Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

venerdì 27 dicembre 2013

LE SACERDOTESSE DI AFRODITE NEI SANTUARI DI CIPRO



Afrodite, somma Dea dell’Amore Creatore, della Bellezza,della Grazia e della natura che sboccia, fra i suoi mille nomi rispecchianti l’Archetipo di Mater Genetrix veniva  anche chiamata Cipride (Omero, Iliade, LibroV, v. 330) o Cytherea, dai suoi presunti luoghi di nascita, rispettivamente Cipro e Citera. Cipride (κύπρις), letteralmente «originaria di Cipro» è  un epiteto molto comune  in riferimento al mito  che la vede sorgere dalla spuma (afhròs)  del mare presso Cipro. Il termine compare perla prima volta nell’ Iliade, 5.330. Il principale centro di culto di Afrodite rimase a Paphos, sulla costa sud-occidentale di Cipro, dove la dea de ldesiderio era da lungo tempo venerata come Ishtar e Ashtaroth, in quest’indicazione si prospetta la fase del percorso mitico  del culto originario di Afrodite, da levante alla Grecia continentale, ove si instaurò a livelli sacerdotali tipici del Culto gentile Ellenico.
Paphos (gr. Παϕος) era ed è un’ antica città dell’isola diCipro (poi detta P. Vecchia ). Il sito fu abitato per la prima volta durante il periodo calcolitico (2800 a.C.); alla fine del Bronzo Tardo fecero la loro comparsa immigrati greci. Era famosa soprattutto per un santuario di Afrodite,di cui si conservano i resti. Il santuario, a corte, di tipo vicino-orientale ei cui primi edifici monumentali risalgono al 1200 a.C., ebbe una continuità di culto attestata da oltre 4000 terrecotte votive infrante. La ricostruzione romana(1°-2° sec.) distrusse gran parte delle strutture precedenti. Si conservano inoltre resti della cinta muraria del periodo arcaico, tombe dell’età micenea ereperti archeologici (11°-7° sec. a.C.). All’inizio del 3° sec. a.C. fu fondatala città Nuova , sul mare, ma il sito della città Vecchia rimase un centro religioso rinomato fino alla tarda antichità.
Gli Antichi ritenevano che se un luogo veniva dichiarato Sacro (ovvero casa della Divinità) esso rimanesse con tale connotazione sacrale anche se la vicende della Storia, portano all’abbandono delle ritualità nel Sacro Recinto o terreno.
Questo vale anche per Paphos e l’intera isola di Cipro, ove decaduto il culto politeista Ellenico  e demonizzata nell’era cristiana, la figura della Dea, s’instaurò un vivace e devotissimo culto alla Madonna di Cipro come Maria Theotokòs ovvero “madre di Dio”…Esempio di sincretismo religioso perfettamente allineato con la continuità della Deavista come Genitrice.
Afrodite secondo il mito antico che la vede nata a Cipro, comeculla Sacra scelse lo scoglio di Petra Tou Romiou, un faraglione a venti chilometri dalla città, circondato da un'incantevole baia a mezzaluna. Per gli incontri con il suo bellissimo amante Adone si spostava invece un po' più a nord, lungo la penisola di Akmans, fino a un laghetto naturale protetto da una grotta. Si dice che le acque di questa piscina naturale, nota come i Bagni di Afrodite siano ancora oggi un elisir di giovinezza e un potente filtro d'amore. Ma l’ antica Paphos  fu un centro del culto di Afrodite grazie ad un famoso santuario che, secondo la leggenda, fu eretto da Tegeo, re dell'Arcadia. Il tempio è citato da Omero e contribuì, grazie alle offerte dei pellegrini, alla prosperità di Paphos  aq uel tempo una delle nove città-stato dell'antica Cipro, seconda per importanza solo a Salamina in Cipro sul versante opposto dell'isola. Il culto era ancoravivo in epoca romana. Il tempio fu chiuso con decreto dell'imperatore Teodosio.
Altro santuario dedicato alla Dea è situato, sempre nell’isoladi Cipro nell’antica città-stato di Amathous, nella Baia di Lemesos (Limassol)la quale  fu probabilmente fondata dacoloni greco-micenei nei secoli XII ed XI a.C. ed era uno dei principali centridel culto della Kyprida Aphroditi. Nel principale sito archeologico di Amathoussi possono ammirare le rovine di un Tempio consacrato ad Afrodite. Si ritieneche il Santuario di Afrodite sull’Acropoli di Amathous sia secondo soltanto aquello di Paphos del quale, tra l’altro, secondo il mito, costituiva una sedesecondaria. Il tempio di stile greco e le rovine immediatamente al di sotto diesso risalgono ai periodi tardo-tolemaico ed imperiale. Tra le prove dellapresenza di un Santuario d’epoca antecedente ai periodi citati, si ricordanovarie offerte votive, risalenti alla metà del secolo VIII a.C..

Nel corso dei secoli il Santuario di Afrodite funse datradizionale luogo di culto cipriota, con uno spazio sacro recintato intorno adun altare, per cerimonie ed offerte votive. Potrebbero esserci state altre costruzioniin zona; il culto stesso, infatti, non veniva officiato in un edificioprincipale. Secondo quanto tramandato, vi sarebbero stati altri due templisull’Acropoli di Amathous, distinti da quello di Afrodite: uno dedicato adAdonis e l’altro ad Ercole. I loro resti, tuttavia, non sono ancora statiindividuati.
IL CULTO
Non molto si conosce riguardo il Culto delle Dea a Cipro,ma  durante questi anni di personalericerca storica e spirituale sono riuscita a mettere assieme una gran parte diinformazioni.
Dal IV secolo a.C. sino al IV d.C., nel Santuario di Paphos  si recavano numerosi pellegrini per venerareAfrodite e la città offriva vitto e alloggio ai fedeli che si recavano adonorare la dea nel suo santuario. Se ne possono ancora ammirare i resti a Kouklia,in riva al mare. I pellegrini percorrevano a piedi i 15 km che separano iltempio di Afrodite dalla città di Paphos. Il culto derivava dalle religionimisteriche, molto diffuse nell'antichità. Era così celebre che persino Omero locita nell'Odissea. Ci si recava per assicurarsi giovinezza e fertilità ma ancheper celebrare il rituale hierogamico con le Sacerdotesse votate alla Dea cheabitavano il Santuario. Esse non erano delle pornè (prostitute) e neppure dellecortigiane, ma delle Ierodule ovvero Compagne Sacre, che durante le ritualitàdedicate al propiziare la fertilità giacevano con gli uomini che ne richiedevano il sacro corpo, ma inmodalità differente alle sacre prostitute babilonesi. Questo era un ritualesacro durante il quale il devoto si univa con una Sacerdotessa che incarnava laDea stessa. Le sacerdotesse venivano iniziate al culto molto giovani sennonaddirittura in alcuni casi, da neonate figlie di altre sacerdotesse che eranorimaste incinte durante le Sacre Unioni.
Poiché la verginità non è gradita ad Afrodite, le giovani o le bambine,venivano  sverginate al momento stesso incui si votavano al Servizio della Dea dalla Gran Sacerdotessa la quale rompeval’imene in modo assolutamente non doloroso ed invasivo con un piccolo bastoncinod’oro il quale veniva poi consegnato alla giovane donna  come pegno ed exvoto alla Cipride. Le sacerdotesse vivevano in uno spazio sacro adiacente ilSantuario, ognuna in una celletta pulita e privata ,ed  all’interno di questa sorta di “monastero” viera un lussureggiante giardino che esse curavano in quanto uno dei compitidelle Sacerdotesse era proprio quello di curare le piante e mantenere ilgiardino, sacro alla Dea, in ordine prendendosi cura delle piante sacre allaCipride quali rose, il Mirto, l’alloro, la verbena. All’interno del giardino viera un piccolo tempietto nel quale ogni ragazza portava doni e preghiere alsimulacro della Dea.
Le modalità esatte con cui avvenivano le Sacre Unioni non ci sono stateconsegnate, tuttavia abbiamo in nostro possesso il rituale greco delleAfrodisia  festività dedicate alla Deache avvenivano nel mese lunare di luglio. Durante questo rituale venivanoportati al tempio dei falli in terracotta modellati dalle donne devote alla Deaaffinchè venissero benedetti dalla sua forza vivificatrice in modo da aumentarenon solo la fertilità, ma anche migliorare le qualità sessuali dei loro mariti!
Le Sacerdotesse godevano di uno status sociale elevato, similabile alle Vestalinella Roma antica, in quanto il devoto che si univa sessualmente con laSacerdotessa, donava del denaro al Tempio ( serviva al mantenimento delledonne, all’abbellire il tempio e la statua della Dea, alle offerte,all’incenso...) e del denaro alla Ierodula che lo conservava come tesorettopersonale. Questo tesoretto poteva essere utilizzato in due modi al momento incui la donna, raggiunta una certa età matura, poteva decidere se rimanere aservire la Dea come Sacerdotessa al Tempio sia continuando la missionehierogamica che nella manutenzione/gestione amministrativa del Tempio e deipellegrinaggi, oppure poteva decidere di vivere fuori dal sacro recintoautonomamente facendo affidamento al suo tesoretto.
Per questo motivo erano donne autonome, che non dipendevano economicamente dalmaschio padrone-marito-padre, ma non si ha testimonianza di donne potenti alivello politico , poiché il loro compito si svolgeva in altri piani dispiritualità ed esistenza ed era  uncompito che durava tutta la vita.
Notiamo differenze dal Tiaso saffico e dai templi in altre parti della Greciaantica, perché l’isola di Cipro era interamente basata sul Culto ad Afrodite ele Sacerdotesse erano un punto cardine ed indispensabile per l’economia e lavita stessa dell’isola.
Anche oggi vi sono dei gruppi di donne cipriote che continuanoa Servire la Dea nella sua isola prediletta, con canti, meditazioni, rituali alfemminine, offerte e devozione. Personalmente ho avuto l’onore di rimanere incontatto con loro ed è grazie a loro che ho potuto analizzare ed approfondire alivello spirituale nonché storico, la Vita ed il Culto all’antica Dea Reginadei Mari.
Come un tempo, anche oggi la Donna che si vota al serviziodella Dea Afrodite dev’essere conscia che è un mettersi al servizio di un Numenpotentissimo, archetipico, d’innumerevole potenza e presenza, ed è un voto chenon si può sciogliere neppure dopo la morte.



