Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

domenica 19 febbraio 2023

Calendario tradizionale veneto pagano

Presentazione dell'opera di Elena Righetto

     


Nella nostra civiltà postmoderna, scientifica, secolarizzata, laica e razionalista vediamo con qualche sorpresa riemergere e diffondersi la tendenza a ripristinare quell’orientamento mentale già proprio di antiche civiltà e di società che tendiamo a etichettare come “primitive” e che salda insieme in un nodo indissolubile religione, vita agreste, magia e guarigione. Nelle antiche civiltà precristiane e in molte culture anche contemporanee, al medico spetto il ruolo sacerdote di un culto divino e nelle società tradizionali spetta tutt’oggi a un operatore di magia e rituali religiosi il compito di diagnosticare curare e guarire malattie, che si tratti di un medico-mago o d’un sacerdote ispirato dagli dei o uno sciamano avente rapporti esoterici con gli spiriti. L’Occidente cristiano non è da meno e il corrispondente orientamento mentale ha acquisito nel corso dei secoli e dei millenni un’espansione non solo a livello di religiosità popolare con culti terapeutici ed agresti dedicati ai santi o alla Madonna cui chiedere aiuto e sollievo, con una sorta di “ritorno al sacro” che decisamente ha poco di valenza cristiana e monoteistica. La storia della ritualistica popolare legata al culto agreste e lo seguire pedissequamente quelle stesse impostazioni date dalla natura stessa delle scadenze calendariali e delle terapie magico-sacrali esige un chiarimento preliminare circa i livelli culturali dalle quali esse derivano e nei quali sono costantemente inserite. La documentazione raccolta in questo studio indica che la loro origine e il loro sviluppo vanno ricercati in ambito che sarebbe impreciso designare come “popolare”: questo sistema di “credenze” e tradizioni, potentemente ancorate nel territorio, si sono formate in un area intermedia fra il culto e il subalterno, con scambi continui fra l’elaborazione dotta e un patrimonio culturale che va assegnato alle “genti” europee.


