Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

venerdì 13 settembre 2013

COSTUME PALEOVENETO

Le Donne Venete indossavano una tunica svasata verso il basso, spesso stretta in vita da una cintura; a volte la gonna è percorsa da righe oblique o verticali. Sopra la tunica portavano uno scialle o un mantello, a coprire le spalle o anche la testa. Ai piedi calzavano degli stivali alti fino al ginocchio. Gli oggetti di bronzo che venivano depositati nei santuari ci possono aiutare nella nostra ricerca sull’abbigliamento.




Andiamo ad osservare, per esempio, la “dea di Caldevigo”, un bronzetto votivo femminile che risale al V sec a.C.: indossa lunga tunica a “campana” con l’orlo ricamato, una grande cintura con placca in bronzo stretta sulla vita, molte collane e braccialetti, alti stivali e un particolare copricapo a punta.

 Ma questo era di certo un abbigliamento ricco e ricercato!
 

 Nella vita quotidiana le donne dovevano vestirsi più o meno così: una lunga tunica, uno scialle e stivali di cuoio.
Per trattenere e fissare le vesti venivano utilizzati spilloni e fibule in bronzo, in alcuni casi veri e propri oggetti di ornamento. Le persone di alto rango ornavano le vesti con fibule molto preziose, decorate con perline di paste vitree, di ambra o d’osso, o con figurine di bronzo.


Gli spilloni sono grossi aghi di bronzo e hanno spesso la capocchia decorata. Le fibule sono molto simili alle nostre spille da balia. Sono formate dall’ arco, dall’ardiglione (la spilla vera e propria) e dalla staffa (parte terminale dell’arco in cui si fissa l’ardiglione); arco e ardiglione sono spesso uniti da una molla.

Le donne di rango elevato si abbellivano con gioielli, bracciali, collane e orecchini, realizzati con materiali preziosi, spesso provenienti da luoghi lontani ed esotici, simboli della ricchezza e del potere della famiglia di cui facevano parte: osso, pasta vitrea, ambra (una resina fossile che si poteva trovare sulle rive del Mar Baltico), faiënce (un impasto proveniente dall’Egitto).









GLI UOMINI….
Gli uomini portavano una tunica e un mantello. Gli uomini di alto rango avevano dei mantelli ornati da ricami e piccole borchie metalliche, mentre gli individui di condizione più bassa avevano mantelli più semplici, a motivi geometrici.
La tunica, confezionata con una stoffa più leggera, poteva avere le maniche corte o lunghe, ed era stretta in vita da una fascia o da una cintura: era spesso a righe
verticali e aveva gli orli ricamati. Gli uomini di condizione più elevata indossavano un cinturone ornato da una placca metallica decorata.Sul capo gli uomini portavano un copricapo, delle forme più diverse: a punta , di forma schiacciata o con una larga tesa rialzata.




LE MIE RIVISITAZIONI 







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giovedì 12 settembre 2013

RELIGIONE PALEOVENETA ED EREDITA' CONTADINA

E’ necessario in questi tempi “moderni” riscoprire in un’ottica nuova la Tradizione del territorio in cui si è nati, in cui si vive, al quale si sente nel profondo di appartenere. Il globalismo indifferenza ogni cosa ed anzi commette quel criminoso comportamento di azzeratore incondizionato delle differenze che rendono uniche ed inimitabili le varie realtà culturali ed antropologiche.  Anche un breve excursus storico offre una prospettiva più ampia ed approfondita del rapporto fra le variegate culture europee e propone elementi preliminari per poter capire come gli specialisti son giunti alle odierne testimonianze.  La cultura veneta si inserisce nel medesimo orizzonte e dal momento che presenta un substrato comune alle altre culture del continente, è possibile rintracciare i nessi di congiunzione con le tradizioni popolari dell’Europa e le differenze che si sono sviluppate attraverso i secoli.
La cultura contadina ha radici antiche e multiformi, dalle radici paleovenete  dei progenitori  all’assimilazione con la cultura romana, ma soprattutto dalle invasioni dei popoli stranieri che nei secoli si sono susseguite stratificandosi e generando quella tradizione veneta che oggi è oramai quasi in via d’estinzione.  L’insediamento romano avvenne verso il II secolo a.C ma fu la civiltà paleoveneta a dominare per tutto il primo millennio i territori del Veneto attuale ed alcune zone del Friuli Venezia Giulia e del Trentino Alto Adige, un territorio dunque vastissimo ed eterogeneo che alterna zone montagnose alpine al litorale adriatico, dipinto dalle fertili pianure solcate dai numerosi fiumi che un tempo erano considerati sacri, Brenta, Piave, Tagliamento, Isonzo ed Adige.
I principali centri della civiltà paleoveneta si suddividevano in varie città con presenza di un santuario religioso nel quale, come ad Este ed a Padova, si insegnava l’arte della scrittura. Ogni centro cittadino aveva le sue caratteristiche particolari, Altino, Oderzo e Treviso nell’area del Piave, Montebelluna, Mel, Ceneda nella pedemontana, Lagole di Calalzo nel Bellunese, Porto Menaj (Ad Portum) e Sambruson assieme a Lova erano i due porti fluviali di Padova ed infine Adria presso il corso del Po con caratteristiche etnico-culturali diverse dagli altri centri antichi in quanto la presenza di elementi etrusco-greci  era molto forte e pregnante essendo la città un importante porto di scambio.
Omero nel II libro dell’Iliade (passi 851-852), Teopompo, Strabone, Virgilio nel libro I dell’ Eneide e Tito Livio in Ab Urbe Condita hanno descritto alcune caratteristiche e storie dei veneti antichi e tutte le fonti greco-latine propongono un’origine orientale del popolo dalla regione della Plafagonia in Asia minore, fondato dal mitico Antenore di Troia fuggito dalla città distrutta, ed al quale si tributavano onori al suo Genius di Eroe sia nella zona Euganea che in quella Berica. Il fiume Timavo veniva detto dagli antichi “ Antenoreus” oppure “phyrgius” cioè Troiano.  Infatti interessanti sono stati degli scavi archeologici compiuti nella fascia collinare Euganea e Berica, dai quali emerse la data della fioritura della civiltà paleoveneta ovvero nel corso del VI secolo a.C con il consolidarsi dei centri di pianura ed il sorgere degli insediamenti collinari senza dimenticare i contatti stretti nella zona euganea-estense con l’Etruria, nella zona nordico-retica con la Raetia appunto ed la zona adriatico-marittima con l’illiria e la Grecia.
REITIA

