Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

lunedì 9 settembre 2013

Riflessioni sulla rievocazione storica Cleonimo di Sparta contro i Veneti

Che dire...una delle esperienze di rievocazione più belle ed emozionanti che ho vissuto fin'ora.
Per me è stata un'occasione UNICA ed indimenticabile di mettere in scena fisicamente una parte della mia tesi di laurea nella quale ho trattato anche dell'episodio di Cleonimo, ma soprattutto ho conosciuto persone fantastiche, ho approfondito l'amicizia con altre, ho avuto l' occasione di imparare cose nuove e di rivedere persone lontane, il mio compagno ha potuto finalmente imparare un po' a combattere come gli Antichi Padri in quel legame di fratellanza ed Onore che oggigiorno non esiste più, ho avuto la possibilità di essere Portatrice dello Stendardo Patavino al Trionfo Solenne per Padova. Insomma, finalmente in questi due giorni lo Spirito Numinoso della Terra Veneta si è risvegliato e nei combattimenti rituali all'Arena di Padova è emerso il SACRO.

Come primo esperimento è stato decisamente un successo sia per numero di spettatori allo spettacolo serale di sabato sette settembre a Dolo, in Piazza cantiere, che per numero di curiosi ed interessati che hanno partecipato agli spettacoli rituali all'arena Romana di Padova domenica 8 settembre.
Gli eventi sono stati possibili unicamente grazie alla PASSIONE per il nostro territorio, il coordinamento dell’iniziativa è stato curato nei minimi dettagli  dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo e l'assessore Antonio dal Prà ha contribuito in maniera veramente significativa ,  in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, l’Associazione Culturale “Mos Maiorum” di Mira, la Pro Loco di Dolo “Associazione delle terre dolesi”, l’Associazione Culturale “Venetkens” di Vicenza, l’Associazione Culturale “Venetia Victrix” di Vicenza, l’ Associazione “Ars Dimicandi” di Bergamo e il dott. Federico Moro.
La rievocazione storica dei fatti narrati da Tito Livio nella “Storia di Roma” accaduti nel territorio della Riviera del Brenta – Medoacus nel 302 a.C. è stata realizzata grazie alla presenza di numerosi figuranti in costume spartano e veneto antico, nonchè etrusco-italico e celta, sia facenti parte elle succitate associazioni che, come me, aiutanti "solitari".
L'unione fra tutti è risultata l'elemento fondamentale per l'organizzazione e la realizzazione di queste giornate che oserei definire "sacre". Tutti i rituali agli antichi Dei sono stati eseguiti con impegno e sentimento, il pubblico non abituato a questo tipo di spettacoli si è acceso immediatamente ed ha partecipato con un senso di intimo orgoglio veneto che si è risvegliato dopo anni di sonno indotto ed in numerosi hanno preso parte anche al rituale purificatorio del Passaggio fra i due Fuochi di chiusura dell'evento.
 L'anello "ostis" è stato donato al fiume Medoacus (Brenta) nuovamente dopo millenni di oblio, il Genius Locii è stato risvegliato dal suo torpore secolare  ed ha fatto sentire la sua presenza benevola, l'Arena di Padova è stata riconsacrata con il sangue degli Eroi dopo secoli di predominio cristiano.
 La Rievocazione storica è stata realizzata  corollario della Mostra "Venetkens. Viaggio nella terra dei Veneti antichi" , allestita in Palazzo della Ragione di Padova fino al 17 novembre 2013, a dimostrazione ATTIVA che lo Spirito dei Veneti antichi, padri dei nostri padri, sangue del nostro sangue, non è mai scomparso e non morirà mai.

SPIEGAZIONE ECCELLENTE DEL DOTT.FEDERICO MORO

Dal COMUNICATO STAMPA DI PADOVA CULTURA (  a cui ho preso parte grazie a Danilo " Leo" Lazzarini ed all'Assessore Antonio dal Prà".)

Conferenza stampa di presentazione Rievocazione 8 settembre.
La rievocazione comprenderà quindi una serie di iniziative volte a ricostruire il clima culturale, economico, artistico dell’epoca e si connoterà per la professionalità e accuratezza delle ricostruzioni storiche, per la varietà e ampiezza dell’offerta che spazierà dall’abbigliamento, all’alimentazione, dalle arti ai mestieri, dalla musica alle armature, il tutto ricostruito con dovizia di particolari e fedeltà storica. 
La ricostruzione storica dello scontro tra i Veneti e Spartani avverrà in due momenti:
il primo a Dolo,organizzato dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo si terrà, il 7 settembre, nella piazza dello Squero, dove, attori figuranti vestiti da Spartani, assaliranno un villaggio ricostruito e abitato secondo le caratteristiche dell'epoca. 
 intest_home_page.jpgLa conseguente battaglia finale vedrà vincitori i Patavini agli ordini di Belleno Sekene.
Il giorno dopo, domenica 8 settembre, a Padova, un centinaio di figuranti rappresentanti l'esercito venetico sfileranno, con a seguito i prigionieri Spartani, da Palazzo Moroni verso i Giardini dell'Arena Romana, accompagnati da musicisti itineranti. 
Arrivati all'interno dell'Arena daranno vita a spettacoli di combattimento rituale come ringraziamento per la vittoria ottenuta.
scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)

scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)

scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)




esercito veneto torna vittorioso

battaglia veneti contro spartani

io ed il mio compagno a Padova preparandoci per il Trionfo

Corteo Nuziale a Dolo

Nozze Venete

vallum spartano

Il mio compagno nei panni di uno spartano dà il colpo di grazia alle guardie venete

Corteo Nuziale

corteo nuziale

IL SACRO FUOCO DEI VENETI NON SI SPEGNERA' MAI

mercoledì 4 settembre 2013

TITO LIVIO E L’EPISODIO DI CLEONIMO: IL PROBABILE LUOGO DELLO SCONTRO FRA PATAVINI E GRECI

 Da un lavoro di studi di archeologia della X regio, in onore di MicheleTombolani. Luciano Bosio-

Revisione, editing, correzioni e note a cura di Dott.ssa Righetto Elena  (io, autrice del blog!) per il dipartimento di Studi Storici Università Cà Foscari di Venezia.


