Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

mercoledì 31 luglio 2013

Hekate e Dee Lunari.

 questa è la prima parte- Seguiranno : " Hekate: Simbologia e Poteri" ; "Hekate nel Veneto, come e dove onorarla".

La dea Hekate viene  rappresentata in moltissimi modi ed ha numerosi appellativi. Inizialmente era dipinta come  una fanciulla dal “peplo color croco” reggente due torce, accompagnata da cani rigorosamente neri, ed è in questo modo che amo raffigurarla.Essa è stata  associata, sia nell’antichità che in tempi più recenti, a diverse divinità Europee ed Italiche in relazione alla geografia ed alla comunanza archetipica delle simbologie.

Molti autori hanno associato Hekate con la Dea egizia della nascita dalla testa di rana, Hekat, soffermandosi solo alle apparenze come si è soliti fare soprattutto in certuni ambienti. Infatti non vi sono alcune associazioni etimologiche fra le due parole, una Indoeruropea e l’altra no. Tuttavia è anche notevole il fatto che entrambe le Dee venissero rappresentate come portatrici di coltelli (utensili di Hekat per recidere il cordone ombelicale)  ed entrambe avevano la funzione di aiutare uomini e Dei nei passaggi verso l’Aldilà.

La Bona Dea romana, vergine, venne identificata con Hekate dal tardo V secolo dal neoplatonico Macrobio nei Saturnalia, poiché essa era stata associata con le erbe medicamentose, o φαρμακεια, in quanto Numen salutifero e Dea della guarigione ed inoltre il serpente era il suo animale di culto, un’altra associazione lampante con Hekate. Il frammento di Macrobio recita: “Altri ancora ritengono che essa è Hekate dell’ Oltretomba”.

Brimo era una Dea della Tessalia che venne assimilata ad Hekate dal V sec. a.C. Evocata nelle terribili defixiones con  Hekate, Selene, Artemide e Cybele mentre  veniva invece associata con Demetra e Persefone nelle tavolette funebri Orfiche mostrando così la sua connessione fortissima con i Misteri Eleusini. Brimo infatti era una delle parole che l’iniziato, dopo la morte, doveva pronunziare per entrare nei  Campi Elisi.

Bendis era la Dea della Luna onorata in terra di Tracia, menzionata nella letteratura dal VI sec. a.C. da Ipponatte il quale nominò Bendis come la Dea della Tracia assieme a Cybele. Quest’associazione curiosa è riscontrabile anche nelle terre Venete, in quanto Hekate-Reitia- Cybele- Potnia Theròn erano archetipi diffusi  e sincretizzati. Cratino nel V sec. a.C. nella sua commedia “ Le donne di Tracia” descrisse in un frammento che Bendis era “portatrice di due torce”. Farnell nel suo libro “ I Culti nelle città-stato della Grecia” scrisse : “ Noi ritroviamo moltissimi punti in comune ed in modo assolutamente certo fra le due Dee Hekate e Bendis. L’epiteto Dilongchòs  (duplice) venne espresso da Esichilo nella descrizione della Dea che, come Hekate, deteneva il potere nella sfera della Natura e la torcia stessa era il simbolo di entrambe le Dee”.  Dal duplice volto femminile portatrici di torcia sono anche le rarissime statuette fittili ritrovate sepolte presso antichissimi crocicchi di epoca romana nella zona della centuriazione romana del Miranese e del Mirese (Veneto).

Ereschigal era la Dea Ctonia per il popolo babilonese che governava il mondo dei morti. Ereschigal si connette con Hekate sia nei Papiri Magici Greci che nelle defixiones. L’ovvia compatibilità delle due dee ctonie conduce ad un’inevitabile sincretizzare le due divinità per quanto riguarda gli aspetti archetipici, ad esempio sempre nei Papiri Magici Greci, ad  Ereschigal viene riferito l’epiteto di Aktiophis il quale ricorre per ben quattro volte accostato sia ad Hekate che a Selene.

Despoina ovvero “la Signora” era la figlia di Poseidone e Demetra, ingravidata mentre aveva le sembianze di una giumenta. Il nome Despoina veniva utilizzato riferito sia ad Hekate che ad Artemide, come indicano i frammenti sopravvissuti di Eschilo nei quali Hekate viene chiamata : “ Signora-Despoina, innanzi al portale delle Stanze Reali.” – Evidentemente questo titolo enfatizza il suo ruolo di
Propylaia.

Iside ed Hekate sono una coppia resa famosa da Apuleio nelle sue Metamorfosi nel tardo secondo secolo, dove Hekate viene presentata come una delle molte manifestazioni divine della stessa Iside (una sorta di matriarcato monoteistico ante litteram) . La combinazione di Hekate ed Iside è  solitamente ignorata dai più, tuttavia è la più frequente e ricorrente nelle monete egizie, nelle quali infatti Iside-Hekate è dipinta con tre volti, con le corna ed il disco solare, simile alla dea Hator ma non uguale. Inoltre è sempre rappresentata con il toro Apis alla sua sinistra e come ben si sa, Hekate era solitamente rappresentata avente il capo con corna di toro oltre ad avere anche altri attributi taurini. Altro punto iconografico e simbolico importantissimo è l’inclusione del Serpente Ureo nella sua mano sinistra. Anche altre immagini sia greche che romane mostrano Hekate con un serpente nella sua mano, alle volte è un cobra ed alle volte è proprio il Serpente Ureo.  Un’immagine bellissima e molto significativa mostra infatti un genius svolazzante che posa  una corona sul capo della Dea Iside-Hekate.  Questa “dea” veniva dipinta con molta frequenza anche nelle gemme le quali la mostravano nella sua triplice forma reggente dei serpenti, delle spade e le immancabili torce accese.  Una gemma similare è descritta  nella Newell Collection di Bonner nel suo classico lavoro “ Studies in magical amulets chiefly Greco-Egyptian”. Nel Papiro di Ossirinco  1380(databile all’incirca II sec. d.C.) è scritto che Iside “ Veniva chiamata Hekate in Caria” e che “ Artemide dalla tripla natura” indicava il fatto che si utilizzava il nome Artemide per indicare proprio Hekate, come spesso accadeva nel processo di sincretismo fra le due dee. Ma l’indizio che ci fa capire la completa sincretizzazione fra Hekate ed Iside lo si ritrova in un’iscrizione epigrafica di Kamiros, nell’isola di Rodi, la quale era stata dedicata ad Hekate e Serapide da un devoto scampato ad un gravissimo pericolo.

Physis , se fosse una Dea, dovrebbe essere menzionata in quanto rappresenta l’aspetto amoroso di Hekate, infatti negli Oracoli Caldaici è scritto che “ Una Physis sconfinata è sospesa dalle spalle della Dea Hekate”. La spiegazione è semplice, infatti Physis rappresenta sia la Luna in quanto satellite “astro lunare”  ed anche il mondo materiale che i Teurgici cercano di superare. Dunque essa non era malvagia benche venisse associata con dei daimones terrestri considerati ingannatori di uomini e Dei. I Teurgici erano avvisati, negli Oracoli Caldaici, di sfuggire a Physis “ Non invocare l’auto manifestarsi di Physis! Non guardare verso Physis! Der il suo nome è come il Fato! Nel tardo V sec. il sacerdote greco Synesius descrisse Physis come “la madre di tutti i demoni”, traducendo semplicemente ciò che negli oracoli Caldaici si diceva ovvero che “ Physis  ci persuade a credere che i demoni siano puri, e che i prodotti delle azioni malvagie siano propizi e buoni”.  Ovviamente è comprensibile con la corretta interpretazione!

 Artemide ed Hekate erano cugine poiché le loro rispettive madri Leto ed Asteria erano sorelle e condividevano i medesimi titoli ovvero Eileithia, Enodia, Phorphoros, Soteria. Eschilo nel V sec. a.C nelle “Supplici” scrisse infatti : “noi preghiamo affinchè Artemide-Hekate vegli  sul parto delle loro donne” come una sorta di Giunone Licinia romana e Reitia Veneta, dee protettrici delle partorienti. L’ambiguità fra le due Dee è data dalla tendenza nel ritrarre Artemide con una torcia in molte raffigurazioni di vasi, bronzi, sculture ed entrambe le Dee venivano raffigurate giovani (non vecchie bacucche come qualcuno si ostina ancora nel voler rappresentare Hekate) vergini, accompagnate da cani ed abbigliare alla stessa maniera. Pertanto moltissime immagini identificano Hekate con Artemide e viceversa. Le due Dee vennero rappresentate assieme e come due divinità distinte, nell’altare di Pergamo impegnate nella lotta contro i Giganti.  Plinio il Vecchio nella sua opera” Naturalis Historia” ci ricorda che nel peristilio del Tempio di Artemide ad Efeso vi era una statua di Hekate.  L’epiteto Kourotrophòs le venne dato da Esiodo nella Teogonia, inquadrandola come si è precedentemente accennato, in quanto  Dea protettrice della Nascita (nascita fisica e spirituale se  ben si vuol leggere fra le righe…) ed è un titolo che appunto condivide con altre Dee della Grecità, pertanto essa non è LA Dea della nascita ma UNA delle dee della nascita (meglio specificare poiché spesso nel moderno vivere “paganeggiante” il concetto grammaticale di partitivo è pressochè sconosciuto in virtù di un accumunare senza criterio).

