Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

giovedì 9 gennaio 2025

AMULETI, TALISMANI E CORREDI MAGICI PALEOVENETI

Amuleto ritraente la Dea - Montebelluna - Foto autore 

L’importanza della magia nella funzione sociale nei riti di fondazione per le società del passato era fondamentale anche se gli studi accademici più comuni tendono a marginalizzarne il ruolo declinandolo ad un prodotto d’una cultura primitiva e sottosviluppata anche a causa di studi antropologici che hanno classificato le pratiche magiche come ingenue superstizioni. Tuttavia numerosi esempi archeologici ed etnografici dimostrano la connessione fra la pratica magica e il rapporto del suo utilizzo rispetto alla dimostrazione e attestazione di vari elementi fra cui lo status economico-sociale ed era integrata nella religiosità “ufficiale” pertanto gli amuleti erano ben lontani dall’essere dei semplici artefatti minori ma è necessario osservarne la logica in quanto strumenti di materializzazione dell’emozionalità nell’esperienza religiosa all’interno appunto del ruolo sociale che assumevano, basti pensare all’utilizzo dell’amuleto nella religione Egizia o Romana. Gli amuleti avevano moltissimi significati e il loro potere magico non era l’unico motivo per il quale venivano utilizzati ma incarnavano anche le credenze e le emozioni di chi li indossava in modo da aumentare la forza psico-fisica del possessore. In tutta la cultura antica e anche nel Veneto, le pratiche magiche e la manipolazione di oggetti magici aveva un ruolo significativo nel detenere il potere e perciò amuleti e altri ricettacoli di potere sovrannaturale dev’essere considerato come un amalgama di immanenza e trascendenza e nel Veneto era una conoscenza più che iniziatica, riservata a persone di alto rango sociale che sapevano utilizzare perché conoscevano il forte impatto che questi amuleti ma anche i cinturoni sacri o i copricapi delle sacerdotesse avevano nella popolazione e probabilmente producevano anche un suono particolare rituale atto a evocare percezioni particolari di cui però non abbiamo alcuna notizia certa.

Anche per quanto riguarda il caso dei veneti i ricercatori hanno riconosciuto diversi sche
mi nell’uso degli amuleti e nella comparazione etno-storicistica soprattutto con la religione Greco-Romana e le fonti e Medievali. Solitamente dunque le persone hanno ricercato aiuto nella magia in assenza di altro sostegno tanto che nelle tombe del Veneto son stati trovati numerosissimi amuleti soprattutto nelle sepolture di persone morte prematuramente (bambini e giovani donne) o a causa di circostanze drammatiche e anomale come un suicidio, causate in conseguenza della “malasorte”. Chi moriva di morte violenta o di parto era creduto in grado di generare fantasmi o ritornare in forma di anima malvagia perciò la sepoltura di questi amuleti avrebbe dovuto preservare i vivi dai morti e non le anime dei defunti dai pericoli dell’Aldilà. 

Gli oggetti ritrovati nelle sepolture ed indicati nell’uso comune come amuleti erano soprattutto conchiglie, corallo, corna e denti di animale, ambra, perline di vetro e bullae di bronzo. Possiamo notare che questi oggetti erano anche utilizzati in vita come ornamenti durante l’età del ferro in Veneto ma quando vengono ritrovati pezzi di conchiglia, denti di animale e gli “astragali o sortes” utilizzati nelle sepolture come copertura delle spoglie del defunto e non come corredo funebre è chiaro il loro utilizzo rituale e l’impiego come strumenti magici per proteggere sia il vivente che il defunto.  

 ( tratto da : “ Divnità, rituali e magia nell'antico Veneto – Elena Righetto – Intermedia Edizioni )

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Le fonti letterarie antiche tramandano una varia serie di amuleti anche se la fonte più completa è “Naturalis Historia” di Plinio, il quale nel libro dei “remedia” presenta un'analisi degli amuleti più utilizzati all'epoca. Egli, pur mantenendo sempre un atteggiamento razionalista, fa riferimento ad una tradizione radicata delle usanze italiche.

Gli amuleti, in contesto Venetico, possono essere suddivisi in due grandi gruppi: amuleti che traggono forza dalla loro stessa materia, ricercata e lavorata per il suo utilizzo magico, e oggetti che fanno parte della vita quotidiana o derivati animali.

Al primo gruppo appartengono gli amuleti che venivano utilizzati anche come ornamento, quindi dovevano essere ostentati, mostrati, esibiti in contesti sia rituali che civili (banchetti, processioni, cerimonie...) ed erano soprattutto: monili in oro, corallo, pietre dure e ambra. L'uso del quarzo jalino è testimoniato in una situla di Este- Capodaglio (inv.2524 / inv.2498) mentre l'oro oltre ad essere caratteristico di collane imponenti nelle tombe femminili, è attestato soprattutto in tombe di bambini (com'era uso anche in Magna Grecia) e attestato anche da Plinio stesso (NH XXXIII,84). L'ambra richiama ovviamente gli scambi commerciali che i Veneti avevano con la “Via dell'Ambra” dal Baltico all'Adriatico e si collega con il mito dell'Eridano, Ἠριδανός? Il fiume della mitologia greca in cui Fetonte vi precipitò morendo. Nell'antichità fu spesso identificato con fiumi reali: secondo molti scrittori tra cui Procopio di Cesarea coincideva col Po; Eschilo lo identificò col Rodano; altri come Ecateo lo localizzavano nel Nordeuropa mentre Virgilio cita l'Eridano come uno dei fiumi degli Inferi (Eneide, VI, 659). Le donne si recavano sulle sue rive portando l'ambra come amuleto ritenuto efficace soprattutto per i bimbi. (Plinio, NH XXXVII,44,50 s.)

Il corallo, essendo tipico di zone lontane dall'Adriatico, proveniva da scambi commerciali con il sud dell'Appennino, presente già in corredi del VII secolo. Plinio ricorda come anche i Celti ornassero elmi, scudi e spade con il corallo e molte fonti letterarie (Apollodoro, Ovidio, Plinio) ne indicano il valore magico che era dato dal fatto che il corallo si dicesse nato dall'alga arrossata e pietrificata dalla testa recisa di Medusa. Il rametto di corallo proteggeva i bambini, la casa, i cani, difende da fulmini e tifoni, e se incenerito o sfarinato possiede molte virtù medicali.