Scrive Livio (10,2) che lo spartano Cleonimo, giunto con la sua flotta sulle coste dei Veneti e fatti sbracare alcuni uomini per esplorare i luoghi, “venne a sapere che di fronte al mare si stendeva una sottile striscia di terra, oltrepassata questa terra c’erano, dietro, distese d’acqua alimentate dalle maree e non lontano, terreni pianeggianti, mentre più oltre si profilavano delle colline; c’era infine la foce di un fiume assai profondo, dove le navi potevano manovrare fino ad un ancoraggio sicuro- quel fiume era il Medoacus (Brenta)-: si fece allora avanzare la flotta in quella direzione e risalire la corrente”. Da questa prima parte del racconto di Livio si può ricavare che Cleonimo non può vedere il mare dove si trovava con la sua flotta, né le acque interne alimentate dalle maree né i terreni pianeggianti dopo queste né la foce del Brenta: tutto questo gli viene riferito dagli esploratori che si sono spinti fino allo sbocco del fiume, tanto da poter assicurare che questo è navigabile.
Innanzitutto troviamo qui la puntuale descrizione della laguna veneta come si doveva presentare al tempo dello storico patavino, e come ancora oggi noi possiamo ritrovare nello stretto litorale adriatico, nei vasti spazi lagunari alla spalle di questo e nei terreni pianeggianti che ne delimitano la gronda interna. Un quadro ambientale questo che richiama la Λήμνοθάλασσα “limnothàlassa”, cioè la grande laguna che secondo Strabone (5, 1, 5, 212) caratterizzava le spiagge abitate dai Veneti ed era alimentata dal flusso e riflusso della marea.
Avute dunque queste notizie sui luoghi, Cleonimo fa allora avanzare la flotta verso la foce del Brenta (Medoacus amnis erat) per risalirne poi la corrente (eo invectam classem subire flumine adverso iussit). E’ logico che per raggiungere questo corso d’acqua le navi di Cleonimo dovevano innanzitutto superare il “tenue praetentum litus”; e questo non poteva avvenire se non attraverso una Bocca aperta sullo stretto litorale marino. Tre oggi sono le bocche di porto che permettono alle imbarcazioni di entrare nella laguna di Venezia: la bocca di Chioggia, la bocca di Malamocco e la bocca di S.Nicolò. Ed in quei tempi lontani? Un’indicazione preziosa al riguardo ci viene da Strabone (5, 1, 13, 213) in quale scrive che “ a partire da un grande porto, si raggiunge Padova dal mare risalendo per 250 stati un fiume che attraversa le paludi; il porto si chiama Mεδοακος come il fiume”. Veniamo così a sapere da questo geografo che sull’Adriatico, in collegamento diretto con Padova lungo il corso del Brenta (Medoacus) si trovava uno scalo marittimo, che aveva lo stesso nome del fiume e che l’Olivieri (1961, p 148), procedendo da un Maio Medoacus attraverso le mediazioni Mamedòc> Mademòc- riconduce all’odierna località di Malamocco; equazione questa accettata e fatta propria anche dal Pellegrini (1987, p.144). Malamocco dunque rappresentava il punto di partenza di questo viaggio fluviale dall’Adriatico a Padova e quindi Cleonimo con la sua flotta dev’essere entrato per questa bocca per poi raggiungere, attraverso retrostanti spazi lagunari, la foce dell’antico Brenta, o meglio, come ricaviamo dall’Olivieri, del Maior Medoacus. A tale proposito mi sembra opportuno, per chiarire ancor meglio il quadro topografico dei luoghi, ricordare che il corso del Brenta, in età romana, dopo aver attraversato Padova, si divideva andando a sfociare nella laguna di Venezia attraverso due rami principali. Il più settentrionale di questi, indicato come Major, si volgeva ad oriente sulla direzione dell’odierna Riviera del Brenta e usciva in laguna all’altezza di S. Ilario di fronte alla Bocca di Malamocco, dopo aver toccato le poste stradali, ricordate dalla Tabula Peutingeriana (Segmentum III, 4-5), di Maio Meduaco, che richiama questo maggiore ramo e che è da ubicare nella attuale località di Sanbruson, e quindi di Ad Portum, da ritrovare nella borgata di Porto Menai (Mira, Venezia) dove, come denuncia lo stesso nome, si doveva incontrare uno scalo fluviale. E’ da aggiungere che dal corso del Medoacus Maior, diretto da Porto Menai al Monastero di S. Ilario si doveva staccare all’altezza di Sanbruson, un minore ramo volto a sud-est, lungo l’attuale percorso dello scolo Brenta secca, che usciva in laguna ad oriente del paese di Lugo. (MARCHIORI 1986, p.143). Il Medoacus Minor invece, cioè l’altro ramo terminale del Medoacus, si portava sud attraverso l’odierna località di Brentasecca, per poi continuare lungo l’alveo dell’attuale fiume Cornio fino a sfociare in laguna presso la borgata di Lova, dove è da localizzare la stazione stradale di Mino Meduaco, anche questa presente nella Tabula Peutingeriana (idem), che richiama espressamente il minore ramo del Brenta. Anche dal Medoacus Minor, diretto a Lova, si staccava un minore ramo che, scendendo a sud, andava ad unirsi alle acque del fiume Retrone (oggi Bacchiglione), proveniente da Vicenza, per uscire poi con queste in laguna all’altezza della località di Vallonga( Bosio 1987, p.13). In tal modo l’antico Brenta, nella sua parte terminale, si apriva in un largo delta formato da due rami principali (Maior e Minor) e da minori bracci fluviali che si dipartivano da questi.  Un simile disegno fluviale permette anche di ritrovare nel maggiore ramo terminale del Brenta il fiume che Cleonimo raggiunge dopo aver superato la Bocca di Malamocco ed attraversati gli spazi lagunari. E questo non solo perché il nome di Malamocco richiama direttamente quello di Maior Medoacus, ma anche perché Livio parla espressamente di un <<ostiumfluminis praealti, quo circumagi naves in stationem tutam (possint)>>, cioè della foce di un fiume assai profondo e navigabile, quindi di grande portata, dove le navi potevano manovrare fino ad un ancoraggio sicuro. Fiume profondo e navigabile dunque e la presenza di un sicuro attracco, che ci riportano proprio al Medoacus Maior ed Ad Portum (Porto Menai, Mira, Venezia), che denuncia con la sua presenza l’esistenza di uno scalo fluviale sul suo corso terminale.
E qui è il caso di precisare, e ciò mi sembra da tener sempre ben presente, che il quandro ambientale, nel quale lo storico patavino colloca l’impresa di Cleonimo, è quello che Livio direttamente conosce, cioè quello del suo tempo. Possiamo però dire che questo non doveva essere sostanzialmente diverso da quello della fine del IV secolo, cioè del 302 a.C., all’epoca nella quale ha luogo l’attacco di Cleonimo.
Sappiamo che nel 175 a.C. il console Marco Emilio Lepido aveva condotto una via che da Bologna, attraverso Padova ed Altino, raggiungeva Aquileia (Bosio 1991, p 31ss). Senza dubbio il console, nello stendere questa strada, doveva aver tenuto presenti quelle piste preromane che le esperienze precedenti e il cammino degli uomini avevano nel tempo tracciato e consolidato sul terreno, come appunto quella che veniva direttamente a congiungere realtà paleovenete di Padova ed Altino. Il percorso di questo tratto stradale, ripreso più tardi nel 131 a.C., dalla via Annia del pretore Tito Annio Rufo, si accompagnava da Padova al margine lagunare al corso del Medoacus Maior, correndo lungo la destra idrografica del fiume sino alla località di Sambruson (Pesavento Mattioli 1986, p.126 ss), dove abbiamo ubicato la posta stradale Maio Meduaco, che richiama questo ramo del Brenta. Da qui la via, portatasi sulla sinistra del fiume, raggiungeva dopo XIV miglia (km 21), per continuare poi lungo la gronda interna della laguna veneta fino ad Altino (Marchiori 1986, p 145 e fig.3). La presenza di questa pista paleoveneta prima e strada romana poi, che si accompagnavano al maggior ramo dell’antico Brenta, viene a confermare una continuità logistica e quindi una situazione ambientale che perdura nel tempo e che, come si vedrà, si ritrova nel racconto liviano.