HEKATE
La cultualità religiosa è un elemento importante che emerge a frammenti nella tradizione contadina che subentrerà. Fra i reperti rinvenuti dagli archeologi  si riscontra la diffusa presenza del culto in onore di una divinità femminile che si manifestava diversamente nelle varie aree venete ma che sostanzialmente si può ricondurre ad una ritualità pressoché simile. La “ stipe Baratella” di Este fu uno dei primissimi documenti nel quale viene menzionato il nome di una divinità femminile,  Reitia, ma anche Sainate ( risanatrice, protettrice della città) e Pora ( Signora). Probabilmente il nome originario era Pora mentre gli altri due erano appellativi. La Marinetti giunge a questa conclusione attraverso la forma linguistica dove si rivela che i primi sono nomi di origine aggettiva e per quanto riguarda l’etimologia, il nome Pora non è collegabile alla radice latina “pario” ovvero partorire ma dalla radice “per” nel senso greco di “passaggio” πωροζ. Sainate può invece essere paragonato al latino “sanare”. Resta infine il termine “Reitia” che potrebbe derivare dalla radice indoeuropea “rect” –“raddrizzare” come da “reito” scrittura. Le sacerdotesse dei santuari dedicati a Reitia infatti insegnavano a scrivere ed erano detentrici della conoscenza, oppure anche dal verbo “reito” nel senso di “scorrere”.  I termini concorrono complessivamente nel delineare l’immagine di una divinità femminile che rappresenta la rigenerazione della vita, che protegge e risana. A lei erano sacre la acque ed in ogni santuario (Lova, Este, Montebelluna…) son stati ritrovati dei pozzi sacri dai quali veniva attinta attraverso dei mestoli rituali l’acqua che veniva versata in ciotole di terracotta. Al termine della libagione (probabilmente di stampo greco ma anche italico) le ciotole venivano gettate via. Lagole era ed è famosa per le sue acque risanatrici come le terme di Abano , altro luogo di culto paleoveneto. I santuari venetici erano un connubio di “terra ed acqua”.  A Padova invece i ritrovamenti di bronzetti votivi danno pensare ad una dimensione più regale di Pora, infatti in epoca romana il santuario patavino di Reitia-Pora venne dedicato a Giunone Regina, come molti altri tempietti votivi di campagna (Miranese, Mirese, Noalese etc) dedicati inizialmente a Reitia vennero riconsacrati a Giunone per poi diventare con l’avvento del cristianesimo, le edicole votive o capitelli dedicati ai Santi ed alle Madonnine. I capitelli di crocicchio fra due strade, se molto antichi, erano dedicati invece ad una Dea dalla iconografia simile alla classica iconografia del “ disco bronzeo di Montebelluna”, nella quale la Dea Reitia è raffigurata come Potnia thèron ovvero signora degli animali, circondata dal lupo mite e dall’anatra con delle enormi chiavi in mano. Una simile iconografia appunto si ritrova anche in Grecia nella dea Hekate, dove la Divinità si presenta nelle sembianze della signora della vegetazione della rinascita. La presenza di statuette fittili di una divinità femminile, bicefala o tricefala, reggente chiavi nelle vicinanze strette di capitelli posti ad antichi crocicci (es. via Annia e Pompilia ) stradali ed acquatici nelle zone litoranee, ha confermato oltre alla vicinanza rinomata con usanze culturali greche anche il fatto che tutti i ritrovamenti paleoveneti hanno queste caratteristiche femminili: una divinità che rigenera, protegge, e risana. Una figlia-fanciulla portatrice di luce nel cammino della vita  ma anche una madre-signora potentissima che protegge i suoi figli e gli risana sia nel corpo che nello spirito. I guerrieri si rimettevano a Lei, ed ad un dio guerriero Aponus-Belenus, invocavano l’aiuto di Trimbusiate, di Ikathèin, di Sainate e di Pora.
Queste nozioni relative alla ritualità paleoveneta compaiono anche nella cultura contadina che ripropone, seppur in modo diverso, la figura della protezione femminile.
Dino Coltro scrisse “la stessa religiosità contadina trova nella casa la sua espressione quotidiana ed è simbolicamente custodita nella “mare”- madre del focolare, affidata alla donna anziana che veniva chiamata con lo stesso nome “mare” il cui maggior desiderio era “ de n’dare in sridolon e lassare morire la mare del fogo” ovvero uscire a perdere tempo e lasciare morire il fuoco.”
Cybele-Potnia thèron di Vicenza 
Il termine “marantega” con cui si suol chiamare una donna anziana deriva proprio dal “mare antica” madre antica, ed i fuochi rituali dell’epifania in cui si “bruxa la marantega” ovvero si brucia un fantoccio rappresentante una vecchia, non sono altro che antichissimi rituali veneti dedicati a Reitia, dea che oramai vecchia, veniva bruciata per lasciar spazio alla sua rinascita come Hekate- Ikathèin Phosphòros ovvero come la giovane Hekate portatrice di luce e nuova vita agricola.