Un tempo, nel Veneto rurale e in altre zone d’Italia, quando l’assistenza medica era precaria o costosa, per i rimedi semplici si ricorreva alle cure familiari o ci si rivolgeva ai “botani”, o alle pericolose “herbere” a mezzo fra guaritrici e streghe e molto spesso il rifiutare l’idea della malattia o della morte faceva nascere l’unica spiegazione che fossero causate da entità maligne o da altre motivazioni sovrannaturali. Il legame fra “mente, corpo, spirito” era indissolubile, legato alla consapevolezza di far parte della Natura e di seguire perciò i suoi dettami. I sospetti di “maledizioni “ o “fatture” spingevano a consultare un esperto guaritore o guaritrice, terapeuti popolari che apprendevano i segreti dagli anziani nella magica notte di Natale e ricevevano i poteri taumaturgici dal “maestro” o dalla “maestra” in punto di morte: era infatti questo l’unico modo di trasmettere le formule, le “segnature” e le preghiere guaritrici. Le sacerdotesse nei santuari dedicati alla dea veneta Reitia erano delle guaritrici e i rituali che venivano svolti erano di natura religioso-taumaturgica, ben prima del sincretismo culturale con i romani. I poteri misteriosi attraverso la loro trasmissione iniziatica magica conferivano ai guaritori e alle numerose guaritrici una precisa funzione nella comunità ma ciò non li sottraeva al sospetto che le loro conoscenze positive potessero a seconda dei casi mutarsi in negative. L’ambivalenza tuttavia che caratterizza queste peculiari figure è data da una demonizzazione avvenuta in epoca cristiana, quando la violenta imposizione della religione di stampo abramitico si è inserita in un substrato totalmente opposto alla mentalità tipica delle religioni pagane antiche. Aborrendo obbligatoriamente la forma mentis popolare, il cristianesimo ha tentato per millenni d’integrare la cultura indoeuropea creando così figure al limite fra entrambe le visioni del mondo e della spiritualità, spesso demonizzandole. La demonizzazione culturale è una tecnica retorica e ideologica della propaganda e della disinformazione, o alterazione dei fatti e delle descrizioni finalizzata al presentare culture e tradizioni precedenti come fondamentalmente malvagie, deleterie e pericolose, produce così un'immagine deliberatamente negativa e manipolatoria. Piuttosto che rifiutare l'esistenza di altre religioni politeistiche, il proselita afferma che non ci sono divinità ma demoni che adescano i propri adepti e mentre Il politeismo facilmente accetta divinità straniere integrandole nel proprio “pantheon”, per le religioni abramitico-monoteiste le divinità straniere sono ritratte come entità corrotte piuttosto che idoli potenti. Le persecuzioni dei pagani nell'Impero romano già cristianizzato, furono quelle azioni di intolleranza, discriminazione, oppressione e violenza religiosa che portarono alla progressiva sostituzione del cristianesimo alle religioni politeiste, sia indigene che straniere, avvenute soprattutto durante gli anni che segnarono la caduta dell'Impero romano d'Occidente, nel corso del IV secolo d.C. Il termine "paganesimo" indica quelle religioni, specialmente quelle proprie della Grecia antica e della Roma antica, viste in opposizione al cristianesimo e il termine "pagano” deriva a sua volta dal latino pagānu(m) dal termine pāgus (villaggio) dove indica il "civile", il "campagnolo", contrapposto al "militare". Quindi i “pagani” erano gli abitanti delle zone rurali, in opposizione ai centri delle amministrazioni dell'Impero romano e, a differenza di questi che celebrano il culto imperiale, quelli celebrano i culti locali. Dopo l'affermazione del cristianesimo quindi i seguaci della religione antica si erano generalmente riuniti nelle campagne, lontano dalla vita cittadina ormai divenuta filo cristiana ed in origine erano perciò le persone che, abitando nei pagi, tendevano a mantenere uno stile di vita rurale, oltre a non entrare in contatto con gli sviluppi culturali e politici dello Stato. In talune zone orientali dell'impero alcuni templi pagani furono oggetto di distruzione violenta da parte di fanatici cristiani. In qualche circostanza le stesse autorità imperiali furono conniventi e nel corso dei secoli l'atteggiamento verso i templi pagani cambiò gradualmente; inizialmente distrutti, quelli superstiti vennero in seguito adibiti ad altri usi sia per il desiderio di esorcizzare i luoghi di antichi culti che per imporre la presenza della nuova religione a livello capillare partendo dalle grandi città fino a raggiungere i remoti paesini rurali. Nonostante le religioni pagane non venissero più praticate dopo il IV secolo, il cristianesimo fece proprie, adattandole, alcune tradizioni radicate in epoca pre-cristiana come ad esempio la data della nascita di Gesù che sostituì il “Dies Natalis Solis Invicti", il giorno della nascita dell'antica divinità del Sol Invictus e il culto dei santi che nel momento in cui la religione cristiana si espanse in terre dove si praticavano culti politeistici, i vari "dei protettori" divennero "santi patroni", e fu sancita per loro la venerazione. D’altra parte però non tutti i “pagani” si convertirono totalmente al cristianesimo e le tradizioni antiche si son tramandate in modo occulto e segreto per millenni, spesso anche a livello inconscio dagli stessi praticanti di “magia popolare”. La “vecchia religione”, la “strigarìa” esiste ed in grado tale che molti italiani e veneti ne rimarrebbero stupiti, perché è qualcosa di più di semplice “magia” ma qualcosa di meno rispetto ad una fede conclamata: consiste nelle rimanenze di una mitologia di “spiriti” che conservano i nomi e gli attributi delle principali divinità antiche. Molti contadini veneti, pur inconsapevolmente, fino a qualche anno fa, avevano familiarità con i resti degli “Incantesimi” o delle formule rituali, nella loro abile ripetizione ed esecuzione, mescolandoli con elementi prettamente cristiani.

