Esistevano collegi sacerdotali femminili nell'antico Veneto?
E cosa c'entrano i "Boschi Sacri" con Artemide?
Quali sono le testimonianze delle fonti archeologiche e letterarie?
Ecco un breve articolo divulgativo per voi.
-Dott.ssa Elena Righetto - (il materiale è coperto da diritto d'autore - VIETATO COPIARE).
L'epigrafia del Sacro costituisce la fonte primaria per la comprensione delle lingue frammentarie dell'Italia antica, rappresentando spesso l'unico veicolo per indagare il rapporto tra comunità, istituzioni e divino. In questo ambito, la lingua non è un semplice strumento di comunicazione, ma una componente fondamentale della religione stessa, capace di definire e "creare" lo spazio sacro attraverso formule rituali e designazioni tecniche.
Il Bosco Sacro (loukos): Tra archeologia e fonti greche
L'organizzazione dello spazio sacro poggia su concetti spaziali espressi da un lessico tecnico condiviso. Il termine loukos (latino lūcus) indica originariamente una radura o uno spazio di luce all'interno della fitta vegetazione, derivando dalla radice indoeuropea leuk- ("diventare chiaro", "luminoso"). Sebbene nascano come ambienti naturali, i lūci venivano istituzionalizzati attraverso delimitazioni legali sancite da documenti epigrafici. L'importanza di questi spazi nel Veneto è confermata dalle fonti greche. Strabone (V, 1, 9) riferisce esplicitamente dell'esistenza di sacri "alsē" (boschi o radure) dedicati ad Artemide Etolica e Giunone Argiva. Tali testimonianze suggeriscono che questi luoghi di culto, pur descritti con interpretazioni greche, affondassero le radici in realtà locali preesistenti, forse proprio dei loukoi. Inoltre, il riferimento di Livio (X, 2, 14) a un tempio di Giunone a Padova, che conservava i resti di una vittoria navale del 302 a.C., indica la persistenza di questi centri cultuali arcaici.
Il Cippo entollouki (Pa 14) e il legame tra il mito greco di Artemide e i boschi sacri del territorio veneto rappresenta un caso esemplare di "interpretatio graeca", ovvero quel processo attraverso il quale gli autori classici descrivevano realtà religiose locali utilizzando categorie e divinità del proprio pantheon.
Le fonti letterarie: Strabone e le "alsē"
La testimonianza fondamentale è offerta dal geografo Strabone (V, 1, 9), il quale riferisce dell'esistenza, in area veneta, di sacri alsē (termine greco che indica boschi o radure consacrate) dedicati ad Artemide Etolica e a Giunone Argiva. Questo passaggio è considerato di importanza eccezionale per le istituzioni paleovenete, poiché suggerisce che tali luoghi di culto, pur descritti con nomi greci, affondassero le radici in realtà locali preesistenti, probabilmente dei loukoi venetici. Nella religione greca, Artemide è per eccellenza la divinità del "decentramento" e delle zone marginali. Il legame con i boschi veneti si inserisce perfettamente in questa funzione: santuari dedicati ad Artemide (o alle divinità indigene a lei assimilate) sorgevano spesso in zone di confine o marginali, definite con il termine greco eschatiá. Questi luoghi di culto non erano solo sedi religiose, ma fungevano da veri e propri punti di riferimento topografici nel territorio. La proiezione di Artemide sui boschi veneti riflette la percezione di queste aree come frontiere ideologiche e culturali tra la comunità e la natura selvatica.Dal "loukos" all' "alsos"
Esiste una convergenza semantica tra il termine venetico loukos (corrispondente al latino lūcus) e il greco alsos. Il termine loukos deriva dalla radice indoeuropea *leuk- ("diventare chiaro, luminoso"), indicando una radura, uno spazio di luce all'interno della fitta vegetazione. Sebbene nascessero come ambienti naturali, questi luchi venivano "culturalizzati" e istituzionalizzati attraverso la scrittura epigrafica, come dimostra il cippo entollouki (Pa 14) di Padova, che delimitava ufficialmente lo spazio sacro all'interno del bosco. Un esempio di questa stratificazione è il tempio di Giunone a Padova menzionato da Livio (X, 2, 14), che probabilmente sorse su un preesistente luogo sacro naturale (un louko-) testimoniando la continuità tra la fase paleoveneta e quella romana/greca.
Il mito di Artemide nei boschi veneti non indica necessariamente la presenza fisica di coloni greci, ma testimonia come la notorietà di questi centri cultuali arcaici fosse tale da essere integrata nella geografia sacra del Mediterraneo antico, dove la radura boschiva veneta veniva riconosciuta dai Greci come il dominio naturale della loro dea della caccia e delle selve.
