Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

giovedì 8 agosto 2013

Festività Venete e Roghi Votivi

IL BATAR MARZO  RITO SALIARE- CALENDIMARZO- RISVEGLIO DELLA “VERTA”.   Fine febbraio 1-9 Marzo. 
Il 1° marzo nella storia della Repubblica Veneta era considerato il capodanno e veniva celebrato col ciamar marso. Inizialmente il primo giorno dell’anno era fissato il 25 marzo, giorno della fondazione di Venezia e giorno dell’annunciazione del Signore ma per comodità di calcolo fu spostato al primo giorno del mese. Gli auguri si fanno già a partire dagli ultimi tre giorni di febbraio. La tradizione veneziana mantenne questa data come ricorrenza ufficiale in omaggio alla cultura degli antenati, quando si calcolava il passaggio dell'anno con il solstizio di Primavera tralasciando le scadenze del calendario voluto da Cesare nel 46 a.C. Bruxamarso, Piro.a o vivo marso sono nomi diversi che indicano uno stesso rito: il falo dell'ultima sera di febbraio. Si suole bruxar .a Vecia allestendo grandi roghi con il ciarpame, talvolta sistemando sulla sommita il pupazzo di una vecchia. Il ciamar marso, brusar marso o batar marso risulta essere quindi una tradizione antica legata a riti pagani di inizio stagione, celebrati per evocare il risveglio della natura, di propiziare la fertilità e l’abbondanza.  E poiché il Capodanno veneto segna la fine dell’anno biologico, quando la stagione fredda muore e si apre il nuovo ciclo stagionale, in lingua veneta "primavera" si dice verta : si apre la nuova stagione. Nei campi coltivati, infatti, a marzo la terra è già attiva al contrario di altre zone d’Italia ed Europa. Verta divenne una Dea onorata e venerata in questi giorni  ed infatti In queste feste vi era un vero e proprio “fidanzamento pubblico” che si sviluppava in diversi modi, così come l’antica festa dell’epoca romana del Calendimarzo., sicché la cultura contadina che si sviluppò in seguito riprese i riferimenti di quella cultura ancestrale in cui i Veneti Antichi erano devoti a Reitia divinità femminile che perpetuava il culto della Madre Terra, così, le tradizioni del nostro popolo si svilupparono in un lungo lasso di tempo, a prescindere dall'influsso romano.   Reitia era LA Dea più importante per i Veneti e la a femminilità della dea si richiamava alla luna: con ogni probabilità i primi calendari furono lunari, cioè legati alle fasi di quelcorpo celeste, e gli studiosi non escludono che i primi di marzo fossero La festa dedicata a Reitia.
Con le calende di marzo iniziava l’anno civile romano, collegato a feste di tipo propiziatorio e purificatorio, e più tardi anche l’anno civile della Repubblica di Venezia iniziava il primo di marzo. Il termine batar marso deriva dal rito compiuto per lo più dai ragazzini che nei giorni del Capodanno correvano per il paese battendo violentemente bussolotti, lamiere, pentole e coperchi con lo scopo di far più rumore possibile per ridestare la natura dal periodo invernale. Nelle campagne della Riviera del Brenta si racconta di vecchi vomeri di aratro appesi sui rami delle piante o sui filari nei campi e percossi ripetutamente come fossero dei gong o delle campane, o legati alle biciclette e trascinati in giro per il paese ottenendo lo stesso rumoroso effetto. Non era un rito che richiamava tutta la comunità paesana ma ogni contrada lo celebrava in contemporanea con le altre del paese al grido di bati fora marso che april se qua.