Selene infine, Dea Luna e non dea lunare, descritta da Seneca in riferimento ad Hekate per la prima volta nel panorama letterario romano, dalle parole di Medea nel I sec. d.C. “ Io vedo la Dea Trivia veloce nel suo carro, ma non come quando, raggiante, con la faccia piena, vola nella  lunga notte”. Quando nel XII° secolo il poeta bizantino John Tzetzes indentificò Selene, Artemide ed Hekate come le tre forme o facce di Hekate in realtà egli stava perpetuando l’antica tradizione greca. Hekate-Selene era la prominente Dea  nei Papiri Magici Greci nella sua funzione di bilanciare il dio Apollo-Helios. Inoltre un ulteriore possibile, e speculativo,  riferimento ad Artemide come Dea Lunare è in Callimaco (III sec. a.C.) poeta greco che nel suo Inno ad Artemide,  con l’arco d’argento, potrebbe riferirsi infatti ad un simbolo lunare, ovvero la luna crescente. Dunque mentre l’associazione Artemide-Hekate risale senza dubbi al V sec. a.C., l’associazione con Selene è più tarda ovvero al I sec. d.C.

Bibliografia:
-Robert Graves: I Miti Greci;
- Sorita d’Este & David rankine : Hekate Liminal Rites;
-Sorita d’Este : Hekate Keys to the Crossroads;
-L.Percovich: Oscure madri splendenti;
-P.Favaro: Reitia, la Dea Veneta;
- D. Nipoti: Il grande libro delle Dee europee.
- Farnell :I Culti nelle città-stato della Grecia;
-Macrobio : Saturnalia;
-Seneca : Medea;
-Papiri Magici Greci;
-Oracoli Caldaici;
-Cratino: Le donne di Tracia;
- Eschilo: Tragedie- Frammenti;
-Apuleio: Metamorfosi;
-Proclo: Inno ad Ecate e Giano;
- Inno orfico ad Ecate; Selene; Notte;
- Papiro di Ossirinco 1380;
- Bonner : “ Studies in magical amulets chiefly Greco-Egyptian”;
- Plinio: Naturalis Historia;
- John Tzetzes: Poemi.


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Proverbi contadini veneti di agosto


A la Madona de agosto se rinfresca el mar el bosco.(15 Agosto)

De agosto cura la cusina, de settembre la cantina.

L'acqua del 24 agosto rovina oio e mosto.

Chi magna xa l'uva in agosto, no riva a ottobre a bevar el mosto. 

Col sol de agosto el graspo fa bon mosto.

Chi zapa la vigna de agosto, impinisse la caneva de mosto.

La piova de Sant’ Ana xe na mana. 

Se no i scota lujo e agosto, scarso e garbo sará el mosto

Quando il lujo xe molto caldo, bevi molto e tiente saldo


Boje agosto, gnente indosso, mujer mia nò te conosso. 


Costumi veneti



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lunedì 29 luglio 2013

Il Telesforo Femminile di Lova

Degli scavi e del Tempio di Lova (Venezia) ho avuto modo di parlare in altri articoli ovvero Santuario Venetico, suggestioni...santuari e divinità: Timavo e Lova, anche se non in modo approfondito in quanto essendo ancora poco esplorati non posso rivelare più di ciò che mi viene permesso.
Oggi vi presento un oggetto molto particolare ritrovato sia a Lova che ad Altino e del quale non sappiamo sostanzialmente nulla : Il TELESFORO.

Ritrovato ad Altino ed a Lova all'interno di un pozzo dotato di un puteale modanato in arenaria ed  anche in questo caso gli scavatori hanno collegato i due pozzi alle azioni liturgiche che si svolgevano nel santuario, lungo una direttrice funzionale forse valida anche per il pozzo in blocchi di trachite presente nel santuario di Reitia a Este e per quello recentemente scavato nel santuario dell’ex stadio comunale di Oderzo. Questa tipologia di ritrovamenti dimostra la diffusa presenza anche nei santuari del Venetorum angulus di pozzi connessi all’uso dell’acqua nelle pratiche liturgiche che vi si svolgevano, con peculiarità che al momento non possono essere meglio precisate.

Τελεσφόρος deriva dal greco τελε  "lontano", oppure  τελος "fine", "scopo"e  φερω dal verbo "portare" (come ogni buon classicista ricorda...) Il significato può quindi essere "colui che porta a buon fine" oppure "colui che porta a compimento",ma anche  "colui che porta lontano", ma è stato proposto anche "portatore di frutti" e  nella mitologia greca esso era una Divinità terzogenito del Dio della medicina Asclepio e si occupava di guidare i malati nel periodo della convalescenza.  Esso era spesso accompagnato dalla sorella, la Dea Igea e le sue rappresentazioni si trovano soprattutto nei pressi del Danubio ed in Anatolia. Aveva dei templi ad Epidauro, Smirne ed a Pergamo. Il suo culto ebbe inizio a partire dal I secolo d. C.
Tuttavia questa statuetta è stata ritrovata al tempio venetico-romano distrutto nel II secolo d.C nei pressi di Lova, in Veneto orientale, bagnato dalle acque del fiume Brenta e lambito dalla laguna adriatica ed   è molto particolare perchè rappresenta tratti femminili tuttavia è effigiata esattamente con tutte le caratteristiche che rappresentano il convalescente e Telesforo stesso,cosa attestata dal suo vestiario consistente in un mantello con cappuccio indossato che veniva indossato proprio dagli ammalati. Si possono fare miriadi di ipotesi fra le quali la più ovvia, ovvero che rappresentasse la Dea Reitia Sainate con caratteristiche tipiche della sua iconografia (alta acconciatura) accostata alla maniera di Telesforo, e pertanto una Dea che "porta a buon fine la guarigione".
E' veramente curioso confrontare il fatto che le due divinità che facevano parte dei Numen Salutiferi siano stati associati in modo così simile ed intrinseco in varie parti dell'Europa ma non deve stupirci proprio il fatto che esse siano derivate dal medesimo sostrato culturale anatolico oppure siano il frutto di un fortissimo contatto comprovato fra i Veneti ed il mondo greco.
Questa invece è una tavoletta votiva in marmo in cui sono rappresentati Esculapio, Igea e Telesforo, risalente al II-III secolo d. C. Museo Regionale di Storia Jordan Ivanov di Kyustendil, Bulgaria.

Come vedete Telesforo è rappresentato in maniera molto simile a quello Veneto.

C'è da dire che  le indagini a Lova non permettono di mettere puntualmente a frutto i confronti sopra presentati.I dati archeologici a disposizione non permettono di mettere meglio a fuoco l’immagine che il complesso di Lova dovette avere nel corso della sua vita, tra il II secolo a.C. e il I secolo d.C. In ogni caso, appare interessante inquadrare il contesto di monumentalizzazione nel quale si inserì lo sviluppo del
santuario. Tralasciando il caso di Altino,  i dati archeologici sembrano collocare tra il II secolo a.C. e l’età augustea il processo di rinnovamento dei luoghi di culto del Veneto, quindi la statuetta dovrebbe risalire a quel periodo ovvero 500 anni prima della tavoletta votiva Bulgara.

Elena.



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Il Rituale dell' Evocatio: una prova epigrafica dell'interpretatio romana.

L’iscrizione di Isaura Vetus

Oggi vi presento una testimonianza interessantissima che riguarda l'antico rituale dell'Evocatio ritrovato in un'iscrizione di Isaura Vetus. Di questa particolare epigrafe se ne è occupato il dott. Giorgio Ferri in un suo interessantissimo articolo.
Non riguarda strettamente le tematiche "veneto centriche" del mio blog, ma poichè la mia specializzazione universitaria è precisamente paleografica ed epigrafica non potevo fare a meno di presentare questa chicca archeologica che ci regala uno spaccato di ritualità romana in un contesto anatolico, tanto caro ai progenitori veneti.

Nel settembre del 1970 Alain Hall ha scoperto a NO di Bozkir, nell’attuale Turchia centro-meridionale, un’iscrizione su un blocco di granito relativa alla conquista della città di Isaura Vetus da parte di P. Servilius Vatia ( in foto) Siamo ben informati circa il cursus honorum del personaggio: console nel 79 a.C., l’anno seguente fu nominato proconsole di Cilicia con il compito di contrastare i pirati che, a seguito del vuoto di potere creatosi con la sconfitta di Antioco, avevano potuto ricominciare le loro funeste attività senza impedimenti. In questo compito egli riportò notevoli successi, occupando le coste della Licia e della Panfilia, avanzando poi attraverso il Tauro (primo tra i Romani) e sottomettendo definitivamente gli Isauri nel 752.

Il testo dell’iscrizione recita:

Serveilius C(ai) f(ilius) imperator,
hostibus victeis, Isaura Vetere
capta, captiveis venum dateis,
sei deus seive deast, quoius in
5 tutela oppidum vetus Isaura
fuit vac. votum solvit.

