Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

mercoledì 10 luglio 2013

2000 VISITE!

Stamane ho fatto caso al contatore di visite a questo blog...2078 in soli due mesi!
Non mi sarei mai aspettata tanti visitatori, amici, curiosi e studiosi, vi ringrazio tutti dal profondo del mio cuore.
Quest'avventura è nata per caso e con tanta timidezza ma il mio lavoro viene apprezzato ed amato da molte persone e ciò mi riempie di gioia e felicità.
Non pretendo di insegnare nulla a nessuno, non mi piace "fare la professoressina" perchè non lo sono, non voglio esaltare la "veneticità" (come mi è stato misteriosamente rinfacciato da un utente confuso) di nulla e nessuno.
 Il mio scopo è semplicemente quello di riportare documenti, fotografie, sensazioni ed esperienze personali legate al territorio dove il mio sangue mette radici profondissime. Spesso in questo mondo moderno, frenetico, triste, grigio, il ricordo di ciò che è stato viene rilegato in un cassetto buio dal quale non lo si vuol riesumare, forse per paura o forse per pregiudizio, ma riscoprire il nostro mondo antico, il mondo dei nostri padri e delle nostre madri è il punto di partenza per ritrovare una Strada poco battuta ma sicura verso un futuro sereno costruito su basi solide e "sacre". Il mondialismo globale rischia di portare via e distruggere irreparabilmente le nostre radici, tradizioni, storie, leggende... Questo è un misero contributo per tentare di mantenerle vive.
Qualcuno mi ha chiesto il motivo per il quale mi do da fare in questo blog, la mia risposta è stata semplicemente " perchè è giusto farlo".

Quindi ringrazio ancora tutti voi per il supporto che mi date e per la vostra amicizia.

Elena


lunedì 8 luglio 2013

Eridano e Via Dell'Ambra

tratto dalla prefazione del magistrale lavoro del professor Attilio Mastrocinque. (tutti i diritti sono riservati)

“Anche il fiume, emergendo dal gorgo, canta il suo lamento e offre i suoi recessi a Fetonte, accogliendone il corpo; renderà presto fertili le Eliadi, infatti coi venti e con il gelo che il fiume produce renderà duri come pietra e accoglierà i frammenti d'oro che cadono dai pioppi, e attraverso le acque serene li porterà ai barbari che abitano l'Oceano”.