RITO SALIARE :  
Si è voluto inserire l’uso del Batàr Marzo nell’ambito del Culto Saliare  solo per fissare un punto di riferimento d’indole classica data l’identità del rito che si compiva a Roma nei primi tre giorni di marzo e odesto nelle campagne venete con tanto di rappresentazione del canto. (…) Oltre al fatto che il primo di marzo è il capodanno per Venezia!Con OSCILLUM  era invece nominata l’usanza di appendere come dono votivo piccole sculture o placche decorate alle fronde degli alberi in occasione di alcune feste rurali; dal loro ondeggiare del vento è derivato il verbo latino e poi italiano oscillare. Se “ la conversione delle plebi pagane al cristianesimo non è avvenuta all’improvviso-anzi tuttora non è totale-lasciando inalterati o trasformati certi usi legati soprattutto al fondo celto-latino “ è possibile che anche i due riti soprannominati, legati tipicamente alla TERRA, abbiano ricevuto una qualche relazione di continuità con consuetudini popolari presenti fino a qualche decennio fa, nel territorio della Riviera del Brenta e del Mirese. L’Analisi del tema è ben delimitata ad un’area ben definita, cioè ad una frazione del comune di Mira, qual è il paese di Borbiago. Nei primi tre giorni di Marzo, sull’imbrunire, i regazzini e le ragazzine escono dalle case con vecchie pentole, barattoli, vasi di lamiera e girano per le strade percotendoli con un bastone, con l’aggiunta della cantilena: << FORA I PULSI!>> fuori le pulci! Onde trae il nome locale di Batter Marzo o batàr le pulsi. Nell’ultima sera si radunano in massa e procedono in modo quasi professionale sino ad un fossato o al ponte cul canale Lusore, dove gettano in acqua i recipienti e il bastone di percussione.  . A man mano che ci si sposta verso la linea del basso Piave, il rito si riduce fino a scomparire con evidente strozzatura. Alla pari esiste nella zona di Caselle-Caltana, (Miranese, zona di centuriazione romana nda) dove secondo la Gasparotto si trovava l’umplicus coloniae della centuriazione romana dell’agro est di Patavium. Anzi codesto rito di Borbiago (frazione del comune di Mira) segna il punto più occidentale di questa centuriazione, poco prima delle lagune, nelle quali manca del tutto, com’è ovvio; soltanto a Venezia si puà constatere la forma analoga del Batèr San Martino dell’11 Novembre messo in relazione dal Musatti con le feste greche delle PITIGIE.
Senza forzare il rapporto tra rito in esame e rito classico saliare romano, crederei che tutti e due siano aspetti di culti agrari, di probabile origine mediterranea, legati ai riti della terra-madre; la stessa percussione dei recipienti può essere uno dei tenti travestimenti del magico ROMBOS, ritmo sonoro del valore religioso presso i popolo primitivi (…). Come CULTO AGRARIO va poi considerato l’aspetto del RITO DI ELIMINAZIONE (…) accentuato dalla compomente di esigere la fuoriuscita delle pulci dalle case con la tecnica del ritmo come incanto di cattura, e del raccogliersi presso un corso d’acqua per gettarvi tutto dentro. In un’altra area, ben lontana dalla mmia (…) a Costantinopoli , gli abitanti gettano fuori casa vasi, pentole per essere preservati dagli incidenti nel corso dell’anno. E’ un tipico esempio di rito di eliminazione primaverile, com’è ovvio.
da: A. Nieri, Tracce di Rito Saliare e di oscillum nelle campagne di Mira (Venezia) in La religiosità popolare nella valle padana 1966, pp 301, 307.

 VEDI:TRACCE DI RITO SALIARE ED OSCILLUM NELLE CAMPAGNE

Una traccia di Oscillum è reperibile invece nella para liturgia delle ROGAZIONI o LITANIE nei tre giorni precedenti all’Ascensione. Mentre la processione si snoda i fedeli si fermano alle diverse stazioni erette agli ingressi delle fattorie, capitelli, edicole votive (antichissimi punti di culto alla dea Ecate Trivia, al dio Janus, ed alla dea Reitia nda) dove il sacerdote legge un brano del vangelo, benedice le campagne con il triplice segno della croce astile, accompagnando l’invocazione con “ fulgure et tempestate”, passa il “pestafango”, (…) che reca in ogni famiglia un mazzo di crocette variamente dipinte ottenute con il goccilio del cero pasquale. Racchiuse in un sacchetto di tela cerata vengono appese agli alberi da frutta, alle viti, o agli alberi dei filari dei campi di grano a scopo protettivo delle messi. Non risulta se siano adoperati in modo simile per i porticati delle case (…).   (attualmente sono stati scoperti resti di età romana, che vedete in foto, nelle campagne della Riviera e del Mirese  nda). Non si può escludere quindi un profondo sostrato romano e pagano, convertitosi in significato cristiano nell’area studiata di forte presenza centuriale durante la graduale conversione delle campagne al cristianesimo e altrove invece trasformatosi negli usi longobardi con reminescenze germaniche di appendere la protome (testa, nda) del cavallo negli alberi o alle facciate delle case.