Lo scopo di quest’opera dunque non è solamente quello di far conoscere ai lettori quali sono le origini pagane delle tradizioni popolari Venete ma anche di ricostruire con precisione e ordine, un calendario che possa unire in modo coerente, le tradizioni agresti, rurali, contadine e le festività religiose antiche che seguendo il decorrere delle stagioni e il concetto di “tempo circolare” proprio delle popolazioni arcaiche e indoeuropee, hanno determinato e tutt’oggi segnano le tappe della vita pubblica, privata naturale. Come primo passo è necessario contestualizzare correttamente la zona di nostro interesse partendo quindi da una breve storia delle origini dei Veneti e la loro concezione religiosa, supportata da prove archeologico-documentarie per poi procedere alla presa in esame, mese per mese, del calendario rurale e pagano. Il fattore determinante per tentare di arginare, per quanto possibile, la tremenda piaga della distruzione culturale e della perdita della tradizione orale è infatti il “ricordare”. Il ricordo è la forma più alta del concetto di “tramandare” e cioè il trasmettere nel tempo e da una generazione a un’altra, notizie, fatti, tradizioni, valori spirituali. Il territorio Veneto è ricco di ancestrali tradizioni pagane, celate ancor più rispetto alla religio pagana dei romani, dei greci e delle culture nordiche, perché non è stata mai recuperata dalla sua origine arcaica essendo mutila di fonti scritte. Pochissimi autori infatti hanno tentato in epoche recenti di attivarsi in modo divulgativo rispetto a questi argomenti, trovando spesso reticenze legate al loro enorme lavoro di ricerca storico-etnoantropologica, in quanto non essendo questa tipologia di studi etichettata come “necessaria” allo sviluppo tecnologico o scientifico dettato dall’età contemporanea e gli studi vengono bollati come superstiziosi o superflui. Sarebbe necessario invece recuperare questa memoria collettiva che affonda le sue origini in tempi antichissimi, immemori eppur attuali, con miti e cultura che regolano ancor oggi la nostra vita quotidiana. Dietro ai miti di fondazione delle città venete troviamo infatti la storia della distruzione di Troia e i “nostoi”, i viaggi di ritorno in Patria, degli eroi che parteciparono alla guerra cantata da Omero, molti miti greci e latini erano ambientati nelle terre dei Veneti ad indicarne l’importanza culturale ed economica in tutta l’Europa antica, essendo centro di scambio commerciale e punto di riferimento per la Via dell’ambra. L’importanza dei cavalli veneti e dell’allevamento equino che in molte zone si è perpetuato fino ai nostri giorni trae le sue origini dalle misteriose “cavalle dalla testa di lupo” e la stessa cultura contadina nasconde fra le sue usanze, rimanenze di culti religiosi di chiara derivazione paleoveneta, greca, celtica e romana. Il medesimo “capodanno veneto” cade a marzo esattamente come il capodanno romano e le “lumere” che si accendono ai davanzali delle case durante il periodo di Ognissanti mantengono la medesima funzione legata al culto dei morti da cui l’usanza trae origine. Il rogo della “Befana”, il “pan e vin”, i fuochi di Ferragosto e la “barca de san Piero” non sono altro che rituali pagano-contadini, come lo è il carnevale guidato dal dio-re degli inferi “Arlecchino” e la sua “caccia selvadega”, mentre a san Martino si onora ancora l’antica “dea Oca dai piedi palmati” mangiandone ritualmente le carni. Innumerevoli leggende si raccontano dalle Dolomiti alle coste venete legate ad entità acquatiche, strighe e Anguane, grotte spaventose che in realtà erano dei santuari ipogei spesso poi dedicati ai santi o alla Madonna, lo stesso san Giovanni assume l’aspetto dell’homo salvadego e i santi decembrini portatori di doni ricalcano la lotta simbolica fra le tenebre e la luce, fra il ritorno del dio Sole solstiziale e i “demoni” del caos. Importante è anche notare che fra i versi delle filastrocche e dei proverbi popolari sono celati studi di botanica, medicina, agraria ed astronomia popolare, i protagonisti delle leggende e delle favole non sono altri che gli antichi dei e le potentissime dee che governavano le terre dei Veneti antichi, i Venetkens e di cui l’archeologia ha dato innumerevoli prove. Il riscoprire e il riappropriarci dunque di quest’enorme patrimonio culturale che appartiene non solo ai Veneti moderni ma al mondo intero, è lo scopo di quest’opera .

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STREGHE & GATTI A VENEZIA. Appunti per la conferenza a Este di domenica 12 febbraio 2023

 

Per le sue movenze eleganti, schive e soprattutto per essere così indipendente, il gatto anche a Venezia ma in tutto il Veneto è da sempre considerato parente del diavolo e nel bellunese chi lo uccideva veniva addirittura scomunicato oltre a incorrere in gravi disgrazie. Son risaputi i collegamenti che i popoli antichi facevano fra gatti e divinità (Freya, Bastet, Afrodite etc) e forse per questa parentela con il mondo dell'occulto si attribuisce al gatto una sorta di “immortalità” ritenendo che abbia sette vite e che sia possibile ucciderlo veramente colpendolo sul naso, mentre il suo punto di forza son i baffi. Anche la triste superstizione che il gatto nero porti sfortuna ha origine in un luogo comune che ha a che fare con una ragione di ordine pratico: di notte molte persone non vedendo l'animale inciampavano o cadevano, incolpando l'ignaro micio colpevole solo di mimetizzarsi con il buio. Proprio quest'ultima caratteristica, il manto nero, ha fatto associare la creatura con tutti gli animali considerati diabolici o demoniaci, che si nascondono e mimetizzano perfettamente nell'oscurità. Il trovarsi a proprio agio nelle tenebre o confondersi con esse fino a diventarne un tutt'uno ha per forza di cose associato il gatto nero con il male e la stregoneria, arte arcana e oscura per eccellenza. A riprova di ciò, tipico delle zone montane del bellunese è il “gato dai oci verdi” che appare improvvisamente sulla strada impedendo il passaggio a chi vorrebbe proseguire, lo fissa con gli occhi verdi, lo “incantesima” e se ne va. Una storiella che mi raccontava mio nonno avvenne a Mira Porte quando lui era piccolo, di un uomo che tornando a casa con il suo carretto diede una frustata a un gatto nero che stava in quel momento passando, uccidendolo. Tornato a casa, trovò “sora al portèo” quindi nel carretto, sette ossa di gatto. L'uomo morì dopo sette giorni. Si diceva anche che i gatti fossero messaggeri degli spiriti i quali non potendo farsi vedere dai vivi, abbiano trovato questo mezzo per comunicare la loro presenza. Un trucco utile per esorcizzare il passaggio dei gatti neri era togliersi una scarpa e lanciarla in modo da passare la traiettoria del gatto, fare le “corna” dietro la schiena o toccando un oggetto di ferro dicendo “Striga, va via che no te me strigarè” oppure semplicemente cambiare strada.

