, dei greci e delle culture nordiche, perché non è stata mai recuperata dalla sua origine arcaica essendo mutila di fonti scritte. Pochissimi autori infatti hanno tentato in epoche recenti di attivarsi in modo divulgativo rispetto a questi argomenti, trovando spesso reticenze legate al loro enorme lavoro di ricerca storico-etnoantropologica, in quanto non essendo questa tipologia di studi etichettata come “necessaria” allo sviluppo tecnologico o scientifico dettato dall’età contemporanea e gli studi vengono bollati come superstiziosi o superflui. Sarebbe necessario invece recuperare questa memoria collettiva che affonda le sue origini in tempi antichissimi, immemori eppur attuali, con miti e cultura che regolano ancor oggi la nostra vita quotidiana. Dietro ai miti di fondazione delle città venete troviamo infatti la storia della distruzione di Troia e i “nostoi”, i viaggi di ritorno in Patria, degli eroi che parteciparono alla guerra cantata da Omero, molti miti greci e latini erano ambientati nelle terre dei Veneti ad indicarne l’importanza culturale ed economica in tutta l’Europa antica, essendo centro di scambio commerciale e punto di riferimento per la Via dell’ambra. L’importanza dei cavalli veneti e dell’allevamento equino che in molte zone si è perpetuato fino ai nostri giorni trae le sue origini dalle misteriose “cavalle dalla testa di lupo” e la stessa cultura contadina nasconde fra le sue usanze, rimanenze di culti religiosi di chiara derivazione paleoveneta, greca, celtica e romana. Il medesimo “capodanno veneto” cade a marzo esattamente come il capodanno romano e le “lumere” che si accendono ai davanzali delle case durante il periodo di Ognissanti mantengono la medesima funzione legata al culto dei morti da cui l’usanza trae origine. Il rogo della “Befana”, il “pan e vin”, i fuochi di Ferragosto e la “barca de san Piero” non sono altro che rituali pagano-contadini, come lo è il carnevale guidato dal dio-re degli inferi “Arlecchino” e la sua “caccia selvadega”, mentre a san Martino si onora ancora l’antica “dea Oca dai piedi palmati” mangiandone ritualmente le carni. Innumerevoli leggende si raccontano dalle Dolomiti alle coste venete legate ad entità acquatiche, strighe e Anguane, grotte spaventose che in realtà erano dei santuari ipogei spesso poi dedicati ai santi o alla Madonna, lo stesso san Giovanni assume l’aspetto dell’homo salvadego e i santi decembrini portatori di doni ricalcano la lotta simbolica fra le tenebre e la luce, fra il ritorno del dio Sole solstiziale e i “demoni” del caos. Importante è anche notare che fra i versi delle filastrocche e dei proverbi popolari sono celati studi di botanica, medicina, agraria ed astronomia popolare, i protagonisti delle leggende e delle favole non sono altri che gli antichi dei e le potentissime dee che governavano le terre dei Veneti antichi, i Venetkens e di cui l’archeologia ha dato innumerevoli prove. Il riscoprire e il riappropriarci dunque di quest’enorme patrimonio culturale che appartiene non solo ai Veneti moderni ma al mondo intero, è lo scopo di quest’opera .

⬇SHOP NOW⬇ 

STREGHE & GATTI A VENEZIA. Appunti per la conferenza a Este di domenica 12 febbraio 2023

 