Non esisteva nell'antichità una sostanza che fosse stimata degna di attenzione da parte dei poeti e dei mitografi come l'ambra: non l'oro, o lo stagno, o le pietre dure, e neppure le spezie. Fu certamente il fatto di non conoscere esattamente l'origine dell'ambra che spinse i Greci a concepire leggende e a collegare fenomeni fisici o situazioni geografiche con l'origine della sostanza stessa. Il mistero che la avvolgeva fece sì che i luoghi ove veniva trovata fossero situati in zone per definizione inaccessibili, ai confini della terra. Tali confini non erano tanto l'estremo Nord, da dove realmente l'ambra proveniva, o l'estremo Oriente, quanto piuttosto l'estremo Occidente, l'“Esperia”. Era il punto di vista dei Greci, ovviamente, che determinava tale scelta di una geografia occidentale, probabilmente perchè in età arcaica l'ambra giungeva, o giungeva anche, da Occidente, vale a dire dall'Italia, forse attraverso l'Adriatico.
La mitologia greca consacrò un legame indissolubile fra l'ambra ed un fiume favoloso chiamato Eridano. Quest'ultimo era il fiume dell'ambra, perchè lungo le sue rive - secondo il mito - si depositava la preziosa sostanza, che veniva poi trasportata dalle correnti profonde. Alle foci del fiume c'erano le isole Elettridi, dove si poteva trovare l'ambra portata dall'Eridano. Naturalmente nessun greco sapeva dove realmente fossero questo fiume e queste isole, poichè, per poter fantasticare in tal modo, bisognava che il mistero restasse; se poi le conoscenze geografiche dell'Occidente si ampliavano, bisognava che si spostasse altrove l'orizzonte geografico del mito.
Era tipico della mentalità dei Greci creare - anche contempo-raneamente - due livelli di conoscenza: quello scientifico e quello mitologico. Essi sapevano che l'ambra veniva dal Nord e che era originariamente resina degli alberi; e fu un greco, Pitea di Marsiglia, a scoprire che essa veniva precisamente dalle coste di un mare settentrionale; ma ciò non toglie che si potesse af-fiancare una conoscenza mitologica alla conoscenza scientifica. Per un poeta la realtà che non è precisamente definita può essere caricata di significati e di valori nuovi, può essere "umanizzata" (l'ambra nasceva, secondo il mito, dalle lacrime delle sorelle di Fetonte). Chiunque, in Grecia, se voleva, poteva assistere all'estrazione dell'oro dalle miniere, ma nessuno poteva vedere donde nasceva l'ambra. Questo fatto stimolò la curiosità, fonte del sapere, dei Greci, che pervennero ad un duplice livello di conoscenza: da una parte il mito e dall'altra la scienza.
Come si arrivò ad identificare l'Eridano del mito con il Po? Un tale quesito meriterebbe almeno un libro per risposta. Credo infatti che per poter rispondere bisognerebbe delineare una dimensione non greca, ma italica del mito, del commercio e della lavorazione dell'ambra; una dimensione specialmente padana. Fu infatti la storia di un commercio e di un particolare artigianato che stimolò la fantasia dei poeti greci. Nel V secolo si cominciò, per quanto ne sappiamo, a parlare dell'Eridano identificandolo con il Po e a localizzare nell'area polesana molte delle leggende legate all'origine dell'ambra. In quell'epoca il Polesine e buona parte della Padania erano popolati da Etruschi e buona parte delle ambre lavorate del V secolo a noi note sono prodotti etruschi. La comprensione del processo attraverso il quale l'Eridano divenne il Po non può dunque prescindere dallo studio degli Etruschi padani e del loro ruolo nel commercio e nella lavorazione dell'ambra.
L'area padana, e specialmente il Polesine, ebbe un ruolo notevole nel processo di smistamento e di lavorazione della sostanza proveniente dalle rive del Baltico; e questo vale non solo per il V secolo, ma già per l'età del Bronzo finale, e per l'età arcaica. È dunque una necessità quella di affrontare lo studio dei miti servendosi di dati storici, quali sono quelli forniti dall'indagine archeologica: dati storici in un senso molto particolare, poichè, se non disponiamo di testimonianze scritte, i dati di scavo possono essere letti storicamente solo con grande difficoltà. Farne uso per comprendere la mitologia (o, viceversa, usare i miti per interpretare dei materiali archeologici) è un'operazione delicatissima, poichè investe due sfere di documentazione assai disomogenee fra loro. La difficoltà del procedimento determina un certo margine di rischio, e pertanto impone prudenza nelle conclusioni. Solo in un panorama complessivo dei fenomeni si possono delineare con una certa precisione le interferenze tra l'ambra come merce o come ornamento e l'ambra come elemento mitologico.
La storia degli studi sull'ambra registra, fin dal secolo scorso, un interesse spiccato per le vie attraverso le quali la sostanza giungeva dal Baltico al Mediterraneo. Tale problema, proprio perchè già molto discusso, sarà qui trattato non tanto per rintracciare una "via dell'ambra" (va detto che le cosiddette "vie dell'ambra" sono meglio rintracciabili per l'età romana che per quella preromana, alla quale è dedicata questa ricerca), quanto per cercare di comprendere il tipo di contatti fra culture diverse il quale permise l'approvvigionamento d'ambra in Italia e in Grecia. Si valorizzerà soprattutto l'importanza degli scambi fra l'area italica e quella centro-europea (in particolare la Germania), che fungeva da mediatrice della materia prima fra Baltico e Mediterraneo.







PER FAVORE NON COPIA.INCOLLARE!
SE TI PIACE IL MIO LAVORO SCRIVIMI UN COMMENTO QUI SOTTO E TE NE INVIERO' GRATUITAMENTE UNA COPIA IN PDF!
GRAZIE!!! 


giovedì 4 luglio 2013

I VENETI ED I CAVALLI




“Artemide, signora di Limna marittima
e degli stadi rimbombanti di cavalli, oh,
poter essere nelle tue pianure, poter
domare i puledri veneti!”

(Euripide, Ippolito, 228-231).