Dott.ssa Righetto Elena ©    tutti i diritti riservati

BibliografiaEssenziale

- Enciclopedia Archeologica Treccani
-Louys “ Aphrodite”
-Guida turistica Cipro
-R.Graves “ Miti Greci”
-G.Paris “la Rinascita di Afrodite”
-appunti vari raccolti in anni di liceo ed università
-LaurelayBlack “ In her service- Reflections from a priestess of Aphrodite”.







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martedì 17 dicembre 2013

CULTI DOMESTICI NEL VENETO ROMANO

La religiosità antica era  fortemente vissuta nell’ambiente domestico, costituita da piccoli gesti quotidiani spontanei e semplici (non per questo semplicistici), che non hanno lasciato tracce di materiali e non sempre erano supportati da concrete rappresentazioni.  Di certo si sa attraverso prove epigrafico-archeologiche che i Veneti Antichi praticavano una forma di culto privato simile alle tradizioni italiche ed indoeuropee. Al rituale di fondazione della propria abitazione si soleva seppellire sotto all’alare domestico (il focolare centrale della casa) situle in miniatura, offerte di primizie, rocchetti e pesi da telaio, oggetti

domestici, libagioni di vino e latte per consacrare  agli Dei con un atto di fondazione il proprio spazio abitativo. Il processo del passaggio culturale  del culto domestico paleoveneto  alle influenze romane non avvenne violentemente ma in maniera sincretistica ed assimilativa. I Veneti autoctoni assorbirono l’uso latino di rappresentare le Divinità per eccellenza della casa, ovvero I Lares ed i Penates ed il Genius,  Numina Tutelari che appartenevano precedentemente alla cultualità venetica sotto altri nomi non pervenuteci.  Essi offrivano ghirlande di fiori e profumi e realizzavano libagioni attorno al focolare domestico (l’alare che in veneto era detto “larin” uso ancora comune nelle campagne ), ed iniziarono a riservare loro uno spazio posto  appunto accanto al focolare o nell’atrio delle case in un epoca più avanzata. Seguendo lo sviluppo e l’ampliarsi della natura delle abitazioni da venete a romane il larario si spostò, dal “larin” all’altro ed al peristilio ma anche alle zone di servizio quali la cucina, i cubicola o addirittura nei giardini delle case più abbienti. Il passaggio avvenne a ridosso della riforma augustea che ufficializzò  nella sfera privata del culto una diffusione massiccia delle divinità principali del Pantheon pubblico a discapito di quelle della tradizione familiare e locale, tuttavia nel Veneto la riforma non attecchì in maniera predominante in quanto le divinità autoctone ed originarie delle genti Venete vennero semplicemente affiancate alle divinità romane per sincretismo e comunanza di tratti particolari (esempio classico l’associazione di alcuni aspetti di Reitia con Minerva, Diana ed Ecate). I Larari in pietra e forma di piccoli tempietti iniziano a diffondersi con l’aumento delle costruzioni domestiche in pietra ma rimangono affiancati dalla piccola statuaria bronzea tipica dei Veneti.  In quel di Altino son stati rinvenuti dei larari di tipo architettonico caratterizzati da un frontoncino retto da colonne o lesene decorato da stucchi e rivestimenti marmorei, spesso anche dipinti. Vi erano inoltre numerose piccole tavole circolari su piede cilindrico a volte con decorazione ad ovoli sul bordo e basi quadrangolari con piedini sporgenti a supporto a loro volta di tavolini destinati a reggere le statuette delle divinità.  Le immagini divine di norma associate a questo tipo di larario erano prodotti di bronzo o argento, mentre nei larari più semplici erano esposte statuine fittili in legno, cera stucco e tufo.  Vi erano i “Lari Danzanti” protettori per eccellenza del focolare e della proprietà vestiti con una corta tunica stretta in vita dal cintus aperta a ventaglio attorno alle cosce (I-II sec d.C.) e soprattutto in quel di Altino, città ad elevata valenza emporica, è attestato il culto al Dio Mercurio  ma anche del dio Ercole raffigurato classicamente con la clava e la pelle di leone. Giove e Minerva  assieme ad Ecate e Giunone erano oggetti di culto in tutta la zona del Veneto orientale, Giunone stessa veniva associata alla Iuno (raffigurazione femminile del Genius) talora adagiata su di una klinè.  L’unico bronzetto di Venere del tipo “con la mela” ripropone l’iconografia della dea nella veste di “protettrice della navigazione”, in appoggio ad un timone ed ad un remo. Venere  fu infatti “la Dea” di Altino prima e di Venezia poi.  Nei Larari domestici veniva praticato anche il culto ad Abbondanza-Fortuna ed ad Iside. La compresenza di divinità “orientali” accanto agli Dei tradizionali è ben attestato in tutta la costa Veneta, senza dimenticarsi di Arpocrate  figlio di Iside e rappresentante la Giovinezza e la presenza di Bes, altra divinità egiziana con carattere apotropaico.  Ma il Veneto era ricco anche della presenza di culti Dionisiaci nella sfera quotidiana riflessa in generale nelle pitture parietali e motivi dionisiaci nella pavimentazione a mosaico delle fauces delle domus. Teste di Satiri, oggetti d’arredo, appliques in bronzo raffiguranti Sileno e Pan, alcune lucerne e gemme dipingono il Culto a Dioniso come attivo e vivace.
Culto Domestico romano nei pressi del larario domestico
Il Giardino come luogo di culto a Venere in quanto era il luogo in cui si trovava espressione della religiosità privata legata moltissimo ai “santuari venetici” che erano all’aperto, più legati alla sacralità della natura. I giardini erano arricchiti con ricostruzioni di paesaggi agresti e raffigurazioni della sfera divina che afferivano alla natura. Nei “viridaria” son stati rinvenuti numerosi busti dedicati a Venere-Afrodite sia marmorei che bronzei, nella variante Landolina, satiri e statue di Pan.  Anche i numerosi oscilla rinvenuti dall’originario significato apotropaico e propiziatorio rappresentano un tiaso bacchico e culti orientali . Purtroppo le realtà archeologiche sono ancora troppo frammentarie per poter ricostruire con precisione una cultualità domestica completa.

BIBLIOGRAFIA
-          “Riflessi di culti domestici dalla documentazione archeologica altinate”- G.M. Sandrini -
-             G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinarum,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.
- J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma.



Righetto Elena (c)




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giovedì 12 dicembre 2013

Afrodite ed Hekate, il nucleo profondo dell'archetipo


Cari lettori e care lettrici, con questo nuovo articolo eludo dalle tematiche trattate solitamente nel mio blog per lasciare spazio ad un'analisi ispirata oltre che dai miei studi generali, dal libro di L.Veroli " Prima di Eva". In quest'articolo, che in realtà è più un pensiero, voglio analizzare le figure nell'aspetto archetipico di due "Dee" onorate e venerate nelle terre del Veneto Orientale ed adriatico dal I sec a.C, ovvero Afrodite, della dell'amore riproduttivo,  della grazia e della bellezza ma anche del mare e dell'Armonia, primigenia patrona di Venezia e di Altino ed Hekate, dea ctonia dal potere immenso sui tre aspetti del reale ovvero sulla Terra, sul mare e sul cielo. (per altri approfondimenti vi consiglio di leggere alcuni miei articoli in proposito).