Ma torniamo a Cleonimo , che abbiamo lasciato con la sua flotta presso la foce del fluminis praealti, mentre si appresta a risalirne la corrente. Continua Livio: “ Ma il letto del fiume non consentì il passaggio delle navi più pesanti; perciò la massa degli armati passò su imbarcazioni più leggere e giunse in una campagna popolata da tre villaggi dei Patavini, villaggi marittimi che coltivavano quel litorale. Qui sbarcano, lasciando pochi uomini a guardia delle navi, espugnano i villaggi, bruciano le case, portano via uomini e bestiame e trascinati dal gusto della preda s’allontanano sempre più dalle navi. Quando la notizia giunse a Padova- i vicini Galli tenevano i suoi abitanti sempre all’erta-subito la gioventù venne divisa in due squadre. La prima fu condotta nella zona dove c’era notizia di saccheggi sparsi, la seconda, seguendo un’altra via per evitare l’incontro con i razziatori, puntò sul luogo di ancoraggio delle navi, luogo che distava quattordici miglia dalla città. Uccisi di sorpresa gli uomini di guardia, i Patavini diedero all’assalto alle navi costringendo i marinai atterriti a trasferirle sull’altra sponda del fiume. Altrettando sfavorevole era stato anche sulla terraferma il combattimento contro i saccheggiatori sparsi qua e là; i Greci, che cercavano di fuggire verso le navi, vengono bloccati dai Veneti e così i nemici vengono presi in mezzo ed uccisi; i superstiti fatti prigionieri, rivelano la presenza, a tre miglia di distanza, della flotta con il re Cleonimo. Allora, dati in custodia i prigionieri al villaggio più vicino, gli armati salgono parte su imbarcazioni fluviali costruite a chiglia piatta per superare i fondali bassi della laguna, parte sulle navi leggere catturate, si dirigono verso la flotta. Quindi circondano le navi immobili e timorose più dei luoghi sconosciuti che del nemico: i Greci più impegnati a fuggire verso il mare aperto che ad opporre resistenza, vengono inseguiti fino alla doce del fiume; alcune navi nemiche, che l’ansia della fuga aveva cacciato nelle secche, sono prese ed incendiate; infine i Patavini ritornano vincitori. Cleonimo si allontanò salvando un quinto delle sue navi e avendo fallito ogni tentativo di sbarco nelle regioni del mare Adriatico.”
Cleonimo dunque, quando si accorge, risalendo la corrente del fiume, che le navi più grandi, a causa del loro pescaggio, non riescono ad avanzare, fa trasbordare su imbarcazioni più leggere, un consistente gruppo di armati. Costoro si spingono oltre fino a raggiungere un luogo popolato da tre villaggi dei Patavini, dove attaccano e lascito un piccolo presidio a custodia delle navi, si danno al saccheggio allontanandosi sempre più dal punto di sbarco.  Livio ci offre qui una indicazione assai preziosa su questo luogo di attacco quando dice che esso distava XIV miglia da Padova, pari a 21 chilomentri; misura questa che, ripresa certamente da un percorso terrestre, ci porta all’attuale località di Porto Menai (comune di Mira, provincia di Venezia ndr), dove l’indicazione Ad Portum parla chiaramente di uno scalo fluviale di età romana, presente con ogni probabilità anche in epoca immediatamente precedente. Abbiamo anche visto che la strada antica (Annia ndr) raggiungeva questa stazione stradale correndo, dopo Sanbruson, sulla sinistra del Medoacus Maior e quindi su questa sponda doveva trovarsi il luogo di attracco dove i Greci ormeggiano le loro imbarcazioni e dove, proprio per la presenza di questo scalo, doveva anche sorgere un centro di vita, forse uno di quei tre vici dei Patavini, di cui parla Livio. (ovvero gli attuali Porto Menaj, Mira, Piazza Vecchia ndr).
Sbarcati dunque sulla riva sinistra del maggior ramo del Brenta e lasciati alcuni di guardia delle imbarcazioni, gli uomini di Cleonimo iniziano la loro opera di saccheggio e di devastazione, lasciandosi alle spalle il punto di attracco ed anche il percorso stradale, che corre parallelo al fiume. DI conseguenza, essi di muovono verso  settentrione nella zona oggi compresa fra Porto Menaj a sud e Mira Taglio a nord, dove incontrano altri piccoli insediamenti agricoli.
L’immediato intervento dei Patavini viene a chiarire ancora meglio la posizione dei nemici e quindi il luogo dello scontro. Un contingente armato, muovendo deciso da Padova verso le imbarcazioni, da cui sono scesi i saccheggiatori, si porta direttamente lungo il percorso stradale già da noi ricordato, a Porto Menaj ed allo scalo portuale, sorprendendo i marinai di guardia, che sono costretti a riparare sull’altra riva, cioè sulla destra del fiume, più sicura da un possibile attacco. Un secondo gruppo di patavini si dirige invece verso la zona dove i Greci sono intenti a fare razzia, seguendo con ogni probabilità un altro cammino, già da me ipotizzato per l’età romana (BOSIO 1991, p.74) che doveva correre per le attuali località di Strà e di Dolo lungo la sponda sinistra del Medoacus Maior.
Gli uomini di Cleonimo, davanti a questo attacco diretto, cercano di ritornare sui loro passi e di raggiungere le imbarcazioni, ma fra loro e queste si trova la schiera armata che ha costretto quest’ultime a riparare sull’opposta sponda. Così, presi fra due fuochi, i Greci sono uccisi o fatti prigionieri. Da quanti hanno catturato, i Patavini vengono a sapere che la flotta di Cleonimo è ancora a tre miglia (4,5 km), distanza che ci da la possibilità di localizzare lungo il corso inferiore del Medoacus Maior anche questo luogo di sosta, da ritrovare presso l’attuale Borgata di Bastie Grandi (comune di Mira) lontana appunto da Porto Menaj circa cinque chilometri.  Segue quindi lo scontro finale, con le pesanti navi spartane, che cercano a fatica e con grandi perdite di guadagnare la Bocca di Malamocco e il mare aperto fra le ristrettezze del corso terminale del Brenta e i pericolosi bassifondi lagunari, e le agili imbarcazioni dei Patavini, che le incalzano, assalgono quelle che si arenano, le depredano, le danno alle fiamme dopo averne tolto i rostri quale trofeo di Vittoria.
Alla fine di quanto si è detto ed alla luce del racconto liviano, è possibile ora ricostruire i momenti salienti della sfortunata impresa di Cleonimo, dal suo arrivo sulle coste dei Veneti alla sua rovinosa fuga.Il principe spartano, venuto a conoscenza della situazione ambientale e superata la Bocca di Malamocco, attraversa con la sua flotta gli spazi lagunari, che si stendono alle spalle di questa, fino a raggiungere la foce del maggiore ramo del fiume Brenta. Il corso d’acqua nel quale si inoltre è navigabile ma non sufficiente ad accogliere le sue pesanti navi e quindi, dopo un breve percorso (via Bastie Grandi fino a Porto Menai) è costretto a fermarsi. Ordina allora ad uno stuolo di armati di salire su imbarcazioni più leggere, che procedono oltre e pervengono ad “una campagna popolata da tre villaggi dei Patavini, villaggi marittimi che coltivavano quel litorale” e qui approdano. Il luogo del loro sbarco dista XIV miglia da Padova, cioè 21 km, quanti intercorrono fra la città e la borgata di Porto Menai, dove per l’età romana è documentata la presenza di uno scalo portuale sulla sinistra del corso del Brenta, lungo la via, già presente in epoca paleoveneta, che conduce ad altino, l’Annia. Scesi su questa rive del fiume, gli Spartani iniziano l’opera di saccheggio spingendosi, a settentrione di questa, nella zona compresa fra Porto Menai e Mira Taglio dove sono da ubicare questi villaggi marittimi. (attuale via Brentelle). I Patavini intanto, venuti a conoscenza di quanto sta accadendo, si muovono contro gli invasori, dividendosi in due schiere: l’una, diretta al luogo dell’approdo (Porto Menai) l’altra contro i saccheggiatori (fra Porto Menai e Mira Taglio), i quali investiti dall’attacco improvviso e tagliati fuori dalle imbarcazioni, costrette a riparare sull’altra riva, sono presi fra due fuochi. L’azione dei Patavini si svolge dunque contro la flotta di Cleonimo, ancorata a tre miglia di distanza (presso Bastie Grandi). E qui si conclude il discorso di Livio, con i Greci che “più impegnati a fuggire verso il mare aperto che a opporre resistenza, vengono inseguiti fino alla foce del fiume; alcune navi nemiche, che l’ansia della fuga aveva cacciato nelle secche, sono prese e incendiate: infine i Patavini tornano vincitori”.

