OSSERVAZIONI PRELIMINARI
Il Sacro nelle necropoli venete: l’età del Ferro
L’evidenza archeologica riguardante il rituale funerario nel Veneto preromano (950-50 a.C.) è ormai ricchissima 1. A parte la probabile connotazione religiosa e sacrale del rito funebre per sé, che forse implicava l’ascesa del defunto a un regno oltremondano, vi è evidenza se2. In primis, tali manifestazioni del rito potevano riferirsi a pratiche cultuali volte alla pacificazione dei defunti e delle divinità infere. La presenza presso le tombe di offerte probabilmente legate a cerimonie di commemorazione è attestata a Padova e forse ad Altino3. La deposizione in necropoli di cavalli, animali legati al mondo ctonio4, è ben documentata a Oppeano, Gazzo Veronese, Este, Altino, Oderzo e Padova5. In questa casistica possono inoltre inserirsi le deposizioni di resti di canidi a Este Ricovero e Padova Via S. Eufemia6: in antichità il cane era infatti connesso al culto delle divinità infere e aveva un significato protettivo come guardiano della soglia tra la vita e la morte7. Sempre più consistente dell’adozione di rituali che andavano al di là della semplice sepoltura.Altri rituali paiono volti più direttamente all’attivazione sacrale di aree significative dello spazio necropolare, come i tumuli entro cui erano poste le sepolture, specialmente quelle più eminenti, o i confini della necropoli stessa. In tale chiave si può forse leggere la sepoltura di cavallo rinvenuta presso il tumulo AAI, venuto alla luce durante i recenti scavi alla Casa di Ricovero di Este8. Sepolture di cavalli in associazione a tombe o strutture tumuliformi eminenti sono documentate anche a Padova9. Coppe su stelo intenzionalmente spezzate e resti animali sono stati rinvenuti nella fossa di fondazione della tomba centrale del tumulo collettivo XYZ, a Este Ricovero (550-500 a.C.); essendo l’erezione della sepoltura contemporanea al primo impianto del tumulo stesso, il rito di fondazione doveva aver solennizzato entrambi gli eventi10. Ossa animali e ceramica frammentata sono venute alla luce in associazione anche a una stele forse posta sul confine di una necropoli a Este11.
Resti umani non cremati come oggetti del sacro 12
Posto che durante l’età del Ferro nelle aree cimiteriali venete si praticavano rituali dalla valenza complessa, non sempre direttamente connessi alla sepoltura, è significativa la presenza in necropoli di inumazioni non corrispondenti ai canoni normativi di questo rito funerario nel Veneto preromano13, un rito che per la sua rarità rappresenta di per sé una parziale anomalia nel contesto in esame. Nel caso delle deposizioni considerate, manifestazioni di scarsa cura e persino violenza nei confronti del corpo sono comuni; tra queste si segnalano la decapitazione, l’asportazione degli arti, la deposizione affrettata, la giacitura prona, la cremazione parziale e forse la scarnificazione. Il corredo funerario è assente, sebbene sia ben attestata l’associazione con potenziali resti di sacrificio e/o pasto rituale, tra cui ceramica intenzionalmente frammentata, carboni, ossame animale frantumato e carcasse animali intere o incomplete. Inoltre, tali deposizioni possono essere collocate entro fosse dalla struttura anomala, spesso in aree marginali dello spazio sepolcrale o in aree peri-funerarie deputate allo svolgimento di riti complessi che precedono l’impianto della necropoli vera e propria. Queste evidenze, e in particolare l’adozione di trattamenti simili per gli esseri umani e gli animali vittime di sacrificio, inducono a ipotizzare che i resti umani, spersonalizzati e de-umanizzati, potessero essere trattati alla stregua di vittime sacrificali e offerti alla divinità come sacrificio14.Il ritrovamento più eclatante è senz’altro quello relativo all’area rituale di Padova S. Eufemia, dove tra l’VIII e il VII sec. a.C. sono documentate complesse sequenze di atti cerimoniali che prevedevano l’accensione di fuochi, il consumo di carni e bevande, la frantumazione intenzionale di vasellame ceramico e il sacrificio di cani, cavalli e, forse, essere umani15. Complessivamente il sito ha restituito una dozzina di inumazioni di individui adulti e anziani di entrambi i sessi, spesso deposti in posture anomale e sempre privi di corredo. Tra queste si distinguono la deposizione di un uomo di età senile, privo delle gambe, e quella di un giovane, il cui corpo, incompleto e solo parzialmente in connessione anatomica, poteva essere stato oggetto di pratiche di manipolazione ed esposizione. Nella stessa area venne poi eretto un tumulo funerario, attivo tra il VI e il V sec. a. C., in relazione al quale sono stati rinvenuti i resti smembrati di un cane, una buca contenente gli arti inferiori di un bambino e lo scheletro di un infante mutilato con le gambe troncate al di sotto delle ginocchia e la testa deposta dove avrebbero dovuto essere i piedi16. La presenza di corpi umani mutilati è documentata a Padova anche nella necropoli di Via Umberto I; in particolare, si distingue il rinvenimento di un tronco umano parzialmente combusto in una fossa circolare piena di carboni17.