Secondo la storia, i Veneti antichi erano famosi per la cura e la prestanza dei loro cavalli. L’importanza del cavallo è attestata anche dalla presenza di questo animale nelle necropoli degli antichi veneti.
Il sacrificio dei cavalli, deposti interi nelle tombe senza il consumo della carne, era un’usanza per onorare eroi e defunti. Tale rito è ricordato anche da Strabone che riporta come in onore di Diomede, nel santuario alle foci del Timavo, i Veneti erano soliti sacrificare un cavallo bianco.
Il sacrificio di un’animale cosi’ importante come il cavallo era senza dubbio un fatto molto dispendioso per chi sacrificava. Ecco perche' nelle necropoli, spesso si ritrovano statuine di cavalli in terracotta, segno di un sacrificio virtuale che in mancanza di maggiori risorse economiche soddisfaceva comunque il rito.
Su un passo omerico si fonda la tradizione, diffusa, della provenienza dei Veneti dall'Asia Minore, che trova sulla corrispondenza "eneto= Veneto" una prova ulteriore a favore di una identificazione degli Eneti di Paflagonia con i Veneti del Veneto. Fin da questa prima e antichissima fonte, si può far risalire  l'associazione tra il popolo dei Veneti e il tema del cavallo  (1) : sulla fama dei Veneti adriatici come allevatori di cavalli non pare esserci alcun dubbio.
Polemone, nel carme conviviale ad Euripide (2), riaffermando l'origine degli "Eneti" Veneti dell'Adriatico, dai Paflagoni, ricorda come nella 85° olimpiade (440 a.C.) Leone di Sparta abbia ottenuto la vittoria con "cavalle venete" del padre Anticlide; così è riportato nell'iscrizione apposta sulla sua statua (3).
Un'altra illustre memoria dell'eccellenza dei cavalli Veneti viene da Strabone (4): egli associa alla descrizione dei Veneti il ricordo di una ormai tramontata attività di allevamento dei cavalli, un tempo famosa al punto che il tiranno Dionigi di Siracusa aveva fatto venire dal Veneto cavalli da corsa per il suo allevamento. All'epoca di Strabone, fine I sec. a.C. — inizio I sec. d.C., l'allevamento dei cavalli non è più presente nell'economia dei Veneti, ma ne resta il ricordo, che viene tramandato con i racconti.
Nel mondo dei Veneti antichi la presenza del cavallo (5)è una costante e la frequenza di rappresentazioni di questo animale, anche nei prodotti della cultura materiale, è indice della sua rilevanza nelle diverse manifestazioni della vita sociale. Il cavallo è un elemento ricorrente nella sfera del culto (6).
 Nei santuari Veneti il cavallo compare spesso anche tra i votivi offerti alla divinità ed è raffigurato sia da solo sia montato dal guerriero; nelle lamine bronzee figurate ricorrono cavalieri armati, singoli o in gruppo, come pure figurazioni di singoli cavalli; numerosi sono anche i bronzetti di guerrieri a cavallo e le statuette di cavalli.
Particolarmente diffusa, anche se non esclusiva del Veneto, è anche la pratica della sepoltura di cavalli, spesso in prossimità o in area di necropoli: i casi sono frequenti, a Oppeano, Este, Adria, Padova, Oderzo e, particolarmente numerosi, ad Altino (7) In molti casi gli animali appaiono intenzionalmente uccisi ed è pertanto plausibile una interpretazione della loro uccisione e sepoltura in senso rituale (8).
 Che si tratti di un atto in collegamento con il rito funebre, forse con riferimento al rango sociale del defunto, è ipotesi probabile, che tuttavia non è ancora stata adeguatamente analizzata (9).
Tipico monumento funerario locale sono le stele di pietra di Padova, normalmente associate ad iscrizioni, nelle quali il cavallo è pressoché sempre presente, sia montato dal cavaliere nelle scene di combattimento, sia nell'atto di trainare il carro nella rappresentazione simbolica del viaggio agli inferi. Il cavallo compare anche nell'"arte delle situle": celebre la scena presente sulla situla Benvenuti in cui un servo sospinge il cavallo verso il signore che è in atto di libare. Dalle varie iscrizioni venetiche provengono poi ulteriori testimonianze della rilevanza del cavallo nel mondo Veneto (10).
La fama di questa razza di cavalli, detta "Razza Piave" raggiunse in seguito Roma dove, durante i ludi circensi imperiali, una delle squadre in gara era denominata la “veneta factio”. Per non parlare delle battaglie contro i Galli in cui ancora si distinguevano per valore cavalli e cavalieri.
Il cavallo poi figurava come merce pregiatissima insieme all’ambra e alla lana nelle liste d’esportazione a Porto Equilium (odierna Jesolo) nel lido altinate. E ancora Strabone ci tramanda una affascinante leggenda che vede l’amicizia fra uno splendido lupo bianco, scampato alla morte sicura per mano dei cacciatori di frodo, e un branco di candidi cavalli.