LIVIO, AB URBE CONDITA LIBER X, 2
<< Nello stesso anno una flotta greca agli ordini dello spartano Cleonimo approdò sulle coste italiche, andando a occupare la città di Turie nel territorio dei Sallentini. Fu inviato ad affrontarlo il console Emilio, che mise in fuga Cleonimo con un'unica battaglia, costringendolo a trovare riparo sulle navi. Turie venne così restituita ai suoi cittadini, e nel territorio sallentino ritornò la pace. In alcuni annali ho trovato che a essere inviato tra i Sallentini fu il dittatore Giunio Bubulco, e che Cleonimo lasciò l'Italia prima ancora che lo scontro coi Romani diventasse inevitabile. Dopo aver doppiato il capo di Brindisi ed esser stati spinti dai venti in mezzo all'Adriatico, temendo sulla sinistra le coste italiche prive di porti e sulla destra la presenza di Illiri, Liburni e Istri (popoli bellicosi e di pessima fama perché dediti alla pirateria), avanzarono fino alle coste abitate dai Veneti. Lì Cleonimo, dopo aver sbarcato alcuni uomini col cómpito di esplorare la zona, ricevette queste informazioni: che c'era una sottile striscia di terra oltre la quale si aprivano lagune alimentate dall'acqua del mare; che si vedevano lì vicino campagne pianeggianti e, poco oltre, colline; che inoltre avevano individuato la foce di un fiume molto profondo dov'era possibile ormeggiare le navi in maniera sicura (il fiume era il Brenta). Allora Cleonimo ordinò di trasferire la flotta in quella zona risalendo la corrente. Poiché il letto del fiume non permetteva il passaggio delle navi più pesanti, la massa degli uomini armati si trasferì sulle imbarcazioni più leggere e arrivò in una zona molto abitata, dov'erano stanziate tre tribù marittime di Patavini. Sbarcati in quel punto, dopo aver lasciato una piccola guarnigione di presidio alle navi, espugnarono i villaggi, incendiarono le abitazioni, portarono via uomini e animali, allontanandosi sempre più dalle navi nella prospettiva di ulteriore bottino. Quando a Padova arrivò la notizia di ciò che stava succedendo, gli abitanti, costretti a un perenne allarme dalla minaccia dei Galli, divisero le proprie forze in due contingenti. Il primo si portò nella zona in cui erano stati segnalate le incursioni nemiche, l'altro, seguendo un percorso diverso per non incontrare gli avversari, si diresse invece verso il punto in cui erano ancorate le navi, a quattordici miglia dalla città. Eliminati gli uomini di guardia con un attacco di sorpresa, si riversarono sulle navi, costringendo i marinai a spostarle sulla sponda opposta del fiume. Anche lo scontro sulla terraferma contro gli autori dei saccheggi ebbe esito positivo. E mentre i Greci cercavano scampo in direzione delle navi, vennero affrontati dall'altro contingente di Veneti, che li accerchiò e massacrò. Alcuni prigionieri rivelarono che la flotta col re Cleonimo si trovava a tre miglia di distanza. Così, dopo aver lasciato i prigionieri in un villaggio dei dintorni perché fossero sorvegliati, i Patavini, imbarcandosi parte su battelli da fiume costruiti apposta col fondo piatto per affrontare i bassi fondali delle lagune, e parte invece sulle imbarcazioni sottratte ai Greci, raggiunsero la flotta nemica, circondandone le navi rimaste immobili per paura del fondale sconosciuto più che del nemico. E mentre i Greci fuggivano verso il largo senza nemmeno cercare di opporre resistenza, i Patavini li inseguirono fino alla foce del fiume, e dopo aver strappato loro e incendiato alcune delle navi finite, nella grande confusione, sui banchi di sabbia, rientrarono vincitori. Cleonimo se ne partì con soltanto un quinto della flotta intatto, senza aver raccolto alcun risultato in nessuna parte dell'Adriatico. A Padova ci sono ancora oggi molte persone che hanno visto i rostri delle navi e le spoglie spartane appese nel vecchio santuario di Giunone. A ricordo di quella battaglia fluviale, nel giorno in cui essa fu combattuta si tengono oggi solenni gare di navi lungo il fiume che scorre attraverso la città.>>