AFRODITE pur essendo la Dea dell'amore e della riproduzione era detta anche "Vergine" come l'omonima costellazione e per i greci antichi significava "appartiene solo a se stessa". Come altre dee dette "Vergini" (Athena, Artemide, Hekate) non vuol dire che esse  non avevano  rapporti con gli uomini  anzi proprio il contrario, bensì che non ne son dipendenti ne tanto meno sottomesse. Padri e sposi, ma anche fratelli e figli non hanno il potere di renderle sottomesse. Vergine ed illibata nel mondo antico non erano sinonimi... Simbolo anche della "parola creativa" , detta infatti "aurea" che vuol dire miele- seme-parola, essa nasce nuda e non armata come Athena( patrona invece del Logos), una parola che crea e si attiva per congiungere l'Eros al Logos, la parola Erotica che crea qualcosa di nuovo da un'idea, la parola potente attraverso la quale l'essere umano ha potere d'azione e di decisione nel mondo.  Altro nome di Afrodite è "Melania" ovvero "l'Oscura" Μελαινα, in associazione con i poteri tremendi di colei che detiene la potenza del Creare ed associata anche all'episodio narrato in Apuleio ne "la favola di Amore e Psiche" in cui Afrodite invia Psiche negli inferi per ottenere da Persefone, regina dell'Ade, il cofanetto di ingredienti segreti per la sua bellezza. Afrodite "Melania" insegna alla giovane inizanda ai suoi Mysterion  di imparare a dire di "NO" a tutti coloro che essa incontrerà nella sua strada infernale, concentrandosi nella sua missione finale, ovvero senza diventare spietata perchè la compassione per le anime sofferenti dell'Ade è sempre viva nel suo cuore, essa deve ottenere la Bellezza Divina (più spirituale che fisica) che le permetterà anche di elargire i suoi doni ma solamente dopo aver acquisito quella "potenza del femminile" che integrato il materno con l'erotico ha la consapevolezza della propria differenza, integrità e indispensabilità. Ora Psiche è Donna, ed ha ottenuto quella "consapevolezza" che si ottiene solamente attraversando il mondo "oscuro" ovvero Ctonio, sotterraneo e profondo. L'inconscio femminile sa dare alla vita e consegnare alla morte, dare forma è consegnare alla caducità. Ma Afrodite è l'archetipo immortale del Femminile e incubato per millenni è riapparso nell'enorme creatività delle donne.
Afrodite è la Dea più temuta dell'Olimpo, è la Dea della nascita delle cose e delle azioni ma anche della nascita violenta. Essa resta fuori della cerchia ristretta degli Olimpi anche dopo esservi stata accolta a causa della sua più ampia sfera di potenza, come pure HEKATE alla quale è affine.  Afrodite "ha la potenza di costringere" tutti all'amore, neppure Zeus è immune al suo potere terribile e per punirla, la costringerà a scegliere un mortale ovvero Anchise, ma essa "creerà" qualcosa di potentissimo ovvero Enea progenitore della stirpe dei Latini. L'archetipo di Afrodite è imprendibile, non si riesce a catturare, resiste all'incarnarsi. Gli altri Dei si sentono minacciati a tal punto che vi è la necessità di depotenziarla ma Afrodite ha una resistenza intrinseca a trovare una propria forma nel mondo umano. Essa è la rappresentazione Assoluta del Sublime nella Bellezza.  L'archetipo di Afrodite è incontrollabile, insostenibile perchè legato alla Potenza della Natura, essa è invidiata dagli altri Dei perchè essa non ha confini, come Hekate che titanessa non spodestata ottenne maggiori poteri da Zeus, poteri arcaici, archetipici, infiniti e non declinabili poichè essi sono la base eterna del potere stesso della Vita. Se si vive Afrodite come un ideale assoluto, come intangibile, come potenza come potenza che non viene contagiata dalla vita, si è possessori del Sublime come archetipo che non accetta di incarnarsi, ma se si è possedute invece dall'archetipo invece che esserne in relazione può essere molto pericoloso, perchè essere affascinate dalla potenza dell'intangibilità si potrebbe tenere in scacco la vita e si rischierebbe di diventare una "COSA" una "donna oggetto-donna immagine". La Bellezza se troppo vicina all'Ego" uccide. La Bellezza deve trovare una mediazione nell'atto creativo poichè la bellezza se espressa è già mediata ed incarnata in qualcosa di creativo e vivo, è questo il potere di Afrodite. Se Afrodite non si incarna in qualcosa di artistico (pittura, scultura, poesia, danza, creatività, cucina, cucito...) allora è l'onnipotenza dell'archetipo a padroneggiare ed allora noi siamo la rappresentazione vivente di un effimero che non sa di essere effimero, ovvero la "donna oggetto". Elena è la vendicatrice di Afrodite perchè ha accettato la sua "incarnazione" per scelta. Elena regina di Sparta nella storia era la Somma Sacerdotessa di Afrodite  nonchè divinità della natura "in sboccio".

HEKATE ed Afrodite sono affini nel loro aspetto notturno, come dicevo qualche riga fa, Hekate è la Signora degli Inferi, del Mare e del Cielo, rappresenta quanto di oscuro ed indicibile esista, essa è il nostro rapporto con il Limite, con il confine delle cose e dei sentimenti. Noi non possiamo fermare la Vita, la accettiamo ed accettiamo sia la Trasformazione che la Perdita, Afrodite rimane nell'aria, irriducibile nella sua primitiva e primigenia potenza, nel nucleo più profondo Afrodite ed Hekate sono assieme, la Dea della Bellezza e dell'Eros e la Dea del Limite e dell'Oscurità, amore e morte. Afrodite " Melania" ed Hekate "Phosphoròs" ovvero portatrice di luce, amore e morte sono al di fuori della cerchia della vita, la Potenza dell'Eros e l'ineluttabilità della Morte, essi sono passaggi incontenibili e terribili. L'Archetipo è tale perchè non si afferra, il Sublime invece è fra due poli, Eros ed Inferi. Se leggiamo Afrodite nel suo aspetto lunare essa è "la luna piena" mentre Hekate è "la luna nera-nuova", una si vede in cielo l'altra non si vede ma c'è sempre. Hekate è detta anche" la lontana" perchè ai crocicchi della vita essa può rapirti e portarti lontano, ed è un aspetto speculare ad Afrodite, inoltre essa dona le Visioni, sia in aspetto negativo che l'Ispirazione positiva, e l'Ispirazione serve per Creare.

Il Doppio Volto della Vita e della Morte, dall'Ispirazione trarre la Bellezza per poter creare.


vostra Elena...oggi molto ispirata! ;-)




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martedì 3 dicembre 2013

Streghe & Stregoni...venete superstizioni?

Paesaggi del Mirese d'inverno...
Il Veneto è una regione abitata da molteplici figure mitiche e magiche di cui ho già ampiamente parlato nello specifico, perciò in quest'articolo troverete una summa descrittoria delle loro caratteristiche più frequenti!

" Ti ti xe strigà, ma no te me strigarè!"   (antico scongiuro veneto)


Essi ed esse son ritenuti figli del Diavolo. Per diventare Strega o Stregone (Strià-Striga /Strigòn-Strigonasso) vi erano solamente tre modi, il primo ovviamente quello di essere figlio o figlia di strega quindi per eredità. Una donna nasce strega se la madre strega essa stessa ne ha fatto voto agli spiriti, e l'appartenenza alla comunità delle Streghe è il Segno, consistente in una macchia scura in qualche parte del corpo. Esse sono le "vere streghe" coloro che posseggono i veri Doni trasmessi dal Sangue. Alla momento della morte le Strighe venete vanno in Egitto (o a Gerusalemme) per i loro concilii. Esse non possono morire se qualcuno non recita per loro tre Ave Maria ed ogni Striga lascia in eredità i suoi pignatèi magici che hanno il potere di far tempestare, grandinare e far cavalcare i temporali. Vi è anche una formula magica con la quale le streghe venete la Notte di Natale lasciano in eredità alle loro figlie o nipoti predilette le loro conoscenze magiche ma non  ho il permesso, giustamente, di renderla pubblica...E' segreta e tale deve rimanere!
Poi vi sono le Streghe per Contatto ovvero se prima del Battesimo il bimbo o la bimba viene toccata da una Striga oppure se durante il sacramento o il prete o i padrini commettono qualche errore liturgico. Queste son le Streghe meno "dotate", esse hanno la capacità di lanciare la "malvista" (ovvero una sorta di malocchio) e la capacità a far "fatture " e malefici ma difficilmente possono comunicare con gli "spiriti" o con il "Diavolo". Spesso erano guaritrici ed herbarie oppure cartomanti.  Infine vi erano le "Streghe per Scelta" . la tradizione dice che esse erano le meno potenti (e storicamente rappresentano le figure più tarde) in quanto esse si votano alla Stregoneria ed al culto del demonio di propria volontà e senza la trasmissione dei poteri. Esse sono le più lugubri e macabre, non di rado molte nobildonne veneziane fecero patti con il demonio o spiriti infernali per avere maggiori ricchezze e potere, tuttavia la tradizione magico-stregonesca nelle terre lagunari e montane dei Veneti parla chiaro" o ti xe nata Strià o no te ghe diventarè, ti pol restar par anni so do piè ma le ale no ti metarè!

Le Striè nella loro apparenza quotidiana non hanno nulla che le faccia riconoscere, i Concilii si tengono il sabato ed il giovedì nei crocicchi delle strade o sotto le piante di noci. Le caratteristiche che riassumono le varie figure stregonesche in tutte le terre Venete sono di essere o Brutte Vecie, Malciapae o Malvestie  o Belle Butele, di essere associate all'acqua ed alle sue proprietà guaritrici (sicuramente un residuo arcaico della figura delle Sacerdotesse delle Dea Reitia che operavano nei santuari acquatici come nel caso di Lagole e delle Anguane), vivono in cavità naturali come Covoli, Spurghi, Buche (Busi), agiscono con la luna piena ma si ritrovano nelle Croxare ovvero al centro dei crocevia o nel sagrà a mezzanotte per sparire al canto del gallo.Per individuarle bisogna mettersi con un forca appoggiata alla propria gola su un corxaron a mezzanotte, così le strighe di passaggio son costrette ad alzare la testa per venire così riconosciute, oppure "seguire le peche" ovvero le orme della sospettata per dieci passi, se la donna è una strega essa è costretta a girarsi. Le Streghe escono dai camini delle loro case per volare sulle scope o su rami di noce, per ritrovarsi nei campi e nelle radure della laguna oppure nei boschi dei monti per ballare e far baldoria con le "baghe" ovvero le cornamuse venete. Esse hanno il potere di far morire gli animali e far seccare gli alberi, fanno del male agli uomini e possono trasformarsi in animali, esse hanno un incredibile udito, amano far sparire il burro e son invidiose dei bei bambini altrui, infatti spesso li sostituiscono con i loro figli brutti e deformi nella culla. Sempre ai bambini esse fanno del male affatturandoli con grumi e nodi sotto il loro lettino per farli deperire e l'unico rimedio è prendere i vestiti del piccino, gettarli su una "caliera" piena di acqua bollente e sale, farla bollire sul fuoco del "larin" ed attendere. Quando tutta l'acqua sarà evaporata la strega busserà alla porta per implorarvi di smettere quel tormento insopportabile.


