Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

domenica 23 giugno 2024

23 giugno : san Giovanni, la “notte delle streghe" nel Veneto.

 





Il seguente brano è tratto dal mio libro "Calendario Tradizionale Veneto Pagano "

Per leggere in versione integrale il testo potete trovare il libro in tutte le librerie più fornite oppure online su Amazon o cliccando su questo link Calendario tradizionale Veneto pagano

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In Veneto per san Giovanni sono assenti i fuochi della tradizione popolare del periodo solstiziale anche se fino a qualche decennio fa nelle zone rurali vi era l’usanza di accendere dei fuochi negli incroci delle strade (forse un rimando ad Ecate- Reitia Trivia ) anche se nel resto dell’Europa i falò del 24 giugno sono ubiquitari. Tuttavia sono rimaste altre tradizioni che se analizzate con un’ottica peculiare, ci regalano un immagine di sacre ritualità legate alla natura e al suo ciclo di eterna vita-morte–rinascita celate nella spiritualità cristiana e popolare. Fino a non molti anni fa, la porta di casa era decorata con foglie di betulla, con finocchietto selvatico, con iperico e lillà bianche. La tradizione vuole che il 23 giugno si vada in campagna o nei boschi a raccogliere erbe aromatiche, piante spontanee e fiori. Quanto raccolto va immerso in una brocca con dell’acqua ed esposto all’aperto, sotto la luce della luna, durante la notte tra il 23 e il 24 giugno. Quando arriva il giorno si utilizza l’acqua di san Giovanni per lavarsi le mani e la faccia in segno di rinnovamento e con l’obiettivo di propiziare la fortuna come all’inizio di un nuovo anno. Inoltre erano considerate magiche in questa notte cinque portentose erbe : le rose, l’iperico, la verbena, la ruta e il trifoglio. Le giovani donne raccoglievano l’erba di san Giovanni nella speranza di divinare e scoprire il futuro amore. L’usanza antica di certe donne di recarsi nude a raccogliere erbe ricorda antichi riti in cui le donne andavano nude nei campi per propiziare il raccolto, spesso danzando. Forse dietro le storie dei raduni di incantatrici e di fattucchiere nella notte di mezza estate, si cela anche il ricordo dei riti solstiziali A Roma il 24 giugno veniva onorata la dea Fortuna e nella sua festa ricchi e poveri, liberi e schiavi, accorrevano ai templi banchettavano e danzavano. Fortuna è la dea della casualità assoluta, del caos benefico e rigeneratore.

 La somiglianza di queste feste con i Saturnalia del solstizio d’inverno fanno del solstizio estivo una sorta di capodanno o di carnevale, un periodo “caotico” in cui il cosmo si rinnova e si ricrea, con conseguente rimescolamento dei ruoli sociali e capovolgimento delle norme morali. In questo benefico caos assumono rilievo i due elementi primordiali del fuoco e dell’acqua, contrapposti ma pur sempre complementari. Un'altra usanza da mettere in pratica il giorno di san Giovanni consiste nella raccolta delle spighe di grano. Il grano da sempre è simbolo di fecondità e di rinascita, infatti prima di nascere resta sepolto sotto terra. L’elemento quindi ci rappresentare l’analogia del passaggio dell’anima dall’ombra alla luce. 

Secondo la tradizione, la raccolta di ventiquattro spighe di grano la mattina di san Giovanni ,da conservarsi per tutto l’anno, sarebbero un ottimo amuleto contro le sventure e per attirare la buona sorte. In Veneto erano spesso sostituite dalla lavanda. Il 24 Giugno si sceglieva una persona con cui si avvertiva un legame particolare per renderla “compare del fior" e al futuro “compare” o alla futura “comare” veniva donato un mazzo di fiori di campo confezionato con altri doni e significava volersi bene persino più degli stessi consanguinei. Nel dono erano sempre presenti assieme all'immagine sacra di san Giovanni anche altri elementi quali un fazzoletto ricamato, un bigliettino, per le ragazze degli ornamenti per capelli oppure la veletta di pizzo per coprirsi il capo durante le celebrazioni liturgiche, una boccetta di profumo e alcuni dolci. Il messaggero consegnava il mazzolino al destinatario indicando il nome di chi l’aveva inviato e l’accettazione del dono comportava di per sé l’impegno al comparaggio. 

Nella mente del popolo, quello del san Giovanni è il comparatico per eccellenza e la violazione di questo legame considerato santo non meno di quello stabilito coi sacramenti è ritenuta più che mai sacrilega e meritevole di terribili danni.