Questa scoperta ha una grandissima importanza ai fini dello studio dell’evocatio. Sebbene s’imponga una certa prudenza – lo stesso Hall parla di un rito ad essa «simile» –, non vi sono serie ragion iper dubitare che di fronte alla città anatolica sia stato praticato questo particolare rituale: ma in cosa consisteva esattamente?
Con l’evocatio si mirava a privare la città nemica della sua divinità tutelare.
Ottenuto il beneplacito del dio, comunicato per mezzo degli exta  si procedeva all’ultimo assalto delle mura. Dopo l’espugnazione era possibile una consecratio della città e aveva luogo il trasferimento della
statua cultuale a Roma, dove veniva dedicato un tempio alla divinità e/o veniva istituito un culto in suo onore. L’evocatio è da riferire specificatamente agli episodi bellici, precisamente agli assedi, mentre in tempo di pace i peregrina sacra erano assunti ob quasdam religiones, cioè per determinate ragioni d’ordine religioso: entrambi venivano praticati a Roma allo stesso modo che nel paese dal quale provenivano. La motivazione alla base del rito era costituita dalla convinzione che, senza il previo abbandono della divinità protettrice, una conquista della città non sarebbe stata possibile o comunque per non commettere un sacrilegio. I casi in cui è documentata la pratica del rito non sono molto numerosi e si riferiscono al trasferimento a Roma di divinità di città particolarmente importanti: certi sono quelli di Iuno Regina di Veio e di Iuno Caelestis di Cartagine; verosimili quelli di Iuno Cur(r)itis da Falerii e di Voltumna da Volsinii.

Nel testo dell’iscrizione sono presenti tutte le caratteristiche proprie del rito, ovvero:
1) Vi è la consueta formula cautelare sive deus sive dea.
 Così come nel carmen evocationis tramandatoci da Macrobio ci si rivolge alla divinità locale sostituendo al teonimo tale formula, qui resa con grafia “arcaizzante”, sei deus seive deast: con essa il romano si cautelava da possibili imprecisioni o errori, anche involontari, circa l’essenza o il nome dell’essere divino invocato.
2) Il destinatario è chiaramente la divinità tutelare dell’oppidum.
Nonostante quest’ultimo termine sia molto meno frequente di urbs in riferimento all’evocatio, pure esso compare in una fonte importante come Verrio Flacco, tramandato da Plinio.
3) Vi è stato un votum, e si specifica che esso è stato sciolto.
Non ne compare tuttavia l’oggetto, anche se dalle altre testimonianze si può ipotizzare che ci si riferisca a dei giochi, a un culto o a un tempio: in quest’ultimo caso, visto il lasso di tempo che intercorreva solitamente tra voto e dedica – o comunque necessario all’edificazione dell’edificio sacro – la datazione dell’iscrizione potrebbe essere abbassata di uno o più anni.
4) Gli abitanti sono stati venduti come schiavi.
 In teoria è ipotizzabile anche una devotio hostium cioè la distruzione della città e di tutto ciò che in essa era contenuto, con la conseguente consacrazione alle divinità infere. Nei casi di evocatio conosciuti o verosimili, gli abitanti della città conquistata e/o distrutta (o per meglio dire i superstiti, visto che il rito presuppone delle ostilità e una resistenza armata) risultano o deportati in un nuovo sito o appunto venduti come schiavi. Inoltre P. Servilio Vatia aveva tutte le carte in regola per votare sacralmente una città, in quanto detentore dell’imperium, secondo la già citata affermazione di Macrobio:
Urbes vero exercitusque sic devoventur iam numinibus evocatis, sed dictatores imperatoresque soli possunt devovere…
5) Il testo purtroppo non dice nulla sulle caratteristiche dell’evocatio,
ma la sua importanza non viene sminuita dato che costituisce la prima testimonianza epigrafica del rito, diretta e ben datata; inoltre conferma sostanzialmente l’attendibilità del carmen trasmessoci da Macrobio, la cui antichità non può perciò più essere messa in dubbio.

 Così come negli altri casi sopra accennati, anche la presa dell’oppidum di Isaura Vetus fu allo stesso modo laboriosa e decisiva. Mentre infatti le fonti non si soffermano sui particolari delle conquiste precedenti (tra cui le città licie Phaselis e Olympus e la cilicia Corycus), Isaura Vetus richiese invece notevoli sforzi, anche perché si dovette deviare un fiume o isolare la città dalle sue risorse idriche.
Fu proprio questa impresa, che mise fine alla guerra, ad essere considerata dai contemporanei come la più notevole tra quelle compiute da Servilio, e tale da valergli il trionfo a Roma e il cognomen ex virtute
di Isauricus, che sarebbe passato poi al figlio. P. Servilio Vatia, inoltre, figlio e nipote di auguri (C. Servilio e Q. Cecilio Metello Macedonico) era anche un pontefice di lunga esperienza nell’ambito del collegio, visto che all’epoca della campagna in Asia Minore ne faceva parte già da più di venti anni. Nel 63 si candidò anche alla carica di pontefice massimo. Nulla vieta pertanto di pensare che proprio il generale, in qualità di pontifex, abbia pronunciato il carmen evocationis di fronte alla città assediata: tale
testo sacro era certamente custodito proprio nei libri pontificales ed era pronunciato dai sacerdoti.
La divinità «fuit» quella sotto la cui tutela si trovava la città: proprio il perfetto potrebbe far pensare che la statua fosse stata trasportata a Roma, dove il dio / la dea avrebbe perso le sue prerogative di divinità poliade, come era successo d’altronde a tutte le altre divinità evocate, per ricevere un culto ed entrare a far parte del pantheon romano. Diversamente o, pur rimanendo sul luogo, essa perse questa funzione, oppure altre divinità romane l’affiancarono nello stesso sito. Non è da escludere quindi che la divinità abbia ricevuto un tempio in situ: Beard, North e Price parlano in proposito di un «rilassamento» dei tradizionali obblighi religiosi del rituale e di un’evoluzione dei concetti di «romanità» e «romano», per cui se precedentemente offrire una dimora romana alla divinità evocata significava consacrarla nella città di Roma, alla fine della Repubblica, in piena espansione imperialistica e con il conseguente cambiamento e ampliamento di prospettive, il territorio provinciale poteva essere considerato abbastanza romano da valere per l’Urbe stessa. La collocazione su un edificio, presumibilmente il tempio, sarebbe desumibile dalle caratteristiche stesse dell’epigrafe: la lavorazione della parte posteriore del blocco, lasciata grezza, che suggerisce già di per sé l’inserimento in una costruzione di dimensioni non trascurabili (il blocco stesso è largo più di un metro, alto più di mezzo e spesso 30 cm), il fatto che le lettere della prima linea siano alte 6 cm (più di 1 cm rispetto alle successive, anche per dar risalto al nome dell’imperator), ma soprattutto che l’ultima linea sia scolpita a una certa distanza dal bordo inferiore dell’epigrafe, hanno portato Le Gall ad ipotizzare che essa fosse destinata ad essere vista dal basso verso l’alto. Non è tuttavia corretto desumere da ciò che le divinità evocate ricevessero sempre il culto loro promesso sul posto. L’evocatio d’altronde aveva sicuramente subito dei cambiamenti rispetto alle caratteristiche desumibili da Livio e da Macrobio. Non mi sembra pertanto da condividere l’osservazione di G. Gustaffson che, a proposito della posizione di Beard, North e Price, puntualizza che di «rilassamento» dei tradizionali obblighi del rituale si potrebbe parlare se veramente conoscessimo questi ultimi, visto che le fonti risalgono a qualche secolo dopo; di più, l’importazione del dio a Roma non sarebbe una caratteristica «fissa», il minimo comun denominatore dell’evocatio essendo solo la conquista. L’ultima considerazione è di per sé condivisibile e riflette la distinzione fatta da Festo sui motivi che portarono all’importazione di nuovi culti a Roma, ma le altre lo sono assai meno.
Anzitutto, se l’opera di ricostruzione della religione romana dovesse basarsi su documenti contemporanei agli eventi, qualunque studioso del settore dovrebbe pensare a cercarsi un altro lavoro, oppure basarsi solo sulle epigrafi o sui documenti tipicamente conservativi come il feriale arcaico, per ignorare il resto. Nel nostro caso, cioè, le modalità in cui veniva sciolto il votum pronunciato all’atto di evocare la divinità tutelare, dovremmo non considerare che Livio e Macrobio, a quattro secoli di distanza, sono concordi nell’affermare che l’essere divino avrebbe ricevuto un tempio a Roma, in due casi anch’essi distanti più di due secoli (espugnazioni di Veio e Cartagine). La conferma alle parole del primo è fissata nel calendario, mentre il carmen evocationis che il secondo riporta per intero chiede
alle divinità di accettare di trasferirsi a Roma, dove riceverà un tempio e dei giochi.
È ovvio che tutto ciò non ci consente di ricostruire un modello ben definito del rito, ma possiamo almeno tener presente le caratteristiche ricorrenti che, fino a prova contraria, costituiranno la base
delle nostre speculazioni: a partire da esse si può dire che, se il tempio alla divinità di Isaura Vetus venne dedicato sul posto, siamo di fronte ad un mutamento almeno di un elemento – importante – del
rituale. I riti non erano d’altronde affatto immuni dai cambiamenti, spesso anche per ragioni d’ordine meramente pratico: un esempio pregnante è la dichiarazione di guerra affidata ai feziali, originariamente
da compiersi sul confine del popolo contro cui si sarebbero aperte le ostilità, poi, con l’ampliarsi dei confini, presso il lembo di terra prospiciente il Tempio di Bellona, all’uopo tramutato in ager peregrinus facendolo acquistare da un soldato straniero. Voler ignorare tali conclusioni, per quanto provvisorie, porterebbe a generalizzare troppo, come fa A. Blomart, che estende di fatto la definizione di evocatio a qualunque spostamento di culti, anche quelli patrii.
Dei cambiamenti d’altronde dovevano esserci stati: dopo la conquista dell’Italia e la seconda guerra punica, con l’importazione di decine di divinità, il pantheon romano doveva essere diventato così funzionale e geograficamente differenziato che da un parte era possibile un’interpretatio Romana della massima ampiezza, dall’altra che le divinità delle regioni più lontane (in senso geografico, ma soprattutto
culturale) fossero considerate a tal punto «barbariche» da non essere integrabili; ciò poteva essere una proiezione della chiusura all’ammissione di nuovi cittadini nello stesso periodo, proiettando la realtà
sociale anche sul piano simbolico. Secondo il Rüpke il rito si era ormai ridotto ad un semplice votum.
Un particolare finora stranamente non notato è il fatto che la formula cautelare sive deus sive dea, comprensibilmente impiegata nel carmen evocationis per rivolgersi con la dovuta circospezione alla divinità tutelare poco prima dell’ordine di attacco, sia mantenuta anche nell’iscrizione. Quando essa viene collocata, infatti, il voto, qualunque esso fosse, è stato sciolto. A questo punto sarà stata insediata
una guarnigione o comunque si sarà proceduto ad assicurarsi in qualche modo il controllo dell’oppidum, e di conseguenza si sarà provveduto anche ad entrare in rapporto con le élites locali; queste avrebbero potuto comunicare senz’altro, se prima non erano noti, tutti i dati relativi alla loro divinità maggiore, nome in primis. Che anche in questa fase successiva si mantenga quindi la tipica prudenza
romana nel rapporto con il divino, tanto da fissarla su un’iscrizione visibile a tutti, è un fatto notevole: forse i Romani temevano un “colpo di coda” religioso da parte degli autoctoni, cioè un turbamento della pax deorum conseguente a un’errata comunicazione del nome divino, fatto tanto più esiziale se l’essere divino era stato già trasferito a Roma, ma non meno dannoso se esso aveva continuato a dimorare nella sua città. Altrimenti è possibile pensare che, pur sciolto il voto, i pontefici, i soli competenti in materia di dèi evocati e responsabili dell’accoglimento e dell’adattamento dei culti stranieri al diritto sacro, ancora non si fossero pronunciati sul caso relativo ad Isaura, forse anche per la mole di lavoro che Servilio, e non solo lui, stava dando loro in quel momento!
 Non si dimentichi che Livio o la sua fonte nel racconto della conquista di Veio non avevano avuto
problemi a sostituire alla formula che manteneva indefinito il nome divino, il nome proprio della divinità evocata, Iuno Regina, segno evidentemente che il processo d’integrazione della dea nel pantheon romano era ormai completo e ben documentato. Oppure, infine, è anche assai probabile che nell’epigrafe si sia riportata fedelmente una parte del formulario giuridico dell’evocatio, come accadeva spesso, ad esempio per gli statuti municipali.
Con questa attestazione di evocatio viene a cadere la certezza del Wissowa, seguito dal Basanoff e altri, per cui tale rito era riservato alle divinità poliadi delle città fondate Etrusco ritu, le sole degne di
essere qualificate come urbes: Isaura Vetus è un oppidum dell’Asia Minore. L’iscrizione di Isaura Vetus fissa per il momento al 75 a.C. circa il terminus ante quem delle attestazioni del rito.