Paesaggi del Mirese d'inverno
I rimedi contro le stregonerie sono l'utilizzare l'acqua benedetta, il sale e l'aglio, la croce, le forbici, le benedizioni e far suonare le campane durante i temporali. Utilizzare cera benedetta, le "medajette" come amuleti oppure un oggetto di ferro seguito da tre segni della croce. Anche l'indossare un indumento al rovescio sembra essere un buon apotropaico. Se invece dovesse capitarvi di venir toccati da una donna che sapete essere Strega e che non è in buoni rapporti con voi, beh vi conviene toccarla a vostra volta immediatamente o rischiate una bella maledizione!
Esse scompaiono al mattino senza lasciar traccia,quindi attenzione alle date di giovedì e sabato!
Son dette anche " Matronis" ovvero "signore" ed esse hanno la "triplice potestas, nascendi, valendi, moriendi". Questa particolarità ha una spiegazione che risale alle antiche forme religiose e culturali dei veneti. Nel pantheon dei Veneti si trovava, secondo J.Sali, anche la divinità dell'universo, una trinità che simboleggiava il cielo, la terra e gli Inferi. Non per nulla infatti sono le medesime caratteristiche della Dea Hekate, signora delle Streghe certo ma anche Dea venerata dai veneti. Essa era di solito rapprentata con tre volti  come nel più antico simbolo dell'universo, la " Grande Montagna", la Marantega, L'Axis Mundi, la quale nelle credenze religiose popolari collegava la Terra con il Cielo. Le tracce di questa tradizione sono conservate tutt'oggi nell'infinità di nomi triadici come ad esempio nella toponomastica delle Alpi stesse.

Le Deità della "mitologia contadina" e popolare nascono da una concezione del Sacro che comprende le forse benefiche e malefiche della Natura. La Natura è madre buona e generosa ma anche terribile e distruttrice (con buona pace dei "new agers" cittadini ). La ritualità agraria è carica di simboli e significati che ripetono attraverso l'esorcismo e l'evocazione la "dipendenza dell'uomo a un destino dentro il quale operano fattori casuali o procurati dall'invidia e dalla cattiveria. Il Tempo con il Sole e la Pioggia, i fenomeni inspiegabili con l'esperienza, i Santi ed il loro potere carismatico sono il potere divino di una religiosità nella quale pesa la tradizione orale che rimanda al passato come un presente da vivere nella ripetizione del gesto che diventa rito, nell'evocazione che si trasforma in preghiera.

Originariamente la Santità e la Stregoneria coincidevano, quando si identificavano con la magia che è la fase primigenia di ogni forma religiosa e consiste nella facoltà di alcuni individui di agire efficacemente con gesti parole e rituali, con l'uso di determinati elementi ed oggetti, sulle forze occulte della Natura per placarle ed averne aiuto. Santoni e Stregoni sono chiamati in realtà i Sacerdoti e le Sacerdotesse delle religioni pagane antiche, precristiane, rimaste con il tempo a livello magico...

 Ed infatti secondo la tradizione popolare veneta " Le Striè le se sconde da drio el manteo dea Madona che le protexe", ovvero Le streghe si nascondono dietro al mantello della Madonna che le protegge...


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martedì 26 novembre 2013

Sacerdoti, Sacerdotesse e Divinità nel Veneto post-romanizzazione.

Fino al III sec. a.C il passaggio alla romanizzazione del Veneto avvenne in modo graduale e senza violenze, la Venetia infatti entrò politicamente a far parte dello Stato Romano senza subire alcuna colonizzazione forzata delle sue terre. Inizialmente si vedono ancora mantenute le autentiche culture autoctone e nei santuari le popolazioni che non hanno ancora assorbito la cultura romana non pongono dediche in pietra. Con la romanizzazione le differenze spariscono lentamente, la popolazione locale viene integrata, cambia l'organizzazione sociale ed economica, le città si riempiono di abitanti ed iniziano ad avere monumenti e Templi in pietra, i profondi mutamenti tra le popolazioni in campo materiale e religioso sono veloci poichè rapido si è fatto il collegamento tra le provincie dell'Impero e continui sono gli spostamenti delle truppe militari da un territorio all'altro. Lo scambio di prodotti e la diffusione di novità culturali e religiose dall'oriente introducono culti e divinità nuove che affiancano ma non riescono a sostituire quelli della tradizione italica.

Avvenuta dunque la "romanizzazione" della Venetia che oramai fa parte della X Regio si diffondono nuove divinità e culti molto diversificati, pertanto vengono designati in ogni città due collegi sacerdotali di stampo romano: i PONTEFICI e gli AUGURI composti da tre elementi ciascuno che godono di privilegi particolari (dall'esonero dal servizio militare al permesso di indossare la toga). Poi vi sono i FLAMINI figure sacerdotali pre esistenti, pre romane, che ricalcavano le figure dei sacerdoti veneti ed erano infatti addetti al culto delle Divinità locali, in epoca tarda vennero incaricati anche di officiare il culto al Genio dell'Imperatore ma in realtà rimase una funzione poco praticata nella Venetia che si riteneva ancora autonoma. Si sa della presenza ad Este di un FLAMEN JULIANUS dedito al culto di Cesare.
Le Divinità introdotte  sono Giove, Domitilla, Concordia, Apono, La Bona Dea, Magna Mater, Giunone. Diana e Cibele ricalcano invece negli aspetti e negli attribuiti  la figura di Reitia la Dea Somma del popolo veneto, rimangono inalterati i culti dedicati ai Diocuri ed ad Eracle ed agli dei venetici Trimbusiate, Ikathein, Termon sostituiti e/o affiancati da Hekate e Terminus.
Gli AUGURI  hanno il compito di interpretare il volere di Giove decifrando i segni divini attraverso il volo degli uccelli. Famosi sono anche gli oracoli ctoni, come quello di Gerione gestito da Cornelio in una grotta sulfurea ad Abano Terme.  Si è a conoscenza dei collegi sacerdotali a Verona, Vicenza, Padova, Este, Mantova, Concordia, Aquileia, Altino, Trieste e Trento. Alcuni sacerdoti ed aùguri occupano oltre alla carica religione anche la carica civile e  militare.

Numerose sono anche le SACERDOTESSE.
Esse durante lo splendore della civiltà Venetica avevano un ruolo dominante nella religione e nel culto. Esse erano riccamente abbigliate adorne con mantello o velo alla maniera della dea alla quale era rivolto il loro culto, la Dea Reitia. Nel suo santuario ad Este le Sacerdotesse trasmettevano ed erano custodi della sacra arte della scrittura, poichè era nella scrittura che il culto si attuava e contemporaneamente si esprimeva.  Nei santuari veneti venivano svolti dei rituali legati al raccolto ed alla stagionalità della vita, rituali e cerimonie legati ai confini territoriali ma anche e soprattutto liturgie rituali legati all'incubazione guaritrice e la terapia onirica oltre alle funzioni magico-divinatorie. Nei santuari avvenivano le iniziazioni dei giovani e delle ragazze all'età adulta e militare oltre a rituali che implicavano la libagione rituale da pozzi sacri ritrovati nei santuari. Non è difficile immaginare queste donne velate che cantando si avviavano in processione fino all'Ara Sacra, guidate da una o più Sacerdotesse ed in cerchio dedicavano offerte animali e primizie vegetali al fuoco...

Con la romanizzazione altre Sacerdotesse le affiancarono e sostituirono ( nel I sec. d.C), ricordiamo una sacerdotessa devota al culto di Domitilla ( moglie di Vespasiano), a Trieste una sacerdotessa era incaricata al culto di Tutte le Dee, poi ci sono i SEVIRI forse magistrali locali che avendo ricevuto delle onorificenze fanno lastricare le strade. Esistono pure i SALII sacerdoti addetti al culto di Marte e Quirino presenti sia a Padova che a Vicenza, mentre a Verona era presente una Sacerdotessa responsabile al culto della Matris Deum, a Padova un Sacerdote si occupava del Culto ad Iside ed a Trieste sempre un Sacerdote era dedito alla Magna Mater Cybele.

Altre figure aiutavano gli e le officianti, i CAMILLI una sorta di chierichetti, i VICTIMARII coloro che avevano il compito di uccidere l'animale nei sacrifici, quelli che sciolgono un voto, coloro che custodiscono il Tempio e ne fanno le pulizie.
Devota Orante  Sacerdotessa?
Ricco costume veneto

Bronzetti ritrovati nel Monte Summano- Bona Dea e Mars Offerens
Santuario Venetico


Hekate - Bronzo votivo ritrovato a Treviso

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venerdì 22 novembre 2013

Feste, Tradizioni, lavori agrari DICEMBRE

Dicembre, mese "natalizio e festivo " per eccellenza, importante nel Veneto e preceduto da tradizioni e superstizioni affascinanti che ho descritto in ASPETTANDO IL NATALE...TRADIZIONI E MAGIE.

DECEM, IL DECIMO MESE ROMANO
Mese di freddo, che conserva gli antichi culti agrari in cui i giorni erano sempre più brevi e freddi, in cui la neve ricopriva tutto con il suo manto candido e conservatore di terreni. Il frumento tardivo veniva raccolto ed anticamente offerto a Saturno, Numen tutelare protettore dell'Italia (Saturnia Tellus).

DESSEMBRE, DAVANTI EL ME SCALDA E DA DRIO EL ME INSENDE! 
Un tempo, per combattere il freddo ci si scaldava ponendosi  davanti ad un fuoco acceso, focolare o caminetto oppure stufetta economica come quella di mia nonna, ma anche tenendo da seduti davanti alla pancia tra il ventre e la gambe un vaso di terracotta, la " mùnega" con dentro le "bronse" ovvero braci accese.
 In entrambi i casi però ci si scaldava solo la parte anteriore del corpo mentre il didietro era "insend
à" ovvero bruciato dal gelo.