 "Comare e compare, / con S..Giovanni caro, / la fede che ti tocca / non guastarla, che andrai a morire. / Catenella, catenella, / non romperla che andrai all’inferno." 

Il successivo 29 Giugno, nel giorno dei santi Pietro e Paolo, il prescelto suggella definitivamente il rapporto rispondendo con l’invio di un altro regalo (di norma ancor più ricco di quello ricevuto) a chi era ormai suo compare. 

In Veneto le nubili che erano intricate tra più di un corteggiatore, la notte di san Giovanni scrivevano su bigliettini i nomi dei loro spasimanti, uno per uno e dopo aver piegato i biglietti in quattro, li gettavano in un catino d’acqua e il bigliettino che a contatto dell’umido si apriva per primo, conteneva il nome dell’uomo giusto. Da parte loro i ragazzi in questa notte dovevano raccogliere foglie di valeriana, verbena e maggiorana, farle seccare, ridurle in polvere e, al momento che giudicheranno propizio, gettarle addosso alla donna desiderata ma ritrosa e pare che il successo fosse assicurato. 

L’erba che si utilizza a san Giovanni è l’iperico, chiamato anche “scaccia diavoli”, consigliato come amuleto da indossare la sera, per aiutare chiunque avesse avuto la sfortuna d’incontrare una megera. Con la cristianizzazione si diffuse la leggenda che l’iperico fosse nato dal sangue di san Giovanni. con l’iperico, colto la notte di san Giovanni, le ragazze da marito potevano divinare se avessero trovato il sospirato sposo nel corso dell’anno. Bastava cogliere un rametto d’iperico ed appenderlo nella propria camera da letto. Se il mattino seguente fosse fresco e vegeto, entro l’anno ci sarebbe stato il matrimonio.

 Durante i roghi solstiziali si diceva che streghe raccogliessero erbe per creare pozioni con le quali “incantare” gli uomini e distribuivano filtri ed elisir d’amore e fortuna. Per non fare entrare le streghe in casa, fuori delle porte, venivano appese una scopa e un barattolo di sale, oppure due scope messe in croce e delle teste d’aglio. Si raccontava che le streghe per entrare dovessero prima contare tutti gli zeppi della scopa o i grani del sale e se sbagliavano doveva ricominciare da capo. 

Cosa succedeva in realtà durante la “notte delle streghe”? Si faceva rumore con trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo per impaurire le streghe, affinché non potessero cogliere le erbe utilizzate per i loro incantesimi indossavano coroncine di iperico, e danzando lanciavano rametti della pianta per propiziare un raccolto abbondante ed allontanare dal proprio bestiame malefici e malattie. 

Secondo le tradizioni popolari, si credeva che in quel particolare momento astrale le streghe avrebbero sorvolato i cieli per recarsi all’annuale sabba, ovvero il convegno che si teneva in presenza del demonio e durante il quale venivano compiute pratiche magiche, In Italia uno dei più luoghi preferiti dalle streghe per il sabba era il noce di Benevento. 






giovedì 20 giugno 2024

Solstizio d'estate: le tradizioni venete fra paganesimo e stregoneria

 Giugno anticamente era il mese dedicato alla dea Giunone o Era, onorata in Veneto come Era Argiva sempre in associazione con Reitia. 

“ Invece gli onori attribuiti a Diomede presso i veneti sono storicamente documentati;e infatti gli si sacrifica un cavallo bianco, e si additano due boschi sacri, l’uno di Era Argiva, l’altro di Artemide Etolica. Vengono tramandati in aggiunta come verosimili, il divenire pacifiche delle bestie selvagge, e il vivere insieme nello stesso branco di cervi con i lupi in questi boschi sacri, il tollerare che gli uomini si avvicinino e le carezzino, il cessar d’esser inseguite di quelle inseguite dai cani qualora vi si rifugino.” 

Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 1.


20, 21 e 22 giugno: Il solstizio d’estate.

Nel corso di un anno, il solstizio ricorre due volte, quando il Sole raggiunge il valore massimo di declinazione positiva nel mese di giugno, e contraddistingue l'inizio dell'estate boreale e dell'inverno australe, e negativa in dicembre, quando segna l'inizio dell'inverno boreale e dell'estate australe. Durante il solstizio d’estate, come suggerisce il significato della parola solstĭtĭum (composta da sōl e sistĕre,) il sole pare, appunto fermarsi . Infatti il suo moto apparente lungo l’eclittica cessa cioè di alzarsi sopra l’equatore celeste, la proiezione dell’equatore terrestre nello spazio, raggiungendo il punto di declinazione massima per poi cominciare ad abbassarsi. Questo è il motivo per cui  le giornate cominciano ad accorciarsi fino a culminare nel solstizio invernale. 