Altra Dea Madre è presente nel Veneto, associata alla figura di Reitia, Cybele Potnia, la Dea Madre Frigia, associata al Leone alato , anch'essa detentrice dei chiave sacra. Celebre è questa statua ritrovata a Vicenza, rappresentante una Dea alata accompagnata da leoni.


La cultura della Madre Terra , della rigenerazione, nasce dal costante contatto dell’uomo antico con la natura. Il contadino viveva in simbiosi con il ciclo delle stagioni, con il mutare del tempo e la sua esistenza dipende da come e quanto piove, dalla fertilità del terreno, dalla generosità dei campi e degli alberi. Ecco perché diventa fondamentale la figura della divinità materna che tutto crea a tutto rigenera. Il contadino avverte in modo assoluto, sanguigno, viscerale questo legame. Esso è tutto per lui, e ciò comporta un costante rapporto di nutrimento e riverenza.
La cultura agreste di basa su queste ritualità arcaiche e senza tempo, una cultura che non ha testimonianza scritta ma di tradizione orale di memoria collettiva di un gruppo etnico e di un ben determinato strato sociale con le sue tradizioni, usi e costumi. La cultura contadina non è “arretrata” , “ vecchia”, “obsoleta” ma è dinamica, veloce, che si trasforma con il tempo ed attraverso le esperienze , acquista valore attraverso il setaccio generazionale che raccoglie ciò che è valido in una tradizione e si perfeziona da una generazione all’altra.
Importanti erano perciò i “veci” i vecchi del paese e della famiglia, che insegnavano ai giovani come interpretare il tempo e gli avvenimenti metereologici, a comprendere i presagi, con il loro lunario orale e le loro favole costituiscono o meglio, costituivano  la ragnatela intricata nella quale erano tessuti miti arcaici e sapienza depositata di miti, fiabe, filastrocche, legende, poesie, canzoni, ballate  e rituali sacri, di un tempo oramai lontano, ma che non smette mai di battere all’interno dei nostri cuori di moderni “occidentali globalizzati”.


Il sangue  è antico e scorre come l’acqua dei fiumi che hanno forgiato queste terre argillose e fertili, all’interno del nostro corpo scorre il sangue dei nostri progenitori, dei nostri antenati, dei nostri Padri e Madri antichi, ora abbiamo un compito importante e dobbiamo decidere se far ritornare viva la loro voce oppure se farli tacere per sempre…

Io ho scelto la strada più difficile.

Elena




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lunedì 9 settembre 2013

Riflessioni sulla rievocazione storica Cleonimo di Sparta contro i Veneti

Che dire...una delle esperienze di rievocazione più belle ed emozionanti che ho vissuto fin'ora.
Per me è stata un'occasione UNICA ed indimenticabile di mettere in scena fisicamente una parte della mia tesi di laurea nella quale ho trattato anche dell'episodio di Cleonimo, ma soprattutto ho conosciuto persone fantastiche, ho approfondito l'amicizia con altre, ho avuto l' occasione di imparare cose nuove e di rivedere persone lontane, il mio compagno ha potuto finalmente imparare un po' a combattere come gli Antichi Padri in quel legame di fratellanza ed Onore che oggigiorno non esiste più, ho avuto la possibilità di essere Portatrice dello Stendardo Patavino al Trionfo Solenne per Padova. Insomma, finalmente in questi due giorni lo Spirito Numinoso della Terra Veneta si è risvegliato e nei combattimenti rituali all'Arena di Padova è emerso il SACRO.

Come primo esperimento è stato decisamente un successo sia per numero di spettatori allo spettacolo serale di sabato sette settembre a Dolo, in Piazza cantiere, che per numero di curiosi ed interessati che hanno partecipato agli spettacoli rituali all'arena Romana di Padova domenica 8 settembre.
Gli eventi sono stati possibili unicamente grazie alla PASSIONE per il nostro territorio, il coordinamento dell’iniziativa è stato curato nei minimi dettagli  dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo e l'assessore Antonio dal Prà ha contribuito in maniera veramente significativa ,  in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, l’Associazione Culturale “Mos Maiorum” di Mira, la Pro Loco di Dolo “Associazione delle terre dolesi”, l’Associazione Culturale “Venetkens” di Vicenza, l’Associazione Culturale “Venetia Victrix” di Vicenza, l’ Associazione “Ars Dimicandi” di Bergamo e il dott. Federico Moro.
La rievocazione storica dei fatti narrati da Tito Livio nella “Storia di Roma” accaduti nel territorio della Riviera del Brenta – Medoacus nel 302 a.C. è stata realizzata grazie alla presenza di numerosi figuranti in costume spartano e veneto antico, nonchè etrusco-italico e celta, sia facenti parte elle succitate associazioni che, come me, aiutanti "solitari".
L'unione fra tutti è risultata l'elemento fondamentale per l'organizzazione e la realizzazione di queste giornate che oserei definire "sacre". Tutti i rituali agli antichi Dei sono stati eseguiti con impegno e sentimento, il pubblico non abituato a questo tipo di spettacoli si è acceso immediatamente ed ha partecipato con un senso di intimo orgoglio veneto che si è risvegliato dopo anni di sonno indotto ed in numerosi hanno preso parte anche al rituale purificatorio del Passaggio fra i due Fuochi di chiusura dell'evento.
 L'anello "ostis" è stato donato al fiume Medoacus (Brenta) nuovamente dopo millenni di oblio, il Genius Locii è stato risvegliato dal suo torpore secolare  ed ha fatto sentire la sua presenza benevola, l'Arena di Padova è stata riconsacrata con il sangue degli Eroi dopo secoli di predominio cristiano.
 La Rievocazione storica è stata realizzata  corollario della Mostra "Venetkens. Viaggio nella terra dei Veneti antichi" , allestita in Palazzo della Ragione di Padova fino al 17 novembre 2013, a dimostrazione ATTIVA che lo Spirito dei Veneti antichi, padri dei nostri padri, sangue del nostro sangue, non è mai scomparso e non morirà mai.