Per altre supposte evocationes successive, cfr. FERRI, L’evocatio romana…, cit., pp. 243-244.

 NOTE:
-PLIN., nat. XXVIII 18: Verrius Flaccus auctores ponit quibus credatur in obpugnationibus
ante omnia solitum a Romanis sacerdotibus evocari deum cuius in tutela id oppidum
esset promittique illi eundem aut ampliorem apud Romanos cultum. Et durat in pontificum
disciplina id sacrum, constatque ideo occultatum in cuius dei tutela Roma esset, ne
qui hostium simili modo agerent. Cfr. FERRI, L’evocatio romana…, cit., pp. 207-211.
- PAUL. FEST. 268 L: Peregrina sacra appellantur quae aut evocatis dis in oppugnandis
urbibus Romam sunt conlata, aut quae ob quasdam religiones per pacem sunt petita,
ut ex Phrygia Matris Magnae, ex Graecia Cereris, Epidauro Aesculapi: quae coluntur
eorum more, a quibus sunt accepta. Cfr. VAN DOREN, Peregrina sacra…, cit.; FERRI,
L’evocatio romana…, cit., pp. 207-211, 236-238.
- SERV., Aen. II 351: EXCESSERE quia ante expugnationem evocabantur ab hostibus
numina propter vitanda sacrilegia.
- LIV. V 21, 1-3; V 22, 3-7; VAL. MAX. I 8, 3; PLUT., Cam. VI, 1-2; sui particolari
cfr. BASANOFF, Evocatio…, cit., pp. 43-44; RÜPKE, Domi militiae…, cit., p.
163; FERRI, L’evocatio romana…, cit., pp. 224-225.
- MACR., Sat. III 9, 1-9; SERV., Aen. XII 841: sed constat bello Punico secundo exoratam
Iunonem, tertio vero bello a Scipione sacris quibusdam etiam Romam esse translatam.
-Macrobio (MACR., Sat. III 9, 6) asserisce di aver rinvenuto la formula del
carmen evocationis in un’opera di Sammonico Sereno, che avrebbe a sua volta attinto
da un certo Furio, verosimilmente Lucio Furio Filo, amico di Scipione Emiliano,
il distruttore di Cartagine: cfr. BASANOFF, Evocatio…, cit., p. 4; GUITTARD,
Auctoritas extorum…, cit., p. 62; sulla cronologia, cfr. PEPPE, La nozione di
populus…, cit., passim.
-Sull’ubicazione delle due città di Isaura Vetus e Nova, cfr., con posizioni
opposte, ORMEROD, The Campaigns..., cit., pp. 44-47 e HALL, New light…, cit., p.
570. L’incertezza influisce poco sulla questione trattata, visto che entrambe le città
vennero prese per sete.



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RESTI UMANI COME OGGETTI DEL SACRO NEL VENETO PREROMANO di Elisa Perego

Cari amici, oggi voglio proporvi un bellissimo abstract tratto dal lavoro esemplare di Elisa Perego, una ricercatrice storico-archeologica della University College Of London.

OSSERVAZIONI PRELIMINARI
Il Sacro nelle necropoli venete: l’età del Ferro
L’evidenza archeologica riguardante il rituale funerario nel Veneto preromano (950-50 a.C.) è ormai ricchissima 1. A parte la probabile connotazione religiosa e sacrale del rito funebre per sé, che forse implicava l’ascesa del defunto a un regno oltremondano, vi è evidenza se2. In primis, tali manifestazioni del rito potevano riferirsi a pratiche cultuali volte alla pacificazione dei defunti e delle divinità infere. La presenza presso le tombe di offerte probabilmente legate a cerimonie di commemorazione è attestata a Padova e forse ad Altino3. La deposizione in necropoli di cavalli, animali legati al mondo ctonio4, è ben documentata a Oppeano, Gazzo Veronese, Este, Altino, Oderzo e Padova5. In questa casistica possono inoltre inserirsi le deposizioni di resti di canidi a Este Ricovero e Padova Via S. Eufemia6: in antichità il cane era infatti connesso al culto delle divinità infere e aveva un significato protettivo come guardiano della soglia tra la vita e la morte7. Sempre più consistente dell’adozione di rituali che andavano al di là della semplice sepoltura.
Altri rituali paiono volti più direttamente all’attivazione sacrale di aree significative dello spazio necropolare, come i tumuli entro cui erano poste le sepolture, specialmente quelle più eminenti, o i confini della necropoli stessa. In tale chiave si può forse leggere la sepoltura di cavallo rinvenuta presso il tumulo AAI, venuto alla luce durante i recenti scavi alla Casa di Ricovero di Este8. Sepolture di cavalli in associazione a tombe o strutture tumuliformi eminenti sono documentate anche a Padova9. Coppe su stelo intenzionalmente spezzate e resti animali sono stati rinvenuti nella fossa di fondazione della tomba centrale del tumulo collettivo XYZ, a Este Ricovero (550-500 a.C.); essendo l’erezione della sepoltura contemporanea al primo impianto del tumulo stesso, il rito di fondazione doveva aver solennizzato entrambi gli eventi10. Ossa animali e ceramica frammentata sono venute alla luce in associazione anche a una stele forse posta sul confine di una necropoli a Este11.