Sin dall’antichità, l’evento è carico di riti e simbologie. Dal punto di vista esoterico il solstizio d’estate copre un arco di circa quattro giorni, arrivando fino al 24 giugno, alla notte di San Giovanni, collegando questo momento all’inizio della stagione del raccolto e a riti ancestrali e festeggiamenti che hanno a che fare con i culti della fertilità. Gli antichi romani collegavano l’evento alla divinità Giano Bifronte, ed erano soliti fare il bagno in correnti d’acqua naturali e saltare su fuochi accesi per celebrare il momento di passaggio sancito dal solstizio, riuscendo così a purificarsi. (fig. 38) I santi pagani del solstizio estivo ed invernale. Il Solstizio d’Inverno e quello d’Estate sono legati esotericamente e dalla tradizione popolare a due santi: san Giovanni Evangelista e san Giovanni Battista. Giovanni Evangelista, al quale è dedicato il solstizio d'inverno, è indicativo non tanto di una persona fisica, quanto del più esoterico degli scritti riconosciuti, il Vangelo di Giovanni. Il solstizio d'estate è invece dedicato a Giovanni detto il Battista, così chiamato perché introdusse il battesimo, un antico rito ebraico di purificazione attraverso l'acqua. Il Battista era un profeta, che annunciò l'arrivo imminente del regno di Dio.


 Legare questi due momenti dell'anno, quello invernale– con il minor grado l'irradiazione solare– a Giovanni Evangelista, colui che simbolicamente guarda all'Origine di quella Luce spirituale, e quello estivo– con il maggior grado l'irradiazione solare– a Giovanni Battista, colui che annuncia e profetizza l'avvento futuro della Luce divina, è l'insegnamento che la tradizione esoterica ha ritenuto utile velare nella simbologia dei suoi rituali. Un fuoco purificatore che prepara al rinnovamento di sé stessi, purificatore come il rito praticato da Giovanni Battista, che annunciò la venuta di Colui che avrebbe battezzato non con l'acqua ma con il fuoco dello Spirito. Il fuoco che brucia le vecchie forme, un fuoco che distruggendo, crea, il ciclo di morte e rinascita è alla base di ogni rinnovamento ed è vero in ogni regno incluso quello spirituale. 


Rinascere da vivi a nuova vita, la vita di chi permeato dalla luce del proprio sole interiore è riuscito ad illuminare la propria coscienza e divenire così un punto di luce irradiante tra gli uomini, attraverso i propri pensieri, gesti e parole; un portatore di luce vitale. Nulla resiste al fuoco che trasmuta, che tutto purifica e nulla chiede. Percepire ed applicare alla vita l'elemento fuoco, che nutre il seme dello spirito e tutto abbraccia, è possibile per chiunque sia determinato a purificare i propri pensieri, e individuati i propri difetti principali li sacrifichi sul fuoco. Il fuoco è volontà, ardore, rinnovamento, ed esprime la continua possibilità di creare distruggendo le vecchie forme che tendono alla cristallizzazione, in altri termini alla morte. 

Gli Dei e gli Archetipi del Solstizio 

La dicotomia quindi fra le due porte solstiziali è chiarissima, protette da Janus Bifronte , il dio giovane (evangelista) invernale che verte verso l’allungarsi delle giornate che scaccia l’anziano Re dell’inverno (barbuto, il richiamo a Santa Klaus è immediato) per ritornare bambino al solstizio invernale , lo ritroviamo quindi adulto e virgulto, sempre con la barba, al solstizio estivo, quando inizia il suo declino verso l’oscurità. In molti paesi ed anche in qualche zona del Veneto vi è l’usanza del mangiare aglio a san Giovanni. Le teste di aglio infatti non sono a caso, sono un chiaro rimando al sacrificio del re, del dio maschile, di matrice sciamanica arcaica. Gli sciamani europei infatti erano soliti portare a paramento le teste degli animali che avevano sacrificato e dopo averne indossate le pelli per assorbirne la forza ferina, usavano i teschi come oggetto rituale. Il sacrificio del rex è sempre un continuo divenire per ricordare l’importanza del sole nel suo percorso annuale. Per un rituale di magia simpatica (simile attrae il simile) l’accensione di fuochi doveva aiutare il sole a compiere il suo percorso corretto e vitale per non essere preso dall’oscurità incombente. Questo è lo spirito dell’anno che di continuo muore per rinnovarsi, come l’Harlequin, Erkoening, Wotan , Ercole latino e dal contesto simbolico da cui derivò Arlecchino, altro dio arcaico dalla valenza di sole nero e portatore di luce, che sarebbe immolato a mezz’estate quando si celebrava una sorta di caccia selvaggia, non invernale e autunnale dunque ma estiva, ed era chiamata “la caccia fantasma” per respingere l’oscurità prevalente dopo il giorno più corto in cui se coincideva durante il plenilunio era onorato assieme alla sua sposa, Diana- Artemide, dea del dianaticus e delle streghe: per questo la notte di san Giovanni era anche detta notte delle streghe. 