CALENDIMAGGIO   30 APRILE-1 MAGGIO
Co Majo fresco, va ben la fava e anca el formento!
Il Calendimaggio o cantar maggio, prende il nome dal periodo in cui si svolgono queste ricorrenze e cioè l'inizio del mese di maggio, è una festa stagionale che ha luogo per festeggiare l'arrivo della primavera e della bella stagione. Il calendimaggio è una tradizione che vive ancora oggi in svariate regioni italiane come rappresentazione del ritorno alla vita e della rinascita. Maggio deriva dal latino Maia, Dea che gli Antichi Padri romani invocavano per lo sviluppo delle Terra, per il buon andamento del tempo e per favorire la crescita delle messi, della frutta, degli ortaggi. Nel Veneto fino alla metà del 1900 il periodo di mezza primavera era ricco di riti, usanze, consuetudini e tradizioni. In questo mese, la comunità contadina seguiva riti religiosi del maggio mariano, ovvero ogni sera si onorava la Vergine Maria il classico "Fioretto", recitando il rosario e le devozioni giaculatorie. Le giovani donne alle prime luci dell'alba della prima domenica di maggio si riunivano, a digiuno e quasi segretamente e facevano il giro delle chiesette ed edicole votive di campagna pregando lungo il cammino, lasciando offerte ed accendendo lumini. Questo rituale è molto antico e deriva dalla devozione tipicamente femminile e segreto  verso la BONA DEA che ha un significato generale di Grande Madre, si venerava un'antica divinità laziale, il cui nome non poteva essere pronunciato.La descrizione del culto ci mostra una divinità che opera pro populo, quindi, per la salute di tutta Roma. Quali rappresentanti al femminile dello stato, le donne dell’aristocrazia sono preposte alla celebrazione del culto, un culto che veniva svolto strettamente in privato escludendo qualunque figura maschile, compresi gli animali. Questo culto alla Bona Dea avveniva durante il primo di maggio, ovvero durante le CALENDE, ed il sincretismo cristiano con la Vergine Maria è talmente evidente nel Veneto che non si può che rimanerne piacevolmente stupiti. Le donne venete poi ritornavano al paese in modo festoso e giocoso, davano la sveglia a tutti gli abitanti elargendo benedizioni. La tradizione contadina e casearia considera il latte ed i formaggi prodotti a maggio i migliori dell'anno perchè armenti e greggi brucavano il primo taglio di erba fresca e ricca di profumati fiori che trasmettevano  i delicati aromi del latte al formaggio. I giovani maschi invece preparavano i MAGI da offrire alle ragazze prescelte che ricevevano dolci, ciambelle confetti, fiori rami d'albero arricchiti con nastri e fiori. I rami dell'albero significavano messaggi amorosi cifrati e dichiarazioni d'amore come il Ciliegio-Zarzara "morosa cara", Pioppo "morosa propria" Susino- Amular "moroso caro"... Mentre le ragazze considerate poco serie, brutte ed antipatiche, ricevevano sulla corte regali poco piacevoli come sterco di animali vari o brutture, per questo motivo anche le ragazze che nulla avevano da temere tenevano una scopa sottomano per "cavàr ele bruture!" I più burloni durante la notte ponevano di fronte alle porte delle abitazioni mastelli o altri attrezzi che ne ostacolavano l'uscita al mattino che il proprietario doveva rimuovere. Molti giovani durante la notte di Valpurga andavano dei boschi per tagliare e poi trasportare al paese un vigoroso albero che veniva piantato nel luogo consueto dove si trovava una buca da utilizzare anno dopo anno e veniva ammirato, decorato, il giorno dopo ovvero il Primo Maggio, purtroppo la tradizione di piantare l'Albero del Maj" dopo la prima metà del 1900 è andata spegnendosi. Iniziavano anche le numerose sagre e feste paesane dedicate ai Santi, patroni, in favore del Vino o delle Mietitura, alla Luce, alle giornate più lunghe, con musiche, balli e tanta allegria, retaggio di un passato Pagano ed Agreste che non è mai stato dimenticato. Si ricordano le GRANDI ROGAZIONI e numerose peregrinazioni propiziatorie per invocare ottimi raccolti ed abbondanza per tutti. Tutt'oggi si fanno pronostici sul buon esito della stagione agraria, sulla quantità e bontà dei raccolti, previsioni dei metereologi in occasione delle Rogazioni, è proibito inoltre raccogliere ortaggi durante la Pentecoste e l'Ascensione perchè nell'antico mondo Pagano Romano in questi giorni avvenivano le LEMURIA  o Lemuralia  che venivano celebrate il 9, l'11 e il 13 maggio, per esorcizzare gli spiriti dei morti, i lemuri.La tradizione voleva che ad istituire queste festività fosse stato Romolo per placare lo spirito del fratello Remo, da lui ucciso. Il rituale prevedeva che il pater familias gettasse alle sue spalle alcune fave nere per il numero simbolico di nove volte, recitando formule propiziatorie. Le giovani donne non sposate inoltre salivano nei boschi o nella boscaglia Veneta per consumare dolci propiziatori.