Al secondo gruppo appartengono materiali di vita quotidiana e resti animali che venivano selezionati per essere indossati come amuleti, ma anche riprodotta la foggia in materiali più pregiati e quindi usati come ornamento (denti di cinghiale, conchiglie in bronzo, osso, ambra...) Alcuni amuleti son stati ritrovati collocati legati agli arti, posti nelle tombe o contenuti in sacchetti specifici. Purtroppo, nel caso delle tombe a incinerazione venete manca il posizionamento di questi reperti nel corpo del defunto o della defunta, così è facile scambiare un qualsiasi elemento nella sua funzionalità (gioco, strumento divinatorio, offerta, amuleto?) come ad esempio gli astragali o il famoso “dente di squalo” della tomba Muletti Prosdocimi 244 di Este usato come rimedio “contro la paura”. Qualche esempio di amuleto ritrovato in territorio veneto :

  • Rametti di corallo

  • Dente di squalo

  • Chiodi di cabotaggio (singoli o in coppia)

  • Denti umani con segno di foro

  • Ossa umane di adulto

  • Ossa di equini, bovini, ovini

  • Dente di cavallo ( attestato anche in Etruria, in contesto Villanoviano ed Ellenistico) – Un solo dente di equino era un potente talismano e la polvere di denti di cavallo aveva un uso officinale.

  • Dente di cervo

  • Canino di canide (cane o lupo) – Particolarmente efficaci per i bambini erano i canini di lupo contro paure o problemi di dentizione. I denti di canide in generale erano curativi se usati “per contatto”.

  • Zanne di lupo. Venivano spesso legate al collo dei cavalli per renderli infaticabili nella corsa. Qui abbiamo un uso di un amuleto animale per favorire un altro animale, in cavallo, in questo contesto ritenuto sacro ed estremamente importante per i Veneti Antichi.

  • Zanne di cinghiale. Se ne possono ammirare di bellissime al Museo Nazionale Atestino utilizzate come collane femminili in corredi, forse, di sciamane o sacerdotesse. Presentano il foro passante o montate in bronzo (tombe Benvenuti 18, 278, Ricovero 147). In età Omerica, l'elmo con zanne di cinghiale trasferisce le virtù dell'animale al guerriero con cui spesso si identificava in modo “sciamanico”.

  • Corna: cervo, daino, capriolo, capra, bue.

    L'uso omeopatico delle ossa in ambito venetico è importantissimo. Infondono la forza di difendere ma anche di offendere in chi le indossa. Inoltre sono un simbolo di rigenerazione e legate ai culti arcaici di vita-morte-rinascita . Alcune venivano dipinte con un pigmento rosso per valore apotropaico, altre erano montate in bronzo. Erano utilizzate anche come manici di coltello rituale.

  • Conchiglie (marittime e fluviali). Potevano essere anche utilizzate come astragali e strumenti divinatori se trovate in numero elevato assieme a tessere, ossa incise o dadi. Le conchiglie bivalvi erano usate, ci dice Strabone contro il malocchio e la critica moderna (Boni) ha identificato la forma della conchiglia come origine della “bulla” amuleto tipico utilizzato dai ragazzi e dalle ragazze fino al raggiungimento dell'età “adulta” e che veniva dismessa ritualmente come offerta alle divinità dei passaggi d'età nei santuari in tutta l'Italia antica, e anche nel Veneto. Il valore amuletico originario è probabilmente relativo al campo della fecondità vista la somiglianza con l'organo sessuale femminile e il mollusco.


BIBLIOGRAFIA

  • “Amuleti e corredi funebri paleoveneti e dell'Italia antica – Armando Chierici – Istituto nazionale di studi etruschi ed italici – Protostoria e storia del “Venetorum angulus” - Atti del XX convegno di studi etruschi ed italici Portogruaro- Quarto d'Altino – Este – Adria. 16-19 ottobre 1996. Istituti editoriali e poligrafici internazionali - MCMXCIX

  • Plinio, “Naturalis Historia”-

  • Elena Righetto “Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto” - Intermedia Edizioni


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venerdì 8 novembre 2024

LE PECHE DEL MAZAROL - leggende venete e agordine

a cura di:  Elena Righetto e Alice Dell'Antone 


Ciò che vi si propone in questo articoletto è l'analisi della figura curiosa del “ Mazarol” ma non solo tramite fonti e pubblicazioni scritte ma direttamente dalle parole di una “nonna”. 

Giuseppina Gaz, 92 anni, abita a Brugnach ,frazione di Agordo, nella vita ha fatto per tanti anni la contadina e casalinga, circondata da animali. Racconta del Mazarol nel bosco dietro casa chiamato proprio “Prà del Mazarol”, situato tra la Vara dei schiep e "El pra del Tornichè", confinante con Voltago agordino e Campedel di Taibon.

La testimonianza, riportata quivi, è stata raccolta da una giovane e cara amica, Alice Dell'Antone, 21 anni, agordina, amante della natura sin dalla giovane età, grazie proprio alla nonna materna che l'ha sempre accompagnata, assieme a suo  fratello maggiore, a scoprire ed amare i boschi dell'Agordino, le sue piante e gli animali. Questa passione per il suo territorio le è rimasta tutt'ora e si è ampliata ad un interesse anche spirituale, ampliando le sue conoscenze e percorrendo i boschi con il suo amatissimo cavallo. Nel tempo libero legge molto e recensisce testi di vario genere. 

L'idea di collaborare assieme alla stesura di questo articoletto è nata a seguito di una mia presentazione del libro “ Calendario Tradizionale Veneto Pagano” a San Gregorio nelle Alpi nell'autunno del 2024, volendo onorare non solo la nostra amicizia ma anche il territorio che entrambe amiamo moltissimo, abbiamo voluto tracciare una linea di continuità culturale e tradizionale (in quanto io Veneziana e lei Agordina) dalle nostre montagne alla campagna veneziana. 

Prima di lasciarvi alla diretta testimonianza riportata da Alice Dell'Antone, una doverosa precisazione su quanto s'intende quando si parla del “Mazarol” e dell'origine arcaica di queste figure del folklore Veneto che presentano un'origine decisamente arcaica e ancestrale. 

LE CREATURE MAGICHE DEL FOLKLORE VENETO: UNA BREVE ANALISI 

I Veneti Antichi veneravano il bosco, il lucus/lugo. Un significato sacro possiede il fuoco, oggetto di credenze delle tribù primitive. Magico è il vento che fischia e soffia spostando ogni ostacolo. Possiede una forza distruttiva pur essendo invisibile. Infine magici sono martora e serpente animali totemici, sciamanici, ammirati e temuti. 

•Nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo l’anguana diventa una strega cattiva e vociante e i folletti nonostante il loro carattere dispettoso vengono identificati con il diavolo. 

•Nella sfera pagana si possono individuare più di una tappa delle credenze tra cui: 

1) la prima corrispondente alla mitologia greco-romana (storie sulle Anguane e Silvani, dio  Marte, Incubi, Fauni). 

2) la seconda tappa in cui appaiono fate, streghe, folletti i quali acquistano il valore principalmente negativo con l'arrivo del cristianesimo essendo associati al diavolo o ai suoi messaggeri sulla terra. 