Bibliografia:
Bosio L. 1987,I  fiumi  dell’antico Veneto, in Corsi d’acqua, Padova, pag.7 ss.
Bosio L. 1991, Le strade romane della Venetia e dell’HIstria, Padova.
Marchiori A. 1986, Un tratto di strada romana ai margini occidentali della laguna di Venezia (area Malcontenta) : da una foto interpretazione il contributo per un’analisi territoriale, in QdAV, II, p.140, ss.
Olivieri D, 1961, Toponomastica Veneta, Venezia-Roma.
Pellegrini G.B. 1987, Ricerche di toponomastica veneta, Padova.
Pesavento Mattioli S. 1986, Le prime sette miglia della strada romana da Padova ad Altino in QdAV, II, p.126 ss.

PUBBLICATO SULLA RIVISTA HELLENISMO: http://www.academia.edu/3673604/Rivista_Hellenismo-_Thargelion_2789.

GRAZIE A DAPHNE!! <3




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martedì 3 settembre 2013

RIEVOCAZIONE STORICA: CLEONIMO DI SPARTA CONTRO I VENETI- 7-8 SETTEMBRE 2013

Carissimi lettori!
Scusate la scarsa presenza in questo mese ma impegni di varia natura mi hanno tenuta lontana dal blog, e penso mi scuserete data l'importanza dell'avvenimento che vi propongo!


Io ed il mio compagno parteciperemo come figuranti alla  spettacolare rievocazione storica che si terrà a DOLO (VE) in Piazza Cantiere  sabato 7 settembre dalle ore 10  ed a PADOVA nell'Arena Romana sempre dalle ore 10. 

Se volete saperne di più, cliccate qui RIVISTA HELLENISMO per poter leggere un articolo scritto di mio pugno sull'episodio.


dal sito del COMUNE DI DOLO
 luoghi dell’Isola Bassa di Dolo faranno da scenografia alla rievocazione storica dei fatti narrati da Tito Livio nella “Storia di Roma” accaduti nel territorio della Riviera del Brenta - Medoacus nel 302 a.C.. La manifestazione vedrà la ricostruzione di un villaggio,  di un mercato con le attività artigianali e i prodotti dell’epoca e la partecipazione di oltre cento figuranti che daranno vita ad un’azione scenica  in tre tempi guidati dalla regia di una voce narrante. L’evento vedrà una prosecuzione nella giornata successiva a Padova presso l’Anfiteatro Romano all'interno dei Giardini dell'Arena).

L’iniziativa vuole proporre al pubblico adulto e agli studenti un’occasione di approfondimento e divulgazione volta ad accrescere la conoscenza degli eventi storici accaduti nell'antichità nel territorio veneto, realizzando contemporaneamente una manifestazione-evento come quelle che già si realizzano in Spagna, Germania, Regno Unito e Francia  e che coinvolgono ogni anno migliaia di spettatori, con l’intento di migliorare la promozione culturale, storica e turistica della Riviera del Brenta.

Il coordinamento dell’iniziativa è curato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, l’Associazione Culturale “Mos Maiorum” di Mira, la Pro Loco di Dolo "Associazione delle terre dolesi", l'Associazione Culturale "Venetkens" di Vicenza, l'Associazione Culturale "Venetia Victrix" di Vicenza, l' Associazione "Ars Dimicandi" di Bergamo e il dott. Federico Moro.

La manifestazione vedrà anche la partecipazione del Gruppo Sportivo Voga Riviera del Brenta

APERTURA STRAORDINARIA DELL'ANTIQUARIUM DI SAMBRUSON
In occasione della rievocazione storica 'Cleonimo di Sparta contro i Veneti' sabato 7.09.2013, grazie alla collaborazione della dott.ssa Monica Zampieri  e del circolo 'Trovemose'  l'Antiquarium di Sambruson sarà aperto al pubblico per visite guidate al mattino dalle ore 10.00 e al pomeriggio dalle ore 16.00.




mercoledì 14 agosto 2013

Culto di Neptunus a Padova

Neptunus  appartenne al pantheon romano fin da età molto antica fu, infatti, adorato insieme ad altre cinque divinità nel primo lettisternio, celebrato nel 399 aC.; i Neptunalia, sono registrati sia nei Fasti Antiates maiores sia nei Menologia, che ricordavano le festività celebrate dagli agricoltori, tuttavia egli rimase una delle divinità meno note nell’Italia settentrionale, attestato in poco meno di una ventina di dediche, una delle quali rinvenuta ad Ardoneghe di Brugine, nella zona sud-orientale del territorio di pertinenza patavina.
Si tratta di un’arula in calcare, accuratamente lavorata, con fastigio piatto, sul quale si conserva solo uno dei due pulvini, liscio e dotato di uno stretto balteo centrale. La parte superiore presenta una serie di modanature. Il fusto, parallelepipedo, reca sulla fronte la rappresentazione, a bassorilievo, di un recipiente con corpo ovoidale e anse orizzontali, identificabile con uno skyphos. Sul fianco sinistro è visibile l’immagine di un attingitoio con manico verticale a terminazione ricurva, interpretabile come un simpulum. Sulla fronte è leggibile la dedica rivolta da T(itus) Cassius a Neptuno per il compimento di un voto.
L’iscrizione è conservata presso la Soprintendenza Archeologica del Veneto, nella sede di Padova. N. inv. 74727. Dimensioni: 75,5 x 39,5 x 30,3; alt. lett. 2,8-5,2 (T longa: max 6,2). Mancano lo spigolo superiore sinistro e quello inferiore destro. Il fianco destro è lacunoso.
 L’iscrizione dedicatoria recita: T(itus) Cassius / Neptuno / v(otum) s(olvit) l(ibens) m(erito).