Anche a Venezia i gatti neri vennero associati alle streghe e alla stregoneria così nel corso dei secoli leggende su leggende si sono costruite in merito a questa tematica, ma la loro nomea negativa è anche legata ad un fatto storico. I turchi, acerrimi nemici dei Veneziani, erano soliti portare nelle loro navi dei gatti per cacciare i topi perciò dal XII secolo iniziò a farsi strada l'idea che avvistare un gatto corrispondeva, per analogia, all'arrivo di pirati o pericoli esterni.


Una leggenda popolare di Castello, a Venezia, racconta che la notte di sant'Agostino, fra il 27 e il 28 agosto, dai giardini dell'Arsenale si muovano in processione dieci donne, dirette all'albero di noce, ascoltino una lezione impartita da una strega anziana, sicuramente una capo congrega, e che poi si dirigano al vicino canale, chinando l'orecchio sinistro fino a sfiorare l'acqua sussurrando “ Dime acqua, svelame i to segreti...” . Si dice anche anche che per non essere scoperte, in tempi moderni si trasformino in dieci gatti.


A livello prettamente “magico” il gatto è considerato il “famiglio” della strega, l'aiuta nei suoi preparamenti magici e trova per lei gli ingredienti utili; usa infatti la sua eleganza e i suoi trucchetti per ingraziarsi le persone e smorzarne la diffidenza. La strega padrona può così operare al sicuro nella sua casa senza sospetti o chiacchiere, affiancata dal suo amico e guardiano complice che però ha anche la capacità di individuare gli spiriti nemici, i demoni malvagi e le forme oscure che s'insidiano fra le mura domestiche delle streghe per far loro del male o per sottrarre le formule magiche.

Una simpatica formuletta, si dice, venga pronunciata dalla strega per trasformarsi in gatto:

Quato, quato, arriva el gato, ocio de luze che ora riluze.

Gato mato, gato furbo nero nero e no me turbo.

Gato ti xe ti, gato son mi, vien qua me bel gàtin!”


Il pozzo delle streghe e il gatto

Questa leggenda è stata rintracciata non solo a Venezia ma anche a Trevenzuolo, citato anche dagli autori Zannoni e Muraro a Villa Rovereti Zurla nel veronese e nel pozzo circolare vicino a Dormegliara.

Una tradizione risalente al XV secolo vuole che le streghe si radunassero attorno al pozzo le notti di sabato per le loro “danze notturne”, ne ho parlato anche nel mio libro “I Signori di Notte al Criminal, la polizia notturna della Serenissima”. Al mattino non vi era traccia del loro passaggio (come invece accadeva attorno ai salici e ai noci in cui si notava il calpestio, la “pista” lasciata da questi rituali) tranne un persistente odore di zolfo. Nel pozzo di Dormegliara si racconta che un giovane ragazzo, preso da curiosità, una volto calatosi nel pozzo dovette risalire immediatamente a causa del calore infernale dell'acqua. Curiosamente questo pozzo presenta attualmente acqua a temperatura di circa 43°, forse segno di una falda termale sotterranea.

Anche a Venezia dunque si registra la presenza di questi “pozzi” infernali, chiaro riferimento al potere ctonio, sotterraneo dell'acqua, così preziosa nella città lagunare. Nel medioevo veneziano, Riva degli Schiavoni presentava una fisionomia totalmente diversa da quella attuale ed era coacervo abitativo di ogni sorta di mascalzone, povero e mendicante, insomma i bassifondi di Venezia si trovavano proprio li. Durante la prima decade del 1300, un certo Signor di Notte, Marco Donato, estese la sua “protezione” nei confronti di una striga che viveva in una capanna a due passi da Piazza San Marco. I magistrati dediti allo stanare i crimini notturni spesso si avvalevano dell'aiuto di questi personaggi scomodi dato che erano occhi e orecchie diretti dal popolo e in un periodo delicato come quello a ridosso della congiura di Bajamonte Tiepolo era fondamentale ascoltare i sussurri e il malcontento popolare.