 Tutte queste storie su creature magiche e mitologiche venivano raccontate e si tramandavano soprattutto oralmente (nelle stalle durante le lunghe notti invernali del “ far filò”) nella cultura contadina e montana, e molti culti pagani arcaici hanno lasciato traccia in toponimi indicativi di zone geografiche suggestive ( i vari “busi” delle Anguane etc.).



IL MAZAROL E IL SALBANEO

Sono due folletti demoni e rappresentanti dello stesso fenomeno atmosferico, il vento. Il mazarol, un folletto con i piedi caprini saltellante e il salbaneo, un folletto vorticante e saltellante.

Il SALBANEO viene descritto come un abitante dei boschi vicentini, piccolo folletto vestito di rosso coi piedi a zoccolo. A forza di vorticare e saltare causa il vento, uno dei suoi tratti riconoscibili. Per la sua natura scherzosa sposta i contenuti dei barattoli in casa, e se qualcuno pesta una sua orma lo fa girare per ore nel bosco per ritrovare la strada. Come passatempo intreccia le code ai cavalli. Salbaneo o salvaneo proviene probabilmente dalla parola selva/bosco. Essere boschivo come il dio Silvano e l’Homo Salvadego. Una leggenda dei Colli Euganei lo indica come trasformato dalla dea Diana, dea dei boschi e facente parte del suo corteo.  Nella sfera religiosa del paganesimo e del primitivo cristianesimo esistono degli esseri intermedi, che hanno il potere di condizionare le condizioni atmosferiche: scagliare fulmini, scatenare turbini, pronosticare il tempo cattivo.

Nella tradizione pagana i demoni stanno tra terra e cielo e sono degli intermediari tra gli dei e gli uomini. Si occupano degli incantesimi e presagi e gestiscono i sogni. Il diavolo oltre ad essere rappresentato come demone cattivo, nel folclore popolare viene raffigurato come folletto scherzoso. I diavoli della prima teologia cristiana ricoprono questo antico rango di forze operatrici di magia. Infatti i demoni sono ancora considerati esseri intermedi che si occupano di tutte le variazioni atmosferiche.

IL MAZAROL è un folletto con il cappello rosso e zampe da capra. Abita le foreste e spesso viene descritto come un omino barbuto coi capelli lunghi e aggrovigliati, viso grinzoso e scarpette a punta. Le sue orme nel bosco sono come delle trappole: chi ne pesta una perde il senso dell’orientamento e gira il bosco cercando la strada per tornare a casa fino alla mattina del giorno dopo. Questo folletto si diletta anche a rapire le ragazze, a slegare le mucche, intrecciare le code degli animali, a mangiare la panna e a nascondere gli attrezzi . Nell´iconografia popolare viene spesso immedesimato con uomo selvatico servendosi dello stesso attributo, ossia di una mazza o mazzuola (martello di legno) con la quale percuote nei boschi gli alberi e ne spiega il nome : triplice di vortice-folletto-incubo . Il vestito o anche solo il berretto rosso e gli zoccoli caprini ci fanno discernere chiaramente la connessione del mazarol con il diavolo nel mondo cristiano. Il colore rosso è considerato il colore degli inferi.


LA TESTIMONIANZA DI “NONNA GIUSEPPINA GAZ – 92 ANNI – AGORDO”

a cura di Alice Dell'Antone



"El Mazarol, racconta mia nonna, veniva definito come un folletto vestito di rosso, che si aggirava veloce nei boschi dell'agordino, non solo nel cuore della notte, ma anche in pieno giorno, tant'è che alcuni paesani affermano di averlo scorto tra le fronde degli alberi.

Un racconto, in particolare, legato a questa creatura, gira proprio tra gli abitanti della frazione di Brugnach agordino (dove abitiamo io e la nonna), ovvero che nei boschi dietro le nostre case, sia passato el Mazarol e nel suo tragitto abbia schiacciato una pianta sempreverde, che venne poi ritrovata e usata dai contadini poveri,come decorazione fuori dalle abitazioni , per proteggersi dallo spiritello. Sempre in questo bosco vi è un prato a lui dedicato, dove si presume ci fosse la sua grotta. Purtroppo l'uragano Vaia del 2018 ha distrutto parecchi alberi e nella zona non è rimasto granché.

Che fosse un omino buono o cattivo non è mai stato ben definito , alcuni aneddoti testimoniano che se per caso, qualche povero bambino avesse scorto e calpestato le sue orme, sarebbe stato inesorabilmente trascinato da una qualche forza che lo avrebbe portato dritto dritto nella grotta del Mazarol. Gli anziani del paese che lo vedevano come spirito buono raccontano che se eri fortunato da finire nella sua grotta, ti insegnava a fare burro, formaggio e ricotta, con il latte delle mucche o delle capre di cui lui si prendeva cura; altri invece, spaventati da questa creatura raccontano di lui come en spirit dispettoso, che andava a infastidire i giovani ragazzi per strada.

Di lui in alcuni casi si racconta anche della morte: dopo aver infastidito dei ragazzini diretti alla sagra di Sant'Antonio, rubando loro il mangiare, egli si rifugia su un albero per consumare il pasto.

I ragazzi però prendono coraggio e armati di sega e scure abbattono l'albero, il povero Mazarol cadde e rotolo giù per i prati fino ad arrivare nel torrente Sarzana, di Voltago agordino, dove annegò. "


Fonti:

“Leggende agordine a opera del Circolo Culturale Agordino, istituto bellunese di ricerche sociali e

culturali serie “varie” N3 – 1979”

“ Folklore e magia popolare del Veneto” - Elena Righetto – Intermedia Edizioni- 2022

- Fonte etnografica:

Giuseppina Gaz – Raccolta da Alice Dell'Antone- novembre 2024

                         - DEDICATO A NONNA GIUSEPPINA, AL NOSTRO "SATOR", AI NOSTRI DEI

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martedì 17 settembre 2024

LA MODA DEI VENETI ANTICHI



Anche nel mondo antico, il mondo dei Veneti, era fondamentale differenziare le varie figure del vivere civile e sacro attraverso l'abbigliamento. Poco si è parlato e si continua a divulgare al riguardo, soprattutto per le difficoltà oggettive di reperire reperti archeologici in quanto ovviamente caratterizzati da elementi e fibre tessili altamente deperibili. Per poterci avvicinare a questo mondo, ritengo sia fondamentale appoggiarsi ai dotti studi di Anna Bondini riguardanti l'abbigliamento e l'ornamento dei Veneti Antichi al Museo Nazionale Atestino e nell'intervento di Maria Stella Busana e Margherita Gleba riguardo l'uso del tessuto nei rituali funerari del Veneto antico. 