L’associazione tra resti equini e resti umani ricorre anche nella cd. ‘Necropoli dei Cavalli’ di Este Via Prà 10, datata alla seconda età del Ferro e collocata in un’area marginale e forse di confine del nucleo funerario meridionale del centro veneto18. Complessivamente, il sito ha restituito 34sepolture equine, i resti di un maiale e uno scheletro umano incompleto19. I cavalli, quasi tutti stesi su un fianco con le zampe distese davanti al corpo, erano disposti entro quattro gruppi circolari di sepolture. Solo uno tra i cavalli era dotato di corredo – una coppa capovolta forse a simboleggiare un rito di libagione o anche di offerta volta ad attribuire caratteri ‘umani’ all’animale. Lo scheletro umano era collocato ai margini del circolo sepolcrale più interno e più ricco di sepolture.
Sepolture bisome di esseri umani e cavalli sono documentate a Este e Padova (Piovego e Via Tiepolo/Via S. Massimo)20. Nel caso della deposizione del Piovego il cavallo presenta segni di morte violenta, mentre il corpo di un giovane venne accuratamente deposto sulla schiena dell’animale. Il Leonardi interpreta entrambe le deposizioni come un sacrificio in onore del defunto cremato la cui ricca sepoltura è stata rinvenuta presso l’inumazione congiunta21. Un rituale di sacrificio è adombrato anche dalla doppia deposizione di Via Tiepolo/Via S. Massimo, in cui lo scheletro umano è stato rinvenuto quasi schiacciato dal corpo dell’animale22. Una zampa di cavallo era associata, forse intenzionalmente, anche alla giovane donna sepolta prona nella necropoli della Colombara di Gazzo Veronese, tomba 6123. Anche in questo caso il contesto denota una scarsa attenzione per il defunto, deposto scompostamente e col viso premuto a terra in una fossa insolitamente ampia e profonda.
L’uso di resti umani non cremati come reliquie, agenti protettivi o potenti offerte sacrali sembra suffragato anche da evidenze non cimiteriali24. La deposizione di Oppeano La Montara – in un’area marginale del sito preromano forse adibita alla lavorazione della ceramica – sembra suggerire pratiche sacrificali simili a quelle precedentemente descritte. Il corpo del defunto, prono e disarticolato in modo tale che gli arti inferiori risultassero disposti orizzontalmente sulla schiena con i piedi volti verso la nuca, era deposto presso buche contenenti resti ossei bovini, nonché due scheletri di cane completi e due crani canini privi della mascella25. Sempre a Oppeano è documentata la presenza di un frammento di teca cranica umana entro una buca di palo, forse a documentare un rituale di fondazione26. Non è da escludere che a usi rituali vadano connesse anche le numerose attestazioni di ossa craniche e femorali rinvenute entro presunte fosse di scarico in numerosi siti veneti e friulani, e per lo più databili tra la fine dell’età del Bronzo e l’inizio dell’età del Ferro27. L’uso di deporre offerte presso o al di sotto di strutture, sia sacre che profane, era d’altronde comune nel Veneto preromano: tra queste si possono ricordare le numerose ‘stipi domestiche’ patavine e i materiali con probabile valenza sacra o apotropaica deposti entro i confini di diversi santuari veneti28.