Presumibilmente la leggenda è ambientata proprio in questa zona ormai completamente trasformata di Venezia e risale al XV secolo anche se sicuramente trae le sue fondamenta da episodi più antichi, trecenteschi. Un giovedì sera, mentre in un'osteria si stava discutendo di alcuni strani fatti che avvenivano nel pozzo del campo, entrò trafelatissimo un giovane uomo, pallido come un cencio, accompagnato da un vecchio anch'egli visibilmente scosso, che giurò di aver visto delle gatte trasformarsi in streghe e il vecchio mostrò il suo braccio sfregiato dallo stesso “Diavolo” per avvalorare la sua storia. All'udir quelle parole, un uomo con un occhi solo si alzò dal suo tavolo e s'intromise nella faccenda, dicendo che quelle erano solo fantasie di persone sciocche e superstiziose, probabilmente ubriache. Promise quindi di recarsi da solo al pozzo il giorno dopo, la sera del Venerdì Santo. Gli avventori dell'osteria tentarono di dissuaderlo ben consci che il Venerdì Santo è per tradizione una ricorrenza legata alle strighe e al Demonio ma l'uomo era risoluto. Il giorno seguente, gli avventori dell'osteria si accordarono per dare una lezione all'uomo con un occhio solo che aveva osato dubitare della loro parola e si radunarono in una calletta stretta che sbucava sul campo del pozzo. Attesero e allo scoccare della mezzanotte, dell'uomo con un occhio solo non vi era traccia. Improvvisamente però un grosso gatto nero attraversò il campo, balzò sull'anello della vera del pozzo e iniziò a miagolare terribilmente. La bocca del pozzo iniziò a vomitare rospi, gatti, cornacchie e altri animali che appena toccata terra si trasformarono in streghe e stregoni, attaccando i malcapitati che terrorizzati assistevano alla scena dalla calletta. Alcuni fuggirono per le calli, altri si gettarono in canale, chi terrorizzato rimase in attesa della sua fine. La lotta e la caccia degli “strighi” si fermò a causa di un altissimo miagolio che li fece sparire nuovamente nel pozzo da dov'erano usciti. Proprio allora la luna rischiarò il campo del pozzo illuminando il possente gatto nero che si ergeva maestoso sulla vera da pozzo. Un gatto con un occhio solo.

Come sempre le streghe son associate ai gatti neri e alla loro trasformazione in essi, retaggio di arcaici culti e pratiche sciamaniche in cui la praticante, sotto effetto spesso di sostanze psicotrope, compiva “viaggi” nel mondo degli spiriti e per farlo, la sua anima abbandonava il corpo dormiente per trasformarsi in vari animali-guida sciamanici. Per noi la tradizione è legata ovviamente ai racconti stregoneschi ma per altre tradizioni che ancor oggi seguono pratiche sciamaniche reali questo “viaggio” non è un'allegoria o una fantasia ma una reale pratica spirituale. Abbiamo prove che i “viaggi in spirito” avvenissero ancora fra Veneto e Friuli fino al Concilio di Trento (metà del 1500) quando tutte le pratiche di questo tipo furono bandite e demonizzate ufficialmente dalla Chiesa. Anche i Benandanti, una sorta di “stregoni” buoni sostenevano di andare in “viaggio” astrale o extracorporeo, durante le quattro tempora, a combattere contro le streghe e gli stregoni malvagi colpendoli con rami di sambuco e difendendosi dai rami di sorgo. Per sottrarsi a chi dava loro la caccia le streghe si trasformavano in gatti dopo essersi recate al sabba in quella forma per non essere riconosciute.


Come sappiamo un tempo le malattie anche comuni ai giorni d'oggi non avevano né spiegazione né risoluzione medica e ci si affidava agli esosi “cherusici” i medici dell'epoca e alle herbane, donne che applicavano la loro conoscenza di rimedi botanici e formule guaritrici propiziatorie in cambio di offerte per il loro servigio. Vi era un labile confine fra l'herbana e la striga, infatti quest'ultima non solo applicava le conoscenze erboristiche a fin di bene ma aveva anche la capacità di preparare e somministrare intrugli e veleni potenti. La Serenissima Repubblica, è bene ribadirlo, non si accanì mai contro le “streghe” in quanto presunte adoratrici del Demonio ma in quanto pericolose operatrici che potevano con le loro conoscenze pratiche danneggiare la salute pubblica.