 In base alle fonti archeologiche si possono delineare diversi “costumi” in funzione di vari elementi quali l'età, la condizione e il ruolo sociale, quindi oltre alle figure tipiche dei guerrieri, dei mercanti e degli artigiani si possono identificare anche le serve, le giovini, le matrone, le devote e le “sacerdotesse”. Una società si evolve anche in base alla qualità dell'abbigliamento che contraddistingueva le figure aristocratiche, le quali erano socialmente indicate a ricoprire ruoli prestigiosi e di gestione della vita civile. 

Il territorio Veneto presentava un fiorente mercato di importazione ed esportazione di materie prime , pregiate e prodotti finiti pronti per l'utilizzo, dovuto a manovalanze altamente qualificate e botteghe artigianali prestigiose e specializzate. I tessuti erano realizzati in lino, canapa e lana. La tessitura e la filatura erano attività svolte in ambiente domestico evidente nei reperti legati al mondo della tessitura trovati in ambito funerario nelle tombe femminili e anche le fonti documentarie lo dimostrano con evidenza. Marziale (Carm. XVI, 155) celebra la lana veneta “ Lanae Albae: Velleribus primis Apulia, Parma secundis nobilis; Altinum tertia laudat ovis” ( Le lane bianche: la Puglia vince con le lane migliori, Parma con le seconde e la terza pecora loda Altino) . La zona veronese e vicentina invece si era specializzata in produzione ed esportazione di vesti accompagnate da fibule. Il tessuto presentava trame molto elaborate ed i colori erano dati da pigmenti naturali. I rarissimi frammenti conservati dipingono un mondo antico coloratissimo: dal giallo, al rosso, al porpora e soprattutto all'azzurro, quest'ultimo citato da G.Fogolari e A.Prosdocimi in “ I Veneti Antichi, Lingua e cultura” e G.Fogolari in “l'Arte delle Situle: prima esperienza figurativa europea” Gli etruschi e l'Europa”. L'azzurro era un colore importante e caratteristico dell'identità etnica dei Veneti, ed i recenti esami di laboratorio su micro frammenti che si son conservati nei reperti funerari hanno confermato ciò che le fonti documentarie antiche già avevano delineato. I Veneti antichi praticavano la “vestizione” delle situle (urne cinerarie) con indumenti preziosi che in vita avevano accompagnato il defunto o la defunta (un esempio lampante è la tomba di Nerka Troistaia al Museo di Este) e le analisi che si stanno svolgendo riguardano appunto i frammenti fibrosi e le loro colorazioni. 

Tomba di Nerka Trostaia - Museo di Este - Situla vestita - Foto dell'autrice 




 L'AZZURRO: IL COLORE DEI VENETI?

 L'azzurro era un colore importante per i Veneti, basti ricordare che Si chiamava “FACTIO VENETA” la squadra degli aurighi veneti che a Roma gareggiava abitualmente col colore azzurro alla presenza dell’imperatore. Le “factiones” erano sempre in numero di quattro:factio albata (i bianchi), factio russata (i rossi), factio prasina (i verdi),factio veneta(gli azzurri). Gli “Azzurri” di un tempo erano gli aurighi veneti, famosi a tal punto che in latino, per indicare il colore azzurro, si cominciò semplicemente a dire “venetus . Isidoro scrive in un'epoca di declino per i fasti della classicità: gli aurighi sono di due colori con i quali coprono una sorta di idolatria il verde dedicato alla Terra, mentre l'azzurro veneto al Cielo e al Mare. I Veneti antichi erano famosissimi per la loro maestria nell'allevare i cavalli e quindi che i fantini nelle gare indossassero casacche azzurre non ci deve stupire. In un saggio di Edoardo Rubini troviamo questa descrizione “A tutt'altre tradizioni culturali era caro l'uso del blu: Veneti, Celti e Germani vi attribuivano un profondo significato di ispirazione magico-religiosa. I guerrieri di questi popoli europei usavano scendere in combattimento solo dopo aver dipinto se stessi i propri cavalli persino le proprie navi per i veneti di Bretagna con questo colore; Plinio inoltre riferisce che le donne dei veneti Bretoni ( o britannici- Britannorum) si cospargevano di blu prima di dedicarsi ai rituali religiosi.” Ci tengo a precisare che I Veneti di Bretagna non erano i Veneti Adriatici di Este ma è curioso notare come queste popolazioni Indoeuropee che condividevano la medesima radice -WEN, considerassero il colore azzurro con importanti caratteristiche. Probabilmente il colore azzurro aveva valenze apotropaiche e legate al culto religioso, purtroppo data la carenza delle fonti possiamo solamente ipotizzarlo anche se il colore effettivamente caratterizzava l'idea “etnica” delle tribus venetiche. Citando l'opera: “ Dai Veneti ai Venetici” di Giovan Battista Pellegrini, troviamo: “L'aggettivo venetus in latino acquisì anche il significato di colore. Tale uso fu popolare e si perpetuò nelle lingue neolatine almeno in alcune aree per lo più arcaiche, ciò che conferma una notevole vitalità del termine. Gli antichi ne dettero una spiegazione che, a dir vero, non convince interamente. Come colore venetus indicò l' 'azzurro' il 'blu turchese' o 'verde marino' (v. Vegezio, Epitome rei militaris, 4.37); tale uso starebbe in connessione col "partito degli azzurri nel circo", una delle quattro fazioni che gareggiavano nelle corse del circo. In Giovenale, 3.170 e soprattutto in Svetonio, De vita Caesarum,14, 3, Venetus venne ad indicare anche l'auriga della fazione degli "Azzurri" così denominati poiché i cocchieri che portavano un copricapo di codesto colore erano degli oriundi veneti; ma Ernout-Meillet soggiunge poi "oppure perché le loro vesti provenivano da codesta regione, la Venetia”. L'interpretazione tradizionale, pur risalendo agli antichi, potrebbe in realtà corrispondere ad una paraetimologia, ma per ora non vedo una soluzione plausibile a codesto problemino etimologico (...)”.