SPIEGAZIONE ECCELLENTE DEL DOTT.FEDERICO MORO

Dal COMUNICATO STAMPA DI PADOVA CULTURA (  a cui ho preso parte grazie a Danilo " Leo" Lazzarini ed all'Assessore Antonio dal Prà".)

Conferenza stampa di presentazione Rievocazione 8 settembre.
La rievocazione comprenderà quindi una serie di iniziative volte a ricostruire il clima culturale, economico, artistico dell’epoca e si connoterà per la professionalità e accuratezza delle ricostruzioni storiche, per la varietà e ampiezza dell’offerta che spazierà dall’abbigliamento, all’alimentazione, dalle arti ai mestieri, dalla musica alle armature, il tutto ricostruito con dovizia di particolari e fedeltà storica. 
La ricostruzione storica dello scontro tra i Veneti e Spartani avverrà in due momenti:
il primo a Dolo,organizzato dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo si terrà, il 7 settembre, nella piazza dello Squero, dove, attori figuranti vestiti da Spartani, assaliranno un villaggio ricostruito e abitato secondo le caratteristiche dell'epoca. 
 intest_home_page.jpgLa conseguente battaglia finale vedrà vincitori i Patavini agli ordini di Belleno Sekene.
Il giorno dopo, domenica 8 settembre, a Padova, un centinaio di figuranti rappresentanti l'esercito venetico sfileranno, con a seguito i prigionieri Spartani, da Palazzo Moroni verso i Giardini dell'Arena Romana, accompagnati da musicisti itineranti. 
Arrivati all'interno dell'Arena daranno vita a spettacoli di combattimento rituale come ringraziamento per la vittoria ottenuta.
scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)

scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)

scontro Veneti-Spartani (foto di Anna Carrara)




esercito veneto torna vittorioso

battaglia veneti contro spartani

io ed il mio compagno a Padova preparandoci per il Trionfo

Corteo Nuziale a Dolo

Nozze Venete

vallum spartano

Il mio compagno nei panni di uno spartano dà il colpo di grazia alle guardie venete

Corteo Nuziale

corteo nuziale

IL SACRO FUOCO DEI VENETI NON SI SPEGNERA' MAI

mercoledì 4 settembre 2013

TITO LIVIO E L’EPISODIO DI CLEONIMO: IL PROBABILE LUOGO DELLO SCONTRO FRA PATAVINI E GRECI

 Da un lavoro di studi di archeologia della X regio, in onore di MicheleTombolani. Luciano Bosio-

Revisione, editing, correzioni e note a cura di Dott.ssa Righetto Elena  (io, autrice del blog!) per il dipartimento di Studi Storici Università Cà Foscari di Venezia.