Si racconta a Venezia che un nobile patrizio, disperato a causa dei frequenti attacchi d'asma serali del figlio e dato che poteva permetterselo, dopo aver consultato fior fiore di medici della città si decise a chiedere un consulto a una donna esperta di arti magiche. Dopo aver ascoltato attentamente la sintomatologia (dato che gli attacchi asmatici avvenivano sempre al momento di coricarsi) sentenziò che il piccolo era stato stregato e raccomandò al padre di osservare attentamente ciò che accadeva nella stanza da letto prima delle convulsioni. Il padre, pur scettico, con la perizia tipica dei Veneziani, annotò ogni particolare e si accorse in pochissimo tempo che ogni sera una gatta nera d'intrufolava silenziosamente in camera del figlio e al suo ingresso si manifestavano le crisi asmatiche del piccolo. Oggi come all'epoca, si spiegò questo fatto con un'allergia provocata dall'ingresso dall'animale, probabilmente randagio, scatenante l'asma, ma questa storia ha ben altro risvolto. La sera successiva infatti vennero sbarrate porte e finestre in modo da impedire all'animale di entrare e il piccolo dormì tranquillamente. Il nobile veneziano e sua moglie decisero di sopprimere l'animale tenendogli un agguato. Lasciata appositamente una finestra aperta, verso l'una di notte la gatta scavalcò il cancello del palazzo e balzò in camera entrando dalla finestra. Il padre rimase immobile e udì il figlio iniziare a tossire, confortato da sua madre, poi la gatta finalmente uscì ma fu prontamente bersagliata dal lancio di un pugnale affilato. Purtroppo a causa dell'oscurità il pugnale solamente ferì la bestia a una zampa anteriore e riuscì a fuggire, non tornando più. La faccenda venne dimenticata per mesi sennonché un giorno venne in visita un'anziana lontana zia della moglie che era solita visitare frequentemente il piccolo ma da qualche mese mancava all'appuntamento adducendo motivi di salute. La moglie preoccupata andò a farle visita senza preavviso e fu così che la trovò viva e vegeta ma con l'avambraccio destro amputato!



Appunti per la conferenza presso la sala Turi Fedele a Este, organizzata dalla libreria "La gatta del Petrarca" in data 12 febbraio 2023.







lunedì 30 ottobre 2017

Lepanto, la Gran Bataja - Rievocazione storica

Il giorno 14 ottobre 2017 nella splendida cornice della Pescheria di Rialto, a Venezia, si è tenuta la rievocazione storica della Battaglia di Lepanto, organizzata da Raixe Venete. Due giorni di cultura, musica e tradizioni venete.
Noi abbiamo partecipato con il gruppo  sportivo A.S.D. Mos Maiorum /Venetia Victrix portando il nostro contributo sia  con il banchetto espositivo di spade venete dalle origini alla schiavona "di Lepanto" originale d'epoca che con la dimostrazione delle "bataje sui ponti" fra Nicolotti e Castellani. Il maestro Danilo Leo Lazzarini assieme ai ragazzi ed altri istruttori fra cui Marco Antonio Soldati, hanno incantato e dimostrato al folto pubblico come si combatteva alla fine del 1500, nell' uso dello stiletto e del tabarro, il  tradizionale combattimento fra giovani sia a mani nude "I Pugni" che con il bastone tradizionale veneziano. Il famoso bastone "che batte la spada" si chiama CORNOLER ed era realizzato in legno di corniolo, affusolato ed appuntito da entrambe le parti. È stato emozionante revisionare il pregevole componimento poetico di Filippo Zuin che ha voluto dedicare il suo talento scrittorio proprio ad un evento così importante. Apprezzato è stato anche il "truccabimbi" cui si son dedicate le anime più giovani del gruppo.
Domenica 15 si son svolti interventi culturali con la partecipazione di Doretta Davanzo Poli "Originalità della moda nella Serenissima" Francesco Briggi "Venezia e la moda ai tempi di Tiziano" Giorgio Reolon "Arte Veneta nel '500, il Tiziano ai tempi di Lepanto.

Si spera di replicare il prossimo anno con un evento ancor più ricco d'iniziativa e tradizioni VENETE.

sabato 9 settembre 2017

E Nos Lases Iuvate! Spunti di riflessione in onore alle divinità familiari nel culto Romano- italico