Possono forse rientrare in questa casistica anche le inumazioni di infanti al di sotto del pavimento o nei pressi di abitazioni, una pratica attestata in numerosi centri veneti soprattutto nella seconda età del Ferro e durante la fase di romanizzazione29. Sebbene non si possa escludere che la mancata inclusione di individui infantili nello spazio necropolare vada ricondotta allo status di ‘persone incomplete’ attribuito ai bambini presso molte società antiche e moderne30, altri dati portano a ipotizzare che a tali deposizioni potesse venire attribuito, almeno in alcune circostanze, un valore magico/religioso31. La deposizione di infanti in relazione a strutture significative degli edifici, come la soglia o il focolare32, sembra adombrare una possibile valenza apotropaica per queste sepolture. Nel caso dell’edificio rinvenuto in Via S. Pietro 143 a Padova, la deposizione infantile era collocata esattamente al di sotto del punto in cui precedentemente era stato interrato un vaso a scopo rituale; si data inoltre a una fase di cambiamento d’uso dell’area, il che potrebbe ben giustificarne un’interpretazione come rituale di fondazione33. A Oderzo è anche documentata la presenza di cinque feti o neonati presso i livelli di fondazione delle mura urbiche, non lontano da una delle porte; due sepolture di cane sono state rinvenute nei pressi, una entro il perimetro murario e la seconda all’esterno34.
Sacralità e potere nel Veneto preromano
L’evidenza discussa finora solleva importanti interrogativi circa lo status e il ruolo sociale degli individui oggetto delle pratiche rituali sopra descritte. La brutalità dei trattamenti di cui appaiono vittime ne evidenzia infatti una condizione di drammatica marginalità, che poteva forse spingersi fino a una loro simbolica esclusione dal genere umano35.
L’immagine di una società fortemente gerarchizzata, d’altronde, emerge chiaramente da un’analisi complessiva delle evidenze funerarie. Non vi è dubbio che nel corso dell’età del Ferro le necropoli dei centri veneti maggiori rappresentassero aree altamente formalizzate in cui la disposizione delle sepolture nello spazio, la diversa composizione dei corredi e la complessità del cerimoniale venivano a esprimere l'autorità di chi controllava gli spazi funerari e stabiliva i criteri che garantivano l’accesso a una sepoltura formale36. Il rito funebre e le pratiche cultuali a esso correlate, quindi, risultavano contigui e coerenti a un processo di appropriazione ed esibizione del potere da parte dei ceti dominanti, fossero essi élites aristocratiche o gruppi allargati di potere nell’ambito urbano/para-urbano37. Se l’impostazione presentata in questo contributo è corretta, tali pratiche potevano risolversi in forme di appropriazione e abuso del corpo umano che pare ridursi a mero strumento per procacciarsi il favore della divinità e/o per esaltare lo status dell’autore/beneficiario del sacrificio.
Una più puntuale datazione dei contesti in esame, spesso solo parzialmente editi, potrebbe svelare l’esistenza di eventuali correlazioni tra le pratiche rituali considerate in questo contributo e i mutamenti tumultuosi che presero corpo in seno alla società veneta nel corso del primo millennio a.C. Il caso del sito rituale di Padova Via S. Eufemia sembra emblematico in questo senso: creato in un’area liminale tra città e necropoli nel corso dell’VIII sec. a.C., assunse connotazioni più grandiose’ nel corso del VII a.C.38, in un momento contemporaneo o appena precedente a quelle trasformazioni sociali che sembrano aver portato alla riorganizzazione in senso urbano o para-urbano dei centri veneti più importanti39.
ELISA PEREGO
University College London
elisaperego78@yahoo.it
NOTE:
1 Per es. CAPUIS 1993; BIANCHIN CITTON, GAMBACURTA, RUTA SERAFINI 1998.
2 MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005, p. 131.
3 BONOMI 2003, p. 237; MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005, p. 131.
4 DURAND 2009, pp. 80-82. Naturalmente il ruolo del cavallo nella sfera funeraria non si esauriva al solo valore ctonio: GAMBARI, TECCHIATI 2004.
5 FACCIOLO, TAGLIACOZZO 2006, pp. 149-150; GAMBACURTA ET AL. 2005, p. 18; LEONARDI 2004; RUTA SERAFINI, TUZZATO 2004, p. 91; TOMBOLANI 1985, p. 57.