 2 DICEMBRE: SANTA BIBIANA (VIVIANA)
" Xe piove de santa Bibiana piove pa quaranta dì e na setimana"
Festività forse legata ad una divinità di stampo "celtico" oppure Santa importata dalle invasioni longobarde, non autoctona ma molto sentita fin a qualche anno fa per la sua importanza nelle previsioni empiriche.

4 DICEMBRE: SANTA BARBARA, OVVERO LO SCONGIURO MAGICO CONTRO IL BRUTTO TEMPO
La nonna paterna, morta vent'anni fa, era solita recitare in questo giorno:
" Santa Barbara e San Simon, liberème da sto tòn! Da sto tòn e sta saèta, Santa Barbara Benedeta!" 

6 DICEMBRE, SAN NICOLO' DE BARI, LA FESTA PER I SCOLARI!
San Nicolò è il protettore di Mira, il paese in cui io vivo, che ha preso il nome proprio dal paese di origine del Santo, ovvero Myra una città della Licia antica regione dell'Asia Minore.
Da piccoli cantavamo una filastrocca molto vecchia insegnataci dai nonni che recita
 " San Nicolò de Bari festa pa i scoeari, se a festa no faremo, ala maestra ghe daremo! "
Fino al tempo dei nonni i bambini usavano porre le loro scarpe la vigilia del 6 dicembre fuori dalla porta di casa e di notte il Santo sarebbe passato con il suo asinello per riempirle di doni, come Santa Claus-Nikolaus in Germania divenuto in seguito il Babbo Natale che tutti noi conosciamo...

8 DICEMBRE- LA MADONNA DEI CAVALLI...Rituale Pagano? 


Festività antichissima molto territoriale legata all'antico territorio di Gambarare (sul quale ho condotto parte della mia tesi di laurea) antico vicus paleoveneto e romano, adiacente al porto fluviale che connetteva attraverso il fiume Brenta il mare e Patavium, Padova.

Questa festività trova origine nel mito e nel Culto Sacro che gli antichi Veneti offrivano ai Cavalli testimoniato da numerosissime necropoli e dall'esistenza di un culto religioso dedicato ai Dioscuri presso i fiumi. Reitia la Dea Veneta più importante era associata al cavallo e la tradizione spirituale è giunta fino ai nostri giorni con la festa di Gambarare che non è la "festa dell'Immacolata Concezione" ma la festa della " Madonna dei Cavalli".
Linguisti ed etnologi hanno riscontrato nel nome stesso della festa un indizio per comprenderne la sua reale natura, svincolata dalle tematiche religiose cristiane. Da documenti basso medievali (che ho  potuto personalmente esaminare) infatti si parla di una "  Domina equorum"  ed in seguito " Ma- Donna de li cavali" quindi " Signora dei Cavalli".

L'istituzionalità della festa così come viene svolta in questi ultimissimi anni deriva dal 1933 ed è così detta perchè una statua dell'Immacolata viene portata per le vie del paese, che ricalcano l'antico corso del Medoacus major ovvero il Brenta, su un carro trainato da 12 pariglie di cavalli rigorosamente bianchi ( altro singolarissimo aspetto del culto ai cavalli di Diomede, ed era prescrizione per i Veneti di sacrificare cavalli rigorosamente bianchi) .
 Nella processione il carro è seguito e preceduto da figuranti che procedono a piedi, soprattutto bambini e ragazze e la statua è avvolta da una nuvola di tulle rosa ed azzurro. Anche oggigiorno vengono eretti archi " di trionfo" dagli abitanti riempiti di fiori e sempreverdi, alle finestre vengono drappeggiate stoffe pregiate e decorate mentre si costruiscono occasionali altarini dove vengono sistemate statuette della Madonna, dei Santi e dei defunti.




13 DICEMBRE- FESTA DE SANTA LUCIA 
" De Santa Iussìa el fredo crùssia!" 

Il freddo è veramente pungente è un tormento che crucia, che arriva fino alle ossa e per chi lo sente provoca dolori tremendi! In aggiunta all'umidità di questi territori beh, provare per credere!
L'accento sulla U di Iùssia /Lùssia/ Lucia è il femminile di "Lucius" da cui deriva la radice latina di Lux- luce. Nell'antichità romana significava " nata dalle prime ore del mattino" oppure "nata in periodo di luce". Tradotto in greco tardo divenne "Kùkia" con valore e significato per i cristiani di segno e promessa spirituale e quindi "messaggera di luce".

Sempre nel culto pagano romano-veneto, in questo periodo si celebravano ritualità rivolte alla dea Hekate- Ecate- Ichatèin, anche essa "portatrice di luce" Phosphoròs, colei che nell'inverno e nell'oscurità portava la Luce necessaria alla sopravvivenza.

"Santa Iùssia el xorno pi curto che ghe sia e la note pi longa che ghe sia"


A ridosso del Solstizio d'Inverno (21 dicembre) anticamente e per tradizione orale ci si era accorti che per un periodo di tempo a partire dal 13 dicembre il sole tramonta prima rispetto a tutti gli altri giorni dell'anno, e quindi l'oscurità avanzava più rapidamente. Inizialmente vi era Ecate la Luminosa che in quanto Dea potentissima reggendo la torcia illuminava egualmente la giornata buia, poi arrivò Lucia, santa della Luce che l'aiutò a reggere l'altra torcia in una continuità tradizionale.
HEKATE


SANTA LUCIA













21 DICEMBRE- SOLSTIZIO D'INVERNO- SAN TOMMASO

" De San Tomin le xornade le torna indrì"

Sostizio d'Inverno, le giornate iniziano ad allungarsi un
pochino...E' il ritorno della Luce, per i celti  si trattava di Yule la festa della Luce, i Romani festeggiavano il Sol Invictus ed il Sol Indiges...per tutti i popoli il Sole ricominciava a ritornare.



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martedì 19 novembre 2013

Aspettando il Natale...tradizioni e magie...

IL VISCHIO
Dalla prima domenica d'Avvento (l'ultima del mese di Novembre) alla festa dell'Epifania, in Veneto (ma anche Friuli) era tradizione appendere sopra il camino o dietro la porta d'ingresso delle abitazioni un rametto di vischio simbolo della Vita  dell'albero stesso che mostra di essere in letargo ma non perit, assopito e pronto a risvegliarsi ai primi segnali della primavera. Il Vischio era ritenuto parte dell'anima della Natura. Vi erano rituali magici per attivarne la protezione per la casa, guarnito da un fiocco rosso avrebbe protetto le persone ed il bestiame essendo un potente talismano contro la stagione invernale.

LE CORONE DELL'AVVENTO
Era tradizione per simboleggiare e rilevare il conto alla rovescia fino al Natale appendere sulle porte d'entrata delle case le corone dell'avvento, confezionate con rami di abete ed alle quali venivano aggiunte quattro candele simbolo delle quattro stagioni, delle tempora. Ogni candela è accesa poi  consumata e spenta la sera di una delle quattro domeniche dell'Avvento.  Viene arricchita con frutta secca e strenne natalizie. La strenna natalizia è un regalo che è d'uso fare o ricevere nel periodo natalizio.
Tale usanza discende dalla tradizione dell'antica Roma che prevedeva lo scambio di doni augurali, durante i Saturnalia, ciclo di festività che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, in onore del dio Saturno e precedevano il giorno del Natalis Solis Invicti. Il termine deriva dal latino strēna, vocabolo di probabile origine sabina, con il significato di "regalo di buon augurio".

PREVISIONI MAGICHE D'AMORE
Durante la festa di Santa Lucia, considerata la festa "magica " per eccellenza in cui la Luce e l'Ombra lottavano assunta dalla chiesa come eterna lotta fra bene e male , le giovani donne venete  impiegando amuleti, cercavano interpretazioni scaramantiche sull'amore per indovinare se si sarebbero sposate l'anno venturo, quale sarebbe stato il mestiere del fidanzato e se  sarebbero state felici. Secondo questo gioco magico chi non avrebbe avuto responso sarebbe rimasta zitella, tuttavia la nonna racconta che il più delle volte erano proprio queste giovani meno appariscenti che concludevano i migliori matrimoni e divenivano le più appagate e felici nella vita familiare e nella società....chissà!

QUANDO LE DONNE FILAVANO...
Dall'autunno alla primavera le donne filavano, lavoravano all'uncinetto, rammendavano al tepore del fuoco domestico e della stalla.
La filatura, per le popolazioni antiche e per l'eredità contadina, era un'attività considerata misteriosa, dove si accavallavano gli aspetti magici legati al mondo del femminile.
Le maghe venete, ovvero le Rododese e le Anguane, osservassero la filatura delle donne eseguita nelle ore notturne premiando o castigando le filatrici secondo il loro metodo (il rimando alla leggenda classica di Atena ed Aracne è immediato). Alcuni pregiudizi stabilivano il periodo oltre al quale le donne non dovevano più tessere e filare ed altri riguardavano il divieto di filare in alcune particolari circostanze.
Nelle valli dolomitiche e carniche era vietato filare di giovedì perchè le streghe avrebbero disfato il lavoro quella stessa notte del Sabba, vietato anche il venerdì perchè il Demonio era attivo proverbialmente in quel giorno infausto, ed ovviamente vietatissimo anche il Sabato, giorno dedicato anticamente al Dio Saturno, divinità infera, sostituito dall'ignoranza cristiana con il Diavolo ed il Sabba stregonesco.  Domenica pure era proibito poichè in quel giorno neppure la Madonna filava e quindi c'era il pericolo di filare i suoi divini capelli!
Divieto di filare anche durante il Solstizio d'Estate e di Inverno, proibito durante la notte di Samonios- 31 ottobre, alla festa di Santa Lucia, la Vigilia di Natala perchè le Streghe in questa notte avevano il potere di insegnare i loro poteri alle donne che filavano, la vigilia di capodanno e la notte che precede la Candelora.