Per le sue movenze eleganti, schive e soprattutto per essere così indipendente, il gatto anche a Venezia ma in tutto il Veneto è da sempre considerato parente del diavolo e nel bellunese chi lo uccideva veniva addirittura scomunicato oltre a incorrere in gravi disgrazie. Son risaputi i collegamenti che i popoli antichi facevano fra gatti e divinità (Freya, Bastet, Afrodite etc) e forse per questa parentela con il mondo dell'occulto si attribuisce al gatto una sorta di “immortalità” ritenendo che abbia sette vite e che sia possibile ucciderlo veramente colpendolo sul naso, mentre il suo punto di forza son i baffi. Anche la triste superstizione che il gatto nero porti sfortuna ha origine in un luogo comune che ha a che fare con una ragione di ordine pratico: di notte molte persone non vedendo l'animale inciampavano o cadevano, incolpando l'ignaro micio colpevole solo di mimetizzarsi con il buio. Proprio quest'ultima caratteristica, il manto nero, ha fatto associare la creatura con tutti gli animali considerati diabolici o demoniaci, che si nascondono e mimetizzano perfettamente nell'oscurità. Il trovarsi a proprio agio nelle tenebre o confondersi con esse fino a diventarne un tutt'uno ha per forza di cose associato il gatto nero con il male e la stregoneria, arte arcana e oscura per eccellenza. A riprova di ciò, tipico delle zone montane del bellunese è il “gato dai oci verdi” che appare improvvisamente sulla strada impedendo il passaggio a chi vorrebbe proseguire, lo fissa con gli occhi verdi, lo “incantesima” e se ne va. Una storiella che mi raccontava mio nonno avvenne a Mira Porte quando lui era piccolo, di un uomo che tornando a casa con il suo carretto diede una frustata a un gatto nero che stava in quel momento passando, uccidendolo. Tornato a casa, trovò “sora al portèo” quindi nel carretto, sette ossa di gatto. L'uomo morì dopo sette giorni. Si diceva anche che i gatti fossero messaggeri degli spiriti i quali non potendo farsi vedere dai vivi, abbiano trovato questo mezzo per comunicare la loro presenza. Un trucco utile per esorcizzare il passaggio dei gatti neri era togliersi una scarpa e lanciarla in modo da passare la traiettoria del gatto, fare le “corna” dietro la schiena o toccando un oggetto di ferro dicendo “Striga, va via che no te me strigarè” oppure semplicemente cambiare strada.

Anche a Venezia i gatti neri vennero associati alle streghe e alla stregoneria così nel corso dei secoli leggende su leggende si sono costruite in merito a questa tematica, ma la loro nomea negativa è anche legata ad un fatto storico. I turchi, acerrimi nemici dei Veneziani, erano soliti portare nelle loro navi dei gatti per cacciare i topi perciò dal XII secolo iniziò a farsi strada l'idea che avvistare un gatto corrispondeva, per analogia, all'arrivo di pirati o pericoli esterni.


Una leggenda popolare di Castello, a Venezia, racconta che la notte di sant'Agostino, fra il 27 e il 28 agosto, dai giardini dell'Arsenale si muovano in processione dieci donne, dirette all'albero di noce, ascoltino una lezione impartita da una strega anziana, sicuramente una capo congrega, e che poi si dirigano al vicino canale, chinando l'orecchio sinistro fino a sfiorare l'acqua sussurrando “ Dime acqua, svelame i to segreti...” . Si dice anche anche che per non essere scoperte, in tempi moderni si trasformino in dieci gatti.


A livello prettamente “magico” il gatto è considerato il “famiglio” della strega, l'aiuta nei suoi preparamenti magici e trova per lei gli ingredienti utili; usa infatti la sua eleganza e i suoi trucchetti per ingraziarsi le persone e smorzarne la diffidenza. La strega padrona può così operare al sicuro nella sua casa senza sospetti o chiacchiere, affiancata dal suo amico e guardiano complice che però ha anche la capacità di individuare gli spiriti nemici, i demoni malvagi e le forme oscure che s'insidiano fra le mura domestiche delle streghe per far loro del male o per sottrarre le formule magiche.

Una simpatica formuletta, si dice, venga pronunciata dalla strega per trasformarsi in gatto:

Quato, quato, arriva el gato, ocio de luze che ora riluze.

Gato mato, gato furbo nero nero e no me turbo.

Gato ti xe ti, gato son mi, vien qua me bel gàtin!”


Il pozzo delle streghe e il gatto

Questa leggenda è stata rintracciata non solo a Venezia ma anche a Trevenzuolo, citato anche dagli autori Zannoni e Muraro a Villa Rovereti Zurla nel veronese e nel pozzo circolare vicino a Dormegliara.