6 MICHELINI 2005, p. 158; TAGLIACOZZO 1998.
7 DURAND 2009, pp. 94-95; GAMBARI, TECCHIATI 2004, pp. 232, 236; GRASLUND 2002.
8 BALISTA, RUTA SERAFINI 1998, p. 24.
9 GAMBACURTA ET AL. 2005, p. 18; LEONARDI 2004.
10 GAMBACURTA ET AL. 2005, pp. 16-17.
11 BALISTA, RUTA SERAFINI 2008, pp. 97-98.
12 Non discuto in questo intervento l’importante problematica del valore rituale dei resti umani combusti, un tema che si salda a quello del possibile significato religioso/sacrale del rito crematorio. Basti ricordare che in Veneto i resti cremati erano oggetto di rituali complessi, come la commistione delle ossa appartenenti a due o più individui in un unico ossuario e la loro possibile redistribuzione tra diverse urne di una stessa tomba (per es. BONDINI 2005; CHIECO BIANCHI, CALZAVARA CAPUIS 2006; PEREGO 2011).
13 Inumazioni per così dire regolari implicavano la deposizione del corpo intero, in connessione anatomica, talvolta avvolto da un sudario e accompagnato da vasellame e ornamenti (in genere più poveri di quelli riservati alle cremazioni). La giacitura era supina, con gli arti inferiori estesi e quelli superiori posti lungo i fianchi o ripiegati sul corpo (inumazioni rannicchiate o prone sono comunque attestate). La collocazione nello spazio cimiteriale era generalmente – ma non necessariamente – marginale in relazione alle cremazioni.
14 L’ipotesi che il sacrificio umano fosse praticato dai Veneti antichi risale al Prosdocimi (PROSDOCIMI 1882, p. 16) e ha acquisito nuova consistenza a seguito dei più recenti scavi patavini (GAMBA, TUZZATO 2008, p. 64; LEONARDI 2004; MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005, p. 133). In attesa della pubblicazione completa dei contesti e delle analisi osteologiche, si può notare che l’analisi dei dati finora disponibili suggerisce quantomeno un uso dei resti umani come offerte (anche qualora venissero ‘utilizzati’ individui deceduti naturalmente). Non è da escludere che alcuni rituali di sacrificio con possibili vittime umane fossero offerti in onore di defunti cremati di rango superiore. Il Prosdocimi annota infatti di aver rinvenuto a Este Morlungo ‘‘uno scheletro posto boccone, sul cui dorso eravi collocato un grande vaso-tomba […]. La posizione dello scheletro rispetto al vaso, quasi potrebbe far credere trattarsi di un sacrificio umano, fatto in onore della persona collocata nell’ossuario del gran vaso-tomba.'’ (PROSDOCIMI 1882, p. 16); cfr. inoltre LEONARDI 2004.
15 FACCIOLO, TAGLIACOZZO 2006; MICHELINI 2005, pp. 157-158; MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005, p. 133.
16 MICHELINI 2005, p. 158. Il tumulo ha inoltre restituito una trentina di sepolture a cremazione e alcune inumazioni.
17 Tomba 306 (GAMBA, TUZZATO 2008, p. 66). Una donna prona, il corpo associato a frammenti di legno bruciato, il braccio sinistro incompleto, è stata rinvenuta anche nella necropoli patavina di Via Tiepolo (RUTA SERAFINI 1990, tomba 24). Sebbene non sia chiaro se l’incompletezza del braccio sia intenzionale, è notevole che la donna fosse stata deposta in una fossa particolarmente profonda e stretta, al di sotto di una tomba a cremazione (ZAMBONI, ZANONI 2010, p. 153).
18 BALISTA, RUTA SERAFINI 2008, pp. 93-96. La presenza di inumazioni nella stessa area adibita alla deposizione di molteplici scheletri equini si registra anche ad Altino Le Brustolade (TOMBOLANI 1985, pp. 59-60). Nelle tavole provviste da Tombolani, molte deposizioni umane appaiono incomplete, probabilmente a causa di processi post-deposizionali successivi. Almeno una appare in una postura non consueta, con le gambe aperte. La presenza di un corredo di buon livello in almeno una delle tombe indizierebbe la presenza di sepolture umane formali, seppure in un’area destinata in altri momenti alla deposizione di resti animali.