Scrive Livio (10,2) che lo spartano Cleonimo, giunto con la sua flotta sulle coste dei Veneti e fatti sbracare alcuni uomini per esplorare i luoghi, “venne a sapere che di fronte al mare si stendeva una sottile striscia di terra, oltrepassata questa terra c’erano, dietro, distese d’acqua alimentate dalle maree e non lontano, terreni pianeggianti, mentre più oltre si profilavano delle colline; c’era infine la foce di un fiume assai profondo, dove le navi potevano manovrare fino ad un ancoraggio sicuro- quel fiume era il Medoacus (Brenta)-: si fece allora avanzare la flotta in quella direzione e risalire la corrente”. Da questa prima parte del racconto di Livio si può ricavare che Cleonimo non può vedere il mare dove si trovava con la sua flotta, né le acque interne alimentate dalle maree né i terreni pianeggianti dopo queste né la foce del Brenta: tutto questo gli viene riferito dagli esploratori che si sono spinti fino allo sbocco del fiume, tanto da poter assicurare che questo è navigabile.
Innanzitutto troviamo qui la puntuale descrizione della laguna veneta come si doveva presentare al tempo dello storico patavino, e come ancora oggi noi possiamo ritrovare nello stretto litorale adriatico, nei vasti spazi lagunari alla spalle di questo e nei terreni pianeggianti che ne delimitano la gronda interna. Un quadro ambientale questo che richiama la Λήμνοθάλασσα “limnothàlassa”, cioè la grande laguna che secondo Strabone (5, 1, 5, 212) caratterizzava le spiagge abitate dai Veneti ed era alimentata dal flusso e riflusso della marea.
Avute dunque queste notizie sui luoghi, Cleonimo fa allora avanzare la flotta verso la foce del Brenta (Medoacus amnis erat) per risalirne poi la corrente (eo invectam classem subire flumine adverso iussit). E’ logico che per raggiungere questo corso d’acqua le navi di Cleonimo dovevano innanzitutto superare il “tenue praetentum litus”; e questo non poteva avvenire se non attraverso una Bocca aperta sullo stretto litorale marino. Tre oggi sono le bocche di porto che permettono alle imbarcazioni di entrare nella laguna di Venezia: la bocca di Chioggia, la bocca di Malamocco e la bocca di S.Nicolò. Ed in quei tempi lontani? Un’indicazione preziosa al riguardo ci viene da Strabone (5, 1, 13, 213) in quale scrive che “ a partire da un grande porto, si raggiunge Padova dal mare risalendo per 250 stati un fiume che attraversa le paludi; il porto si chiama Mεδοακος come il fiume”. Veniamo così a sapere da questo geografo che sull’Adriatico, in collegamento diretto con Padova lungo il corso del Brenta (Medoacus) si trovava uno scalo marittimo, che aveva lo stesso nome del fiume e che l’Olivieri (1961, p 148), procedendo da un Maio Medoacus attraverso le mediazioni Mamedòc> Mademòc- riconduce all’odierna località di Malamocco; equazione questa accettata e fatta propria anche dal Pellegrini (1987, p.144). Malamocco dunque rappresentava il punto di partenza di questo viaggio fluviale dall’Adriatico a Padova e quindi Cleonimo con la sua flotta dev’essere entrato per questa bocca per poi raggiungere, attraverso retrostanti spazi lagunari, la foce dell’antico Brenta, o meglio, come ricaviamo dall’Olivieri, del Maior Medoacus. A tale proposito mi sembra opportuno, per chiarire ancor meglio il quadro topografico dei luoghi, ricordare che il corso del Brenta, in età romana, dopo aver attraversato Padova, si divideva andando a sfociare nella laguna di Venezia attraverso due rami principali. Il più settentrionale di questi, indicato come Major, si volgeva ad oriente sulla direzione dell’odierna Riviera del Brenta e usciva in laguna all’altezza di S. Ilario di fronte alla Bocca di Malamocco, dopo aver toccato le poste stradali, ricordate dalla Tabula Peutingeriana (Segmentum III, 4-5), di Maio Meduaco, che richiama questo maggiore ramo e che è da ubicare nella attuale località di Sanbruson, e quindi di Ad Portum, da ritrovare nella borgata di Porto Menai (Mira, Venezia) dove, come denuncia lo stesso nome, si doveva incontrare uno scalo fluviale. E’ da aggiungere che dal corso del Medoacus Maior, diretto da Porto Menai al Monastero di S. Ilario si doveva staccare all’altezza di Sanbruson, un minore ramo volto a sud-est, lungo l’attuale percorso dello scolo Brenta secca, che usciva in laguna ad oriente del paese di Lugo. (MARCHIORI 1986, p.143). Il Medoacus Minor invece, cioè l’altro ramo terminale del Medoacus, si portava sud attraverso l’odierna località di Brentasecca, per poi continuare lungo l’alveo dell’attuale fiume Cornio fino a sfociare in laguna presso la borgata di Lova, dove è da localizzare la stazione stradale di Mino Meduaco, anche questa presente nella Tabula Peutingeriana (idem), che richiama espressamente il minore ramo del Brenta. Anche dal Medoacus Minor, diretto a Lova, si staccava un minore ramo che, scendendo a sud, andava ad unirsi alle acque del fiume Retrone (oggi Bacchiglione), proveniente da Vicenza, per uscire poi con queste in laguna all’altezza della località di Vallonga( Bosio 1987, p.13). In tal modo l’antico Brenta, nella sua parte terminale, si apriva in un largo delta formato da due rami principali (Maior e Minor) e da minori bracci fluviali che si dipartivano da questi.  Un simile disegno fluviale permette anche di ritrovare nel maggiore ramo terminale del Brenta il fiume che Cleonimo raggiunge dopo aver superato la Bocca di Malamocco ed attraversati gli spazi lagunari. E questo non solo perché il nome di Malamocco richiama direttamente quello di Maior Medoacus, ma anche perché Livio parla espressamente di un <<ostiumfluminis praealti, quo circumagi naves in stationem tutam (possint)>>, cioè della foce di un fiume assai profondo e navigabile, quindi di grande portata, dove le navi potevano manovrare fino ad un ancoraggio sicuro. Fiume profondo e navigabile dunque e la presenza di un sicuro attracco, che ci riportano proprio al Medoacus Maior ed Ad Portum (Porto Menai, Mira, Venezia), che denuncia con la sua presenza l’esistenza di uno scalo fluviale sul suo corso terminale.
E qui è il caso di precisare, e ciò mi sembra da tener sempre ben presente, che il quandro ambientale, nel quale lo storico patavino colloca l’impresa di Cleonimo, è quello che Livio direttamente conosce, cioè quello del suo tempo. Possiamo però dire che questo non doveva essere sostanzialmente diverso da quello della fine del IV secolo, cioè del 302 a.C., all’epoca nella quale ha luogo l’attacco di Cleonimo.
Sappiamo che nel 175 a.C. il console Marco Emilio Lepido aveva condotto una via che da Bologna, attraverso Padova ed Altino, raggiungeva Aquileia (Bosio 1991, p 31ss). Senza dubbio il console, nello stendere questa strada, doveva aver tenuto presenti quelle piste preromane che le esperienze precedenti e il cammino degli uomini avevano nel tempo tracciato e consolidato sul terreno, come appunto quella che veniva direttamente a congiungere realtà paleovenete di Padova ed Altino. Il percorso di questo tratto stradale, ripreso più tardi nel 131 a.C., dalla via Annia del pretore Tito Annio Rufo, si accompagnava da Padova al margine lagunare al corso del Medoacus Maior, correndo lungo la destra idrografica del fiume sino alla località di Sambruson (Pesavento Mattioli 1986, p.126 ss), dove abbiamo ubicato la posta stradale Maio Meduaco, che richiama questo ramo del Brenta. Da qui la via, portatasi sulla sinistra del fiume, raggiungeva dopo XIV miglia (km 21), per continuare poi lungo la gronda interna della laguna veneta fino ad Altino (Marchiori 1986, p 145 e fig.3). La presenza di questa pista paleoveneta prima e strada romana poi, che si accompagnavano al maggior ramo dell’antico Brenta, viene a confermare una continuità logistica e quindi una situazione ambientale che perdura nel tempo e che, come si vedrà, si ritrova nel racconto liviano.