 DECORAZIONI E GIOIELLI 

 I Veneti e le Venete amavano abbigliarsi con un certo lusso, se la loro condizione economica lo permetteva, e i gioielli erano in bronzo, ferro ma anche oro e argento. Oggetti funzionali e di vezzo (spille, fibule, spilloni per i capelli, anelli, armille, bracciali, pendagli, pettorali, ganci per le cinture, orecchini ) abbelliti spesso con materiali che provenivano da lontano quali l'ambra dal Mar Baltico o i corallo dall'Italia meridionale. Essenze profumate da oriente e cuoio lavorato finemente per la produzione di accessori. Le donne venete tenevano moltissimo alla loro igiene personale e intima, basti notare la ricchezza dei cofanetti domestici per la cura della persona che contengono aghi, ferma trecce, netta unghie e netta orecchie, pinzette di varie forme, contenitori per unguenti e olii, porta trucchi con tracce di coloranti per il viso e gli occhi, specchietti, olle, cofanetti... Tali attrezzi son ben documentati nei corredi funerari di Este e la loro bellezza è sempre commovente. Nei corredi maschili invece troviamo la presenza di rasoi e porta unguenti (probabilmente per attività palestritiche). Per la ricostruzione dell'abbigliamento dei Veneti, dato che le fonti documentarie sono scarsissime, fortunatamente possiamo affidarci all'arte delle situle e alle lamine bronzee, ma anche ai bronzetti votivi a figura umana e gli ex-voto che raffiguravano tuttavia personaggi di ceto sociale non comune, in abiti “da parata” eleganti, in ambito di cerimonie pubbliche e/o religiose. Gli ornamenti provenienti dalle tombe forniscono una documentazione più diluita nel tempo, lungo tutta l'età del ferro (I millennio a.C.) fino alla romanizzazione. L'incinerazione del defunto ha purtroppo costituito la perdita di tutto ciò che era deperibile e non si dispone la posizione degli ornamenti sul corpo per comprendere come effettivamente venissero indossati. Il funerale era un momento sociale importantissimo in cui la famiglia esibiva la propria ricchezza (corteo, allestimento dei giochi funebri etc) pertanto è presumibile che il defunto o la defunta venissero abbigliati con costumi indossati in occasioni speciali, da parata, e non nell'uso quotidiano che sicuramente erano abiti più comodi e pratici. 

 LA MODA MASCHILE CIVILE E MILITARE 



FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31


L'iconografia nelle raffigurazioni dell'arte delle situle, soprattutto nella “Situla Benvenuti” è una fonte preziosissima per la nostra analisi. I “signori” son caratterizzati in virtù del loro vestiario. Un manto ornato da borchie, lungo fino al polpaccio, tessuto lavorato a odi o a ricami. Un mantello inornato con l'orlo inferiore decorato era usato spesso come si evince sempre dalla “situla benvenuti”. I “calcei repandi” erano degli stivaletti con la punta l''insù ed andavano di moda anche in Etruria mentre il cappello a falde larghe connotava personaggi di rango sociale elevato e talvolta anche i sacerdoti ( come ricordato dalla Fogolari e da Zaghetto). Le tuniche erano vesti intere, potevano essere a manica lunga o prive di manica, corte e cintate (come alcune tuniche presenti nei bronzetti della stipe di Reitia), mentre il servo che tiene la zampa del cavallo sulla situla Benvenuti presenta una tunica lunga fino al polpaccio con maniche a tre quarti e il bordo decorato. Altri copricapi erano dei baschetti aderenti o dei cappelli simili ai berretti frigi, indossati probabilmente da uomini più giovani. I guerrieri indossavano invece dei corti gonnellini che si intravedono dallo scudo, schinieri, corno da battaglia, scudi circolari o elissoidali, due lance, elmi a calotta con cimieri. Con la seconda metà del V secolo a.C. l'equipaggiamento militare si evolve con uno scudo ovale con umbone e spina centrale, lancia, elmi celto-italici, spada sospesa alla cinta (laminette di Este e Vicenza). Tra il VII e VI sec. a.C. Nelle tombe troviamo rasoi, coltelli, asce rituali e da caccia, morsi e bardature equine per i cavalieri, ekvopetaris. Dalla metà del V secolo invece assieme al guerriero veniva deposta anche la sua panoplia e fibule di fogge nuove. 

MODA FEMMINILE CIVILE E SACERDOTALE 

FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31



 Le ragazze durante la cerimonia di iniziazione nuziale, indossano un costume che presenta analogie con quello romano. Indossavano una gonna svasata e ampia, ornata con vari motivi spesso geometrici ed era stretta in vita dai famosi cinturoni a losanga. La cintura veniva sciolta presumibilmente dal marito nel talamo nuziale. Oltre ai gioielli, la sposina indossava un velo lungo costituito a riquadri, stivali con orlo floscio, rivoltato e con decorazioni. Le lamine votive da Caldevigo e dal santuario di Reitia raffigurano questo tipo di abbigliamento. Il mantello femminile era spesso decorato con una trama a riquadri che non era presente in quello maschile, e citando l'opera della Bondini “richiama da vicino l'esecuzione delle figurette in piombo e in avorio del santuario di Artemis Orthia a Sparta, divinità per certi aspetti affine con la dea Reitia” (pag. 167). La gonna a pieghe invece si attesta fino alla romanizzazione come nella stele funeraria di Ostiala Gallenia. Nella quotidianità, le donne venete indossavano tuniche a campana, lunghe fino al polpaccio e strette in vita dalla cintura, sempre con maniche corte o lunghe. Indossavano grembiuli decorati e ricamati e lunghi scialli di varie fogge e misure, sulle spalle o sul capo. La sobrietà dell'abbigliamento era una caratteristica opportuna per presentarsi al cospetto della divinità, come ci ricordano Baratella e la Fogolari. Nella lamina proveniente dalla zona del “tiro a segno” troviamo una donna che indossa una tunica lunga fino ai piedi, rarissimo caso, un mantello allacciato alle spalle e i capelli raccolti in un alto chignon conico con un disco sul capo. Il diadema richiama il “disco solare” con una forte simbologia legata al culto religioso indicando probabilmente una sacerdotessa, simile al costume indossato dalla “devota orante di Caldevigo”, che presenta la medesima acconciatura alta detta a “tutulus”. La raffigurazione femminile associata invece alla “dea Reitia” si ritrova sui dischi di Montebelluna, con veste riccamente decorata, ampio scialle a ruota portato alto sul capo e per gli attributi associati (chiave rituale stretta in mano, animali sacri quali lupo e volatile, i virgulti d'edera) si connota in ambito accademico come “potnia thèron” la Signora degli Animali e delle piante, colei che apre il grembo della terra e della donna per donarle la fertilità pur non essendo una dea madre ma una dea dei passaggi e dell'iniziazione. La presenza di “madri” o forse di “dee madri” si ritrova in provenienza patavina. Donne aventi un mantello totalmente coprente da capo a piedi, con in braccio un bambino, e riconoscibili dai seni accentuati. Parlare di “dee madri” riguardo questi bronzetti è troppo specifico quindi mi limito alla descrizione dei reperti caratteristici. Nel VIII sec. a.C. Andavano di gran moda vistosi pendagli-pettorali di richiamo quasi troiano, altri in osso e file di perline in pasta vitrea con pendagli triangolari in lamina di bronzo, ambra e corallo d'importazione. Le fibule ad arco configurato rivestito in pasta vitrea, dischi d'osso con intarsi in ambra, pendenti e bottoni di bronzo, spiraline in bronzo rivestite d'oro ornavano i capelli delle donne che non si separavano dai loro oggetti legati alla filatura e alla tessitura (conocchie, coltellini in osso, aghi, fusi di bronzo e punteruoli) nemmeno dopo la morte. Dal VI sec. a.C. Troviamo fibule a navicella e a sanguisuga con catenelle e pendagli di bronzo, bracciali pesanti a giro di spirale terminanti a testa di serpente oltre ai già descritti oggetti da toletta. Fino al IV sec. a.C. Troviamo la caratteristica cintura a losanga, in lamina di bronzo e finemente ornata ad incisione (animali e vegetali), cinturoni questi da “parata” o da costume sacerdotale, mentre comuni erano le cinture di cuoio con una placca a fermaglio. 
FONTI: Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31