BIBLIOGRAFIA:
- Lunario. calendario rurale veneto-friulano. Renato Zanolli.
-Calendario- A.Cattabiani
-Lunario- A. Cattabiani
-L'anno i mesi e i giorni nella cultura popolare del Veneziano. Proverbi modi di dire tradizioni- M.Poppi
- La religione dei romani- J. Champeaux



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mercoledì 6 novembre 2013

Lo ZENGALE, Lo Scialle tradizionale delle donne Venete



LO ZENGALE, o Zuave, è uno scialle tradizionale  dalle origini antichissime che le Donne Venete, fiere e combattive, hanno portato da millenni e per millenni.


Costume Paleoveneto


















VENETULUS PALEOVENETO

La prima testimonianza dello Zengale è paleoveneta, infatti numerosi ex voto femminili raffiguranti nobildonne e/o Sacerdotesse nonchè la Dea Reitia stessa  ci dimostrano che lo scialle molto ampio coprente testa e spalle era un segno identificativo del Femminile. Le Donne Venete  erano, e sono, caratterizzate da un carattere forte, quell'essere piccantine ed autoritarie fossero esse nobili o popolane hanno sempre avuto un modo particolare di esprimere la propria femminilità: donne argute, decise, la battuta pronta, e consapevoli del proprio essere persone, oltre che donne. Queste caratteristiche venivano definite con un termine " morbin": questo brio, questa vivacità, questo modo  di sapersi districare tra le attenzioni degli uomini senza offendere, ma lasciando in qualche modo,

 aperta la strada per continuare a relazionarsi con gli altri
 senza per questo promettere nulla. 



Ragazza Veneziana con Scialle- Luigi da Rois- 1890
Le Donne Venete sono da sempre conosciute per il loro atteggiamento sornione ma molto autorevole, esse infatti sin dai tempi più antichi, hanno goduto di una fortissima emancipazione e soprattutto autonomia, dovuta dal fatto che Venezia ed il Veneto son sempre stati autonomi, di mentalità più aperta e molto meno bigotta del resto d'Italia. Il Cristianesimo non è mai riuscito ad attecchire in maniera violenta e soprattutto non ha avuto il potere di cancellare le usanze autoctone primigenie. Venezia è sempre stata una Repubblica indipendente, uno stato laico e fortemente identitario. Queste caratteristiche di Venezia erano dimostrate fisicamente dalle sue Donne, vivaci e spigliate. I Romani all'epoca delle unioni politico-territoriali con i Veneti descrissero le Donne Paleovenete come forti ed indipendenti, esse furono Sacerdotesse e detentrici dell'arte della Scrittura, potevano possedere ricchezze, ereditare nonchè governare la propria famiglia. Non vi era all'epoca il concetto di pater familias o dominus ma piuttosto una divisione di compiti specifica fra uomo e donna per il bene delle comunità venetiche. Le donne antiche combattevano e sapevano amare. 

Lo Scialle o Zengale ha una storia semplice e lunga,
dal " Venetulus" ovvero lo scialle lunghissimo  rituale e solitamente di colore azzurro che indossavano le progenitrici venetiche allo Zengale  che dal 1791  non venne più  chiamato venetulo o fazzoletto ma  " zendado, o zendàle, e si arricchì nuovamente, non solo  un grande scialle ma venne decorato con lunghe frange confezionato in seta, in pizzo, e, per le popolane più povere, in lana, tutti di vari colori o delicatamente ricamati.

LO SCIALLE MAGICO....
Le popolane erano molto più libere e felici delle donne nobili e nel veneto vi era e vi è ancora il detto che è la donna che sceglie l'uomo. Esse, con la loro eleganza e l'innata capacità seduttiva  utilizzarono questo indumento che poteva essere aperto, avvolto, coprire la testa, o maliziosamente lasciare leggermente scoperte le spalle per un'innocente quanto attraente mezzo per far avvicinare i giovani da cui si sentivano attratte. all'avvicinarsi del prescelto con un rapido gesto della mano prendevano un lembo dello scialle e lo facevano volteggiare a ricoprire la spalla, facendo svolazzare le lunghe frange ....le quali, quasi magicamente, andavano ad impigliarsi sui bottoni del futuro innamorato....piccole ragnatele colorate e delicate che impigliavano e imprigionavano il cuore dell'uomo.
Venezia - Tre ragazze avvolte nel tipico scialle veneziano,
 disposte in circolo, fissano l'obiettivo

Venezia. Donne avvolte nel tipico scialle veneziano
 riprese in viale Castro Pretorio nell'atto
 di trasportare recipienti tipici di Venezie 
e del Veneto sospesi ad un'asta. 1930






- informazioni tratte dal sito Venezia My Blog



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martedì 29 ottobre 2013

LA REDODESA- Dea Antica o Strega?



“ La Redodesa è una donna bellissima d'aspetto e implacabile nelle intenzioni…”

“«la Redodesa è una donna che suole farsi sentire la sera dell’Epifania a strepitar catene. Guai in quella sera a non tener alzate le catene dal fuoco della cucina o lasciar la stoppa sulla rocca, ne fa un inferno! Una volta, per farla fuggire, si accendevano dei fuochi e si mandavano delle grida».
 (Q. Ronzon — vedasi Almanacco Cadorino, anno III, 1885)

La Redodesa è ritenuta in Veneto essere una sorta di “Befana” ma non viene considerata come una vecchia paurosa da bruciare, tutt’altro! La Redodesa è un essere fantastico nei tratti più simile agli orchi, ad altri esseri femminili malefici, che non alla vecchia che porta o riempie di frutta e dolciumi la calza che un tempo i bambini trovavano appesa alla catena o alla cappa del focolare.   Essa è sempre descritta come bellissima e giovane ma dagli aspetti terribili, ctoni, alla guida di una caccia selvaggia e spettrale, accompagnata dal latrato dei cani e dagli spiriti dei morti (aspetti molti simili alla dea Hekate).



Le leggende narrano che a mezzanotte della vigilia dell’Epifania, si possa vedere  la Redodesa con i suoi dodici Redodesegoti (i dodici mesi dell’anno ma anche le dodici notti sante che vanno dal Natale all’Epifania) che fermano le acque dei  fiumi e chi attinge acqua in quel preciso momento viene travolto dai flutti mentre il primo che al mattino seguente porta gli animali ad abbeverarsi trova sul greto del fiume uno splendido mazzo di fiori. I fiori che si trovano al mattino dopo sono di colore giallo vivo, color del croco, e vengono conservati come porta fortuna. Inoltre la Redodesa viene spesso associata con Perchta ed Holta in quanto al mattino dell’Epifania essa  si reca di casa in casa a controllare che le donne abbiano finito di filare tutta la canapa, il lino e la lana dell’anno precedente e che abbiano rassettato la casa come si conviene, per le donne che hanno eseguito queste prescrizioni alla lettera vi  saranno allora benedizioni per l’anno entrante,  per coloro che hanno trascurato di farlo vi saranno  invece punizioni e disgrazie. La Redodesa con la sua Caccia Infernale è ricordata anche nella “Notte dei Morti” nella quale si racconta che essa raccolga tutti i morti che sono annegati nei fiumi durante l’Epifania dello scorso anno. Inoltre nel Bellunese si racconta che essa compaia sia a mezzanotte che  alle  ore dodici del 24 giugno per incontrarsi con San Giovanni e farsi benedire in una notte comunemente dedicata alle Streghe. Questa leggenda è presente anche nel Veneziano, in cui si credeva che le Strighe si radunassero ai crocicchi presso un capitello alla Madonna (recenti  prove archeologiche ci hanno dimostrato che anticamente nelle zone di centuriazione romana vi erano poste ai crocicchi delle aedicuale dedicata ad Hekate, Janus, Termòn, Reitia.). Sempre nel periodo dell’Epifania, tutt’oggi si festeggia la tradizione del “pan e vin”, festa popolare detta anche 'redodesa'. Sempre in questo periodo, in alcune località del Veneto e del Friuli si lanciano delle ruote di legno incendiate lungo i pendii dei monti; il rito viene detto “rito della stella”, perché anticamente le ruote rappresentavano la corsa del sole nel cielo.  Linguisticamente e tradizionalmente vi è l’ipotesi  che “Redodesa” derivi da una deformazione di Erodiade, la moglie di Erode che chiese a Salomè di pretendere la testa di Giovanni Battista dopo la danza dei Sette Veli  ma nel Veneto  il passaggio dei dodici giorni dal 25 dicembre al 6 gennaio è detto “dodesena” e quindi 'dodese' e 'redodesa' per deformazione linguistica. In quei giorni il Veneto si illumina di falò tradizionali, che già i nostri progenitori paleoveneti  dedicavano a Reitia, Dea della Natura, Risanatrice che in questo periodo veniva bruciata come “marantega” (ovvero “mare antica- madre antica” ) per rinascere a primavera come nuova Dea e Nuova Natura.  Il termine ' 'buberata' parte dal senso del brusio del fuoco che esplode e si espande. E' un'eredita' lontana del 'buba' che nel linguaggio dei bambini significa fuoco. Una 'buberata' diventa allora un grande fuoco, una fuocata. E' una parola bella, ha qualcosa di primordiale che mi emoziona sempre. Inoltre Redodesa come Erodiade potrebbe anche essere la trasformazione linguistica di “ Hera- Diana”, ovvero Giunone e Diana, Dee venerate in terra veneta in seguito alla commistione culturale dei Paleoveneti con i Romani. Come ho spiegato in altri miei articoli, Giunone, Diana, Minerva,
Bronzetto di Hekate ritrovato
e conservato attualmente
al Museo di Treviso
Hekate rappresentavano degli aspetti di Dee che coincidevano con la De Suprema per i Veneti antichi, ovvero Reitia, e non vi è da stupirsi se il passaggio delle acque della Dodicesima Notte vede la Dea Suprema alla guida dei Dodici Mesi dell’anno distribuire premi e punizioni. . Nella mitologia Greca era la dea Hera che volando nel cielo portava  doni e abbondanza durante dodici notti solstiziali. Hera, legata a Diana- da cui Herodiana, in seguito mutata in Erodiade- era la dea notturna per eccellenza, che soprintendeva al noto “Corteo di Diana”, in cui le donne pagane compivano i loro sortilegi, donne che dopo l’avvento del Cristianesimo divennero Streghe.  Qualcuno ricordava la reduòia come una vecchia che diventava talmente grande da riuscire a sbarrare completamente la strada principale del paese e nessuno poteva transitare senza il suo permesso. Un tempo I ragazzi fissavano nella piazza principale del paese un palo alto la cui cima era riempita di paglia che veniva incendiata (il pearvò) allo scopo dicevano di illuminare la strada ai tre Re Magi. Le ragazze invece si rinchiudevano in casa, lucidavano e ritiravano le catene del larìn e poi andavano a letto. Inoltre un tempo in Cadore la sera dell'Epifania i bambini andavano in giro per i paesi armati di ciadene, sampogne e racole per sfidare la reduòia.