Interessante notare che non solo nello sciamanesimo la divinità dei morti a cui si offrivano teste e falò era quella dell’Arlecchino quale personificazione di Venere– Lucifero ma quindi anche come re della caccia selvaggia, progenitore del veneto “Zani” dalla bautta, maschera in origine in pelle di lupo nero (come Ade il dio dei morti) . Quindi san Giovanni, barbuto e coperto di pelli non è altro che la cristianizzazione del “guardiano della soglia”, del sole psicopompo e sullo sfondo troviamo tracce dell’arcaico signore degli animali, dei primordiali cacciatori, il cui sacrificio avrebbe potenziato per analogia la luce ed il calore dell’astro mentre rivestendo la pelle il re-sciamano avrebbe incarnato il dio durante le sacre danze. Il fuoco solstiziale. Il fuoco viene simboleggiato dai falò accesi un po’ ovunque in Europa nella notte solstiziale. Sono simboli solari e accenderli significa rafforzare l’energia dell’astro che d’ora in avanti va declinandoUn’altra interpretazione esalta il loro valore 

Foto di Gioia Cordella per Coven Venice Project - Modelle: Nadia Rigo, Elena Righetto.

purificatorio, con cui vengono scacciati gli spiriti maligni e le malattie. Non bisogna dimenticare infatti che in questo periodo caotico, di “passaggio”, com’è anche il solstizio invernale, così come gli esseri umani hanno libero accesso a regni e poteri soprannaturali, così anche le entità malefiche possono vagare indisturbate per il nostro mondo.....

Quali sono i segreti delle pratiche di stregoneria popolare legati al solstizio? Per scoprirlo non vi resta altro che acquistare il mio libro.

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tratto da: Calendario tradizionale veneto pagano    

https://www.intermediaedizioni.it/antropologia/1177-calendario-tradizionale-veneto-pagano.html di Elena Righetto.

©Immagine: Fotografia di Gioia Cordella per Coven Venice Project/ Elena Righetto 

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lunedì 25 marzo 2024

25 marzo: Nascita di Venezia

 25 marzo: Nascita di Venezia – Annunciazione di Maria

Nella devozione dei nostri antichi predecessori, infatti, Venezia è consacrata a Maria e si identifica con essa, e secondo la tradizione cristiana il 25 marzo del 421 d.C, è il dies natalis di Venezia, cheè  nata sotto la protezione di Maria, allora coincidente con l’inizio dell’era cristiana e nel calendario giuliano dell’equinozio di primavera. Marin Sanudo nel “De origine, situ et magistratibus Urbisv enetiae” (1493-1530) così descrive tale ricorrenza:

“Venesia fo comensada a edificar…del 421, adì 25 Marso in xorno de Venare circha l’hora nonaa scendendo, come ne la figura astrologica apar, gradi 25 de el segno del Cancro. Nel cual xorno ut divinae testantur litterae fo formato el primo homo Adam nel principio del mondo par le mano de Dio; ancora in dito xorno la verxene Maria fo anunciata dal’anxolo Cabriel, et etiam el fiol de Dio,Cristo Jexù, nel sinfioratauo immacolato ventre miracolose introe, et secondo l’opinione teologica fo in cuel medesimo xorno da Xudei crucefiso”…

La Serenissima celebrava la festa con la Messa solenne dell’alba nella basilica di San Marco, collegata all’antica corrispondenza Vergine-Aurora come madre del Cristo-Luce, presente proprio nelle iscrizioni dei mosaici della basilica. Quindi con una processione Il Doge e la Signoria si recavano nella chiesa di S. Maria del Giglio dedicata all’Annunciazione. Nei giorni nostri Venezia celebra la ricorrenza della propria fondazione con l’omaggio dell’Infiorata alla statua della Madonna nel piazzale antistante alla stazione ferroviaria di S. Lucia. La devozione alla Madonna è rimasta inequivocabile, associazioni, scuole, confraternite, cittadini, enti pubblici e privati depongono mazzi di 


fiori ai piedi della madre di Gesù e della Venezia. Il patriarcato di Venezia celebra la ricorrenza con la preghiera dell' "Angelus" proprio ai piedi della statua della Madonna benedicendo i presenti ed i mazzi deposti. Da alcuni anni, inoltre, associazioni remiere veneziane partono dalla chiesa di S. Giacometo di Rialto (ritenuta la prima chiesa fondata nelle isolette di Riva Alta) e arrivano a rendere saluto alla Santa protettrice dei veneti cristiani.