Tratterò in maniera più approfondita in un prossimo articolo anche la presenza degli scettri rituali. Questo è un panorama semplice, tutt'altro che esaustivo e ben lontano dal poter e voler descrivere con precisione il costume dei Veneti antichi e pertanto rimando alle note bibliografiche per ulteriori approfondimenti.


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 FONTI BIBLIOGRAFICHE Bondini Anna – Abbigliamento ed ornamento dei Veneti antichi al Museo Nazionale Atestino – Terra d'Este, rivista di storia e cultura, estratto. Anno XVI – numero 31. Maria Stella Busana e Margherita Gleba - L'uso del tessuto nei rituali funerari del Veneto antico: continuità in età romana di una tradizione preromana- documenti di archeologia 67, a cura di M.Gamba, G. Gambacurta, F. Gonzago, E. Pettenò, F. Veronese- SAP – 2021. G.Fogolari e A.Prosdocimi, “ I Veneti Antichi, Lingua e cultura, Padova, 1988, pp.1-195 G.Fogolari, “l'Arte delle Situle: prima esperienza figurativa europea” Gli etruschi e l'Europa, Milano, pp. 200-205. Giovan Battista Pellegrini “ Dai Veneti ai Venetici” - Storia di Venezia- 1992


martedì 3 settembre 2024

Reitia e Anna Perenna: divinità sorelle nel Veneto post romanizzazione

 Reitia, la Dea dei Veneti antichi e Anna Perenna, diviintà misteriose cui culti e pratiche rituali rimangono tutt'oggi oscure e difficili da indagare, furono associate nella loro essenza durante la fase di romanizzazione della Venetia e tracce di questo culto sincretico ( o quantomeno associato) si ritrovano nelle prove archeologiche e nelle fonti documentarie.

Ara di Anna Perenna - Feltre - fonte ArcheoReporter


Ci troviamo Feltre, al Museo Archeologico, innanzi ad un'ara sacrificale dedicata ad Anna Perenna, eretta in una fase nella quale la romanizzazione si stava completando e il gusto latino influì pesantemente negli usi e nei costumi dei Veneti Antichi, modificandone strutturalmente i paradigmi e le tradizioni. Tuttavia la famosa e coriacea resistenza dei Veneti era ben conosciuta ed apprezzata dai Romani i quali esaltavano la morigeratezza delle donne venete e la semplicità delle usanze di questo popolo da sempre loro amico, “socio” e alleato. Con la romanizzazione avvenuta a partire dal 235 a.C. senza un particolare accanimento dei romani sui Veneti (come ci ricorda il Filiasi) vi furono moltissimi cambiamenti (che approfondirò in un futuro articolo) in ogni ambito sociale e religioso, fra cui i culti autoctoni e indigeni che furono inglobati in quelli latini e molti luoghi di culto vennero sostituiti da analoghi romani, ma quasi mai distrutti, piuttosto si mantenne una certa “continuità” tradizionale a livello della simbologia intrinseca data dalle divinità. Il culto religioso venetico non scomparve mai del tutto e di questo ne ho ampiamente trattato nel mio saggio : Calendario Tradizionale veneto pagano e rimase nella toponomastica geografica in timidi cenni linguistici oltre che nelle tradizioni religiose. 

I rituali romani infatti per lunghissimo tempo furono abilmente rielaborati secondo la tradizione rituale Venetica, in una crasi che, pur essendoci ad oggi sconosciuta della prassi, è rimasta negli indizi trattati dalle prove archeologiche. Il caso dell'ara sacrificale ad Anna Perenna ritrovata a Feltre ne è un esempio lampante e mi sembra un ottimo argomento da portare alla luce degli interessati data la sua complessità che altrimenti non potrebbe arrivare alla conoscenza del grande pubblico ma rimarrebbe, come al solito, appannaggio di noi storici e archeologi.

Ara di Anna Perenna - Museo Civico di Feltre - 

Citando l'opera di Gina Pagozzo Bernardi “ Alle origini della civiltà veneta”- Piazza Editore – 2020, l'autrice a pag.237-238 prende in esame proprio questa lapide romana del I secolo conservata al Museo Civico di Feltre  l’antica FELTRIA che ora si trova sotto l’attuale Duomo cristiano . Feltre, già città di confine Paleoveneta, assunse una nuova potenza proprio dal 49 a.C. diventando municipium romano. L'ara è in pietra calcarea del Cansiglio, di produzione dunque locale, che è analoga alla fonte del IV sec. a.C. Con uguale inscrizione rinvenuta a Roma nel 1999 nel quartiere Pairoli.
Questa lapide romana era situata della perduta “fonte” di Anna Perenna e conteneva numerosi oggetti fra i quali monete, defixiones (maledizioni incise in laminette di piombo di cui ho approfondito il caso di Este  in quest'articolo: La "defixio malefica" di Este: stregoneria in un'antica maledizione latina ) e altri oggetti indicanti un culto magico- stregonesco.

Il nome di Anna Perenna in origine pare fosse “ anna per anna” ovvero “ gli anni nel corso degli anni” ovvero indicasse il corso perpetuo del tempo. L'analogia con REITIA la dea Veneta è evidente e quasi banale. Anche l'altra teoria dell'origine del nome ovvero “ amnis perennis” “acqua corrente senza fine”, una divinità legata allo scorrere delle acque portata appunto dal Nord dai latini, è coerente con le caratteristiche di Reitia. Anna Perenna come divinità dello scorrere del tempo e delle acque, nel caso dell'ara votiva feltrina, rappresenterebbe una perfetta sintesi di figure mitologiche legate all'acqua sia latine che venetiche ( Anguane/ Aganis/ Nife acquatiche).

Riguardo alle caratteristiche principali di Reitia vi rimando alla lettura del mio saggio “ Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto – Intermedia Edizioni” ma riprendo alcune caratteristiche per evidenziarne lo stupefacente parallelismo analogico con Anna Perenna.