Scena di culto familiare 

LARI, nome che racchiude in se un vasto mondo misterioso, quello delle origini e delle vicende lontanissime nel tempo, remote, tradizionali dell'Italica stirpe. I Lari furono simbolo fecondo di ogni possente attività in un mondo rude e semplice, nella quotidianità dei nostri avi che popolarono monti e vallate d'Italia. Ogni conquista ed aspirazione era rappresentata da questi  compagni fedeli ed invisibili ma preziosi fautori che abitavano dove abitava l'uomo. Quando le paludi e le sterpeti erano ridotte a coltura essi erigevano un sacello ai Lari Rurali, delle vie e dei sentieri erano protettori i Lari Compitali e Viali, per coloro che solcavano le distese del mare vi era la protezione dei Lari Permarini mentre nelle città e nei villaggi prendevano sacra dimora i Vicani e gli Urbani. Tuttavia i più affettuosi servitori erano coloro che proteggevano  le attività della vita domestica, i Lari Familiari, i quali ebbero il loro santuario (modesto e piccolo o più elaborato) accanto al focolare. I Lari della famiglia hanno visto formarsi nuovi nuclei, figli crescere e spegnersi in tarda età, hanno assistito ad ogni vicenda della famiglia, sia lieta che dolorosa, nascite e morti avvenivano sotto il loro sguardo benevolo ed amoroso.
E NOS LASES IUVATE! Antica preghiera dei nostri Avi, che usciva pura dalle loro labbra per augurarsi un prospero cammino. Rievochiamo tutto quanto è scomparso e ricostruiamo tutto ciò che di Grande è caduto, propiziandoci i Geni belli e di giovanile freschezza, buoi, gioiosi e sorridenti che assistettero i Padri e le Madri.

....Nox ubi iam media est somnoque silentia praebet, et canis et variae conticuistis aves, ille memor veteris ritus timidusque deorum sorgit...
... Quando è mezzanotte ed il silenzio invita al sonno e voi avete taciuto sia cani che colorati uccelli, CHI E' MEMORE DELL'ANTICO RITO ED HA TIMORE DEGLI DEI SI ALZI...

(Ovidio, Fastorum libri V, 429-430)
 
... Inter Lunae vero gyrum et nimborum ac ventorum cacumina aerias esse animas, sed eas animo, non oculis videri et vocari Heroas et Lares et Genios. 
... Entro il Cerchio della Luna e le vette delle nuvole e dei venti ci sono degli spiriti dell'aria, ma li puoi vedere con l'animo, non con gli occhi ed essi sono chiamati Eroi, Lari e Geni.
(Agostino, De civitate Dei VII, 6.)

... Sed patrii servate Lares: aluistis ed idem cursarem vestros cum tener ante pedes.
... Ma voi salvatemi, oh Lari dei miei genitori: voi mi avete allevato quando da bambino vi correvo davanti ai piedi .
(Tibullo, Carminum Libri I )

Carmen fratrum Arvalium

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enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe.



Le città invisibili - Italo Calvino
Dèi di due specie proteggono la città di Leandra. Gli uni e gli altri sono cosí piccoli che non si vedono e cosí numerosi che non si possono contare. Gli uni stanno sulle porte delle case, all'interno, vicino all'attaccapanni e al portaombrelli; nei traslochi seguono le famiglie e s'installano nei nuovi alloggi alla consegna delle chiavi. Gli altri stanno in cucina, si nascondono di preferenza sotto le pentole, o nella cappa del camino, o nel ripostiglio delle scope: fanno parte della casa e quando la famiglia che ci abitava se ne va, loro restano coi nuovi inquilini; forse erano già lí quando la casa non c'era ancora, tra l'erbaccia dell'area fabbricabile, nascosti in un barattolo arrugginito; se si butta giú la casa e al suo posto si costruisce un casermone per cinquanta famiglie, ce li si ritrova moltiplicati, nella cucina d'altrettanti appartamenti. Per distinguerli, chiameremo Penati gli uni e gli altri Lari. [...] è facile che litighino, ma possono pure andar d'accordo per degli anni; a vederli tutti in fila non si distingue quale è l'uno e quale è l'altro. I Lari hanno visto passare tra le loro mura Penati delle piú diverse provenienze e abitudini; ai Penati tocca farsi un posto gomito a gomito coi Lari d'illustri palazzi decaduti, [...]

mercoledì 21 giugno 2017

Antica cartomanzia Veneziana, curiosità e segreti.



Cari lettori e care lettrici,
l’articolo che vi propongo qui di seguito è diverso dal mio solito lavoro di ricerca storico-archeologico sul territorio e si avvicina maggiormente a quel bacino di usi e credenze popolari venete a cui attingo spesso. Ringrazio pubblicamente le amiche e gli amici che mi hanno spronata su Facebook a scriverlo!


Vi parlo del “FAR LE CARTE” alla Veneziana, cioè delle usanze e delle curiosità riguardanti l’arte antica della cartomanzia che in quel della città lagunare si è storicamente diffusa in modo semplice e cristallino, difficilmente adombrata dalle imposizioni cattoliche ed arricchita da molti aspetti esoterici ed esotici tipici di una capitale mondiale del commercio marittimo.
Vi racconterò alcuni fatti curiosi, che ho potuto apprendere da chi mi ha personalmente insegnato a praticare quest’arte, tuttavia però dovrete accontentarvi di una parte, altrimenti dove si nasconderebbe il fascino della segretezza e della Tradizione?