Resti umani non cremati come oggetti del sacro     12
Posto che durante l’età del Ferro nelle aree cimiteriali venete si praticavano rituali dalla valenza complessa, non sempre direttamente connessi alla sepoltura, è significativa la presenza in necropoli di inumazioni non corrispondenti ai canoni normativi di questo rito funerario nel Veneto preromano13, un rito che per la sua rarità rappresenta di per sé una parziale anomalia nel contesto in esame. Nel caso delle deposizioni considerate, manifestazioni di scarsa cura e persino violenza nei confronti del corpo sono comuni; tra queste si segnalano la decapitazione, l’asportazione degli arti, la deposizione affrettata, la giacitura prona, la cremazione parziale e forse la scarnificazione. Il corredo funerario è assente, sebbene sia ben attestata l’associazione con potenziali resti di sacrificio e/o pasto rituale, tra cui ceramica intenzionalmente frammentata, carboni, ossame animale frantumato e carcasse animali intere o incomplete. Inoltre, tali deposizioni possono essere collocate entro fosse dalla struttura anomala, spesso in aree marginali dello spazio sepolcrale o in aree peri-funerarie deputate allo svolgimento di riti complessi che precedono l’impianto della necropoli vera e propria. Queste evidenze, e in particolare l’adozione di trattamenti simili per gli esseri umani e gli animali vittime di sacrificio, inducono a ipotizzare che i resti umani, spersonalizzati e de-umanizzati, potessero essere trattati alla stregua di vittime sacrificali e offerti alla divinità come sacrificio14.
Il ritrovamento più eclatante è senz’altro quello relativo all’area rituale di Padova S. Eufemia, dove tra l’VIII e il VII sec. a.C. sono documentate complesse sequenze di atti cerimoniali che prevedevano l’accensione di fuochi, il consumo di carni e bevande, la frantumazione intenzionale di vasellame ceramico e il sacrificio di cani, cavalli e, forse, essere umani15. Complessivamente il sito ha restituito una dozzina di inumazioni di individui adulti e anziani di entrambi i sessi, spesso deposti in posture anomale e sempre privi di corredo. Tra queste si distinguono la deposizione di un uomo di età senile, privo delle gambe, e quella di un giovane, il cui corpo, incompleto e solo parzialmente in connessione anatomica, poteva essere stato oggetto di pratiche di manipolazione ed esposizione. Nella stessa area venne poi eretto un tumulo funerario, attivo tra il VI e il V sec. a. C., in relazione al quale sono stati rinvenuti i resti smembrati di un cane, una buca contenente gli arti inferiori di un bambino e lo scheletro di un infante mutilato con le gambe troncate al di sotto delle ginocchia e la testa deposta dove avrebbero dovuto essere i piedi16. La presenza di corpi umani mutilati è documentata a Padova anche nella necropoli di Via Umberto I; in particolare, si distingue il rinvenimento di un tronco umano parzialmente combusto in una fossa circolare piena di carboni17.
L’associazione tra resti equini e resti umani ricorre anche nella cd. ‘Necropoli dei Cavalli’ di Este Via Prà 10, datata alla seconda età del Ferro e collocata in un’area marginale e forse di confine del nucleo funerario meridionale del centro veneto18. Complessivamente, il sito ha restituito 34sepolture equine, i resti di un maiale e uno scheletro umano incompleto19. I cavalli, quasi tutti stesi su un fianco con le zampe distese davanti al corpo, erano disposti entro quattro gruppi circolari di sepolture. Solo uno tra i cavalli era dotato di corredo – una coppa capovolta forse a simboleggiare un rito di libagione o anche di offerta volta ad attribuire caratteri ‘umani’ all’animale. Lo scheletro umano era collocato ai margini del circolo sepolcrale più interno e più ricco di sepolture.
Sepolture bisome di esseri umani e cavalli sono documentate a Este e Padova (Piovego e Via Tiepolo/Via S. Massimo)20. Nel caso della deposizione del Piovego il cavallo presenta segni di morte violenta, mentre il corpo di un giovane venne accuratamente deposto sulla schiena dell’animale. Il Leonardi interpreta entrambe le deposizioni come un sacrificio in onore del defunto cremato la cui ricca sepoltura è stata rinvenuta presso l’inumazione congiunta21. Un rituale di sacrificio è adombrato anche dalla doppia deposizione di Via Tiepolo/Via S. Massimo, in cui lo scheletro umano è stato rinvenuto quasi schiacciato dal corpo dell’animale22. Una zampa di cavallo era associata, forse intenzionalmente, anche alla giovane donna sepolta prona nella necropoli della Colombara di Gazzo Veronese, tomba 6123. Anche in questo caso il contesto denota una scarsa attenzione per il defunto, deposto scompostamente e col viso premuto a terra in una fossa insolitamente ampia e profonda.
L’uso di resti umani non cremati come reliquie, agenti protettivi o potenti offerte sacrali sembra suffragato anche da evidenze non cimiteriali24. La deposizione di Oppeano La Montara – in un’area marginale del sito preromano forse adibita alla lavorazione della ceramica – sembra suggerire pratiche sacrificali simili a quelle precedentemente descritte. Il corpo del defunto, prono e disarticolato in modo tale che gli arti inferiori risultassero disposti orizzontalmente sulla schiena con i piedi volti verso la nuca, era deposto presso buche contenenti resti ossei bovini, nonché due scheletri di cane completi e due crani canini privi della mascella25. Sempre a Oppeano è documentata la presenza di un frammento di teca cranica umana entro una buca di palo, forse a documentare un rituale di fondazione26. Non è da escludere che a usi rituali vadano connesse anche le numerose attestazioni di ossa craniche e femorali rinvenute entro presunte fosse di scarico in numerosi siti veneti e friulani, e per lo più databili tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro27. L’uso di deporre offerte presso o al di sotto di strutture, sia sacre che profane, era d’altronde comune nel Veneto preromano: tra queste si possono ricordare le numerose ‘stipi domestiche’ patavine e i materiali con probabile valenza sacra o apotropaica deposti entro i confini di diversi santuari veneti28.
Possono forse rientrare in questa casistica anche le inumazioni di infanti al di sotto del pavimento o nei pressi di abitazioni, una pratica attestata in numerosi centri veneti soprattutto nella seconda età del Ferro e durante la fase di romanizzazione29. Sebbene non si possa escludere che la mancata inclusione di individui infantili nello spazio necropolare vada ricondotta allo status di ‘persone incomplete’ attribuito ai bambini presso molte società antiche e moderne30, altri dati portano a ipotizzare che a tali deposizioni potesse venire attribuito, almeno in alcune circostanze, un valore magico/religioso31. La deposizione di infanti in relazione a strutture significative degli edifici, come la soglia o il focolare32, sembra adombrare una possibile valenza apotropaica per queste sepolture. Nel caso dell’edificio rinvenuto in Via S. Pietro 143 a Padova, la deposizione infantile era collocata esattamente al di sotto del punto in cui precedentemente era stato interrato un vaso a scopo rituale; si data inoltre a una fase di cambiamento d’uso dell’area, il che potrebbe ben giustificarne un’interpretazione come rituale di fondazione33. A Oderzo è anche documentata la presenza di cinque feti o neonati presso i livelli di fondazione delle mura urbiche, non lontano da una delle porte; due sepolture di cane sono state rinvenute nei pressi, una entro il perimetro murario e la seconda all’esterno34.


Sacralità e potere nel Veneto preromano
L’evidenza discussa finora solleva importanti interrogativi circa lo status e il ruolo sociale degli individui oggetto delle pratiche rituali sopra descritte. La brutalità dei trattamenti di cui appaiono vittime ne evidenzia infatti una condizione di drammatica marginalità, che poteva forse spingersi fino a una loro simbolica esclusione dal genere umano35.
L’immagine di una società fortemente gerarchizzata, d’altronde, emerge chiaramente da un’analisi complessiva delle evidenze funerarie. Non vi è dubbio che nel corso dell’età del Ferro le necropoli dei centri veneti maggiori rappresentassero aree altamente formalizzate in cui la disposizione delle sepolture nello spazio, la diversa composizione dei corredi e la complessità del cerimoniale venivano a esprimere l'autorità di chi controllava gli spazi funerari e stabiliva i criteri che garantivano l’accesso a una sepoltura formale36. Il rito funebre e le pratiche cultuali a esso correlate, quindi, risultavano contigui e coerenti a un processo di appropriazione ed esibizione del potere da parte dei ceti dominanti, fossero essi élites aristocratiche o gruppi allargati di potere nell’ambito urbano/para-urbano37. Se l’impostazione presentata in questo contributo è corretta, tali pratiche potevano risolversi in forme di appropriazione e abuso del corpo umano che pare ridursi a mero strumento per procacciarsi il favore della divinità e/o per esaltare lo status dell’autore/beneficiario del sacrificio.
Una più puntuale datazione dei contesti in esame, spesso solo parzialmente editi, potrebbe svelare l’esistenza di eventuali correlazioni tra le pratiche rituali considerate in questo contributo e i mutamenti tumultuosi che presero corpo in seno alla società veneta nel corso del primo millennio a.C. Il caso del sito rituale di Padova Via S. Eufemia sembra emblematico in questo senso: creato in un’area liminale tra città e necropoli nel corso dell’VIII sec. a.C., assunse connotazioni più grandiose’ nel corso del VII a.C.38, in un momento contemporaneo o appena precedente a quelle trasformazioni sociali che sembrano aver portato alla riorganizzazione in senso urbano o para-urbano dei centri veneti più importanti39.

