L’iscrizione di Isaura Vetus
Non riguarda strettamente le tematiche "veneto centriche" del mio blog, ma poichè la mia specializzazione universitaria è precisamente paleografica ed epigrafica non potevo fare a meno di presentare questa chicca archeologica che ci regala uno spaccato di ritualità romana in un contesto anatolico, tanto caro ai progenitori veneti.
Nel settembre del 1970 Alain Hall ha scoperto a NO di Bozkir, nell’attuale Turchia centro-meridionale, un’iscrizione su un blocco di granito relativa alla conquista della città di Isaura Vetus da parte di P. Servilius Vatia ( in foto) Siamo ben informati circa il cursus honorum del personaggio: console nel 79 a.C., l’anno seguente fu nominato proconsole di Cilicia con il compito di contrastare i pirati che, a seguito del vuoto di potere creatosi con la sconfitta di Antioco, avevano potuto ricominciare le loro funeste attività senza impedimenti. In questo compito egli riportò notevoli successi, occupando le coste della Licia e della Panfilia, avanzando poi attraverso il Tauro (primo tra i Romani) e sottomettendo definitivamente gli Isauri nel 752.
Il testo dell’iscrizione recita:
Serveilius C(ai) f(ilius) imperator,
hostibus victeis, Isaura Vetere
capta, captiveis venum dateis,
sei deus seive deast, quoius in
5 tutela oppidum vetus Isaura
fuit vac. votum solvit.
Questa scoperta ha una grandissima importanza ai fini dello studio dell’evocatio. Sebbene s’imponga una certa prudenza – lo stesso Hall parla di un rito ad essa «simile» –, non vi sono serie ragion iper dubitare che di fronte alla città anatolica sia stato praticato questo particolare rituale: ma in cosa consisteva esattamente?
Con l’evocatio si mirava a privare la città nemica della sua divinità tutelare.
Ottenuto il beneplacito del dio, comunicato per mezzo degli exta si procedeva all’ultimo assalto delle mura. Dopo l’espugnazione era possibile una consecratio della città e aveva luogo il trasferimento della
statua cultuale a Roma, dove veniva dedicato un tempio alla divinità e/o veniva istituito un culto in suo onore. L’evocatio è da riferire specificatamente agli episodi bellici, precisamente agli assedi, mentre in tempo di pace i peregrina sacra erano assunti ob quasdam religiones, cioè per determinate ragioni d’ordine religioso: entrambi venivano praticati a Roma allo stesso modo che nel paese dal quale provenivano. La motivazione alla base del rito era costituita dalla convinzione che, senza il previo abbandono della divinità protettrice, una conquista della città non sarebbe stata possibile o comunque per non commettere un sacrilegio. I casi in cui è documentata la pratica del rito non sono molto numerosi e si riferiscono al trasferimento a Roma di divinità di città particolarmente importanti: certi sono quelli di Iuno Regina di Veio e di Iuno Caelestis di Cartagine; verosimili quelli di Iuno Cur(r)itis da Falerii e di Voltumna da Volsinii.
Nel testo dell’iscrizione sono presenti tutte le caratteristiche proprie del rito, ovvero:
1) Vi è la consueta formula cautelare sive deus sive dea.
Così come nel carmen evocationis tramandatoci da Macrobio ci si rivolge alla divinità locale sostituendo al teonimo tale formula, qui resa con grafia “arcaizzante”, sei deus seive deast: con essa il romano si cautelava da possibili imprecisioni o errori, anche involontari, circa l’essenza o il nome dell’essere divino invocato.
2) Il destinatario è chiaramente la divinità tutelare dell’oppidum.
Nonostante quest’ultimo termine sia molto meno frequente di urbs in riferimento all’evocatio, pure esso compare in una fonte importante come Verrio Flacco, tramandato da Plinio.
3) Vi è stato un votum, e si specifica che esso è stato sciolto.
Non ne compare tuttavia l’oggetto, anche se dalle altre testimonianze si può ipotizzare che ci si riferisca a dei giochi, a un culto o a un tempio: in quest’ultimo caso, visto il lasso di tempo che intercorreva solitamente tra voto e dedica – o comunque necessario all’edificazione dell’edificio sacro – la datazione dell’iscrizione potrebbe essere abbassata di uno o più anni.
4) Gli abitanti sono stati venduti come schiavi.
