Il filò è vecchio come il mondo. Meglio nasce con l’uomo, con il suo bisogno istintivo di raccontarsi. Ne abbiamo una chiara testimonianza in Omero. Ulisse, ascoltando Femio, il cantore, si sente spinto a “raccontarsi”, a narrare le sue avventure. Gli ascoltatori «stavan tutti per l’oscura sala / taciti, immoti e nel diletto assorti». Come nel filò contadino, quando gli anziani raccontavano le loro gesta nella grande guerra, l’ultimo argomento “epico” raccolto è cantato dalla memoria collettiva. […].
Potrebbe il termine filò derivare dal greco phylé, visto che siamo partiti da Omero, e voler significare “gruppo, comunità, stare insieme”; una simile spiegazione ne coglie l’aspetto sociale: la comunità contadina trova nel filò il momento dell’incontro sociale e dello scambio di esperienze. [...] Sembra, ad alcuni studiosi, che proprio dal lavoro femminile, in particolare dal filare, derivi il nome filò, detto in certe zone fila. E come non è facile scavarne la radice semantica, così diventa difficile la traduzione. “Veglia” suggerisce la lingua italiana, ma è un termine che appare subito debole, impreciso; infatti non ne coglie del tutto il significato, non ne assorbe lo spessore culturale. “Fare filò” può anche dire “scambiare quattro chiacchiere”, “perdere tempo”. Ed è vero che non mancava la ciacola, ma si tratta di un modo di dire nato quando l’antica tradizione della “fabulazione contadina” comincia a languire e la “memoria generazionale” a spegnersi. Senza filò non ci sarebbe la letteratura degli analfabeti, costruita sulla narrazione orale, sul pensiero morale, su fatti e avvenimenti (le cosiddette “storie”) di un mondo senza storia. Sarebbe come pensare la nostra società senza scuola, senza libri, senza ,cinema e TV.
lI filò casalingo e le filastrocche della nonna
Il filò della stalla invernale (e l’inverno cominciava dopo i morti) era preceduto dal filò casalingo in cui prevaleva l’aspetto educativo costruito con una precisa didattica. La “maestra” era, in genere, la nonna, fabulatrice di sicura memoria, dal gesto pacato, rituale, capace di ripetere con uno stile tecnico-mnemonico, giochi di parole, filastrocche drite e roerse, normali e del “mondo alla rovescia”. […] Il suo dialetto spesso rendeva difficile la ripetizione perché vi erano inserite parole e formule arcaiche, comunque poco in uso, poiché mancava il confronto con gli altri parlanti e, soprattutto perché ritenute, nella loro forma tradizionale, di sicuro effetto. Si può dire si trattasse dell’unica “categoria” verbale dove mancavano o erano scarse le varanti.
Il filò della stalla e la fiaba contadina
Le donne invece, nei filò della stalla, non raccontavano le fiabe, se non raramente: badavano a filare la canapa o il lino per il ricambio delle lenzuola, per preparare la dote alla figlia promessa sposa; le ragazze facevano la calza, ricamavano con l’uncinetto, l’ago, seguendo gli insegnamenti della mare de casa, la madre della casa. La storia rovigotta La sposina che gavea massa da filare, offre uno spaccato del lavoro femminile nel filò e dei rapporti tra spose e suocera di una casa patriarcale e l’uso del dialetto ne denuncia tutta la verità. Gli uomini, a loro volta, erano occupati con gli attrezzi da aggiustare e da rimodernare e, spesso, continuavano il lavoro della giornata: facevano la cernita delle stroppe, intrecciavano ceste, cavagne e corde; impagliavano fiaschi, sedie, tutto ciò che un’arte antica tramandata di padre in figlio, consentiva di risolvere i “bisogni” della casa e della conduzione agraria. Il momento magico del filò, quel passare dalla povertà quotidiana allo splendore della creazione fantastica, scaturiva dai racconti dei contafole, detti anche poeti. «Era bravo, era un poeta» commenta Assunta Parolini di Enego parlando di un contafole locale. […] Qualcosa di “sociale”, di “politico”, molto meno di “rituale” si è incarnato nella fiaba contadina e popolare: la descrizione ambientale e sociale, esaltata dall’uso del dialetto locale, diventa in molte narrazioni orali, elemento determinante, direi caratterizzante. Appunto, mito e fiaba sono nella tradizione orale un linguaggio totale: si può dire che non si narrano miti o fiabe ma si pensa, si parla, si racconta per miti e fiabe. […]
tratto da : (Dino Coltro)-dell’Associassion Łe nostre raiśe -
Una Canzone da Filò.....che mi veniva cantata dal nonno e da mia mamma...
ME CONPARE GIACOMETO
Me conpare Giacometo
El gavèa un bel galeto,
quando el canta el verze el beco
che el fa proprio inamorar
E quando el canta, el canta, el canta
El verze el beco, beco, beco
Che el fa proprio proprio proprio inamorar!
EI sior Checo salamaro
Co’ la pansa a botesèla
El voi darghe zò querela
Par la rabia che el ghe fa.
El voi darghe, darghe, darghe…
Ma un bel giorno la parona
Par far festa a l’invitati,
la ghe tira el colo al galo
e lo mete a cusinar.
La ghe tira, tira, tira....
Le galine tute mate
Par la perdita del galo,
le rabalta anca el pùnaro
da la rabia che le gà
Le rabalta, balta, balta....
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