Ma torniamo a Cleonimo , che abbiamo lasciato con la sua flotta presso la foce del fluminis praealti, mentre si appresta a risalirne la corrente. Continua Livio: “ Ma il letto del fiume non consentì il passaggio delle navi più pesanti; perciò la massa degli armati passò su imbarcazioni più leggere e giunse in una campagna popolata da tre villaggi dei Patavini, villaggi marittimi che coltivavano quel litorale. Qui sbarcano, lasciando pochi uomini a guardia delle navi, espugnano i villaggi, bruciano le case, portano via uomini e bestiame e trascinati dal gusto della preda s’allontanano sempre più dalle navi. Quando la notizia giunse a Padova- i vicini Galli tenevano i suoi abitanti sempre all’erta-subito la gioventù venne divisa in due squadre. La prima fu condotta nella zona dove c’era notizia di saccheggi sparsi, la seconda, seguendo un’altra via per evitare l’incontro con i razziatori, puntò sul luogo di ancoraggio delle navi, luogo che distava quattordici miglia dalla città. Uccisi di sorpresa gli uomini di guardia, i Patavini diedero all’assalto alle navi costringendo i marinai atterriti a trasferirle sull’altra sponda del fiume. Altrettando sfavorevole era stato anche sulla terraferma il combattimento contro i saccheggiatori sparsi qua e là; i Greci, che cercavano di fuggire verso le navi, vengono bloccati dai Veneti e così i nemici vengono presi in mezzo ed uccisi; i superstiti fatti prigionieri, rivelano la presenza, a tre miglia di distanza, della flotta con il re Cleonimo. Allora, dati in custodia i prigionieri al villaggio più vicino, gli armati salgono parte su imbarcazioni fluviali costruite a chiglia piatta per superare i fondali bassi della laguna, parte sulle navi leggere catturate, si dirigono verso la flotta. Quindi circondano le navi immobili e timorose più dei luoghi sconosciuti che del nemico: i Greci più impegnati a fuggire verso il mare aperto che ad opporre resistenza, vengono inseguiti fino alla doce del fiume; alcune navi nemiche, che l’ansia della fuga aveva cacciato nelle secche, sono prese ed incendiate; infine i Patavini ritornano vincitori. Cleonimo si allontanò salvando un quinto delle sue navi e avendo fallito ogni tentativo di sbarco nelle regioni del mare Adriatico.”
Cleonimo dunque, quando si accorge, risalendo la corrente del fiume, che le navi più grandi, a causa del loro pescaggio, non riescono ad avanzare, fa trasbordare su imbarcazioni più leggere, un consistente gruppo di armati. Costoro si spingono oltre fino a raggiungere un luogo popolato da tre villaggi dei Patavini, dove attaccano e lascito un piccolo presidio a custodia delle navi, si danno al saccheggio allontanandosi sempre più dal punto di sbarco.  Livio ci offre qui una indicazione assai preziosa su questo luogo di attacco quando dice che esso distava XIV miglia da Padova, pari a 21 chilomentri; misura questa che, ripresa certamente da un percorso terrestre, ci porta all’attuale località di Porto Menai (comune di Mira, provincia di Venezia ndr), dove l’indicazione Ad Portum parla chiaramente di uno scalo fluviale di età romana, presente con ogni probabilità anche in epoca immediatamente precedente. Abbiamo anche visto che la strada antica (Annia ndr) raggiungeva questa stazione stradale correndo, dopo Sanbruson, sulla sinistra del Medoacus Maior e quindi su questa sponda doveva trovarsi il luogo di attracco dove i Greci ormeggiano le loro imbarcazioni e dove, proprio per la presenza di questo scalo, doveva anche sorgere un centro di vita, forse uno di quei tre vici dei Patavini, di cui parla Livio. (ovvero gli attuali Porto Menaj, Mira, Piazza Vecchia ndr).
Sbarcati dunque sulla riva sinistra del maggior ramo del Brenta e lasciati alcuni di guardia delle imbarcazioni, gli uomini di Cleonimo iniziano la loro opera di saccheggio e di devastazione, lasciandosi alle spalle il punto di attracco ed anche il percorso stradale, che corre parallelo al fiume. DI conseguenza, essi di muovono verso  settentrione nella zona oggi compresa fra Porto Menaj a sud e Mira Taglio a nord, dove incontrano altri piccoli insediamenti agricoli.
L’immediato intervento dei Patavini viene a chiarire ancora meglio la posizione dei nemici e quindi il luogo dello scontro. Un contingente armato, muovendo deciso da Padova verso le imbarcazioni, da cui sono scesi i saccheggiatori, si porta direttamente lungo il percorso stradale già da noi ricordato, a Porto Menaj ed allo scalo portuale, sorprendendo i marinai di guardia, che sono costretti a riparare sull’altra riva, cioè sulla destra del fiume, più sicura da un possibile attacco. Un secondo gruppo di patavini si dirige invece verso la zona dove i Greci sono intenti a fare razzia, seguendo con ogni probabilità un altro cammino, già da me ipotizzato per l’età romana (BOSIO 1991, p.74) che doveva correre per le attuali località di Strà e di Dolo lungo la sponda sinistra del Medoacus Maior.
Gli uomini di Cleonimo, davanti a questo attacco diretto, cercano di ritornare sui loro passi e di raggiungere le imbarcazioni, ma fra loro e queste si trova la schiera armata che ha costretto quest’ultime a riparare sull’opposta sponda. Così, presi fra due fuochi, i Greci sono uccisi o fatti prigionieri. Da quanti hanno catturato, i Patavini vengono a sapere che la flotta di Cleonimo è ancora a tre miglia (4,5 km), distanza che ci da la possibilità di localizzare lungo il corso inferiore del Medoacus Maior anche questo luogo di sosta, da ritrovare presso l’attuale Borgata di Bastie Grandi (comune di Mira) lontana appunto da Porto Menaj circa cinque chilometri.  Segue quindi lo scontro finale, con le pesanti navi spartane, che cercano a fatica e con grandi perdite di guadagnare la Bocca di Malamocco e il mare aperto fra le ristrettezze del corso terminale del Brenta e i pericolosi bassifondi lagunari, e le agili imbarcazioni dei Patavini, che le incalzano, assalgono quelle che si arenano, le depredano, le danno alle fiamme dopo averne tolto i rostri quale trofeo di Vittoria.
Alla fine di quanto si è detto ed alla luce del racconto liviano, è possibile ora ricostruire i momenti salienti della sfortunata impresa di Cleonimo, dal suo arrivo sulle coste dei Veneti alla sua rovinosa fuga.Il principe spartano, venuto a conoscenza della situazione ambientale e superata la Bocca di Malamocco, attraversa con la sua flotta gli spazi lagunari, che si stendono alle spalle di questa, fino a raggiungere la foce del maggiore ramo del fiume Brenta. Il corso d’acqua nel quale si inoltre è navigabile ma non sufficiente ad accogliere le sue pesanti navi e quindi, dopo un breve percorso (via Bastie Grandi fino a Porto Menai) è costretto a fermarsi. Ordina allora ad uno stuolo di armati di salire su imbarcazioni più leggere, che procedono oltre e pervengono ad “una campagna popolata da tre villaggi dei Patavini, villaggi marittimi che coltivavano quel litorale” e qui approdano. Il luogo del loro sbarco dista XIV miglia da Padova, cioè 21 km, quanti intercorrono fra la città e la borgata di Porto Menai, dove per l’età romana è documentata la presenza di uno scalo portuale sulla sinistra del corso del Brenta, lungo la via, già presente in epoca paleoveneta, che conduce ad altino, l’Annia. Scesi su questa rive del fiume, gli Spartani iniziano l’opera di saccheggio spingendosi, a settentrione di questa, nella zona compresa fra Porto Menai e Mira Taglio dove sono da ubicare questi villaggi marittimi. (attuale via Brentelle). I Patavini intanto, venuti a conoscenza di quanto sta accadendo, si muovono contro gli invasori, dividendosi in due schiere: l’una, diretta al luogo dell’approdo (Porto Menai) l’altra contro i saccheggiatori (fra Porto Menai e Mira Taglio), i quali investiti dall’attacco improvviso e tagliati fuori dalle imbarcazioni, costrette a riparare sull’altra riva, sono presi fra due fuochi. L’azione dei Patavini si svolge dunque contro la flotta di Cleonimo, ancorata a tre miglia di distanza (presso Bastie Grandi). E qui si conclude il discorso di Livio, con i Greci che “più impegnati a fuggire verso il mare aperto che a opporre resistenza, vengono inseguiti fino alla foce del fiume; alcune navi nemiche, che l’ansia della fuga aveva cacciato nelle secche, sono prese e incendiate: infine i Patavini tornano vincitori”.