In teoria è ipotizzabile anche una devotio hostium cioè la distruzione della città e di tutto ciò che in essa era contenuto, con la conseguente consacrazione alle divinità infere. Nei casi di evocatio conosciuti o verosimili, gli abitanti della città conquistata e/o distrutta (o per meglio dire i superstiti, visto che il rito presuppone delle ostilità e una resistenza armata) risultano o deportati in un nuovo sito o appunto venduti come schiavi. Inoltre P. Servilio Vatia aveva tutte le carte in regola per votare sacralmente una città, in quanto detentore dell’imperium, secondo la già citata affermazione di Macrobio:
Urbes vero exercitusque sic devoventur iam numinibus evocatis, sed dictatores imperatoresque soli possunt devovere…
5) Il testo purtroppo non dice nulla sulle caratteristiche dell’evocatio,
ma la sua importanza non viene sminuita dato che costituisce la prima testimonianza epigrafica del rito, diretta e ben datata; inoltre conferma sostanzialmente l’attendibilità del carmen trasmessoci da Macrobio, la cui antichità non può perciò più essere messa in dubbio.
Così come negli altri casi sopra accennati, anche la presa dell’oppidum di Isaura Vetus fu allo stesso modo laboriosa e decisiva. Mentre infatti le fonti non si soffermano sui particolari delle conquiste precedenti (tra cui le città licie Phaselis e Olympus e la cilicia Corycus), Isaura Vetus richiese invece notevoli sforzi, anche perché si dovette deviare un fiume o isolare la città dalle sue risorse idriche.
Fu proprio questa impresa, che mise fine alla guerra, ad essere considerata dai contemporanei come la più notevole tra quelle compiute da Servilio, e tale da valergli il trionfo a Roma e il cognomen ex virtute
di Isauricus, che sarebbe passato poi al figlio. P. Servilio Vatia, inoltre, figlio e nipote di auguri (C. Servilio e Q. Cecilio Metello Macedonico) era anche un pontefice di lunga esperienza nell’ambito del collegio, visto che all’epoca della campagna in Asia Minore ne faceva parte già da più di venti anni. Nel 63 si candidò anche alla carica di pontefice massimo. Nulla vieta pertanto di pensare che proprio il generale, in qualità di pontifex, abbia pronunciato il carmen evocationis di fronte alla città assediata: tale
testo sacro era certamente custodito proprio nei libri pontificales ed era pronunciato dai sacerdoti.
La divinità «fuit» quella sotto la cui tutela si trovava la città: proprio il perfetto potrebbe far pensare che la statua fosse stata trasportata a Roma, dove il dio / la dea avrebbe perso le sue prerogative di divinità poliade, come era successo d’altronde a tutte le altre divinità evocate, per ricevere un culto ed entrare a far parte del pantheon romano. Diversamente o, pur rimanendo sul luogo, essa perse questa funzione, oppure altre divinità romane l’affiancarono nello stesso sito. Non è da escludere quindi che la divinità abbia ricevuto un tempio in situ: Beard, North e Price parlano in proposito di un «rilassamento» dei tradizionali obblighi religiosi del rituale e di un’evoluzione dei concetti di «romanità» e «romano», per cui se precedentemente offrire una dimora romana alla divinità evocata significava consacrarla nella città di Roma, alla fine della Repubblica, in piena espansione imperialistica e con il conseguente cambiamento e ampliamento di prospettive, il territorio provinciale poteva essere considerato abbastanza romano da valere per l’Urbe stessa. La collocazione su un edificio, presumibilmente il tempio, sarebbe desumibile dalle caratteristiche stesse dell’epigrafe: la lavorazione della parte posteriore del blocco, lasciata grezza, che suggerisce già di per sé l’inserimento in una costruzione di dimensioni non trascurabili (il blocco stesso è largo più di un metro, alto più di mezzo e spesso 30 cm), il fatto che le lettere della prima linea siano alte 6 cm (più di 1 cm rispetto alle successive, anche per dar risalto al nome dell’imperator), ma soprattutto che l’ultima linea sia scolpita a una certa distanza dal bordo inferiore dell’epigrafe, hanno portato Le Gall ad ipotizzare che essa fosse destinata ad essere vista dal basso verso l’alto. Non è tuttavia corretto desumere da ciò che le divinità evocate ricevessero sempre il culto loro promesso sul posto. L’evocatio d’altronde aveva sicuramente subito dei cambiamenti rispetto alle caratteristiche desumibili da Livio e da Macrobio. Non mi sembra pertanto da condividere l’osservazione di G. Gustaffson che, a proposito della posizione di Beard, North e Price, puntualizza che di «rilassamento» dei tradizionali obblighi del rituale si potrebbe parlare se veramente conoscessimo questi ultimi, visto che le fonti risalgono a qualche secolo dopo; di più, l’importazione del dio a Roma non sarebbe una caratteristica «fissa», il minimo comun denominatore dell’evocatio essendo solo la conquista. L’ultima considerazione è di per sé condivisibile e riflette la distinzione fatta da Festo sui motivi che portarono all’importazione di nuovi culti a Roma, ma le altre lo sono assai meno.