Tra gli elementi che contribuiscono ad una datazione al I secolo d.C. sono stati indicati i segni di interpunzione triangoliformi, la T montante, la mancata indicazione del cognomen del dedicante.
Per una datazione più alta, tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. si veda BASSIGNANO 1981, p. 214.  Benchè dunque, il documento non sia riferibile ad un orizzonte di romanizzazione, si rende necessaria una sua breve analisi per il fatto che Neptunus, ricordato in quest’unica iscrizione patavina, è stato considerato esito di assimilazione con una divinità epicorica legata all’acqua.
Tale proposta trova origine già negli studi della fine dell’Ottocento: le ricerche di Alfred von Domaszewki, Georg Wissowa, Jules Toutain e Stefan Weinstock avevano indotto a constatare come nelle attestazioni epigrafiche, in netto contrasto con quanto perlopiù tramandato dalle fonti letterarie, Neptunus apparisse prevalentemente quale divinità tutelare delle acque interne piuttosto che signore dei flutti marini.  Ciò portò a concludere che le competenze di Neptunus su fiumi, laghi e sorgenti derivassero da fenomeni di interpretatio.
Tale convinzione è tuttora da molti condivisa, malgrado numerose ricerche, anche di carattere linguistico, abbiano modificato la prospettiva sulla questione. Non è raro, quindi, che negli studi di settore, divinità delle acque, talvolta dalle prerogative sananti come Benacus o le Fontes, siano intese come sopravvivenze locali e che divinità chiaramente italiche, come le Lymphae, le Nymphae, Neptunus e Iuppiter Lustralis, siano considerate interpretationes di numi preromani dalle analoghe
competenze. In tale prospettiva, la studiosa  Ileana Chirassi Colombo aveva, quindi, indicato quanto l’analisi dei culti fontinali fosse importante ai fini del “problema storico-religioso e funzionale dell’emersione delle forme pre politeistiche nei momenti di disgregazione della cultura ufficiale quale si segnala nel corso del medio-impero”.
Conviene, tuttavia, ricordare come a conclusione del suo studio dedicato al culto di Neptunus nell’Italia romana Adelina Arnaldi sia giunta a chiarire che le competenze del dio, forse in principio circoscritte alle acque sorgive e fluviali, andarono restringendosi a partire dal III secolo a.C. all’ambito marino. Ciò avvenne, significativamente, in concomitanza con la trasformazione di Roma in una grande potenza navale e con la progressiva introduzione nel pantheon ufficiale di figure divine minori, protettrici di fiumi, laghi e sorgenti. Nell’età tardo-repubblicana tale processo appare compiuto, tanto che Neptunus fu adottato in funzione propagandistica da Sesto Pompeo, Antonio e Ottaviano.
Come sottolineato dalla Arnaldi, la funzione di Neptunus come tutore di sorgenti, flumina, fontes non fu mai del tutto eliminata e il dio continuò ad essere sempre considerato come il signore di tutte le acque.
Se, quindi, fonti letterarie, epigrafiche e numismatiche consentono di concludere che a livello pubblico il dio fu venerato prevalentemente, anche se non esclusivamente, come dio del mare, protettore delle flotte, garante di successi navali, le forme di devozione privata sono, inevitabilmente, di più incerta definizione. La valutazione dell’accezione del culto è, infatti, affidata alla sola fonte epigrafica, che non di rado menziona il solo teonimo privo di epiteti “parlanti”; questa mancanza di definizione è probabilmente la causa di una certa ambiguità interpretativa. A tale problema si è cercato di trovare una soluzione operando una sorta di equazione tra il luogo di rinvenimento (zone costiere, aree fluviali, etc.) e l’effettiva accezione del culto, con conseguenze non sempre persuasive.