ELISA PEREGO
University College London
elisaperego78@yahoo.it


NOTE:
1 Per es. CAPUIS 1993; BIANCHIN CITTON, GAMBACURTA, RUTA SERAFINI 1998.
2 MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005, p. 131.
3 BONOMI 2003, p. 237; MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005, p. 131.
4 DURAND 2009, pp. 80-82. Naturalmente il ruolo del cavallo nella sfera funeraria non si esauriva al solo valore ctonio: GAMBARI, TECCHIATI 2004.
5 FACCIOLO, TAGLIACOZZO 2006, pp. 149-150; GAMBACURTA ET AL. 2005, p. 18; LEONARDI 2004; RUTA SERAFINI, TUZZATO 2004, p. 91; TOMBOLANI 1985, p. 57.
6 MICHELINI 2005, p. 158; TAGLIACOZZO 1998.
7 DURAND 2009, pp. 94-95; GAMBARI, TECCHIATI 2004, pp. 232, 236; GRASLUND 2002.
8 BALISTA, RUTA SERAFINI 1998, p. 24.
9 GAMBACURTA ET AL. 2005, p. 18; LEONARDI 2004.
10 GAMBACURTA ET AL. 2005, pp. 16-17.
11 BALISTA, RUTA SERAFINI 2008, pp. 97-98.
12 Non discuto in questo intervento l’importante problematica del valore rituale dei resti umani combusti, un tema che si salda a quello del possibile significato religioso/sacrale del rito crematorio. Basti ricordare che in Veneto i resti cremati erano oggetto di rituali complessi, come la commistione delle ossa appartenenti a due o più individui in un unico ossuario e la loro possibile redistribuzione tra diverse urne di una stessa tomba (per es. BONDINI 2005; CHIECO BIANCHI, CALZAVARA CAPUIS 2006; PEREGO 2011).
13 Inumazioni per così dire regolari implicavano la deposizione del corpo intero, in connessione anatomica, talvolta avvolto da un sudario e accompagnato da vasellame e ornamenti (in genere più poveri di quelli riservati alle cremazioni). La giacitura era supina, con gli arti inferiori estesi e quelli superiori posti lungo i fianchi o ripiegati sul corpo (inumazioni rannicchiate o prone sono comunque attestate). La collocazione nello spazio cimiteriale era generalmente – ma non necessariamente – marginale in relazione alle cremazioni.
14 L’ipotesi che il sacrificio umano fosse praticato dai Veneti antichi risale al Prosdocimi (PROSDOCIMI 1882, p. 16) e ha acquisito nuova consistenza a seguito dei più recenti scavi patavini (GAMBA, TUZZATO 2008, p. 64; LEONARDI 2004; MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005, p. 133). In attesa della pubblicazione completa dei contesti e delle analisi osteologiche, si può notare che l’analisi dei dati finora disponibili suggerisce quantomeno un uso dei resti umani come offerte (anche qualora venissero ‘utilizzati’ individui deceduti naturalmente). Non è da escludere che alcuni rituali di sacrificio con possibili vittime umane fossero offerti in onore di defunti cremati di rango superiore. Il Prosdocimi annota infatti di aver rinvenuto a Este Morlungo ‘‘uno scheletro posto boccone, sul cui dorso eravi collocato un grande vaso-tomba […]. La posizione dello scheletro rispetto al vaso, quasi potrebbe far credere trattarsi di un sacrificio umano, fatto in onore della persona collocata nell’ossuario del gran vaso-tomba.'’ (PROSDOCIMI 1882, p. 16); cfr. inoltre LEONARDI 2004.
15 FACCIOLO, TAGLIACOZZO 2006; MICHELINI 2005, pp. 157-158; MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005, p. 133.
16 MICHELINI 2005, p. 158. Il tumulo ha inoltre restituito una trentina di sepolture a cremazione e alcune inumazioni.
17 Tomba 306 (GAMBA, TUZZATO 2008, p. 66). Una donna prona, il corpo associato a frammenti di legno bruciato, il braccio sinistro incompleto, è stata rinvenuta anche nella necropoli patavina di Via Tiepolo (RUTA SERAFINI 1990, tomba 24). Sebbene non sia chiaro se l’incompletezza del braccio sia intenzionale, è notevole che la donna fosse stata deposta in una fossa particolarmente profonda e stretta, al di sotto di una tomba a cremazione (ZAMBONI, ZANONI 2010, p. 153).
18 BALISTA, RUTA SERAFINI 2008, pp. 93-96. La presenza di inumazioni nella stessa area adibita alla deposizione di molteplici scheletri equini si registra anche ad Altino Le Brustolade (TOMBOLANI 1985, pp. 59-60). Nelle tavole provviste da Tombolani, molte deposizioni umane appaiono incomplete, probabilmente a causa di processi post-deposizionali successivi. Almeno una appare in una postura non consueta, con le gambe aperte. La presenza di un corredo di buon livello in almeno una delle tombe indizierebbe la presenza di sepolture umane formali, seppure in un’area destinata in altri momenti alla deposizione di resti animali.
19 In attesa della pubblicazione complessiva del sito, non è chiaro se l’incompletezza dello scheletro sia intenzionale o dovuta a processi post-deposizionali.
20 LEONARDI 2004; PROSDOCIMI 1882, p. 17; RUTA SERAFINI ET AL. 1992.
21 LEONARDI 2004.
22 RUTA SERAFINI ET AL. 1992.
23 SALZANI 2001, p. 83.
24 Si ricorda, ancora per l’ambito funerario, la presenza di un frammento di omero pertinente a un adulto nella tomba di un bambino affetto da rachitismo (tomba Via Versori 11 a Este: BONDINI 2005, p. 54).
25 SARACINO 2009, p 66; ZAMBONI, ZANONI 2010, p. 154; ZANONI 2009-2010, p. 53. Non si può escludere che tale sepoltura rappresentasse invece l’esito finale di un’esecuzione, enfatizzata dalla giacitura prona a indicare disprezzo verso il defunto. Non è da escludere neppure l’adozione di pratiche necrofobiche volte a impedire il ritorno del morto, i cui arti inferiori vennero ‘defunzionalizzati’ tramite disarticolazione. La sepoltura data tra l’VIII e il VI sec. a.C. Rimane da valutare anche il significato della deposizione prona di Oppeano ex-Fornace, datata alla seconda metà del VI sec. a.C. (ringrazio il dott. M. Saracino per la cortese precisazione; ringrazio inoltre il Prof. A. Guidi per avermi fornito ulteriori informazioni su Oppeano). Si tratta di un uomo adulto, con numerose evidenze patologiche a carico dello scheletro, deposto in una fossa di scarico collocata in un’area marginale del centro protourbano (SARACINO 2009, p. 66). La presenza di inumazioni in abitato è ben documentata nel Veneto preromano (ZANONI 2009-2010) forse a indicare l’esclusione anche simbolica di tali soggetti dal gruppo sociale (SARACINO 2009; un’analisi d’insieme delle inumazioni e sepolture anomale nel Veneto preromano è in corso di svolgimento da parte della scrivente).
26 SARACINO 2009, p. 66. I dati riguardanti questo ritrovamento sono ancora scarsi.
27 Una panoramica in ZANONI 2009-2010 con bibl. precedente. L’interpretazione di tali ritrovamenti non è univoca: non è escluso che alcuni reperti venissero utilizzati come strumenti. Altri non sembrano provenire da buche, ma paiono essere stati abbandonati sul piano d’uso delle abitazioni. Ringrazio la dott.ssa V. Zanoni per la stimolante discussione su questo e altri punti e per il permesso di citare la sua tesi di dottorato, inedita.
28 CAPUIS, GAMBACURTA, TIRELLI 2009; GREGNANIN 1998.
29 Una panoramica in ZANONI 2009-2010 con bibl. precedente.
30 Per es. FINLAY 2000; KAUFMAN, MORGAN 2005; MORGAN 1997.
31 Si noti che la deposizione di feti a termine e neonati in necropoli è ben attestata in Veneto per tutta l’età del Ferro (per es. BONDINI 2005; RUTA SERAFINI 1990).
32 ZANONI 2009-2010, p. 101.
33 BALISTA, RUTA SERAFINI 2001, pp. 102-105.
34 ZANONI 2009-2010, p. 103.
35 Pratiche volte a negare la completa appartenenza al ‘gruppo’ di individui vittime di marginalizzazione socio-politica sono ben documentate in antropologia: per es. BORDO 1993; DESJARLAIS 1999; KAUFMAN, MORGAN 2005. Sul tema, con riferimento al Veneto preromano, è in corso di preparazione una tesi di dottorato da parte della scrivente. Sulla marginalità delle deposizioni in esame cfr. inoltre MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005; LEONARDI 2004; SARACINO 2009.
36 Una sintesi dell’evidenza disponibile in PEREGO 2011; la tematica è ripresa integralmente nella mia tesi di dottorato, in corso di preparazione.
37 Ovviamente il tipo di struttura sociale varierà a seconda della fase storica.

giovedì 25 luglio 2013

Elena Righetto


 

Elena Righetto, ricercatrice storica indipendente, paleografa, insegna come docente di storia, lettere classiche e di storia delle tradizioni popolari venete. 
Da molti anni si occupa di ricerca storica paleoveneta e romana attraverso documenti ed epigrafi. 
Esperta in ambito storiografico, antropologico ed etnografico delle origini pagane e precristiane delle festività religiose contadine tradizionali, rurali e popolari Venete. In seguito alla pubblicazione del suo saggio Signori di Notte al Criminal, la polizia notturna della Serenissimaha continuato a raccogliere materiale inconsueto e mai recuperato prima riguardo alla storia della stregoneria e della magia a Venezia e nei territori della Serenissima fra il 1500 ed il 1700. 
Studiosa riguardo alla figura della “strega” nel Veneto e dell’origine dei rituali stregoneschi, delle comuni superstizioni e delle creature facenti parte dell’immaginario folklorico. Laureata all’Università Cà Foscari di Venezia, vive e lavora nella Riviera del Brenta dove dirige e collabora con diverse realtà di valorizzazione del territorio Veneto. 
Il suo lavoro di ricerca e divulgazione storica si concretizza in numerose pubblicazioni per riviste accademiche e specialistiche sia on-line che cartacee, partecipazione a documentari televisivi, conferenze tematiche e rievocazioni storiche.


Il primo blog a tema è stato aperto nel 2013 e mantenuto vivo fino al 2017. 

Dopo anni di indecisioni e dubbi, ho deciso finalmente, a febbraio 2023, di riaprire il blog  dopo 10 anni dalla sua fondazione, con la finalità di condividere con tutti coloro che ne sono veramente interessati, informazioni, storie e leggende della mia amata terra veneta soprattutto a seguito della pubblicazione nell'estate del 2022 dei mie due libri " Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto " e "Calendario tradizionale Veneto pagano" per Intermedia edizioni.