IL CORTEO DI DIANA
“Illud etiam non omittendum, quod quaedam scelleratae mulieres, retro post satanam conversae, demonium illusionibus et phantasmatibus seductae, credunt se et profitentur nocturnis horis cum Diana paganorum Dea et innumera multitudinem mulierum equitare super quasdam bestias , et multa terrarum spatia intempestae noctis silentio pertransire , eiusque iussionibus  velut dominae obedire, et certis noctibus ad eius servitium  evocari.”
(Reginone de Prum-De Synodalibus causis- (906 d.C)
La Redodesa ed i Dodici Rodedosegoti


FILASTROCCHE 
Cortina d'Ampezzo:
Leva su burta slavatha fira do ra to rociada,
 se no vien ra scancagnara e ra porta via l'panegel.
 Auronzo:
Leva su desconculiada fila do la tò rociada se no rua la reduoia a ciatate inthe de coa. 
Costalta:
Leva su compissèda fila du la tò roceda s'no t'la filarei di iè.
 Padola:
 Levè su pultronelle filè du le to rucele levè su pultrunate filè du le to rociate.

PAN E VIN
“Evviva il panevino,
la focaccia sotto il camino,
fagioli per i figli, fieno per i buoi,
polenta per i bambini, santità ed allegrezza”.

 LEGGENDE SULLA REDODESA IN CADORE 
-Una antica leggenda racconta che una vigilia d'Epifania di molti anni fa, alcune ragazze stavano slittando con la liòda lungo le borgate Paìs e Zardùs di Auronzo insieme ai loro fidanzati.  Ad un certo punto sbucò dal buio la reduòia e preso il comando della liòda , fece cadere nella neve tutti i ragazzi. Poi condusse le ragazze che urlavano di paura nelle acque del fiume Ansiei dove annegarono tutte.

-La redodesa a mezzanotte di una vigilia dell'Epifania si presentò nella chiesa di San Giovanni a Calalzo di Cadore per essere battezzata. San Giovanni la mandò alla vicina fontana con una cesta bucata per prendere l'acqua necessaria per la cerimonia. La redodesa provò più volte a riempirla d'acqua, ma senza successo. Ritornata dal Santo con la cesta vuota dovette andarsene senza ricevere il battesimo.

-Un'altra leggenda racconta di una ragazza che, chiusa nella sua casa stava preparando il corredo per le nozze che erano state previste per la prossima primavera. Per questo motivo stava filando la lana sul corleto anche la notte dell'Epifania. Le sue sorelle erano sedute intorno al larìn attizzando il fuoco e cantando una antica nenia. Ad un tratto la porta si spalancò di colpo ed entrò la reduòia che, data una rapida occhiata in giro, si diresse verso la ragazza che stava filando, chiedendole un secchio di rame per andare al fiume a prendere dell'acqua. Una delle sorelle, più intelligente delle altre pensò di darle due cesti di vimini invece dei secchi di rame. La reduòia si avviò con il thampedon in spalla verso il fiume dove per tutta la notte tentò invano di riempirle. Alle prime luci dell'alba, stanca morta abbandonò le ceste e fuggì non si sa dove. Così le ragazze furono salve. Per questo motivo ad Auronzo la vigilia dell'Epifania veniva vissuta con tristezza e tutte le ragazze si chiudevano in camera mettendosi a letto
A Borca prendeva il nome di donnazza e la sera dell'Epifania i ragazzi attaccavano dietro all'audeta (slitta) una fascia di paglia alla quale davano fuoco correndo intorno al colle dicendo "bruson la coda a la donnazza" Sempre nella valle del Boite ma anche a Santo Stefano di Cadore e nel Comelico in generale le donne non lasciavano la stoppa sul corletto e spargevano acqua santa per tutta la casa per paura che la reduòia entrasse in casa.

Alfredo Cattabiani, nel suo bel libro Calendario, scrive che:

“il 6 gennaio era la data paleologica del solstizio d’inverno, nella quale si festeggiava il nuovo sole (...). Poi la festa venne adottata dalle chiese orientali purificata dagli elementi gnostici, sicché si trasformò nella quadruplice celebrazione della nascita di Cristo, dell’adorazione dei Re Magi, del suo battesimo e del primo miracolo di Cana”.


BIBLIOGRAFIA
Marisa Milani (1994): Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto oggi, Padova, Esedra editrice
Dino Coltro (1987): Leggende e racconti popolari del Veneto, Roma, Newton Compton
Alfredo Cattabiani: Calendario
Alfredo Cattabiani: Lunario
 Carlo Lapucci (1991): Dizionario delle figure fantastiche, Milano, Garzanti
Raffaello Battaglia, La «vecchia col fuso» e la filatura del lino nelle tradizioni popolari
Attilio Benetti (1983): I racconti dei «Filò» dei monti Lessini, Museo di Camposilvano - Museo di Boscochiesanuova





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venerdì 25 ottobre 2013

Feste, Tradizioni, Lavori Agrari di NOVEMBRE

Anche questo mese la rubrichetta agricolo-tradizionale tutta per voi! Fatemi sapere che cosa ne pensate con un commentino qui sotto!
I cimiteri sono un luogo familiare, essi conservano le nostre radici e i corpi di tutti coloro che ci hanno preceduto, trasmettendoci non soltanto la vita, ma anche il patrimonio di tradizioni, cultura, regole morali su ci è fondata la nostra società.

SAMONIOS, IL TEMPO DELLE SEMINE
Iniziato il 5 ottobre con il Mundus Patet, il portale magico nel quale gli spiriti contattano i viventi raggiunge il suo culmine il 31 ottobre- 1 Novembre. I Celti chiamavano questi giorni SAMONIOS, ovvero il tempo delle semine. E' il mese dedicato alla caccia attività primaria dell'uomo per migliaia di anni.

I Paleoveneti offrivano focacce di farro ai Corvi, animali considerati sacri agli Dei, per propiziare una buona semina. Se i Corvi accettavano queste offerte e le consumavano, la buona semina era assicurata, se invece le lasciavano intatte, la semina sarebbe stata disastrosa.
( approfondimento  del ritualehttp://veneto-tradizioni-storia.blogspot.it/2013/09/rituale-delle-cornacchie-nella.html ).

NOVEMBRE... SEMINA MOLTO SE NON PIOVE!
Ognissanti è stata istituita ufficialmente nel 1475 da Sisto IV, tuttavia come abbiamo già avuto modo di vedere, gli antichi popoli italici, romani e veneti in particolar modo, usavano accendere dei lumi ai defunti senza eredi ed a quelli dimenticati, vi era anche l'abitudine di cospargere le tombe con il profumo delle viole. Da quel lontano tempo il colore viola è rimasto legato ai riti per i defunti.
Plinio il Vecchio ricordava infatti :
devi farti carico di difendere la fama ed il pudore di chi è morto perchè il loro ricordo non svanisca e termini nell'oblio."
I romani continuavano a mantenere il Mundus Patet aperto il giorno 8 novembre e si dedicavano sacrifici alla dea Mania (Hekate in Veneto). Inoltre dedicavano ai defunti ben nove giorni a febbraio, durante il passaggio fra le tenebre dell'inverno e la luce della primavera, dal vecchio al nuovo anno. Anche i Veneti antichi dedicavano le ultime giornate di febbraio alla commemorazione dei loro defunti, poichè come i latini, anche per loro l'anno iniziava il 1° marzo.
Gli antichi popoli italici credevano che i defunti sedessero accanto ai viventi sul bordo dei loro sepolcri partecipando al pranzo funebre e nelle necropoli i vivi ed i morti erano sempre gli uni alla presenza degli altri quasi non esistesse un confine fra i mondi in questi periodi ben determinati.

Il cristianesimo nella sua paura della morte, ha reso il primo e secondo giorno di novembre delle giornate lugubri, tristi, pesanti, senza tener conto del carattere gioioso che avevano in passato.
La commemorazione dei defunti nacque nel medioevo ad imitazione di un rituale cristiano preso in prestito da Bisanzio  e furono i monaci benedettini ad introdurlo in occidente  nel 998 per tentare di soffocare i rituali che ancora venivano eseguiti secondo le modalità pagane.