AMBARVALIA e ROGAZIONI  /  ONORE ALLE DEE DELLA NATURA DAL 21 GIUGNO AL 21 SETTEMBRE
(dal solstizio d’estate e per tutto il periodo estivo).
"Ma altre Madonne costellano il periodo che dalle calende giunge fino all’equinozio autunnale ed era anticamente, nel segno del Leone, sotto la protezione di Cibele e poi, dal segno della Vergine, sotto la protezione di Iside e di Cerere,… Quali mesi dunque più adatti di giugno, luglio, agosto e settembre per celebrare Colei che era adombrata nelle dee antiche, la Madre di Dio, la Vergine per eccellenza, la Regina Coeli, la Maris Stella, la madre dei viventi, la Madre della Chiesa?"

VEDI: AMBARVALIA E ROGAZIONI IN VENETO


AGOSTO- ROGHI ESTIVI A REITIA
L’anno veneto era diviso in semestri, ed iniziava a marzo. Agosto era dunque il mese che segnava la metà dell’anno solare e come in molte altre culture indoeuropee si ringraziava la Terra per gli abbondanti raccolti. Purtroppo non abbiamo sufficienti testimonianze archeologiche o letterarie  per quanto riguarda questa tipologia di rituali e sacrifici sennon gettando un’occhiata alle terre vicine ai veneti, come i paesi slavi, balcanici, e terre retiche.
Oggigiorno il 15 agosto tutta la riviera adriatica, da Lignano Sabbiadoro a Sottomarina di Chioggia  si illumina  a catena dalle ore 23.30 di coloratissimi fuochi artificiali sull’acqua del mare. Il sincretismo  cristiano del papa PIO XII proclamò che il corpo di Maria sarebbe "volato via", in cielo (dogma della cosiddetta Assunzione di Maria). I fedeli cattolici, ormai immunizzati ad ogni senso del ridicolo, privi di ogni capacità critica, si accontentano del fatto che nel calendario ci sarà un giorno festivo in più, ovvero il 15 agosto, ripristinando un'antica festa in onore della dèa Diana in quel del Lazio e di Reitia nel Veneto.  C’è da dire anche che originariamente  la festa di Diana era celebrata il 13 Agosto, dopo l'avvento del cristianesimo però la data è stata spostata al 15. D'altronde la leggenda racconta che Maria sia stata rapita in cielo ad Efeso, guarda caso città in cui Diana era venerata come la Grande Madre di tutto, e questo ne sottolinea l'identificazione attuata dalle streghe italiane.
In questa notte viene adorata Diana quale Madre del Cielo, Dea suprema madre di tutto. Era tradizione anche qui nel Veneto onorare la Grande Madre Reitia accendendo grandissimi falò.
Volendo celebrare questa festività, è bene  rivolgerle ogni preghiera, portare offerte e dare un banchetto rituale in suo onore, importante ovviamente è festeggiare con un falò!