Mi sento in dovere verso i miei Avi di riportare, nel mio piccolo e senza alcuna pretesa, le loro voci lontane ma sempre echeggianti nel mio sangue, nella Terra e nelle Acque.
Non ho alcuna velleità di verità, non è nei miei intenti un revival nostalgico del Veneto ne tantomeno desidero fare lezioni di storia, quello che voglio fare è semplicemente raccontare leggende, storie, curiosità, scoperte archeologiche sepolte dalla polvere dei secoli e della memoria lontana, per arricchire ed arricchirmi.

PUBBLICAZIONI PER INTERMEDIA EDIZIONI




Divinità, rituali e magia nell'antico Veneto





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Ecate come Maiden- Mother- Crone: un'invenzione moderna.

Cari amici e lettori, perdono la mia discreta latitanza attraverso la mia traduzione di un capitolo molto interessante del libro HEKATE- Keys to the Crossroads della meravigliosa autrice Sorita D'Este.
In questo capito la scrittrice parla di come ed in che modi la figura della Dea Hekate sia stata nel 20° secolo ridotta alla stregua di una vecchiaccia che tanto piace e tanto va di moda fra aspiranti neopagani dall'animo dark ma che evidentemente non hanno mai avuto l'intelligenza di prendere in mano qualche testo greco e latino per verificare le loro teorie discutibili che vogliono dipingere la giovane e vergine Hekate come una vecchia, sicuramente non sapendo che quest'idea era stata iniziata da Aleister Crowley...La povera Dea è utilizzata peggio del prezzemolo, messa ovunque e da chiunque senza un minimo criterio solamente perchè "è la dea della stregoneria!". Mah...
Ho molto a cuore la Dea Hekate, poichè come ho avuto modo di precisare in altri miei articoli, era stata una Divinità molto onorata nel Veneto orientale, non solo l'Ikathein di Lagole ma anche le numerose statuette fittili dal doppio/triplo volto femminile di epoca romana ritrovate presso antichi crocicchi della centuriazione della X Regio. Non mi dilungo in noiosi preamboli e sterili polemiche estive ma vi auguro buona lettura (e soprattutto vi consiglio l'acquisto dei libri di Sorita D'Este...) .


<< VERGINE, MADRE, ANZIANA>>  by Sorita D'Este

La Triplice Dea, vista come Vergine, Madre ed Anziana, è un concetto relativamente recente che divenne popolare a partire dal 20° secolo. Oggigiorno Hekate è associata principalmente con il suo aspetto di "Crona" (ovvero vecchiaccia) nella triplicità moderna della sua immagine, ma l'idea di Hekate come "Crone Goddess" è ciò che risulta essere maggiormente alieno all'idea spirituale che di essa si aveva nell'antica Grecia!  L'unica possibile spiegazione della continua associazione odierna è relativa ad un qualcosa di oscuro, di "dark", di spaventoso e questi aspetti vengono trasferiti al concetto di saggezza portata dalla vecchiaia. Saggezza e consapevolezza giungono sicuramente durante un'età più avanzata, ma la "saggezza" non fa diventare "spaventosi ed oscuri", anzi, in teoria dovrebbe rendere più illuminati , interessati ad apprendere proprio in quanto più saggi e consapevoli.  E mentre la saggezza per gli esseri umani giunge nella vecchiaia, non dobbiamo lasciarci accecare quando si cerca di sapere qualcosa dagli Dei.
In tutte le mitologie del mondo, le Dee spesso cambiano forma e si tramutano in giovani donne oppure bruttissime vecchie, per comunicare un chiaro messaggio ai loro devoti. La Dea Irlandese Morrigan, ad esempio, appare come una brutta vecchia che si trasforma in bellissima fanciulla appena vengono prese le corrette decisioni.
Hekate è una Dea che è stata associata per centinaia di anni alla magia poichè essa ha la facoltà di manifestarsi quindi di rendersi visibile, in qualsiasi forma preferisca.  In teoria, gli Dei Antichi sono TUTTI "vecchi", essi sono appunto antichi ma poichè sono anche immortali, l'età anagrafica non è rilevante come invece lo è per gli esseri umani. Tuttavia potrebbe essere divertente pensare che le Divinità rientrino all'interno dei nostri schemi di moderna psicologia, ma la realtà  è che semplicemente non funziona così quando si inizia a scavare anche solo un po 'sotto la superficie delle cose e degli archetipi.
Raffigurazioni a parte, Hekate viene spesso associata  nella mitologia e nella letteratura alla triade "Hekate-Persefone-Demetra". I moderni scrittori neopagani spesso fanno un'equazione stramba ovvero associano Persefone alla Vergine, Demetra al ruolo di Madre ed Hekate al ruolo di Vecchiaccia (Crone), ma quando si va a leggere VERAMENTE il mito greco emergono altri modelli molto più veritieri e plausibili. Persefone è la moglie del Dio degli Inferi, Ades ed è la Dea che in modo effettivo riporta la fertilità nella Terra nel momento in cui ritorna fra le braccia della madre Demetra, la Dea delle Messi e del Grano, che ogni inverno quando è privata della compagnia della figlia, fa sprofondare la Terra nel gelo e nel freddo. D'altro canto Hekate è spesso descritta nella mitologia e nelle fonti letterarie antiche, come una dea giovane, e viene onorata come Dea Vergine che porta due torce. Dunque se si vuole lavorare con gli archetipi di " Vergine- Madre- Anziana" è necessario esplorare Hekate in quanto Vergine, Demetra nel ruolo di Vecchia e Persefone nel ruolo di Madre che rappresenta l'archetipo in modo più plausibile e corretto nel suo ruolo mitico com'era apprezzato dagli Antichi.



- Mia libera traduzione dal testo originale in inglese-


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mercoledì 10 luglio 2013

Fare Fiłò in stała

Il filò è vecchio come il mondo. Meglio nasce con l’uomo, con il suo bisogno istintivo di raccontarsi. Ne abbiamo una chiara testimonianza in Omero. Ulisse, ascoltando Femio, il cantore, si sente spinto a “raccontarsi”, a narrare le sue avventure. Gli ascoltatori «stavan tutti per l’oscura sala / taciti, immoti e nel diletto assorti». Come nel filò contadino, quando gli anziani raccontavano le loro gesta nella grande guerra, l’ultimo argomento “epico” raccolto è cantato dalla memoria collettiva. […].
Potrebbe il termine filò derivare dal greco phylé, visto che siamo partiti da Omero, e voler significare “gruppo, comunità, stare insieme”; una simile spiegazione ne coglie l’aspetto sociale: la comunità contadina trova nel filò il momento dell’incontro sociale e dello scambio di esperienze. [...] Sembra, ad alcuni studiosi, che proprio dal lavoro femminile, in particolare dal filare, derivi il nome filò, detto in certe zone fila. E come non è facile scavarne la radice semantica, così diventa difficile la traduzione. “Veglia” suggerisce la lingua italiana, ma è un termine che appare subito debole, impreciso; infatti non ne coglie del tutto il significato, non ne assorbe lo spessore culturale. “Fare filò” può anche dire “scambiare quattro chiacchiere”, “perdere tempo”. Ed è vero che non mancava la ciacola, ma si tratta di un modo di dire nato quando l’antica tradizione della “fabulazione contadina” comincia a languire e la “memoria generazionale” a spegnersi. Senza filò non ci sarebbe la letteratura degli analfabeti, costruita sulla narrazione orale, sul pensiero morale, su fatti e avvenimenti (le cosiddette “storie”) di un mondo senza storia. Sarebbe come pensare la nostra società senza scuola, senza libri, senza ,cinema e TV.

lI filò casalingo e le filastrocche della nonna
Il filò della stalla invernale (e l’inverno cominciava dopo i morti) era preceduto dal filò casalingo in cui prevaleva l’aspetto educativo costruito con una precisa didattica. La “maestra” era, in genere, la nonna, fabulatrice di sicura memoria, dal gesto pacato, rituale, capace di ripetere con uno stile tecnico-mnemonico, giochi di parole, filastrocche drite e roerse, normali e del “mondo alla rovescia”. […] Il suo dialetto spesso rendeva difficile la ripetizione perché vi erano inserite parole e formule arcaiche, comunque poco in uso, poiché mancava il confronto con gli altri parlanti e, soprattutto perché ritenute, nella loro forma tradizionale, di sicuro effetto. Si può dire si trattasse dell’unica “categoria” verbale dove mancavano o erano scarse le varanti.