Bibliografia:
-Dal volume "AD DUODECIMUN MANSIO MAIO MEDUACO"di MONICA ZAMPIERI (Associazione Culturale Sambruson La Nostra Storia)
- Mostra VENETKENS a Padova:
-Mia tesi di Laurea, università Cà Foscari di Venezia;
- A.Baldan: Storia della Riviera del Brenta
- M.Poppi : Gambarare ed il suo territorio
-www.Marcadoc.it
-I veneti dai bei cavalli-Luigi Malnati, Mariolina Gamba
note:
1) OMERO, Iliade, 851-852. "Pilemene dal forte cuore guida i Paflagoni che vengono dagli Eneti, il paese del le mule selvagge", trad. di M. G. Ciani. malnati 2003a, 11-22.
2)  InHipp. 231.
3) Marinetti A. 2001, "II signore del cavallo" e riflessi istituzionali dei dati di lingua. Venetico ekupetarìs, Convegno Produzioni merci e commerci ad Altino e nel Veneto orientale, Venezia.
4) STRABONE, V, I, 4.
5) Una mostra allestita presso il Museo Archeologico di Adria nell'ambito della rassegna nazionale "Lo sport nell'Italia antica" ha illustrato i diversi aspetti della presenza del cavallo nella cultura materiale dei Veneti, bonomi s., camerin N., tamassia k. 2002, Adria. Via San Francesco. Scavo 1994: materiali: materiali dagli strati arcaici, in L'alto e medio Adriatico tra VI e V secolo a. C. Atti del Convegno Internazionale, Adria, 19-21 marzo 1999, Padusa, XXXVIII, pp. 201-214.
6)   STRABONE, V, 1,9. MALNATI 2003a, 11-22.
7)    Gambacurta G. 1996, altino. Le necropoli, in La Protostoria tra Bile e Tagliamento. Antiche genti tra Veneto e Friuli. Mostra archeologica, Padova, pp. 47-68.
8)    Gambacurta G., TIRELLI M. 1996, Le sepolture di cavallo nella necropoli "Le Brustolale", in aa.VV., La protostorìa tra Sile e Tagliamento. Antiche genti tra Veneto e Frinii, Catalogo della mostra, Padova, pp. 71-73.
9)  Gambacurta 1999, Acqua, città e luoghi di culto nel Veneto romano, in Ocnus, 7, pp. 179-186.
10)    Marinetti 2001 ; capuis 1993.



PER FAVORE NON COPIA.INCOLLARE!
SE TI PIACE IL MIO LAVORO SCRIVIMI UN COMMENTO QUI SOTTO E TE NE INVIERO' GRATUITAMENTE UNA COPIA IN PDF!
GRAZIE!!! 



lunedì 1 luglio 2013

Rituale del Lucum Conlucare

 Catone ci rivela il rituale del lucum conlucare, vale a dire del debbio, l’occupazione umana e la messa a
coltura del lucus, da intendersi etimologicamente come «radura», ma anche come «bosco
sacro».
Il periodo dell’anno destinato a questi lavori agricoli era la seconda metà di luglio, dopo il raccolto: i Lucaria pertanto avevano luogo il 19 e 21 luglio, prima di altre due feste consacrate invece all’acqua, con la sistemazione dei pozzi e delle canalizzazioni
 (Neptunalia il 23 luglio e Furrinalia il 25).
Prima di procedere bisognava celebrare un piaculum con l’offerta di un porco ad una divinità si deus si dea:

- Lucum conlucare more sic oportet: porco piaculo facito, sic verba concipito:
- «si deus, si dea es, quoium illud sacrum est, uti tibi ius est porco piaculo facere illiusce sacri coercendi ergo harumque rerum ergo, sive ego sive quis iussu meo fecerit, uti id recte factum siet, eius rei ergo te hoc porco piaculo immolando bonas preces precor, uti sies volens propitius mihi domo familiaeque meae liberisque meis: harunce rerum ergo macte hoc
porco piaculo immolando esto»



La divinità cui la preghiera si rivolge è, con tutta probabilità, il genius loci.
L’aspetto tutelare «locale» riferibile al genius è importante come quello «personale», e con esso si intreccia. Quella romana è infatti una «risposta» di tipo culturale, osservabile anche in altri sistemi religiosi, che qualifica in modo tipico il legame della comunità con uno o più luoghi. La prima fase è propriamente l’approccio progressivo con un dato luogo, concepito come abitato da un essere divino. Ne consegue il mantenimento del rapporto con l’essere sovrumano che vi abita. Con il tempo tale legame si fonde con l’ascendenza umana che il luogo ha abitato per generazioni, qualificando la linea familiare attraverso il capofamiglia maschio.

Elena

(foto scattate in Raetia)




PER FAVORE NON COPIA.INCOLLARE!
SE TI PIACE IL MIO LAVORO SCRIVIMI UN COMMENTO QUI SOTTO E TE NE INVIERO' GRATUITAMENTE UNA COPIA IN PDF!
GRAZIE!!!

Antiche ricette e curiosità dei dolci

Buonissimo Primo Luglio a tutti voi!
Oggi mi sento ispirata per scrivere un articoletto riguardo qualche curiosità culinaria dolciaria delle nostre terre... Ricette che mi sento di offrire ai Genius Loci...
Quando si parla dei modi di vivere del passato, è tendenza comune e naturale esaltarne solo gli aspetti positivi e sottacerne, magari, quelli negativi. A parte la considerazione che non è mai tutto bene o tutto male ciò che è stato, così come non è mai tutto bene, né tutto male ciò che è venuto dopo, il più delle volte è solo il modo di vivere che cambia e, con esso, cambiano i modi di concepire la vita e le abitudini che la caratterizzano. I luoghi, gli usi e le consuetudini che scompaiono e quelli che li sostituiscono altro non sono che il fatale avvicendamento determinato dal mutare delle condizioni di base, della sensibilità collettiva e della necessita sociale. Ed è inutile e sterile rimpiangere troppo la scomparsa di questi luoghi, usi e costumi, se sono cambiate le esigenze di fondo che li avevano creati e che successivamente ne hanno decretato la fatale eclissi. E' l’eterno gioco della vita, a volte banale, a volte crudele, però mai gratuito, né eludibile.
Tutti i dolci inizialmente nascono come offerte rituali incruente alle divinità pagane con significato augurale propiziatorio, mentre dopo l'avvento del Cristianesimo, assumeranno significato di devozione cristiana.
I primi dolci erano semplici pani con l'aggiunta di qualche ingrediente dolcificante (miele, frutta, mosto, ecc.), cui poteva essere data la forma di animale, in sostituzione dei ben più costosi animali vivi da sacrificare, o di arto umano, di cui si chiedeva la guarigione al dio.
Nell'antico mondo romano, nei primi giorni di gennaio (kalendulae januarie), era usanza scambiarsi doni beneauguranti, come frutta secca, miele e dolci, come i globuli (castagnole), ma soprattutto una torta detta janual, da Janus - Giano, dio safino, che ha dato il nome al mese di gennaio, che era chiamato anche "dio degli inizi" e "dio dei dolci". Era una torta rotonda senza foro centrale decorata di rosso. Il dolce dal significato beneaugurante e propiziatorio, veniva offerto al dio, non solo all'inizio dell'anno, ma anche all'inizio di ogni mese e ogni volta che si iniziava una cosa nuova, come un viaggio, un affare, ecc. Questa torta (parola del tardo latino che significa "pane rotondo", forse connessa con il verbo "torcere", quindi pasta ritorta, cioè "ravvolta"), era preparata con farina, miele, mosto di vino rosso, semi di anice, ed è la progenitrice di tanti dolci attuali. La presenza del rosso mosto di vino (defruntum) ricorda anche i dolci marchigiani - romagnoli - emiliani a base di mosto cotto e farina chiamati sugal, sciughi, sciughiti, sughitti e mostarde in genere e i vari biscotti o maritozzi col mosto. Il colore rosso, presente su quasi tutti i dolci antichi, era il simbolo del sangue degli animali sacrificati. Da ciò deriva l'usanza di colorare di rosso tutto ciò che è consacrato. I dolci spennellati di rosso e la rossa carne, erano consumati solo nei giorni festivi, anch'essi segnati con colore rosso sul calendario. Così come, fino a qualche decennio fa, c'era l'abitudine nelle campagne di infiocchettare con nastri rossi le corna dei buoi, di ornare i piccoli e le donne con collane rosse, ecc., insomma, come affermato da illustri scrittori ed antropologi, "tutto ciò che è segnato di rosso è magicamente protetto, essendo il rosso il colore della festa perchè rappresenta il segnale del sacrificio (sacrum factum)".
Il poeta romano Ovidio, che si pose il problema sull'origine dell'usanza di offrire al dio Janus questi dolci, fornì una risposta nel primo Libro dei Fasti, ove scrisse di aver interrogato il dio e di aver avuto questa risposta: "Si fa per buon augurio, perchè nelle cose passi il sapore dolce, e l'anno, qualcominciò, sia dolce".
Così i dolci rossi di Janus li ritroviamo nel carnevale cristiano; varie ciambelle si accostano alla festa di S. Antonio abate; il Libum del dio Libero, con aggiunta del lievito, diviene la crescia o pizza con il formaggio delle festività pasquali; molti sono i dolci che nelle varie regioni italiane diventano "pasquali" o "natalizi"; le libae o frictilia, preparate dalle matrone per strada su fornelli portatili per le feste liberalia, il 17 marzo, sono trasferite alla cristiana festa di S. Giuseppe il 19 marzo.
In tutti questi dolci cristianizzati è presente un nuovo ingrediente che li caratterizza: il lievito.