Tratto da : Calendario tradizionale Veneto pagano - Elena Righetto - Intermedia Edizioni

giovedì 29 febbraio 2024

1 marzo : il Batàrmarso nella tradizione Veneta

Fonte immagine: Heredia.it

Per gli antichi Latini, ma in realtà per popoli italici, marzo era il mese dedicato a Mars, Marte, dio in origine fecondatore e protettore dei confini sacri, che si rivela battagliero nel momento in cui questi confini dovevano essere difesi e protetti. Era il dio fecondatore dunque delle messi e dell’energia maschile in quanto tale, l’inno antico lo chiama Marmor, “splendente e luccicante”, forza riproduttiva della natura primaverile, e “gradivus” “fecondatore della vegetazione” . Perché per i veneti era così importante l’idea di Mars/Mamor? I suoi animali sacri erano in realtà simili a quelli di Reitia e cioè il lupo e il cavallo (oltre al picchio) e la sua pianta sacra oltre al fico era la quercia, sacra anche a Ecate e Reitia. La quercia contiene dunque il fuoco del dio, e colline e boschetti colpiti dal fulmine venivano venerati e a volte diventavano santuari. Come Janus è anch’egli dio degli inizi, ma intesi come lo sbocciare delle cose, dai germogli primaverili alla pubertà, alle attività agricole e belliche che nel mondo antico iniziavano infatti proprio durante il mese di marzo. Era anche il condottiero delle “primavere sacre”, in cui i giovani in gruppo lasciavano le loro tribus per fondare altre città o gruppi stabili. In epoca tarda, Mars era associato con la dea Bellona cui nome deriva dal sostantivo “bellum” e cioè guerra e successivamente si fuse con una divinità orientale onorata attraverso danze estatiche e orgiastiche, i cui adepti entravano in uno stato “estatico” ed il loro tempio era chiamato “fanaticum” da cui il termine “fanatico”. Il primo marzo era considerato dunque il capodanno, il primo giorno dell’anno produttivo, agricolo, legale non solo a Roma antica ma anche per tutta la durata della Repubblica Serenissima. Inizialmente era fissato il 25 marzo giorno della fondazione di Venezia ma successivamente la data fu cambiata nonostante l’introduzione del calendario gregoriano, continuò a dividere l’anno in 10 mesi, tanto che nei documenti ufficiali le date riportavano la dicitura “more veneto”, cioè “secondo l’uso veneto”. Il “ciamar marso” il “bati marso” dunque è un’usanza praticata dai nostri avi e dai nostri nonni di totale retaggio pagano legato ai rituali come abbiamo visto, dedicati a Marte, alla Potnia Thèron Reitia/ Cybele per evocare il risveglio della natura e l’abbondanza dei frutti. Nel giorno prima del plenilunio che si manifestava dopo il primo di marzo un uomo vestito di pelli, chiamato Mamurio Veturio (il vecchio Marte), che significava il marzo dell'anno precedente era cacciato fuori della città a bastonate. In questa festa avveniva un vero e proprio “fidanzamento pubblico” proprio come durante le calende di marzo in epoca romana e si può supporre che in seguito si siano associati i cosiddetti maridozi, probabilmente perché erano un po' di conseguenza di quest'esplosione giovanile. Consistevano in grida di proposte in burlesco di abbinamento matrimoniale, sempre la sera del primo marzo, sotto la casa delle giovani da marito. Anche nel veronese a tradizione vuole che ci si trovasse all’imbrunire, in due o più gruppi, in luoghi prestabiliti, accompagnati dal frastuono di trombe, corni, barattoli e anche dallo sparo di fucili per scambiarsi alternativamente cantilene e filastrocche che prendevano in giro personaggi noti del paese, costruendo improbabili coppie e altrettanto impensabili matrimoni, fra impenitenti scapoli e zitelle, ma anche fra vedovi e giovani ragazze. Il rito esorcizzava la cacciata dei demoni e propiziare una nuova e feconda stagione, occasione per invitare le ragazze in età da marito a rompere gli indugi e scegliere il futuro sposo con cui metter su famiglia. Immaginazione e spirito goliardico creano accostamenti improponibili e del tutto inventati per provocare. Dunque il batar marso veneto avveniva esattamente come un rituale pagano compiuto dai bambini che correvano per la città di Venezia e per i paesi dell’entroterra battendo violentemente pentole, piatti, “bussolotti”, lamiere per fare più rumore possibile e ridestare la natura dal suo torpore invernale. In campagna si usavano i vecchi vomeri degli aratri appesi sui rami delle piante o sui filari nei campi, ricordo degli “oscilla” paleoveneti, le offerte appese appunto alle fronde, e venivano percossi rumorosamente al grido di “Bati fora marso, che aprìl xe qua!” In alcune zone rurali, l'ultima sera di febbraio: gli osadori (urlatori) partono da punti diversi del paese e in corteo, sbattendo pentole, bidoni e coperchi, convergono in piazza, dove attendono le autorità. "...par svejar fora i spirìti de la tera e farghe corajo a la rinàssita de la natura, cantando e sonando, so 'l finir de febraro che xe in ùltima l'inverno.... ...vegnì fora gente, vegnì in strada a far casoto, a bàtare marso co' racole, sbàtole, ranéle, bandòti, cerci, tece e pegnate....vegnì, gente.” . . 