LIVIO, AB URBE CONDITA LIBER X, 2
<< Nello stesso anno una flotta greca agli ordini dello spartano Cleonimo approdò sulle coste italiche, andando a occupare la città di Turie nel territorio dei Sallentini. Fu inviato ad affrontarlo il console Emilio, che mise in fuga Cleonimo con un'unica battaglia, costringendolo a trovare riparo sulle navi. Turie venne così restituita ai suoi cittadini, e nel territorio sallentino ritornò la pace. In alcuni annali ho trovato che a essere inviato tra i Sallentini fu il dittatore Giunio Bubulco, e che Cleonimo lasciò l'Italia prima ancora che lo scontro coi Romani diventasse inevitabile. Dopo aver doppiato il capo di Brindisi ed esser stati spinti dai venti in mezzo all'Adriatico, temendo sulla sinistra le coste italiche prive di porti e sulla destra la presenza di Illiri, Liburni e Istri (popoli bellicosi e di pessima fama perché dediti alla pirateria), avanzarono fino alle coste abitate dai Veneti. Lì Cleonimo, dopo aver sbarcato alcuni uomini col cómpito di esplorare la zona, ricevette queste informazioni: che c'era una sottile striscia di terra oltre la quale si aprivano lagune alimentate dall'acqua del mare; che si vedevano lì vicino campagne pianeggianti e, poco oltre, colline; che inoltre avevano individuato la foce di un fiume molto profondo dov'era possibile ormeggiare le navi in maniera sicura (il fiume era il Brenta). Allora Cleonimo ordinò di trasferire la flotta in quella zona risalendo la corrente. Poiché il letto del fiume non permetteva il passaggio delle navi più pesanti, la massa degli uomini armati si trasferì sulle imbarcazioni più leggere e arrivò in una zona molto abitata, dov'erano stanziate tre tribù marittime di Patavini. Sbarcati in quel punto, dopo aver lasciato una piccola guarnigione di presidio alle navi, espugnarono i villaggi, incendiarono le abitazioni, portarono via uomini e animali, allontanandosi sempre più dalle navi nella prospettiva di ulteriore bottino. Quando a Padova arrivò la notizia di ciò che stava succedendo, gli abitanti, costretti a un perenne allarme dalla minaccia dei Galli, divisero le proprie forze in due contingenti. Il primo si portò nella zona in cui erano stati segnalate le incursioni nemiche, l'altro, seguendo un percorso diverso per non incontrare gli avversari, si diresse invece verso il punto in cui erano ancorate le navi, a quattordici miglia dalla città. Eliminati gli uomini di guardia con un attacco di sorpresa, si riversarono sulle navi, costringendo i marinai a spostarle sulla sponda opposta del fiume. Anche lo scontro sulla terraferma contro gli autori dei saccheggi ebbe esito positivo. E mentre i Greci cercavano scampo in direzione delle navi, vennero affrontati dall'altro contingente di Veneti, che li accerchiò e massacrò. Alcuni prigionieri rivelarono che la flotta col re Cleonimo si trovava a tre miglia di distanza. Così, dopo aver lasciato i prigionieri in un villaggio dei dintorni perché fossero sorvegliati, i Patavini, imbarcandosi parte su battelli da fiume costruiti apposta col fondo piatto per affrontare i bassi fondali delle lagune, e parte invece sulle imbarcazioni sottratte ai Greci, raggiunsero la flotta nemica, circondandone le navi rimaste immobili per paura del fondale sconosciuto più che del nemico. E mentre i Greci fuggivano verso il largo senza nemmeno cercare di opporre resistenza, i Patavini li inseguirono fino alla foce del fiume, e dopo aver strappato loro e incendiato alcune delle navi finite, nella grande confusione, sui banchi di sabbia, rientrarono vincitori. Cleonimo se ne partì con soltanto un quinto della flotta intatto, senza aver raccolto alcun risultato in nessuna parte dell'Adriatico. A Padova ci sono ancora oggi molte persone che hanno visto i rostri delle navi e le spoglie spartane appese nel vecchio santuario di Giunone. A ricordo di quella battaglia fluviale, nel giorno in cui essa fu combattuta si tengono oggi solenni gare di navi lungo il fiume che scorre attraverso la città.>>