A Roma  Il popolo si radunava in un boschetto sacro, a lei dedicato, al primo miglio della Via Flaminia, sulle sponde del Tevere, e lì, durante i festeggiamenti,le venivano offerte abbondanti libagioni di vino per festeggiare l’arrivo dell’anno nuovo e della primavera, in un’atmosfera colma di gioia, ritmata da canti, mimi e danze. Inoltre, proprio perché Anna Perenna presiedeva al capodanno, durante i festeggiamenti, i Romani si dicevano vicendevolmente: ANNA AC PEARANNA ovvero “Che tu possa trascorrere e compiere bene l’anno!” Anna Perenna, nota come Dea dell’anno nuovo, che fino al 153 a.C. iniziava proprio nel mese di marzo, come nell'uso Veneto che si è mantenuto nella tradizione fino ai giorni nostri.

Ovidio scrisse nei “Fasti” che :
Nelle Idi si celebra la gioiosa festa di Anna Perenna non lontano dalle tue rive o Tevere, che giungi qui forestiero. Viene la plebe, e sparsa qua e là per la verde erba s’inebria di vino, e ognuno si sdraia con la propria compagna. […] si scaldano di sole e di vino, e si augurano tanti anni quante sono le coppe che tracannano, e le contano bevendo. […] deposte le coppe intrecciano rozze danze e l’agghindata amica balla con la chioma scomposta. Al ritorno barcollano, dando spettacolo di sé a tutti, e la gente che li incontra li chiama fortunati”.

L’interesse singolarissimo è dato dalla estrema rarità di testimonianze epigrafiche relative a questa antica divinità italica, forse di origine etrusca il cui carattere, a detta di Ovidio, era già poco chiaro al principio dell’impero. Chi la identificava con la mitica sorella di Didone, chi con altre figure ma appunto più probabilmente doveva essere ritenuta protettrice dell’anno (annare-perennare) nel cui primo mese, nella prima luna di primavera, aveva luogo la sua festa. Il nome di Anna Perenna ricorre in un calendario pre - cesariano dipinto, scoperto ad Anzio, ma l’ara feltrina mi risulta essere l’unico monumento lapideo che lo riporta ( se avete altre notizie in merito vi prego di scrivermi un commento, grazie!)



Era dunque una divinità, come Reitia, indicata nel passaggi stagionali soprattutto al nuovo anno agricolo, ma anche ai passaggi di “stato” nella vita umana. A lei, come a Reitia, le ragazze dedicavano doni e giocattoli al momento della pubertà, per entrare in età da matrimonio e quindi della fertilità. Durante l’anno alcune ragazze assistevano al loro primo ciclo mestruale e passavano, così, all’età adulta. Ovviamente la vicinanza dell’acqua era d’obbligo perchè aiutava a ricreare la simbologia della purificazione. Reitia e Anna Perenna erano la loro guida in questa iniziazione, probabilmente vi avvenivano rituali che aiutavano e istruivano le ragazzine a rendersi consapevoli di aver raggiunto la loro maturità sessuale. Associato ad Anna Perenna vi era Liber Pater che seguiva i giovani ragazzi durante il passaggio nel divenire iuvenes. La festa celebrava la consapevolezza di essere diventati adulti, stessa cosa avveniva anche nella Venetia e i santuari militari di Este e Vicenza contengono prove archeologiche di questi rituali maschili in cui i ragazzi raggiungendo la maturità sessuale venivano inglobati nella società, nella “teuta” in quanto uomini atti alla difesa ma anche alla prosperità della società stessa.

Fonte di Anna Perenna - Roma-


Il culto di Anna Perenna si è sviluppato soprattutto nelle età più antiche ed era circoscritto alla zona di Roma. Quindi è ovvio il fatto che questo culto venne importato proprio dai coloni romani che arrivarono nella Venetia, s'installarono a Feltria e trovarono in esso analogie potentissime con Reitia, divinità autoctona con caratteristiche simili. Dalle fonti archeologiche è noto infatti, che l'elite di Feltria  aveva rapporti abbastanza stretti con il mondo dell’Urbe, quindi molto probabilmente un esponente di alcune di queste famiglie feltrine deve aver visto la fonte, dove venivano offerti in suo onore anche altari votivi simili a questo, e in questo modo è venuto a conoscenza del suo culto. Una volta tornato a Feltria ha dedicato questo altare. A Roma vi era una fonte dedicata ad Anna Perenna che fu utilizzata fin dal IV secolo a.C. I fedeli praticavano la magia, le pratiche magiche erano comuni come quelle di gettare monete all’interno della fonte a mo’ di portafortuna, ma gettavano anche lucerne, o tabellae defixionum. Medesima cosa facevano anche i Veneti nei santuari di Reitia, che erano sempre collegati a fonti d'acqua (termale, fluviale, marittima. lagunare, sorgiva o di pozzo rituale) e ivi gettavano gli strumenti rituali defunzionalizzati quali simpula o ciotoline.  


Reitia e Anna Perenna: dee legate alla magia e ai culti ctonii, alle fonti, alle ninfe e alle Anguane nella tradizione popolare all'acqua, al suo scorrere come allo scorrere del tempo, della stagionalità sacra dell'anno, legate ai momenti di passaggio e di iniziazione, al “corretto corso della vita” aprono suggestioni di ricerca affascinanti di cui mi sto occupando nei miei lavori di analisi e divulgazione, quindi il viaggio con queste due Dee continua...


a cura di Elena Righetto – Docente e ricercatrice storica -

© Il testo è protetto da diritto d'autore. Ogni uso improprio del materiale verrà perseguito secondo normativa vigente. Diritti riservati all'autore.


Fonti:

Elena Righetto “Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto” - Intermedi Edizioni

Gina Pagozzo Bernardi “ Alle origini della civiltà veneta”- Piazza Editore – 2020

Ovidio – Fasti – BUR

https://www.eagle-network.eu/story/esculapio-e-anna-perenna-a-feltre/

Museo Civico di Feltre

https://ilveses.com/anna-perenna-la-dea-dellanno-nuovo/

https://www.archaeoreporter.com/

mercoledì 28 agosto 2024

La "defixio malefica" di Este: stregoneria in un'antica maledizione latina

Fonte dell'immagine: M.S. Bassignano - disegno ricostruttivo della defixio di Este

Fotografia personale - Museo Atestino -2024


Le “defixiones” o “defixionum tabellae” erano delle formule magiche incise su pietra o piombo che venivano scritte con dei particolari stili o chiodi. Le parole e le frasi incise erano particolarmente spietate e complesse , usate per danneggiare i rivali o le rivali nelle più disparate questioni di vita quotidiana (da maledizioni amorose a competizioni sportive, a problemi sul lavoro o contro familiari odiati). Si invitavano divinità infere ad accorrere per portare a termine il maleficio avendo cura di incidere ben chiaro il nome del soggetto o dei soggetti, cui la maledizione era rivolta. Le tavolette venivano infine interrate a livello simbolico in quanto le divinità infere, ctonie, albergano proprio nel sottosuolo. Le “defixionum tabellae” vanno inserite in un contesto più ampio riguardante la magia nel mondo antico e nella cultura italico-romana.