19 In attesa della pubblicazione complessiva del sito, non è chiaro se l’incompletezza dello scheletro sia intenzionale o dovuta a processi post-deposizionali.
20 LEONARDI 2004; PROSDOCIMI 1882, p. 17; RUTA SERAFINI ET AL. 1992.
21 LEONARDI 2004.
22 RUTA SERAFINI ET AL. 1992.
23 SALZANI 2001, p. 83.
24 Si ricorda, ancora per l’ambito funerario, la presenza di un frammento di omero pertinente a un adulto nella tomba di un bambino affetto da rachitismo (tomba Via Versori 11 a Este: BONDINI 2005, p. 54).
25 SARACINO 2009, p 66; ZAMBONI, ZANONI 2010, p. 154; ZANONI 2009-2010, p. 53. Non si può escludere che tale sepoltura rappresentasse invece l’esito finale di un’esecuzione, enfatizzata dalla giacitura prona a indicare disprezzo verso il defunto. Non è da escludere neppure l’adozione di pratiche necrofobiche volte a impedire il ritorno del morto, i cui arti inferiori vennero ‘defunzionalizzati’ tramite disarticolazione. La sepoltura data tra l’VIII e il VI sec. a.C. Rimane da valutare anche il significato della deposizione prona di Oppeano ex-Fornace, datata alla seconda metà del VI sec. a.C. (ringrazio il dott. M. Saracino per la cortese precisazione; ringrazio inoltre il Prof. A. Guidi per avermi fornito ulteriori informazioni su Oppeano). Si tratta di un uomo adulto, con numerose evidenze patologiche a carico dello scheletro, deposto in una fossa di scarico collocata in un’area marginale del centro protourbano (SARACINO 2009, p. 66). La presenza di inumazioni in abitato è ben documentata nel Veneto preromano (ZANONI 2009-2010) forse a indicare l’esclusione anche simbolica di tali soggetti dal gruppo sociale (SARACINO 2009; un’analisi d’insieme delle inumazioni e sepolture anomale nel Veneto preromano è in corso di svolgimento da parte della scrivente).
26 SARACINO 2009, p. 66. I dati riguardanti questo ritrovamento sono ancora scarsi.
27 Una panoramica in ZANONI 2009-2010 con bibl. precedente. L’interpretazione di tali ritrovamenti non è univoca: non è escluso che alcuni reperti venissero utilizzati come strumenti. Altri non sembrano provenire da buche, ma paiono essere stati abbandonati sul piano d’uso delle abitazioni. Ringrazio la dott.ssa V. Zanoni per la stimolante discussione su questo e altri punti e per il permesso di citare la sua tesi di dottorato, inedita.
28 CAPUIS, GAMBACURTA, TIRELLI 2009; GREGNANIN 1998.
29 Una panoramica in ZANONI 2009-2010 con bibl. precedente.
30 Per es. FINLAY 2000; KAUFMAN, MORGAN 2005; MORGAN 1997.
31 Si noti che la deposizione di feti a termine e neonati in necropoli è ben attestata in Veneto per tutta l’età del Ferro (per es. BONDINI 2005; RUTA SERAFINI 1990).
32 ZANONI 2009-2010, p. 101.
33 BALISTA, RUTA SERAFINI 2001, pp. 102-105.
34 ZANONI 2009-2010, p. 103.
35 Pratiche volte a negare la completa appartenenza al ‘gruppo’ di individui vittime di marginalizzazione socio-politica sono ben documentate in antropologia: per es. BORDO 1993; DESJARLAIS 1999; KAUFMAN, MORGAN 2005. Sul tema, con riferimento al Veneto preromano, è in corso di preparazione una tesi di dottorato da parte della scrivente. Sulla marginalità delle deposizioni in esame cfr. inoltre MICHELINI, RUTA SERAFINI 2005; LEONARDI 2004; SARACINO 2009.
36 Una sintesi dell’evidenza disponibile in PEREGO 2011; la tematica è ripresa integralmente nella mia tesi di dottorato, in corso di preparazione.
37 Ovviamente il tipo di struttura sociale varierà a seconda della fase storica.

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