Anzitutto, se l’opera di ricostruzione della religione romana dovesse basarsi su documenti contemporanei agli eventi, qualunque studioso del settore dovrebbe pensare a cercarsi un altro lavoro, oppure basarsi solo sulle epigrafi o sui documenti tipicamente conservativi come il feriale arcaico, per ignorare il resto. Nel nostro caso, cioè, le modalità in cui veniva sciolto il votum pronunciato all’atto di evocare la divinità tutelare, dovremmo non considerare che Livio e Macrobio, a quattro secoli di distanza, sono concordi nell’affermare che l’essere divino avrebbe ricevuto un tempio a Roma, in due casi anch’essi distanti più di due secoli (espugnazioni di Veio e Cartagine). La conferma alle parole del primo è fissata nel calendario, mentre il carmen evocationis che il secondo riporta per intero chiede
alle divinità di accettare di trasferirsi a Roma, dove riceverà un tempio e dei giochi.
È ovvio che tutto ciò non ci consente di ricostruire un modello ben definito del rito, ma possiamo almeno tener presente le caratteristiche ricorrenti che, fino a prova contraria, costituiranno la base
delle nostre speculazioni: a partire da esse si può dire che, se il tempio alla divinità di Isaura Vetus venne dedicato sul posto, siamo di fronte ad un mutamento almeno di un elemento – importante – del
rituale. I riti non erano d’altronde affatto immuni dai cambiamenti, spesso anche per ragioni d’ordine meramente pratico: un esempio pregnante è la dichiarazione di guerra affidata ai feziali, originariamente
da compiersi sul confine del popolo contro cui si sarebbero aperte le ostilità, poi, con l’ampliarsi dei confini, presso il lembo di terra prospiciente il Tempio di Bellona, all’uopo tramutato in ager peregrinus facendolo acquistare da un soldato straniero. Voler ignorare tali conclusioni, per quanto provvisorie, porterebbe a generalizzare troppo, come fa A. Blomart, che estende di fatto la definizione di evocatio a qualunque spostamento di culti, anche quelli patrii.
Dei cambiamenti d’altronde dovevano esserci stati: dopo la conquista dell’Italia e la seconda guerra punica, con l’importazione di decine di divinità, il pantheon romano doveva essere diventato così funzionale e geograficamente differenziato che da un parte era possibile un’interpretatio Romana della massima ampiezza, dall’altra che le divinità delle regioni più lontane (in senso geografico, ma soprattutto
culturale) fossero considerate a tal punto «barbariche» da non essere integrabili; ciò poteva essere una proiezione della chiusura all’ammissione di nuovi cittadini nello stesso periodo, proiettando la realtà
sociale anche sul piano simbolico. Secondo il Rüpke il rito si era ormai ridotto ad un semplice votum.
Un particolare finora stranamente non notato è il fatto che la formula cautelare sive deus sive dea, comprensibilmente impiegata nel carmen evocationis per rivolgersi con la dovuta circospezione alla divinità tutelare poco prima dell’ordine di attacco, sia mantenuta anche nell’iscrizione. Quando essa viene collocata, infatti, il voto, qualunque esso fosse, è stato sciolto. A questo punto sarà stata insediata
una guarnigione o comunque si sarà proceduto ad assicurarsi in qualche modo il controllo dell’oppidum, e di conseguenza si sarà provveduto anche ad entrare in rapporto con le élites locali; queste avrebbero potuto comunicare senz’altro, se prima non erano noti, tutti i dati relativi alla loro divinità maggiore, nome in primis. Che anche in questa fase successiva si mantenga quindi la tipica prudenza
romana nel rapporto con il divino, tanto da fissarla su un’iscrizione visibile a tutti, è un fatto notevole: forse i Romani temevano un “colpo di coda” religioso da parte degli autoctoni, cioè un turbamento della pax deorum conseguente a un’errata comunicazione del nome divino, fatto tanto più esiziale se l’essere divino era stato già trasferito a Roma, ma non meno dannoso se esso aveva continuato a dimorare nella sua città. Altrimenti è possibile pensare che, pur sciolto il voto, i pontefici, i soli competenti in materia di dèi evocati e responsabili dell’accoglimento e dell’adattamento dei culti stranieri al diritto sacro, ancora non si fossero pronunciati sul caso relativo ad Isaura, forse anche per la mole di lavoro che Servilio, e non solo lui, stava dando loro in quel momento!