Il legame tra il rito dei cervi (nello specifico la loro sepoltura rituale) e il cippo entollouki è di natura topografica e cultuale, fornendo una prova archeologica della presenza del bosco sacro menzionato nell'iscrizione. Il cippo Pa 14 riporta la formula entollouki termon, interpretata come la delimitazione di un confine "all'interno del bosco sacro". Questo monumento è stato rinvenuto al margine occidentale dell'antica Padova, designando uno spazio sacro in quella zona. Il riferimento epigrafico a un bosco sacro (louko-) in questa zona suburbana trova una conferma materiale nel ritrovamento, poco distante dal sito del cippo, di una sepoltura di cervo. La sepoltura è stata individuata sulla sponda di un antico bacino lacustre, in un'area situata immediatamente fuori dal fiume e dai limiti della città. Sebbene la sepoltura del cervo sia databile a una fase più tarda (quella della romanizzazione), essa è considerata un indizio fondamentale della persistenza di una sacralità legata alla natura e alla fauna selvatica in quel luogo specifico. Questo tipo di deposizione rituale di animali concorreva, insieme ai segnacoli lapidei come il cippo, a definire e sacralizzare uno "spazio designato". Il cervo, animale selvatico per eccellenza, sepolto al confine tra la città e la campagna, sottolinea il carattere di "frontiera" del lucus. Questo bosco sacro rappresentava una zona di transizione dove la comunità, rappresentata dai magistrati che posero il cippo (teuters), interagiva con il divino in un ambiente naturale culturalizzato e istituzionalizzato.
I collegi sacerdotali
L'analisi del cippo inoltre rivela un legame indissolubile con l'autorità pubblica: sul lato A si legge entollouki termon. Il termine entollouki è un composto preposizionale (en + to + louki) che significa specificamente "all'interno del bosco sacro". La parola termon (dal greco térmōn, latino terminus) non indica solo una barriera, ma un elemento che dà forma e misura allo spazio, sottraendolo alla manipolazione umana. Il lato B riporta l'espressione [m]edios teuters. Mentre teuters rimanda alla teuta (la comunità politica o civitas), il termine [m]edios è riferibile a un magistrato o pubblico ufficiale. Questo dimostra che l'apposizione del confine non era un atto privato, ma una cerimonia ufficiale presieduta da autorità civili in nome della comunità. Altri cippi rinvenuti a Padova (via Cesare Battisti e via San Biagio) databili alla metà del IV sec. a.C. hanno confermato l'uso di formule come mediai termon teuters. Un dato eccezionale di queste nuove iscrizioni è l'uso del genere femminile (mediai), che potrebbe indicare l'esistenza di un collegio di donne con funzioni pubbliche o sacerdotali incaricate della confinazione. In queste iscrizioni compare il termine mediai, identificato come un nominativo plurale femminile. Questo termine si contrappone al maschile [m]edios presente nel cippo entollouki (Pa 14), indicando che il soggetto che compiva l'atto di confinazione era, in questi casi specifici, un gruppo di donne. Il termine mediai deriva dalla radice indoeuropea *med-, legata al concetto di "misurare" o "governare". L'uso del genere femminile suggerisce l'esistenza di un collegio di donne investito di una carica pubblica. Questo fatto è considerato straordinario, poiché nell'Italia antica non si trovano confronti simili per funzioni civili, se non in ambiti prettamente sacerdotali. Le iscrizioni riportano la formula mediai termon teuters. Il verbo teuters, derivato da teuta (comunità), indica che l'apposizione del termine non era un atto privato, ma una cerimonia ufficiale compiuta "in nome della comunità". Le donne di questo collegio erano dunque le autorità incaricate di sancire pubblicamente il confine (termon). La presenza di queste figure femminili è associata a riti di "spazio designato". La confinazione non era solo un'operazione tecnica di misurazione, ma un rito comunitario che sacralizzava il limite, sottraendolo alla manipolazione umana. Il fatto che tali cerimonie potessero essere officiate da un collegio femminile sottolinea la complessità e la specificità delle istituzioni patavine rispetto ad altri centri veneti come Este.
Sulla base delle fonti, i magistrati designati come [m]edios (o mediai al femminile) ricoprivano un ruolo istituzionale di alto livello all'interno della teuta (la comunità politica o civitas), fungendo da garanti della correttezza rituale e giuridica nella definizione dello spazio pubblico e sacro.
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