Bibliografia:
Bosio L. 1987,I  fiumi  dell’antico Veneto, in Corsi d’acqua, Padova, pag.7 ss.
Bosio L. 1991, Le strade romane della Venetia e dell’HIstria, Padova.
Marchiori A. 1986, Un tratto di strada romana ai margini occidentali della laguna di Venezia (area Malcontenta) : da una foto interpretazione il contributo per un’analisi territoriale, in QdAV, II, p.140, ss.
Olivieri D, 1961, Toponomastica Veneta, Venezia-Roma.
Pellegrini G.B. 1987, Ricerche di toponomastica veneta, Padova.
Pesavento Mattioli S. 1986, Le prime sette miglia della strada romana da Padova ad Altino in QdAV, II, p.126 ss.

PUBBLICATO SULLA RIVISTA HELLENISMO: http://www.academia.edu/3673604/Rivista_Hellenismo-_Thargelion_2789.

GRAZIE A DAPHNE!! <3




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martedì 3 settembre 2013

RIEVOCAZIONE STORICA: CLEONIMO DI SPARTA CONTRO I VENETI- 7-8 SETTEMBRE 2013

Carissimi lettori!
Scusate la scarsa presenza in questo mese ma impegni di varia natura mi hanno tenuta lontana dal blog, e penso mi scuserete data l'importanza dell'avvenimento che vi propongo!


Io ed il mio compagno parteciperemo come figuranti alla  spettacolare rievocazione storica che si terrà a DOLO (VE) in Piazza Cantiere  sabato 7 settembre dalle ore 10  ed a PADOVA nell'Arena Romana sempre dalle ore 10. 

Se volete saperne di più, cliccate qui RIVISTA HELLENISMO per poter leggere un articolo scritto di mio pugno sull'episodio.


dal sito del COMUNE DI DOLO
 luoghi dell’Isola Bassa di Dolo faranno da scenografia alla rievocazione storica dei fatti narrati da Tito Livio nella “Storia di Roma” accaduti nel territorio della Riviera del Brenta - Medoacus nel 302 a.C.. La manifestazione vedrà la ricostruzione di un villaggio,  di un mercato con le attività artigianali e i prodotti dell’epoca e la partecipazione di oltre cento figuranti che daranno vita ad un’azione scenica  in tre tempi guidati dalla regia di una voce narrante. L’evento vedrà una prosecuzione nella giornata successiva a Padova presso l’Anfiteatro Romano all'interno dei Giardini dell'Arena).

L’iniziativa vuole proporre al pubblico adulto e agli studenti un’occasione di approfondimento e divulgazione volta ad accrescere la conoscenza degli eventi storici accaduti nell'antichità nel territorio veneto, realizzando contemporaneamente una manifestazione-evento come quelle che già si realizzano in Spagna, Germania, Regno Unito e Francia  e che coinvolgono ogni anno migliaia di spettatori, con l’intento di migliorare la promozione culturale, storica e turistica della Riviera del Brenta.

Il coordinamento dell’iniziativa è curato dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Dolo in collaborazione con l'Assessorato alla Cultura del Comune di Padova, l’Associazione Culturale “Mos Maiorum” di Mira, la Pro Loco di Dolo "Associazione delle terre dolesi", l'Associazione Culturale "Venetkens" di Vicenza, l'Associazione Culturale "Venetia Victrix" di Vicenza, l' Associazione "Ars Dimicandi" di Bergamo e il dott. Federico Moro.

La manifestazione vedrà anche la partecipazione del Gruppo Sportivo Voga Riviera del Brenta

APERTURA STRAORDINARIA DELL'ANTIQUARIUM DI SAMBRUSON
In occasione della rievocazione storica 'Cleonimo di Sparta contro i Veneti' sabato 7.09.2013, grazie alla collaborazione della dott.ssa Monica Zampieri  e del circolo 'Trovemose'  l'Antiquarium di Sambruson sarà aperto al pubblico per visite guidate al mattino dalle ore 10.00 e al pomeriggio dalle ore 16.00.