Non si dimentichi che Livio o la sua fonte nel racconto della conquista di Veio non avevano avuto
problemi a sostituire alla formula che manteneva indefinito il nome divino, il nome proprio della divinità evocata, Iuno Regina, segno evidentemente che il processo d’integrazione della dea nel pantheon romano era ormai completo e ben documentato. Oppure, infine, è anche assai probabile che nell’epigrafe si sia riportata fedelmente una parte del formulario giuridico dell’evocatio, come accadeva spesso, ad esempio per gli statuti municipali.
Con questa attestazione di evocatio viene a cadere la certezza del Wissowa, seguito dal Basanoff e altri, per cui tale rito era riservato alle divinità poliadi delle città fondate Etrusco ritu, le sole degne di
essere qualificate come urbes: Isaura Vetus è un oppidum dell’Asia Minore. L’iscrizione di Isaura Vetus fissa per il momento al 75 a.C. circa il terminus ante quem delle attestazioni del rito.
Per altre supposte evocationes successive, cfr. FERRI, L’evocatio romana…, cit., pp. 243-244.
NOTE:
-PLIN., nat. XXVIII 18: Verrius Flaccus auctores ponit quibus credatur in obpugnationibus
ante omnia solitum a Romanis sacerdotibus evocari deum cuius in tutela id oppidum
esset promittique illi eundem aut ampliorem apud Romanos cultum. Et durat in pontificum
disciplina id sacrum, constatque ideo occultatum in cuius dei tutela Roma esset, ne
qui hostium simili modo agerent. Cfr. FERRI, L’evocatio romana…, cit., pp. 207-211.
- PAUL. FEST. 268 L: Peregrina sacra appellantur quae aut evocatis dis in oppugnandis
urbibus Romam sunt conlata, aut quae ob quasdam religiones per pacem sunt petita,
ut ex Phrygia Matris Magnae, ex Graecia Cereris, Epidauro Aesculapi: quae coluntur
eorum more, a quibus sunt accepta. Cfr. VAN DOREN, Peregrina sacra…, cit.; FERRI,
L’evocatio romana…, cit., pp. 207-211, 236-238.
- SERV., Aen. II 351: EXCESSERE quia ante expugnationem evocabantur ab hostibus
numina propter vitanda sacrilegia.
- LIV. V 21, 1-3; V 22, 3-7; VAL. MAX. I 8, 3; PLUT., Cam. VI, 1-2; sui particolari
cfr. BASANOFF, Evocatio…, cit., pp. 43-44; RÜPKE, Domi militiae…, cit., p.
163; FERRI, L’evocatio romana…, cit., pp. 224-225.
- MACR., Sat. III 9, 1-9; SERV., Aen. XII 841: sed constat bello Punico secundo exoratam
Iunonem, tertio vero bello a Scipione sacris quibusdam etiam Romam esse translatam.
-Macrobio (MACR., Sat. III 9, 6) asserisce di aver rinvenuto la formula del
carmen evocationis in un’opera di Sammonico Sereno, che avrebbe a sua volta attinto
da un certo Furio, verosimilmente Lucio Furio Filo, amico di Scipione Emiliano,
il distruttore di Cartagine: cfr. BASANOFF, Evocatio…, cit., p. 4; GUITTARD,
Auctoritas extorum…, cit., p. 62; sulla cronologia, cfr. PEPPE, La nozione di
populus…, cit., passim.
-Sull’ubicazione delle due città di Isaura Vetus e Nova, cfr., con posizioni
opposte, ORMEROD, The Campaigns..., cit., pp. 44-47 e HALL, New light…, cit., p.
570. L’incertezza influisce poco sulla questione trattata, visto che entrambe le città
vennero prese per sete.
PER FAVORE NON COPIA.INCOLLARE!
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GRAZIE!!!

Molto interessante. La scoperta in questione e l'articolo da lei pubblicato contribuisce a migliorare la conoscenza di un rituale romano tra i più affascinanti e importanti.
RispondiEliminainfo@robertolibera.it
Gentilissimo Roberto, La ringrazio vivamente per questo suo commento che mi riempie di gioia.
RispondiEliminaUn caro saluto