31 OTTOBRE- LA NOTTE DEI MORTI – NOVEMBRE ED I SANTI
Non mi dilungo in spiegazioni riguardo le varie leggende che gravitano su queste date, quindi inizio a parlare di fave…
“ Di tutti i legumi la fava è la regina, cotta di sera, scaldata alla mattina”.
Così recita un antico detto popolare. La fava è il legume che lega di più con questo periodo dell’anno. Per i romani, il tempo dei trapassati durava un’intera settimana di febbraio, l’ultimo mese dell’anno chiamato il purificatore. Si veneravano i morti perché “ dai morti nasce la vita, come dal seme nasce il frutto”. La gente a quel tempo pensava che nei semi della fava nera si potessero ritrovare le lacrime dei defunti. Per implorare la pace dei trapassati c’erano diversi riti scaramantici e non, tra questi cospargere le tombe con questi legumi o gettare le fave dietro le spalle recitando ”con queste parole redimo me e i miei cari “. Nei festini mortuari le fave venivano offerte ai poveri che le mangiavano crude perché la cottura spettava solo ai benestanti. Le fave erano di precetto per la ricorrenza dei Santi e dei Morti anche in epoca cristiana. Nel Veneto, per scongiurare la tristezza, nel giorno dei morti gli amanti offrono alle promesse spose un sacchetto con dentro fave in pasta frolla colorata, i cosiddetti "Ossi da Morti e  le campane suonano per molte ore a chiamare le anime che si dice si radunino intorno alle case a spiare alle finestre. Per questo, anche qui, la tavola si lascia apparecchiata e il focolare resta acceso durante la notte.

Per leggere un’antica cantilena contadina riguardo la notte dei morti vi rimando a questa pagina:  CACCIA SELVADEGA


<<Me nono me contea che 'l era un branco de can selvareghi rabiosi, che girea de not par i nostri paesi magnando carne de tute le sort: i sbranea un po' de tut. Le fameie che avanzea un po' de carne, i la atachea su la porta e i zighea: "Caza selvarega, vien a torte la to carne !", parché i avea paura che sto branco de can rabiosi i ghe magnesse le bestie e anca lori. Ghe n'era an on che 'l vivea su la montagna e non 'l avea paura de sta cazza selvarega. Na not però sti can randagi i è arivadi da le so parti sgrafandoghe la porta, e lu serandosse dentro el se ha salvà. El dì dopo el se ha fat insegnar dai veci, par sconderse dai can, de far an bus in mezo al fien. La not i can i fa ritorno e non i trova nient da magnar. La matina el vien fora dal fien tut content e el verde la porta de casa. E cossa védelo ? Con gran oror el cata an cadavere picà sula porta !>>
[Villabruna di Feltre (BL), ott. 1992; Gina, a. 65, contad.; E. Ricci]


Per spiegarvi la Caccia Selvaggia,vi rimando al seguente brano che  è stato tratto da un testo molto particolare, " Zoologia popolare veneta" di Angela Nardo Cibele edito nel 1887:

"Tra le superstizioni più comuni ai contadini di tutta la provincia, vi ha questa di una caccia meravigliosa, che ciascuno ha veduto o sentito una volta almeno in vita sua. Le vive descrizioni che ne fanno i contadini nel loro rustico dialetto, pieno di forza e di efficacia, sono di un cosi terribile effetto eh' io ne rimasi impressionata, come per la lettura di una ballata di Bùrger. Serva, che il teatro principale di questa caccia, è una bella ed alta montagna che signoreggia Belluno. In Serva i Bellunesi mandano in estate le loro mucche e là trovano cascine, ricchi pascoli e un fresco delizioso. I pastori fanno società fra loro e molte volte sono costretti di dormire sotto tende improvvisate o a ciel sereno. Si nutrono del latte delle loro bestie, di erbe e della immancabile polenta, che qualche volta, già pronta e scodellata, ha la misera sorte di rotolare giù per la china, lasciando i poveri diavoli a bocca asciutta. Nell' inverno la nuda cima della montagna è coperta di bianca neve, ma nell'estate si nasconde spesso dietro a nubi che sprigionano con grande fracasso il lampo ed il tuono. […]Ricchissima d' erbe, la sua flora fu e merita tuttavia di essere particolarmente studiata, mentre sul mistero delle alte sue cime si sbizzarisce la fantasia popolare che la fa sede delle streghe, degli spiriti, delle anime dei condannati, i quali appunto danno maggior contributo ai componenti la catha selvarega in unione agli altri cacciatori che non rispettarono in vita il giorno di festa. Per loro tormento furono destinati a girare continuamente di monte in monte, di valle in valle, seguiti da una compagnia di cani neri che rabbiosamente abbaiano alla luna.”