 TRATTO DA : CALENDARIO TRADIZIONALE VENETO PAGANO DI ELENA RIGHETTO

Copyright 

domenica 11 febbraio 2024

La stregoneria Veneta: Introduzione del libro" Folklore e magia popolare del Veneto"

 Il credere nelle streghe comporta un’interpretazione necessaria che non può essere relegato alla mera superstizione o liquidato come credenze di contadini ignoranti e ubriaconi. 

In questa sede d’analisi non ci si soffermerà nel tentativo di dimostrare o meno l’esistenza delle streghe in quanto donne e uomini dotati di effettivi ed efficaci “poteri magici” ma attraverso lo studio comparato di documenti d’archivio e testimonianze orali raccolte dall’autrice in quindici anni di ricerca sul campo, si tenterà di dipingere nella maniera più appropriata possibile, la figura della striga veneta. Per fare ciò è necessario prendere in esame la complessità degli elementi culturali e folkloristici che hanno nei secoli, contribuito alla creazione della figura della strega, partendo dalle rimanenze pagane delle antiche religiosità presenti nel territorio (si veda  a tal proposito sempre dell’autrice “Divinità, rituali e magia nell’antico Veneto”, e “Calendario tradizionale veneto pagano”,  Intermedia Edizioni, 2022). 

Negli anni vi sono stati pochi autori e ricercatori di spessore che si sono cimentati in quest’impresa frammentaria riguardo il territorio del Veneto e la tematica non è stata ulteriormente approfondita negli ultimi trent’anni circa. Vi sono numerosissimi testi che raccontano pittoresche leggende venete e veneziane aventi come protagonisti strighe e strigoni,  altresì modo è presente una sconfinata letteratura mondiale e italiana dedicata alla tematica stregonesca più o meno pratica o storiografica per poter approfondire gli argomenti trattati che più interessano in macro spettro. 

Quest’opera s’impegna a raccontare in maniera chiara e precisa la realtà stregonesca nelle terre del Veneto, dalle montuose zone Cadorine al Vicentino e al Veronese, passando per campagne e zone rurali sino alle strette calli di Venezia, senza aver la presunzione di illustrare un completo quadro del fenomeno  in quanto estremamente ampio e diversificato in ogni sua accezione locale e paesana. Si è pertanto deciso di operare tramite analogie e punti in comune che unissero le diverse leggende e i racconti di testimonianze orali in modo tale da avere una sorta di linea guida endemica e specifica, applicabile alla maggior parte dei racconti regionali, in modo che non vadano perduti nell’abisso della storia locale e bistrattate come semplici baggianate. Si è preferito anche lasciare m

olte terminologie in lingua veneta originale senza porre una traslitterazione italiana per evitare fraintendimenti o errori interpretativi. Si è scelto pertanto di riportare rari esempi di leggende e racconti popolari, non solo perché già ampiamente trattati da altri autori, ma soprattutto per “ascoltare” direttamente la voce delle “strighe” attraverso testimonianze orali più recenti e l’analisi di numerosi documenti processuali che restano l’unico momento in cui “sentiamo le streghe parlare” in prima persona, perché nelle interviste e nei racconti orali vi è sempre un “sentito dire”, un racconto tramite terzi. 