Molti pasticceri preparano dolci tipici, detti Ossa dei Morti o Fave dei Morti, e la moderna Halloween è a mio parere un buon modo per riprendere il carattere allegro delle antiche feste dedicate ai defunti.

TRADIZIONI CONTADINE

Una tradizione contadina racconta che un tempo  il giorno della commemorazione dei defunti, la popolazione si alzava presto, anche prima delle quattro, provvedeva immediatamente a rifare i letti lasciandoli pronti per il riposo dei defunti che in quel luogo sarebbero ritornati indietro per far visita ai loro cari viventi, ed ovviamente dovevano riposarsi dal lungo e stancante viaggio !
Sul comodino veniva lasciato un bicchiere di acqua o latte, finestre e porte erano lasciate aperte, e la famiglia usciva di casa per recarsi in Chiesa, in qualche capitello, fra i campi ad offrire primizie (antichissimo retaggio paleoveneto) agli uccelli.
Mia nonna quand'ero piccina mi raccontò che i suoi stessi occhi avevano visto il bicchiere spostato e mezzo vuoto, nonchè segni del passaggio di qualcuno sul suo letto...chissà.
Spesso una parte del raccolto veniva donato ai campanari che facevano suonare le campane ininterrottamente per tutto il giorno fino allo scoccare della mezzanotte.
 A Chioggia l'attività ittica veniva sospesa per rispetto a tutti i pescatori e marinai deceduti in mare e si dice che essi apparissero dalla nebbia della laguna...
I nostri "veci" si ricordano che al mattino il prete andava nei piccoli cimiteri di paese a benedire le tombe poichè gli spiriti dei defunti sarebbero tornati dai loro familiari, e si lasciavano le luci accese dei focolare oppure venivano messe delle candele fuori dalla finestra, protette da una zucca intagliata. Si lasciavano inoltre mele sepolte nel terreno domestico, si facevano offerte di focacce nel "larìn" (dal Larario romani ed Arario venetico) ovvero il focolare centrale della casa. Era li infatti che gli spiriti degli antenati dimoravano, esattamente come nella tradizione dei Lares romani.

Sempre in raccordo con gli antichi rituali di dedicazione agli uccelli in questo periodo dell'anno, si ricorda che uno dei piatti tradizionali del Veneto consumato a Novembre sono gli Oseì cola polenta, ovvero gli Uccelli con la polenta.


FESTA DE SAN MARTIN- 11 NOVEMBRE
-Per tradizione la festa è ispirata alla svinatura ed all'inizio del nuovo ciclo agrario invernale. La tradizione veneta invita a spillare dalla botte il vino nuovo, facendo gran banchetti e feste dell'uva. I giovani mascherati un tempo entravano nelle case a far la corte alle ragazze ed è la tradizione di collegare l'inizio dell'inverno. Tutt'oggi fra le calli di Venezia i giovani vanno per negozi e case portando doni di buona fortuna, raccogliendo "mance" e piccolo doni in frutta secca e cantando

" In sta casa ghe xe de tuto, dal salame e dal presuto, del fornaio piasentin, viva viva San Martin" .

Anticamente in questi giorni si rinnovavano i contratti agricoli e di affitto, si traslocava, da qui l'espressione " Fare sanmartin", inoltre si festeggiava con fuochi di artificio, banchetti, feste paesane con prodotti tipici come l'oca al forno, castagne arrostite e vino nuovo, per rinsaldare amicizie, favorire affari e soprattutto trascorrere il tempo in allegria e compagnia.  La carne d'oca ha origini antichissime nel nostro territorio. Infatti anticamente ai tempi degli antichi Veneti, l'Oca era ritenuta un animale Sacro alla Dea madre Reitia signora degli animali ed era considerato un animale psicopompo, ovvero aiutava gli Spiriti dei Morti a ritornare. La collocazione calendariale di questa festa arcaica divenuta poi di san Martino contribuì a sottolineare la funzione del ciclo produttivo agrario, tempo in cui i semi giacciono "negli inferi" da cui risorgeranno come piante in primavera. Sempre in questo periodo il cristianesimo rese questa festa la benedizione dei frutti dei campi.
L'estate di San Martino è il nome con cui vengono indicati quei giorni di Novembre in cui, dopo le prime gelate, si verificano condizioni climatiche che ricordano le giornate estive.

21 NOVEMBRE: LA MADONNA DELLA SALUTE
- Considerata La festa di Venezie e dei Veneziani è popolarissima, a ricordo della rovinosa pestilenza che causò a Venezia 50 mila vittime del 1600. Nel 1630 venne edificata la basilica della Madonna della Salute , che non tutti sanno, in un punto nel quale da secoli vi era una fonte salubre o per lo meno, considerata sainante dagli abitati di Venezia, la fonte aveva origini pagane...

30 NOVEMBRE: SACRIFICIO DEL MAIALE
-Retaggio probabilmente venetico, tuttavia misterioso ed antichissimo ma importante per la comunità, coincideva con la festa di sant'Andrea  ed era un giorno di grande festa per le famiglie che consumavano il pasto a base di carne . Molte superstizioni contadine circondavano quest'animale visto con sospetto  a tenuto in gran conto per la quantità di alimenti che procurava.  Il giorno del sacrificio dell'animale vi era l'abitudine di invitare al rito i parenti e vicini, le famiglie religiose facevano benedire l'animale prima del sacrificio che era svolto da una figura particolare, il PORCITER che si spostava di casa in casa seguendo un calendario preciso, eseguiva rituali scaramantici ed altri riti segreti accumulati dalla notte dei tempi, sinonimi di rispetto e paura per l'animale sacrificale, ed il sacrificio avveniva lontano dal porcile senza la presenza di donne fatta eccezione per la padrona di casa mente un bambino doveva sostenerne la coda. Le porte e le finestre dovevano essere chiuse per evitare occhi indiscreti di estranei.
la punta della coda veniva gettata sopra il tetto della casa per prevenire eventuali fatture e malocchio, mentre la mandibola del maiale veniva conservata sospesa al tetto del porcile, e negli anni la collezione formava dei mazzi macabri...per tenere lontani gli spiriti malvagi.



LA NOTTE DEI MORTI NEL VENETO
Al dì de la gloria in ricordo dei Santi la note tien drio de quei che xe in tanti.
Le fiame che trema nel campo dei Morti più scuri fa vedar i campi e i Orti.
Portando ‘l ritrato de un qualche parente ancora se move un poca de zente.
Ombre che cala verso la sera porta al ricordo de chi ghe gera; de le campane 
sto gran susìo el fa rivivar l’ultimo adio.
Traverso i campi con inquiete onde da un borgo a l’altro le se risponde.
I veci prega ne le campagne fin che sul fogo sta le castagne.
A sto pregar se unisse le legende che tetre anca de più la piova rende.
Conta storie e paure quei che vegia, muta in teror li scolta la famegia.
La porta un colpo dà, sbatua dal vento: strenze ‘l so ceo la mama co spavento.
‘Na sera dei Morti del tempo passà su un caro tornava Gigeto soldà. Sta volta ‘l tornava,
sul serio, dabon: el gera sta in guera co Napoleon.
Sul caro, ben sconto, un vaso pressioso robà in te ‘na cesa, viagiava col toso.
So mare spetava darente a un lagheto ch‘el toso tornasse, pregando pianeto.
Un troto lontan se leva dal gnente: cavali che core co un batar cressente.
De rode un criar più forte se alsava man man che quel caro più avanti ‘l rivava.
Za poco mancava ch ‘el fio fusse là: da ‘na cortelada el gera massà.
In quela finisse del troto ‘l pestar e anca del caro se ferma ‘l scrissar.
Nel bruto momento la povara Rita capisse ch‘el toso ga perso la vita.
Sto fato tremendo el fa vegner muta de colpo sta dona che in aqua se buta.
La sera dei Morti, più ancora col vento, dal fondo del lago vien fora un lamento co rode che cria
ancora lontane de un caro ormai fermo, e son de campane co un batar de sòcoli,
sbagiar de un cagneto: xe l’anema persa del poro Gigeto...
Nissun però mai pol vedar sto lago: lo pol solo chi strigà xe da un mago...
Andè pur in longo, campane, a sonar! che i vivi sta sera i ga da pregar,
de quei che no xe ricordarse i aspeti, far vivar ancora memorie e afeti 
Nel simitero in procession se move i Morti drio de sto son; i se lamenta a bassa vose,
l’ultimo morto porta la crose. Testa calada, sconte le man, sta fila longa vien da lontan.
Ancora, campane, no steve a fermar! che i Morti sta note i ga da tornar: xe solo ‘na volta in tuto un ano e chi ve contrasta pol farghe anca un dano.. Desso più chieti se fa i lamenti via via che passa ore e momenti. Se sbianca el çielo, se desfa in tera de qualche mòcolo l’ultima çera:
de andar i Morti i ga premura là dove ‘l tempo no se misura.
Ormai se conclude sta note de pianto, se sbanda quei spiriti pal camposanto e muti tra piera incrosandose e piera sfantandose i torna là dove che i gera.
Ste storie e sti fati che par dei misteri, barufa col ciaro: chi sa se i xe veri!
Ancora dei boti intorno se perde tra fogie che casca, che lassa ‘l so verde. Par nebia più sbiava
su campi e su orti se fa za matina: xe ‘l zorno dei Morti.

Ma drento el campanil quei che ga tegnuo duro butai de qua e de là, le schene contro el muro,
coi piè che varda in fora, le gambe ben slargae, i ronfa co le sbèssole sul stomego pontae,
tra un biscolar de corde e faschi roversai e scorse de castagne: tuti ciochi spolpai..

(Giacomo Dal Maistro)


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