DOLCI VENETI
Baìcoli
 I baìcoli sono dei biscottini leggermente dolci e croccanti chiamati così da un pasticcere veneziano del '700 per la forma che ricordano, prima di essere tagliati a biscotto, un cefalo. La preparazione è abbastanza lunga ma una volta fatti si conservano anche per mesi. Li potete, comunque, trovare anche in negozio. Possono essere accompagnati col caffé, zabaione, vino aromatizzato o con cioccolata calda con cannella e noce moscata come si faceva all'epoca.

Essi buranéi
Gli essi buranéi sono dei biscotti a forma di esse (ma possono essere pure a forma di o e allora si chiamano bussolai) e sono la specialità dell'isola di Burano. Li potrete trovare immancabilmente alla fine di ogni pasto in qualsiasi ristorante del posto. Sono deliziosi e delicati.

Pincia o Pinza 
Dolce povero fatto con mollica di pane avanzato. Quella che viene descritta è la ricetta originale, se volete potete aggiungere un bicchierino di grappa, pinoli e frutta candita, pezzi di mela...
Graditissima offerta alle Divinità del Luoghi...

Frìtoe aea venessiana(frittelle alla veneziana)Le classiche per il carnevale. Famose fin dal tempo di Marco Polo dove dall'oriente si è imparato a friggere. La loro composizione può essere svariatissima: con mele, semolino, polenta, riso, zucca e creme. Una volta erano impastate con acqua al posto del latte e, invece della grappa, si usava l'anice. Inoltre si univano pinoli, del cedro candito tritato e della cannella.

Zabaione
Dessert a base di uova e zucchero. Di solito si usa intingere nello zabaione i biscotti veneziani. Anticamente veniva offerto allo sposo novello per garanzia di successo per la sua prima notte di matrimonio. Lo zabaione deriva forse da una densa bevanda proveniente dalle coste veneziane della ex Jugoslavia chiamata "zabaja".

Bigarani
In passato si usava recare in dono i bigarani alle puerpere con una buona bottiglia di vino dolce che, si riteneva, avrebbe contribuito non poco a ridare rapidamente forza. I biscotti in questione hanno in effetti una forma che può ricordare il sesso femminile.