-F.Bussola -
Per Coven Venice Project e Elena Righetto

Le pratiche di “strighéria” veneta non sono scomparse nella
nostra età contemporanea, ma sono tramandate gelosamente e custodite con segreta perizia da persone che si potrebbero definire “comuni”. Un “mago” o un guaritore è disposto a rivelare qualche piccolo segreto esiste, ma non si troverà mai una “striga” disposta a rivelare in maniera essoterica il suo sapere esoterico. Farlo, infatti, comporterebbe la perdita dei suoi “poteri”, della sua affidabilità e delle sue azioni, non avrebbe più la capacità di poter agire. Per tradizione queste “strighe” sono legate da segreti arcaici e trasmettono la loro conoscenza pratico-magica solamente al momento della loro morte a una persona da solo scelta per intraprendere questo “cammino iniziatico”. I “pignatèi”, in altre parole l’insieme degli strumenti e delle conoscenze magiche, sono è lasciati in eredità a chi e ritenuta più idonea e pronta a ricevere il peso di questo bagaglio millenario. Vi sono persone esperte in “strigàrie” che hanno confidato all’autrice rimedi, fatture e contro-fatture usate sapendo bene che “chi sa fare sa anche disfare”. Essendo queste informazioni state confidate all’autrice nel rispetto del “segreto”, ne è stata anche vietata la pubblica divulgazione con qualsiasi mezzo, pertanto si è scelto di rendere pubblico ciò che è stato concesso dalle persone intervistate.

Che le strighe esistano o siano esistite quindi non è il punto focale di quest’opera bensì prendere atto della loro reale importanza sociale che per secoli è stata presente nella storia e nella cultura del Veneto. Sono esistite, invece e ancora continuano a esserci persone che attribuiscono ad altri la colpa e la ragione di ciò che accade: più inspiegabile appare, più è certo, secondo molti, il complotto, lo zampino di quello, quel diverso, quello “strano”. Dato che la caccia alle streghe è un fenomeno che attraversa trasversalmente la storia, riapparendo ciclicamente con nomi diversi, è opportuno trattarla come un fatto storico e come tale esaminarla, seppur brevemente, nelle sue caratteristiche principali: comprendendone le dinamiche, infatti, è possibile impedirne razionalmente il rischio di sostenerne una, sotto qualunque nome, etichetta, bandiera essa sia propagandata. Si raccomanda pertanto nell’approcciarsi a quest’opera di adeguarsi alla mentalità comune contadina e antica, che si basava sul semplice concetto dicotomico del bene e del male come entità contrapposte e in continua lotta fra loro, senza addentrarci in situazioni teologiche o filosofiche che sarebbero sicuramente fuori luogo. Il primigenio mito della natura “madre e benigna” in cui la morte di ogni essere vivente avviene per vecchiaia naturale si scontra con la realtà quotidiana, violenta, spesso inspiegabile. Secondo il ragionamento “popolare” vi sono due tipologie di “disgrazie”: comuni e universali per l’intera società (carestie, siccità, epidemie ecc.) e le private individuali, ascritte nell’ambito familiare o di paese e in questa tipologia di società/mentalità, l’ammettere di essere colpiti dal castigo divino significava ammettere di essersi macchiati di colpe orride agli occhi dell’intera comunità. Dato che la casualità non esiste, bisognerà quindi trovare la causa del male, un evento maligno proveniente dall’esterno della mia persona e per scovarlo ecco il ricorso alla scienza, all’intervento dei preti e all’utilizzo dei rimedi tramandati agli avi.

Già il mondo pagano aveva e conosceva le sue streghe: streghe (da stryx, strige, un uccello notturno simile a un vampiro) erano dette le donne accusate di succhiare il sangue ai bambini, di ucciderli o di ostacolarne la nascita. Streghe erano le Arpie, divinità degli Inferi, streghe sono state considerate le Gorgoni, la cui sede era presso l’estremo limite dell’occidente, là dove tramontava il sole e dove si credeva avesse inizio il regno dei morti. Evidentemente, quindi, sin dall’antichità l’essere umano nel mondo occidentale ha avuto bisogno di raffigurare in un’immagine concreta, in una figura precisa, con nome e fattezze riconoscibili, ciò che per sua natura non è né chiaro, né noto, né dominabile: insomma, ciò che è diverso e che, per questa ragione, fa paura. In età cristiana medievale, la Chiesa cattolica combatté le eresie soprattutto nei secoli XII-XIV e molto spesso le persecuzioni scatenate contro gli eretici o i non cattolici sono uniti a persecuzioni nei confronti di coloro che si crede abbiano rapporti col mondo delle streghe e soprattutto del diavolo. La convinzione che le streghe esistessero ha permesso di eliminare quelle persone "irregolari" che erano considerate pericolosissime per il potere politico e religioso.  Nell’immaginario collettivo si ritiene che la caccia alle streghe sia stata un fenomeno concernente, il Medioevo. Tuttavia il momento più virulento di quest’orribile realtà si ebbe tra la seconda metà del XVI secolo fino alla fine del XVI, in piena età moderna. L’esplosione di questo fenomeno quindi, pur avendo radici profonde, trova una ragione nelle trasformazioni sociali dell’era moderna e permette, attraverso lo studio della storia, una spiegazione razionale dei suoi meccanismi.