 Il filò della stalla e la fiaba contadina
Le donne invece, nei filò della stalla, non raccontavano le fiabe, se non raramente: badavano a filare la canapa o il lino per il ricambio delle lenzuola, per preparare la dote alla figlia promessa sposa; le ragazze facevano la calza, ricamavano con l’uncinetto, l’ago, seguendo gli insegnamenti della mare de casa, la madre della casa. La storia rovigotta La sposina che gavea massa da filare, offre uno spaccato del lavoro femminile nel filò e dei rapporti tra spose e suocera di una casa patriarcale e l’uso del dialetto ne denuncia tutta la verità. Gli uomini, a loro volta, erano occupati con gli attrezzi da aggiustare e da rimodernare e, spesso, continuavano il lavoro della giornata: facevano la cernita delle stroppe, intrecciavano ceste, cavagne e corde; impagliavano fiaschi, sedie, tutto ciò che un’arte antica tramandata di padre in figlio, consentiva di risolvere i “bisogni” della casa e della conduzione agraria. Il momento magico del filò, quel passare  dalla povertà quotidiana allo splendore della creazione fantastica, scaturiva dai racconti dei contafole, detti anche poeti. «Era bravo, era un poeta» commenta Assunta Parolini di Enego parlando di un contafole locale. […] Qualcosa di “sociale”, di “politico”, molto meno di “rituale” si è incarnato nella fiaba contadina e popolare: la descrizione ambientale e sociale, esaltata dall’uso del dialetto locale, diventa in molte narrazioni orali, elemento determinante, direi caratterizzante. Appunto, mito e fiaba sono nella tradizione orale un linguaggio totale: si può dire che non si narrano miti o fiabe ma si pensa, si parla, si racconta per miti e fiabe. […]

tratto da : (Dino Coltro)-dell’Associassion Łe nostre raiśe - 


Una Canzone da Filò.....che mi veniva cantata dal nonno e da mia mamma...

ME CONPARE GIACOMETO
Me conpare Giacometo
El gavèa un bel galeto,
quando el canta el verze el beco
che el fa proprio inamorar
E quando el canta, el canta, el canta
El verze el beco, beco, beco
Che el fa proprio proprio proprio inamorar!
EI sior Checo salamaro
Co’ la pansa a botesèla
El voi darghe zò querela
Par la rabia che el ghe fa.
El voi darghe, darghe, darghe…
Ma un bel giorno la parona
Par far festa a l’invitati,
la ghe tira el colo al galo
e lo mete a cusinar.
La ghe tira, tira, tira....
Le galine tute mate
Par la perdita del galo,
le rabalta anca el pùnaro
da la rabia che le gà
Le rabalta, balta, balta....


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2000 VISITE!

Stamane ho fatto caso al contatore di visite a questo blog...2078 in soli due mesi!
Non mi sarei mai aspettata tanti visitatori, amici, curiosi e studiosi, vi ringrazio tutti dal profondo del mio cuore.
Quest'avventura è nata per caso e con tanta timidezza ma il mio lavoro viene apprezzato ed amato da molte persone e ciò mi riempie di gioia e felicità.
Non pretendo di insegnare nulla a nessuno, non mi piace "fare la professoressina" perchè non lo sono, non voglio esaltare la "veneticità" (come mi è stato misteriosamente rinfacciato da un utente confuso) di nulla e nessuno.
 Il mio scopo è semplicemente quello di riportare documenti, fotografie, sensazioni ed esperienze personali legate al territorio dove il mio sangue mette radici profondissime. Spesso in questo mondo moderno, frenetico, triste, grigio, il ricordo di ciò che è stato viene rilegato in un cassetto buio dal quale non lo si vuol riesumare, forse per paura o forse per pregiudizio, ma riscoprire il nostro mondo antico, il mondo dei nostri padri e delle nostre madri è il punto di partenza per ritrovare una Strada poco battuta ma sicura verso un futuro sereno costruito su basi solide e "sacre". Il mondialismo globale rischia di portare via e distruggere irreparabilmente le nostre radici, tradizioni, storie, leggende... Questo è un misero contributo per tentare di mantenerle vive.
Qualcuno mi ha chiesto il motivo per il quale mi do da fare in questo blog, la mia risposta è stata semplicemente " perchè è giusto farlo".

Quindi ringrazio ancora tutti voi per il supporto che mi date e per la vostra amicizia.

Elena


lunedì 8 luglio 2013

Eridano e Via Dell'Ambra

tratto dalla prefazione del magistrale lavoro del professor Attilio Mastrocinque. (tutti i diritti sono riservati)

“Anche il fiume, emergendo dal gorgo, canta il suo lamento e offre i suoi recessi a Fetonte, accogliendone il corpo; renderà presto fertili le Eliadi, infatti coi venti e con il gelo che il fiume produce renderà duri come pietra e accoglierà i frammenti d'oro che cadono dai pioppi, e attraverso le acque serene li porterà ai barbari che abitano l'Oceano”.




Non esisteva nell'antichità una sostanza che fosse stimata degna di attenzione da parte dei poeti e dei mitografi come l'ambra: non l'oro, o lo stagno, o le pietre dure, e neppure le spezie. Fu certamente il fatto di non conoscere esattamente l'origine dell'ambra che spinse i Greci a concepire leggende e a collegare fenomeni fisici o situazioni geografiche con l'origine della sostanza stessa. Il mistero che la avvolgeva fece sì che i luoghi ove veniva trovata fossero situati in zone per definizione inaccessibili, ai confini della terra. Tali confini non erano tanto l'estremo Nord, da dove realmente l'ambra proveniva, o l'estremo Oriente, quanto piuttosto l'estremo Occidente, l'“Esperia”. Era il punto di vista dei Greci, ovviamente, che determinava tale scelta di una geografia occidentale, probabilmente perchè in età arcaica l'ambra giungeva, o giungeva anche, da Occidente, vale a dire dall'Italia, forse attraverso l'Adriatico.
La mitologia greca consacrò un legame indissolubile fra l'ambra ed un fiume favoloso chiamato Eridano. Quest'ultimo era il fiume dell'ambra, perchè lungo le sue rive - secondo il mito - si depositava la preziosa sostanza, che veniva poi trasportata dalle correnti profonde. Alle foci del fiume c'erano le isole Elettridi, dove si poteva trovare l'ambra portata dall'Eridano. Naturalmente nessun greco sapeva dove realmente fossero questo fiume e queste isole, poichè, per poter fantasticare in tal modo, bisognava che il mistero restasse; se poi le conoscenze geografiche dell'Occidente si ampliavano, bisognava che si spostasse altrove l'orizzonte geografico del mito.
Era tipico della mentalità dei Greci creare - anche contempo-raneamente - due livelli di conoscenza: quello scientifico e quello mitologico. Essi sapevano che l'ambra veniva dal Nord e che era originariamente resina degli alberi; e fu un greco, Pitea di Marsiglia, a scoprire che essa veniva precisamente dalle coste di un mare settentrionale; ma ciò non toglie che si potesse af-fiancare una conoscenza mitologica alla conoscenza scientifica. Per un poeta la realtà che non è precisamente definita può essere caricata di significati e di valori nuovi, può essere "umanizzata" (l'ambra nasceva, secondo il mito, dalle lacrime delle sorelle di Fetonte). Chiunque, in Grecia, se voleva, poteva assistere all'estrazione dell'oro dalle miniere, ma nessuno poteva vedere donde nasceva l'ambra. Questo fatto stimolò la curiosità, fonte del sapere, dei Greci, che pervennero ad un duplice livello di conoscenza: da una parte il mito e dall'altra la scienza.
Come si arrivò ad identificare l'Eridano del mito con il Po? Un tale quesito meriterebbe almeno un libro per risposta. Credo infatti che per poter rispondere bisognerebbe delineare una dimensione non greca, ma italica del mito, del commercio e della lavorazione dell'ambra; una dimensione specialmente padana. Fu infatti la storia di un commercio e di un particolare artigianato che stimolò la fantasia dei poeti greci. Nel V secolo si cominciò, per quanto ne sappiamo, a parlare dell'Eridano identificandolo con il Po e a localizzare nell'area polesana molte delle leggende legate all'origine dell'ambra. In quell'epoca il Polesine e buona parte della Padania erano popolati da Etruschi e buona parte delle ambre lavorate del V secolo a noi note sono prodotti etruschi. La comprensione del processo attraverso il quale l'Eridano divenne il Po non può dunque prescindere dallo studio degli Etruschi padani e del loro ruolo nel commercio e nella lavorazione dell'ambra.
L'area padana, e specialmente il Polesine, ebbe un ruolo notevole nel processo di smistamento e di lavorazione della sostanza proveniente dalle rive del Baltico; e questo vale non solo per il V secolo, ma già per l'età del Bronzo finale, e per l'età arcaica. È dunque una necessità quella di affrontare lo studio dei miti servendosi di dati storici, quali sono quelli forniti dall'indagine archeologica: dati storici in un senso molto particolare, poichè, se non disponiamo di testimonianze scritte, i dati di scavo possono essere letti storicamente solo con grande difficoltà. Farne uso per comprendere la mitologia (o, viceversa, usare i miti per interpretare dei materiali archeologici) è un'operazione delicatissima, poichè investe due sfere di documentazione assai disomogenee fra loro. La difficoltà del procedimento determina un certo margine di rischio, e pertanto impone prudenza nelle conclusioni. Solo in un panorama complessivo dei fenomeni si possono delineare con una certa precisione le interferenze tra l'ambra come merce o come ornamento e l'ambra come elemento mitologico.
La storia degli studi sull'ambra registra, fin dal secolo scorso, un interesse spiccato per le vie attraverso le quali la sostanza giungeva dal Baltico al Mediterraneo. Tale problema, proprio perchè già molto discusso, sarà qui trattato non tanto per rintracciare una "via dell'ambra" (va detto che le cosiddette "vie dell'ambra" sono meglio rintracciabili per l'età romana che per quella preromana, alla quale è dedicata questa ricerca), quanto per cercare di comprendere il tipo di contatti fra culture diverse il quale permise l'approvvigionamento d'ambra in Italia e in Grecia. Si valorizzerà soprattutto l'importanza degli scambi fra l'area italica e quella centro-europea (in particolare la Germania), che fungeva da mediatrice della materia prima fra Baltico e Mediterraneo.







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