Nel caso specifico dell’Italia settentrionale, l’analisi distributiva dei ritrovamenti epigrafici indica una maggiore diffusione del culto a Neptunus nelle zone interne, lacustri o fluviali rispetto ai centri litoranei. Questo dato è stato a lungo considerato indicativo delle competenze divine: Neptunus sarebbe venerato nella sua accezione marina solo nei centri costieri, mentre apparirebbe quale protettore di fiumi e fonti,
perlopiù associato o identificato con divinità encorie, nell’entroterra. L’ipotesi sarebbe, inoltre, suffragata dall’importanza attribuita al culto delle acque presso i Celti .
Dubbi in merito sono stati espressi da Ezio Buchi perché una così netta distinzione non permetterebbe di tenere nella giusta considerazione fenomeni migratori di devoti di Neptunus dalla costa verso l’interno e viceversa. Altri elementi sarebbero, secondo lo studioso, esclusivi delle iscrizioni rinvenute nei siti alto-adriatici e, di conseguenza, discriminanti per la comprensione delle specificità del culto di Neptunus in queste zone: l’appellativo Augustus, per esempio, sarebbe attestato ad Atria, Parentium, Aquileia e del tutto assente, ad eccezione di un testo bresciano, nell’entroterra dove il dio risulta privo di epiteti e associato alle Vires o ai dii Aquatiles.
 Diversamente dai cultores di Atria, Parentium ed Aquileia, nelle zone lacustro-fluviali, avrebbero rivolto la loro venerazione a Neptunus privati cittadini quasi esclusivamente di modesta condizione, spesso liberti. La possibilità, prospettata da Buchi, che devoti di Neptunus si fossero trasferiti dai centri costieri verso le zone più interne delle regiones dell’Italia settentrionale è stata confutata da Adelina Arnaldi sulla base di osservazioni onomastiche. I tituli delle aree lacustri e fluviali presentano, infatti, gentilizi attestati in ambito locale, come l’Allius di Reate, il Virius di Ateste, il Sulpicius ed il Coelius dell’ager Brixianus, il
Dunillius dell’ager Bergomas, il Caecilius di Comum, i piscatores di Pedona.
 Si ripresenta, in questo modo, una sorta di identificazione tra luogo di rinvenimento e accezione del culto. La studiosa non è convinta del fatto che una o più divinità locali delle acque, di origine celtica, fossero identificate con Neptunus, perché il culto di Neptunus, quale dio delle acque interne, non fu molto diffuso nelle province galliche d’oltralpe ma, di contro, presente in zone non interessate da insediamenti celtici, come a Roma o a Reate. La spiegazione, dunque, potrebbe essere, secondo Adelina Arnaldi, un’altra:
si potrebbe pensare che un numen del sostrato indigeno pre-celtico fosse stato assimilato a Neptunus”
Non più numi “celtici” ma un’unica divinità etrusca delle acque. L’espansione degli Etruschi in area emiliana, veneta e nel mantovano diventa per la Arnaldi possibile origine dell’introduzione in Italia settentrionale di Nethuns, l’omologo etrusco di Neptunus, il dio delle acque interne.
Un’altra possibile spiegazione alla popolarità del dio in area nord-italica è stata individuata dalla Arnaldi nell’”isolamento” della Gallia Cisalpina fino al 42 a.C.: ciò avrebbe fatto sì che in periferia il culto di Neptunus non si evolvesse, come nel centro, dalla sua accezione fontinale a quella marina.
Posizioni più categoriche sono quelle sostenute da Antonio Sartori che, in un recente contributo, ha precisato come tra le divinità delle acque, ovvero qualificabili come personificazioni di entità idriche, con un evidente nome correlato e con appropriate competenze, non sembra possibile riconoscerne alcuna come esito di assimilazione o identificazione. Anche Neptunus, quindi, non sembra conservare alcun elemento di “sostrato”, anche se attestato nell’entroterra.
Si rende evidente, a questo punto, la necessità di valutare caso per caso a seconda del contesto. Se si parte dall’assioma di una distinzione operata in base al luogo di provenienza della dedica si può arrivare a conclusioni discutibili come nel caso di Atria e Ardoneghe di Brugine (Pd), siti che hanno restituito due dediche a Neptunus interpretate in direzione antitetica. I due centri sono, infatti, parimenti vicini al mare
ma ad Atria, considerata “litoranea”, Neptunus è ritenuto divinità marina, mentre ad Ardoneghe di Brugine risulta nume delle acque interne a causa della presenza dei rami secondari del Meduacus minor (Fiume Brenta).
A proposito della presunta evoluzione del culto a divinità indigene protettrici delle acque in quello a Neptunus, mi sembra, inoltre, rilevante notare l’ambiguità del termine “indigeno” in contesti etnici diversificati.
Se si portano alle estreme conseguenze tali premesse, infatti, se ne dovrebbe concludere che, a prescindere dal sostrato preromano di appartenenza, un nume legato a qualsivoglia tipo di “acqua” con la romanizzazione era destinato a confluire in Neptunus. Ma anche se ci si volesse attenere a questa “semplificazione” si è costretti a notare che , in ambito gallico, le divinità delle sorgenti, delle acque
termali e dei corsi d’acqua sono note con nomi latinizzati: è il caso di Groselum, dio eponimo della fonte di Grosel o Groseaux, di Avicantus, protettore della sorgente di Vigan o del torrente Vistre, di Urnia, legata all’Ourne, affluente del Gardon d’Anduze, o di Athubodua, in rapporto al lago di Anthon in Savoia.
 Si tratta di dediche private, assimilabili a quelle attestate in Italia settentrionale. È legittimo, quindi, chiedersi perché il culto rivolto alle divinità delle acque abbia avuto in ambito cisalpino un esito diverso (divinità epicorica = Neptunus) rispetto a quello delle regioni d’oltralpe (teonimo indigeno latinizzato). La causa non credo possa essere ricercata nella maggiore o minore resistenza alla romanizzazione, come
dimostrerebbe sia il fatto che la dedica a Nemauso e Urniae è posta anche ai [L]aribus Aug(ustis) e a Minervae sia che l’Athubodua a cui Servilia Terentia sciolse un voto è chiamata Augusta. Il fatto, inoltre, che Neptunus compaia in associazione con divinità locali come i dii Aquatiles, le Vires o Benacus, rende, a mio avviso, evidente la complementarietà di questi culti senza che questo presupponga una sovrapposizione/assimilazione.
Se è difficilmente dimostrabile un fenomeno di identificazione tra Neptunus e divinità locali “celtiche”, è ancor più improbabile proporre che la devozione del dio, nella sua accezione di protettore delle acque lacustri e fluviali, sia dovuta ad un’origine etrusca o all’isolamento della Cisalpina, fenomeno tutto da dimostrare.
Da questa osservazione si evince chiaramente che non è opportuno, sulla base dei dati attualmente disponibili, pensare alla presenza di Neptunus come esito di una interpretatio di una o più divinità delle acque interne, siano esse di origine celtica o etrusca, né, tanto meno, come culto di significato variabile a seconda delle differenti aree di rinvenimento delle dediche.
Nella sostanziale impossibilità di valutare l’eventuale “autoctonia” di Neptunus, resta, quindi, più prudente accogliere il dato nella sua evidenza documentale e limitarsi a considerare piuttosto le dediche al dio come forma di devozione legata all’acqua nel suo valore di via di comunicazione.
Per queste ragioni, nel caso di Patavium non si può determinare in modo più specifico l’accezione del culto, né individuarne la dimensione pubblica o privata.

NOTA & BIBLIOGRAFIA
Si vedano, per esempio, VERGNANI 1964 p. 95: ”una divinità originale, non marina, ma lacuale e fluviale e che non è da ricondursi al Poseidone greco è Neptunus, venerato a Bergamo, Bologna, Como, Novara e di evidente origine indigena”; RINALDI 1966, pp. 103- 104: “Nettuno è una delle divinità meno onorate nel mondo romano, soprattutto col
procedere dei tempi e nelle zone periferiche dove di solito compare in forme sincretistiche, associato a divinità locali”; SUSINI 1975, pp. 398-399, che accenna all’importanza della fonte epigrafica per comprendere i processi di “interpretationes” delle divinità delle acque; CHIRASSI COLOMBO 1976, pp. 189-190: “Il Neptunus Augustus è certo la grande divinità fluviale legata all’elemento fontinale, all’acqua dolce interna, che nei paesi transalpini spesso soppianta o meglio riesprime divinità indigene con una modalità diversa da quella rappresentata dai numi specifici dei grandi corsi d’acqua”; FINOCCHI 1994, p. 13, che include Neptunus tra le divinità romane assimilate a quelle galliche; MENNELLA 1998, p. 168; GIORCELLI BERSANI 1999, pp. 114-115, pur nella consapevolezza della difficoltà di seguire l’evoluzione dei culti indigeni in età romana, concorda nel riconoscere tratti comuni nelle personalità divine; VALVO 2004, pp. 217-218: ”Legami con la religione celtica, in materia di culti rivolti alle acque salutari, sono riscontrabili anche nelle dediche alle Nymphae e alle Vires. Queste ultime sono associate alle Nymphae in una iscrizione da Veleia, rinvenuta pressouna grande pozza dove si raccoglievano le acque che filtravano dall’alto; sono associate alle Lymphae in una iscrizione scoperta ad Erba (fra Como e Lecco); infine si trovano ancora, in territorio lombardo, associate a Nettuno presso Gussago, località vicino a Brescia: in questo caso esse esprimerebbero le forze naturali e per questo sarebbero associate a Nettuno”.
9 CHIRASSI COLOMBO 1976, p. 191. Le fonti epigrafiche relative a Neptunus, per esempio, sembrano trovare maggiore diffusione nell’Italia settentrionale e nelle zone transalpine, tra il 

I e il II secolo d.C., cfr. ARNALDI 1997, p. 200.