-F.Bussola -
Per Coven Venice Project e Elena Righetto

Dobbiamo ricordare che è la donna, tradizionalmente, a essere vicina al mondo agricolo: infatti, l’antropologia ci ha insegnato che è stata la donna la scopritrice, se così si può dire, dell’agricoltura. Mentre l’uomo era a caccia, la donna preistorica restava a guardia della grotta (o della casa, o della capanna), allevando i figli e osservando i cicli vitali delle erbe e dei semi che crescevano attorno a quel primitivo nucleo umano. Così, stagione dopo stagione, secolo dopo secolo, la donna più dell’uomo conosce il ciclo vegetativo e sa riconoscere le erbe buone da quelle cattive. Questa conoscenza – che giunge a metterla in contatto anche con erbe dalle qualità singolari (venefiche, psicotrope, allucinogene) arricchisce il bagaglio sapienziale della donna guaritrice. Durante il feudalesimo, le società contadine vivevano in condizioni terribili e i medici che sono uomini dotti (le cui pratiche sfiorano spesso l’ambito della magia) sono consultati e pagati solo dai ricchi, che possono permetterseli. Le donne, le “mammane” le “strighe” e le “herbane” e le ostetriche curavano i poveri, i paesani, le persone comuni e i contadini con rimedi erboristici efficaci che la “cultura popolare e orale” avevano tramandato e perfezionato per millenni.  

Ci fu un passaggio che portò la figura della guaritrice e della donna di medicina a diventare pericolosa e diabolica. Spesso accadeva che un trattamento fallisse o semplicemente che in questa categoria di persone si cercasse di riversare tutta la frustrazione in caso di problematiche irrisolvibili. Considerate le condizioni igieniche e sanitarie del tempo, la possibilità si è fatta frequente e molto comune: se cominciano a morire alcuni bambini dei vitelli o degli altri animali e a seccarsi diverse piante, ecco che una ragione ci deve essere, magari, perché quella “strega” (quella diversa, quella strana, quella là, quella che vive lontano da noi) ha gettato il malocchio. Il punto di riferimento contro queste avversità è la Chiesa che, non a caso, si fa particolarmente attenta alle donne che non sono inquadrabili nel costume sociale dell'epoca: le zitelle, le anticonformiste, le donne sole, le donne che abitavano fuori dal villaggio. La donna ritenuta "strega" è colei che è tanto vicina ai misteri della vita da provare anche ad avvicinarvisi, risolvendo, anche solo momentaneamente, il dolore fisico: e questo potere non è accettabile, dalla Chiesa medievale che proclama il dolore fisico come passo che avvicina alla sofferenza di Cristo. Il XIV secolo fu difficile, fatto di grandi cambiamenti, oltre alla frattura interna alla Chiesa, fu il secolo della grande crisi e nella crisi occorre sempre trovare un capro espiatorio, che assuma in sé tutto il peso, tutta la colpa del cambiamento. Faceva comodo credere all'esistenza delle streghe tanto quanto il fatto che esista la credenza nel loro diabolico e sovrumano potere. Il Malleus maleficarum è il "martello delle streghe": è lo strumento con cui gli inquisitori terrorizzati dalla propria impotenza sperano di domare i moti popolari che hanno staccato un’intera fetta di cristianità (l’Europa centrosettentrionale e l’Inghilterra) alla Chiesa cattolica.

Il territorio del Veneto tuttavia presenta delle caratteristiche particolari, che saranno approfondite in corso d’opera, per cui la presenza del governo della Serenissima Repubblica (da sempre avverso alle mire di potere della Santa Sede) mitigò drasticamente le punizioni e le persecuzioni contro le streghe o presunte tali. Questo non accanimento nei confronti di una vasta parte di credenze popolari portò paradossalmente a una progressiva scomparsa graduale della figura della pericolosa strega o del diabolico stregone, relegandone l’ambito di attività ad aspetti marginali della società: alla Serenissima importava solamente che queste pratiche non andassero a intaccare la sicurezza e l’integrità dello Stato.


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