Una tradizione risalente al XV secolo vuole che le streghe si radunassero attorno al pozzo le notti di sabato per le loro “danze notturne”, ne ho parlato anche nel mio libro “I Signori di Notte al Criminal, la polizia notturna della Serenissima”. Al mattino non vi era traccia del loro passaggio (come invece accadeva attorno ai salici e ai noci in cui si notava il calpestio, la “pista” lasciata da questi rituali) tranne un persistente odore di zolfo. Nel pozzo di Dormegliara si racconta che un giovane ragazzo, preso da curiosità, una volto calatosi nel pozzo dovette risalire immediatamente a causa del calore infernale dell'acqua. Curiosamente questo pozzo presenta attualmente acqua a temperatura di circa 43°, forse segno di una falda termale sotterranea.

Anche a Venezia dunque si registra la presenza di questi “pozzi” infernali, chiaro riferimento al potere ctonio, sotterraneo dell'acqua, così preziosa nella città lagunare. Nel medioevo veneziano, Riva degli Schiavoni presentava una fisionomia totalmente diversa da quella attuale ed era coacervo abitativo di ogni sorta di mascalzone, povero e mendicante, insomma i bassifondi di Venezia si trovavano proprio li. Durante la prima decade del 1300, un certo Signor di Notte, Marco Donato, estese la sua “protezione” nei confronti di una striga che viveva in una capanna a due passi da Piazza San Marco. I magistrati dediti allo stanare i crimini notturni spesso si avvalevano dell'aiuto di questi personaggi scomodi dato che erano occhi e orecchie diretti dal popolo e in un periodo delicato come quello a ridosso della congiura di Bajamonte Tiepolo era fondamentale ascoltare i sussurri e il malcontento popolare.

Presumibilmente la leggenda è ambientata proprio in questa zona ormai completamente trasformata di Venezia e risale al XV secolo anche se sicuramente trae le sue fondamenta da episodi più antichi, trecenteschi. Un giovedì sera, mentre in un'osteria si stava discutendo di alcuni strani fatti che avvenivano nel pozzo del campo, entrò trafelatissimo un giovane uomo, pallido come un cencio, accompagnato da un vecchio anch'egli visibilmente scosso, che giurò di aver visto delle gatte trasformarsi in streghe e il vecchio mostrò il suo braccio sfregiato dallo stesso “Diavolo” per avvalorare la sua storia. All'udir quelle parole, un uomo con un occhi solo si alzò dal suo tavolo e s'intromise nella faccenda, dicendo che quelle erano solo fantasie di persone sciocche e superstiziose, probabilmente ubriache. Promise quindi di recarsi da solo al pozzo il giorno dopo, la sera del Venerdì Santo. Gli avventori dell'osteria tentarono di dissuaderlo ben consci che il Venerdì Santo è per tradizione una ricorrenza legata alle strighe e al Demonio ma l'uomo era risoluto. Il giorno seguente, gli avventori dell'osteria si accordarono per dare una lezione all'uomo con un occhio solo che aveva osato dubitare della loro parola e si radunarono in una calletta stretta che sbucava sul campo del pozzo. Attesero e allo scoccare della mezzanotte, dell'uomo con un occhio solo non vi era traccia. Improvvisamente però un grosso gatto nero attraversò il campo, balzò sull'anello della vera del pozzo e iniziò a miagolare terribilmente. La bocca del pozzo iniziò a vomitare rospi, gatti, cornacchie e altri animali che appena toccata terra si trasformarono in streghe e stregoni, attaccando i malcapitati che terrorizzati assistevano alla scena dalla calletta. Alcuni fuggirono per le calli, altri si gettarono in canale, chi terrorizzato rimase in attesa della sua fine. La lotta e la caccia degli “strighi” si fermò a causa di un altissimo miagolio che li fece sparire nuovamente nel pozzo da dov'erano usciti. Proprio allora la luna rischiarò il campo del pozzo illuminando il possente gatto nero che si ergeva maestoso sulla vera da pozzo. Un gatto con un occhio solo.