Una volta scelto il supporto adatto (il piombo è un materiale duttile e facilmente inscrivibile oltre ad avere un intrinseco connotato infero) s'incideva il nome della persona da maledire e si aggiungevano formule magiche complesse, pronunciate ad alta voce in reminiscenza di antichi rituali tipicamente orali. Successivamente venivano invocati uno o più esseri divini inferi, delle divinità notturne, sotterranee, oscure e gli esseri mostruosi che popolavano il regno dei morti, o gli Dèi Mani. In alcuni casi, tavolette son state ritrovate all'interno di una figura antropomorfa in argilla che riproduceva le fattezze della persona da maledire, con gambe e braccia legate, testa e piedi rivolti all'indietro. La maggior parte delle “defixiones” son state ritrovate avvolte e piegate intorno alle statuine o legate strette con dei legacci. Caratteristica delle maledizioni era di venire piegate su loro stesse per tre volte e trafitte con un grosso chiodo (spesso lo stesso che era stato utilizzato per incidere il testo). Una volta realizzata la maledizione, il manufatto veniva interrato in una tomba, gettato in un pozzo o in una fontana, lasciato nella terra di un cimitero o addirittura inserito fra le crepe nel muro della casa del malcapitato. Se interrato in una tomba, veniva “affidato” allo spirito del defunto che aveva il compito di “recapitare” la richiesta alle divinità oscure. Le tavolette dovevano percorrere una sorta di “ percorso verso il basso”, pertanto potevano essere anche gettate in mare, nei fiumi o in particolari specchi d'acqua con caratteristiche ctonie quali stagni, paludi e lagune, tutto ciò che le portasse sempre più in basso, verso il mondo dei morti.

Lo stesso linguaggio delle “defixiones” è complesso e spesso incomprensibile ai non addetti ai lavori: infatti si utilizzavano figure retoriche, fonetiche, letterarie per poter rendere più vincolante e potente la maledizione stessa. Spesso si usavano le “ ephésia gràmmata” lettere e parole straniere incomprensibili anche inventate. Potevano trovarsi anche disegni e sigilli legati a particolari divinità infere.

Quali divinità venivano invocate?
Ecate, Diana, i Manes (intesi non come i buoni antenati festeggiati nelle “parentalia”) in questo caso intesi come i “morti antichi”, sconosciuti, ormai dimenticati da tutti che son diventati parte della terra stessa, Persefone (Proserpina), Ermes (Mercurio) Ctonio, Plutone, le Furie, Nemesi, una lunga lista di ninfe dell'acqua e altre divinità a seconda della zona geografica di ritrovamento. Non tutti potevano scrivere le “defixiones”: infatti ci si affidava spesso a delle “striges” delle streghe o maghe che si occupavano di queste pratiche (approfondirò questo tema in futuri articoli).


LA DEFIXIO DI ESTE

Tornando dunque alla prova di stregoneria trovata ad Este, ecco per voi in esclusiva l'analisi del manufatto che ho avuto modo di studiare attentamente.

Si tratta di una laminetta in piombo di 11.5 cm d'altezza per 29.3 cm di laghezza, incisa con uno stilo scrittorio e venne ritrovata, secondo il giornale di scavo, nella sepoltura nr. 61 a Este (Padova), contrada Caldevigo, fondo Rebato (den. Campo Alto al Cristo). Il manufatto fortunatamente è rimasto a Este, nella sua sede d'origine e potete ammirarlo presso il Museo Nazionale Atestino, (numero inv. 14309).

Evidenti sono i fori lasciati dal chiodo con cui era stata inchiodata dopo essere stata avvolta su se stessa tre volte. Il testo è stato scritto suddividendolo in tre colonne, due orizzontali centrali e la finale in verticale per utilizzo dello spazio disponibileQuesto è il testo della tavoletta come riportato dall'EDR ( riferimento epigrafico EDR072740 )


COLONNA I
+ Privatum Camidium,
Q(uintus) Praesentius Albus,
Secunda uxor Preasenti,
T(itus) Praesentius,
Maxsuma(:Maxima) T(iti) Praesenti uxor,
C(aius) Arilius,
C(aius) Arenus,
Polla Fabricia,
L(ucius) Allius,
10 L(ucius) Vassidius Clemens,


COLONNA II
Prisca [u]xor Vassidi,
Monimus Acutius,
Ero[tis] Acutia,
C(aius) Pro[---] Damio l(ibertus?).
Si quis [i]nimicus, inimi[ca],
adve[r]sarius, hostis, Orce
pater, [P]roserpina cum tuo Plutone,
tibi trado ut tu ilu(:illum)
mit[t]as et deprem[as].(:deprimas)


COLONNA III
Tradito tuis
canibus tricipitibus
et bicipitibus ut eripia(nt)
capita, cogitat(iones?), cor
in tuom(:tuum) gemini[---?]+
r[ecipia]nt ilos(:illos) [---],


Altre due “defixiones” interessanti si trovano anche al Museo Archeologico di Altino ma ve ne parlerò in maniera approfondita in un altro articolo.

TESTO COPERTO DA COPYRIGHT E DIRITTO D'AUTORE. OGNI UTILIZZO IMPROPRIO VERRA' PERSEGUITO A NORMA DI LEGGE.

COPYRIGHT: ELENA RIGHETTO 

BIBLIOGRAFIA

  • Chiarini, S.: Devotio malefica. Die antiken Verfluchungen zwischen sprachübergreifender Tradi-ion und individueller Prägung, Stuttgart 2021.

  • Cfr. E. Zerbinati, Edizione archeologica della Carta d'Italia al 100.000. Foglio 64, Rovigo, Firenze 1982, pp. 214-216, nr. 2 (sul luogo di rinvenimento).
    SupplIt, 15, 1997, pp. 151-155, nr. 7, con foto e facsimile (M.S. Bassignano) - 1997

  • A. Kropp, Defixiones. Ein aktuelles Corpus lateinischer Fluctafeln, Speyer 2008, nr. 1.7.2/1

  • cfr. D. Urbanova, Latin Curse Tablets of the Roman Empire, Innsbruck 2018, pp. 119-120 (testo), 238 (traduzione), 443, nr. 38 (appendix)

  • Foti C. : “ Defixiones. Le tavolette magiche dell'antica Roma” - I taccuini del mistero, Eremon edizioni, 2014.