“ Se ga da usar le carte da scoà…” Si devono usare le “carte da scopa, briscola, tresette” o più semplicemente gli Arcani Minori del normale mazzo di tarocchi.

“Le carte le se fa le nove de la matina, a mezogiorno, ai do boti e a mezanote” non si fanno il sabato e la domenica, non si fanno nei giorni di Natale e Pasqua, mentre è bene farle “el xorno dei morti el primo de novembre”, il mercoledì ed il venerdì.
Il gioco delle carte  “veneziane” si deve eseguire per sette volte in una lettura e dopo aver compiuto sette precisi passaggi (di cui elencherò solamente il quarto) “basta, non se fa altro par vintiquatro ore, perché le xe calde e le xe calde se le se torna a fa, no le val”, si deve smettere il gioco e riporre il mazzo in un luogo sicuro.

Si prendono dunque le carte, le si mescola e “se ghe dise le so parolete”, ovvero si sussurra al mazzo delle apposite “paroline” che secondo la tradizione sono magiche ed hanno la funzione di caricare il mazzo ed augurare una buona riuscita della lettura. Ogni anziana signora ha “le so parolete” personali e mi è stato assicurato che “sensa le parolete le carte xe megio butarle via tute perché no le val gnente” la lettura risulterà inutile e fallace, (quindi, care signorine, non ci s’improvvisa “cartomanti tradizionali” o peggio “streghe tradizionali” dopo aver letto quest’articolo per piacere…).
Il consultante prende le carte e le divide in tre “monti” cioè tre mucchietti, il cartomante li segna con tre “corni” a croce e s’inizia a svolgerle per sette volte continuative “drio man”  e si guarda sempre dove il significato delle carte va a parare ed in quel punto si va ad insistere.
I sette passaggi sono molto precisi e  non bisogna saltarne neppure uno altrimenti non si può giungere  a quelli principali ovvero il quarto ed quinto.
Nel quarto passaggio “se mete zo le carte” si svolgono le carte scoperte ad una ad una e si formano sette “monti” ognuno con un significato particolare che è curioso mostrarvi : “un monte per lei, uno per lui, uno per la casa, uno per il fuori di casa, uno per chi non si aspetta, uno per chi deve arrivare, uno per chi dev’essere consolato.
In seguito a ciò si fa la “Scala del Diavolo” che porta all’ultimo passaggio che è più un gioco divinatorio, il “Cossa me rispondistu?” una sorta di “si o no” in base al significato intrinseco della carta.
Eh si, perché le carte “da briscola” nel veneziano hanno significati diversissimi dall’uso classico simbolico degli Arcani Minori. Ogni carta, ogni seme ed ogni figura contengono un significato unico e ben preciso, ve ne elenco alcuni affinchè vi siano d’esempio:
Asso di Denari dritto significa “Allegria”, rovescio invece “una novità”;
Asso di Coppe dritto significa “Casa o persone che attendono in casa” mentre rovescio “ Na cosa da gnente, una piccolezza”;
Asso di Spade significa “un grande interesse” mentre l’asso di Bastoni rappresenta “ il viaggio di nozze”.
Di altre carte alcuni pittoreschi significati sono:  Un viaggio notturno, i soldi, il letto, il pensiero dell’amata o dell’amato, la porta, il matrimonio, un desiderio, un cavallo da traino, un ricco, un dispiacere…




Come potete ben notare sia la simbologia che il significato esoterico sono estremamente diversi dalla lettura classica dei Tarocchi e rivolti a risolvere “magagne” problemucci della vita quotidiana, non a dare risposta a domande filosofiche o a “prevedere il futuro”. Erano una sorta di oracolo molto immediato e pratico, utile, volto a dare un consiglio riguardo un dispiacere o un problema di raccolto, riguardo al periodo più adatto per piantare i pomodori o per convolare a nozze, chiedere se fosse più intelligente andar a pescare in laguna o in mar aperto…
Come sempre il popolo veneziano ha saputo esprimere anche in questi “oracoli” casalinghi, antichi e tradizionali la sua anima pratica, lavoratrice ed anche “estrosa”, fantasiosa.

Nelle carte trevigiane, nella serie di assi, 
si trovano stampate delle frasi per i giocatori come se fossero massime morali e come diceva un vecchio proverbio Chi un dì vince e dieci perde alla fin si trova al verde  

Spero abbiate gradito questo mio piccolo omaggio ad una tradizione davvero “segreta” della mia terra.
Se desiderate saperne di più vi raccomando il saggio “ Credenze popolari veneziane” di Domenico Bernoni, tuttavia essendo un testo del 1874 è di difficilissima reperibilità. Mal che vada venite a trovarmi per un caffè.

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