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martedì 13 agosto 2013

REITIA & DIANA. DEE MADRI ITALICHE (ritualistica d'agosto)

AGOSTO, MESE SACRO.
Potnia Thèron di Vicenza

Diana, controparte lunare e femminile di Apollo, era la Dea Patrona del mese di Agosto e raffigurazione parziale della Grande Dea Potnia Thèron, chiamata Cybele, Reitia, Rea, Iside ed in molti altri nomi nelle varie culture politeiste del passato.
Reitia e Diana sono Dee dalle caratteristiche similari, entrambe " sempre lontane", frequentatrici di boschi, montagne e luoghi selvaggi dove l'uomo non ha mai messo piede. Diana è vergine potentissima, frequentatrice di fanciulle che conduce in una danza estatica chiamata "ridda" nel silenzio e nel segreto dei suoi boschi sacri, ed alle sue favorite dona un'alta statura, Reitia dona invece il dono della scrittura alle sue sacerdotesse dall'elaborata acconciatura. Entrambe sono Dee portatrici di luce, Diana nelle foreste aiuta gli animali a partorire e quando sono adulti li caccia di notte, Reitia Lucinia aiuta le donne nel partorire in piedi, risana ferite e malattie nelle sacre acque, simboli di vita e morte che appartengono alle stesse divinità unica sorgente. Gli animali sacri sono la quaglia, l'orso, il leone, il cervo  ed il cane da caccia mentre a Reitia son sacri sempre i lupi ed i leoni, i cani ed i volatili.
Dee Italiche sorelle, Dee Italiche potentissime da onorare con alti fuochi.
 L’anno veneto era diviso in semestri, ed iniziava a marzo. Agosto era dunque il mese che segnava la metà dell’anno solare e come in molte altre culture indoeuropee si ringraziava la Terra per gli abbondanti raccolti. Purtroppo non abbiamo sufficienti testimonianze archeologiche o letterarie  per quanto riguarda questa tipologia di rituali e sacrifici sennon gettando un’occhiata alle terre vicine ai veneti, come i paesi slavi, balcanici, e terre retiche.
Oggigiorno il 15 agosto tutta la riviera adriatica, da Lignano Sabbiadoro a Sottomarina di Chioggia  si illumina  a catena dalle ore 23.30 di coloratissimi fuochi artificiali sull’acqua del mare. Il sincretismo  cristiano del papa PIO XII proclamò che il corpo di Maria sarebbe "volato via", in cielo (dogma della cosiddetta Assunzione di Maria). I fedeli cattolici, ormai immunizzati ad ogni senso del ridicolo, privi di ogni capacità critica, si accontentano del fatto che nel calendario ci sarà un giorno festivo in più, ovvero il 15 agosto, ripristinando un'antica festa in onore della Dèa Diana e di Reitia nel Veneto.  C’è da dire anche che originariamente  la festa di Diana era celebrata il 13 Agosto, dopo l'avvento del cristianesimo però la data è stata spostata al 15. D'altronde la leggenda racconta che Maria sia stata rapita in cielo ad Efeso, guarda caso città in cui Diana era venerata come la Grande Madre di tutto, e questo ne sottolinea l'identificazione attuata dalle streghe italiane.
In questa notte viene adorata Diana quale Madre del Cielo, Dea suprema madre di tutto.
Era tradizione anche qui nel Veneto onorare la Grande Madre Reitia accendendo grandissimi falò.
Volendo celebrare questa festività, è bene  rivolgerle ogni preghiera, portare offerte e dare un banchetto rituale in suo onore, importante ovviamente è festeggiare con un falò!

RITUALISTICA PER LA FESTA DI DIANA E DI REITIA 

Se Giunone era la Dea romana dell'aspetto sociale della Donna, Diana è la Dea dell'Interiorità femminile. Senza volermi gettare in assurde teorie femminocentriche, propongo un piccolo calendario di riflessioni in minima parte tratto da "Almanacco Pagano" Pandemia edizioni arricchito da me ma conforme alla tradizione Italico-Venetica per quel poco che, ahimè, conosciamo.
Possiamo quindi far precedere e seguire il giorno della anzi delle feste vere e proprie da alcuni riti e riflessioni sulle qualità rappresentate da queste altère ed imprendibili divinità....

8 AGOSTO
- Riflessioni sul duplice aspetto della femminilità, ovvero il potere di dare la Vita e dare la Morte.

9 AGOSTO
-Riflessione sulla natura selvaggia, indomita ed imprendibile del femminile. Diana , in questo caso, non si sottomise mai alla civiltà ed al potere del maschio mentre Reitia accettò la componente maschile degli Eroi e del dio Belenus.

10 AGOSTO
-Riflessione sull'aspetto Vergine di Diana, verginità non fisica ma simbolo dell'essenza profonda che non verrà mai toccata da nulla di esterno.

11 AGOSTO
-Riflessione sull'aspetto tremendo /horribilis della Dea. Il nome greco di Apollo, Febo, significa "il puro" ma il nome greco di Diana è Artemide ovvero "la macellatrice". Assieme al fratello, Diana è la terribile Dea dei Sacrifici cruenti e sanguinari ( le sono graditissime le carni fresche e sanguinanti, altro chè buonismi vegetariani moderni!). Sacrificare un corpo materiale è un modo per ricordare la presenza in Esso della sua Vera essenza. Per gli antichi Il Sacrificio (sacrum facere) è ciò che estrae l'essenza dalla forma materiale.

12 AGOSTO
-LYCHNAPASIA - Festività dedicata ad Iside nella quale i suoi fedeli la celebravano con fiaccole accese.
-Riflessione sull'aspetto che Diana condivide con Apollo, ovvero il "colpire da lontano". Questa caratteristica la si può leggere come la capacità di risolvere le situazioni dall'esterno senza restarne invischiati rendendo così la loro soluzione più difficile.

13 AGOSTO
- (idi di agosto, giorno simbolico di Luna Piena). Ritualità devozionale a Diana Lucifera e Reitia dei Fuochi Sacri.

14 AGOSTO
- Riflessione sul collegamento Diana-Donna come dea che guida la danza estatica di un cerchio formato da sole donne nella profondità del Bosco Sacro.
-Riflessione sul collegamento Reitia-Donna come dea che riesce a guarire attraverso la compassione ovvero il sentire lo stesso dolore dell'ammalato. Reitia Leukothèa portatrice di Luce e di chiarezza spirituale.

15 AGOSTO
- Grande festa di Reitia Leukothèa. Rituale del Fuoco Sacro e sacrificio.







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