Come sempre le streghe son associate ai gatti neri e alla loro trasformazione in essi, retaggio di arcaici culti e pratiche sciamaniche in cui la praticante, sotto effetto spesso di sostanze psicotrope, compiva “viaggi” nel mondo degli spiriti e per farlo, la sua anima abbandonava il corpo dormiente per trasformarsi in vari animali-guida sciamanici. Per noi la tradizione è legata ovviamente ai racconti stregoneschi ma per altre tradizioni che ancor oggi seguono pratiche sciamaniche reali questo “viaggio” non è un'allegoria o una fantasia ma una reale pratica spirituale. Abbiamo prove che i “viaggi in spirito” avvenissero ancora fra Veneto e Friuli fino al Concilio di Trento (metà del 1500) quando tutte le pratiche di questo tipo furono bandite e demonizzate ufficialmente dalla Chiesa. Anche i Benandanti, una sorta di “stregoni” buoni sostenevano di andare in “viaggio” astrale o extracorporeo, durante le quattro tempora, a combattere contro le streghe e gli stregoni malvagi colpendoli con rami di sambuco e difendendosi dai rami di sorgo. Per sottrarsi a chi dava loro la caccia le streghe si trasformavano in gatti dopo essersi recate al sabba in quella forma per non essere riconosciute.


Come sappiamo un tempo le malattie anche comuni ai giorni d'oggi non avevano né spiegazione né risoluzione medica e ci si affidava agli esosi “cherusici” i medici dell'epoca e alle herbane, donne che applicavano la loro conoscenza di rimedi botanici e formule guaritrici propiziatorie in cambio di offerte per il loro servigio. Vi era un labile confine fra l'herbana e la striga, infatti quest'ultima non solo applicava le conoscenze erboristiche a fin di bene ma aveva anche la capacità di preparare e somministrare intrugli e veleni potenti. La Serenissima Repubblica, è bene ribadirlo, non si accanì mai contro le “streghe” in quanto presunte adoratrici del Demonio ma in quanto pericolose operatrici che potevano con le loro conoscenze pratiche danneggiare la salute pubblica.

Si racconta a Venezia che un nobile patrizio, disperato a causa dei frequenti attacchi d'asma serali del figlio e dato che poteva permetterselo, dopo aver consultato fior fiore di medici della città si decise a chiedere un consulto a una donna esperta di arti magiche. Dopo aver ascoltato attentamente la sintomatologia (dato che gli attacchi asmatici avvenivano sempre al momento di coricarsi) sentenziò che il piccolo era stato stregato e raccomandò al padre di osservare attentamente ciò che accadeva nella stanza da letto prima delle convulsioni. Il padre, pur scettico, con la perizia tipica dei Veneziani, annotò ogni particolare e si accorse in pochissimo tempo che ogni sera una gatta nera d'intrufolava silenziosamente in camera del figlio e al suo ingresso si manifestavano le crisi asmatiche del piccolo. Oggi come all'epoca, si spiegò questo fatto con un'allergia provocata dall'ingresso dall'animale, probabilmente randagio, scatenante l'asma, ma questa storia ha ben altro risvolto. La sera successiva infatti vennero sbarrate porte e finestre in modo da impedire all'animale di entrare e il piccolo dormì tranquillamente. Il nobile veneziano e sua moglie decisero di sopprimere l'animale tenendogli un agguato. Lasciata appositamente una finestra aperta, verso l'una di notte la gatta scavalcò il cancello del palazzo e balzò in camera entrando dalla finestra. Il padre rimase immobile e udì il figlio iniziare a tossire, confortato da sua madre, poi la gatta finalmente uscì ma fu prontamente bersagliata dal lancio di un pugnale affilato. Purtroppo a causa dell'oscurità il pugnale solamente ferì la bestia a una zampa anteriore e riuscì a fuggire, non tornando più. La faccenda venne dimenticata per mesi sennonché un giorno venne in visita un'anziana lontana zia della moglie che era solita visitare frequentemente il piccolo ma da qualche mese mancava all'appuntamento adducendo motivi di salute. La moglie preoccupata andò a farle visita senza preavviso e fu così che la trovò viva e vegeta ma con l'avambraccio destro amputato!



Appunti per la conferenza presso la sala Turi Fedele a Este, organizzata dalla libreria "La gatta del Petrarca" in data 12 febbraio 2023.