21 DICEMBRE- SOLSTIZIO D’INVERNO  e 25 DICEMBRE- FUOCHI DI BELENUS/BELIN
Sul Montello, a Castel di Godego, Vidor, Montebelluna venivano accesi da una cima all’altra dei colli numerosi falò per salutare il sole ovvero il dio Belenus nel suo tragitto fra le stagioni, ed i fuochi servivano a dare forza in armonia con la divinità. Belin, o Beleno, è un dio venetico cui erano dedicate lapidi e templi a Zuglio e ad Aquileia. Era la divinità nazionale in vari centri e da lui prese il nome la città di Belluno. Il suo culto potrebbe risalire a migrazioni indoeuropee, quando s’impose una nuova società di tipo patriarcale che adorava il sole. Per la sua connotazione etnica, si consideri l’etimologia. Dato che la lingua venetica era affine alle lingue slavo occidentali, il nome Belìn deriva da bel, la cui radice slava indica luce, biancore. L’associazione all’idea della luce trova riscontro nella mitologia delle Alpi Giulie, dove al dio era attribuito il potere di guarire la vista. Il simbolo solare è esibito nella vistosa corona formata dai 5 raggi. Spesso questo personaggio si presenta con il braccio alzato: dal suo saluto benedicente trapela un atteggiamento amichevole. Unico indumento presente (che non ne copre le nudità) è il mantello, che forse allude alla volta celeste.



 6 GENNAIO - BRUSARE A VECIA MARANTEGA
Nelle feste tradizionali di paese, la "vecia" rappresenta tutte le miserie della stagione trascorsa (fame, disgrazie, malattie, ingiustizie), insomma il rifiuto di un passato negativo e l' augurio di un futuro promettente per la campagna e per la vita.  Essa è una vecchia “strega” vestita di stracci che viene fatta bruciare in un falò allestito nelle piazze, e nei parchi dopo un singolare e alquanto discutibile processo farsa, che alla fine si conclude sempre con la colpevolezza della strega; la befana viene condannata ad essere segata in due  ed infine al rogo, ma prima di essere bruciata può dire la sua, dando consigli e condannando i fatti più brutti accaduti durante l’ anno precedente. Dal taglio uscivano dolci, frutta, confetti, fiori che venivano raccolti dai bambini e dai presenti e nel  corso della festa erano allestiti banchetti con frittelle, vino ed altre leccornie tra le quali la tradizionale Pinza e con giochi vari. Questa festa interrompeva i rigidi digiuni che allora venivano fatti durante la quaresima.  Il falò serviva a bruciare con la Vecia anche i “cai” delle ultime potature dei vitigni per scongiurare le gelate di primavera e liberare i campi dalle sterpaglie, prima dei lavori della bella stagione. Nella lingua veneta  la Befana è chiamata Maràntega (mare antiga = madre antica), oppure Redodexa o nelle nostre isole Veròla.  Essa rappresenta Reitia – la dea della Terra a conclusione del ciclo delle stagioni – ormai vecchia; dopo esser stata ridotta in carbone e trasformata perciò in energia, rinascerà a primavera nuovamente bella, giovane, pronta a regalare i suoi doni e la dea Perchta. In questi giorni si ricordano anche le rogazioni.
Mentre nell'Ottocento queste consuetudini popolari erano ancora vivissime, nel secolo appena passato si è assistito ad un loro calo. Di recente, però, stanno riprendendo il terreno perduto.

IL PANEVIN :Simboleggia l’incenerimento dei defunti come transito dalla vita alla morte, da un anno ad un altro. Il fuoco è visto come una festa collettiva, sainante dell’Uomo, oracolare nel colore del fumo stesso. Il rituale del rogo è analogo ai roghi di marzo. Si tratta di sopravvivenze di culti agresti risalenti ai Veneti antichi, i quali usavano incenerire i defunti sistemandoli sopra grandi pire attenendosi ad un elaborato cerimoniale. I fuochi propiziatori della nuova stagione si dovevano tenere in date fisse e furono poi sostituiti da ricorrenze cristiane. Il Panevìn era quasi ovunque simile: fatta una gran catasta di ramaglie, canne, legna di scarto, si dava la benedizione, poi il più anziano accendeva il fuoco e seguivano rituali vari.

Elena



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1 commento:

  1. Ho letto con molta attenzione e molto piacere alcune cose le sapevo già altre no è molto interessante sapere le vecchie usanze e magari riportarle ai nostri giorni

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