Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

giovedì 25 luglio 2013

Ecate come Maiden- Mother- Crone: un'invenzione moderna.

Cari amici e lettori, perdono la mia discreta latitanza attraverso la mia traduzione di un capitolo molto interessante del libro HEKATE- Keys to the Crossroads della meravigliosa autrice Sorita D'Este.
In questo capito la scrittrice parla di come ed in che modi la figura della Dea Hekate sia stata nel 20° secolo ridotta alla stregua di una vecchiaccia che tanto piace e tanto va di moda fra aspiranti neopagani dall'animo dark ma che evidentemente non hanno mai avuto l'intelligenza di prendere in mano qualche testo greco e latino per verificare le loro teorie discutibili che vogliono dipingere la giovane e vergine Hekate come una vecchia, sicuramente non sapendo che quest'idea era stata iniziata da Aleister Crowley...La povera Dea è utilizzata peggio del prezzemolo, messa ovunque e da chiunque senza un minimo criterio solamente perchè "è la dea della stregoneria!". Mah...
Ho molto a cuore la Dea Hekate, poichè come ho avuto modo di precisare in altri miei articoli, era stata una Divinità molto onorata nel Veneto orientale, non solo l'Ikathein di Lagole ma anche le numerose statuette fittili dal doppio/triplo volto femminile di epoca romana ritrovate presso antichi crocicchi della centuriazione della X Regio. Non mi dilungo in noiosi preamboli e sterili polemiche estive ma vi auguro buona lettura (e soprattutto vi consiglio l'acquisto dei libri di Sorita D'Este...) .


<< VERGINE, MADRE, ANZIANA>>  by Sorita D'Este

La Triplice Dea, vista come Vergine, Madre ed Anziana, è un concetto relativamente recente che divenne popolare a partire dal 20° secolo. Oggigiorno Hekate è associata principalmente con il suo aspetto di "Crona" (ovvero vecchiaccia) nella triplicità moderna della sua immagine, ma l'idea di Hekate come "Crone Goddess" è ciò che risulta essere maggiormente alieno all'idea spirituale che di essa si aveva nell'antica Grecia!  L'unica possibile spiegazione della continua associazione odierna è relativa ad un qualcosa di oscuro, di "dark", di spaventoso e questi aspetti vengono trasferiti al concetto di saggezza portata dalla vecchiaia. Saggezza e consapevolezza giungono sicuramente durante un'età più avanzata, ma la "saggezza" non fa diventare "spaventosi ed oscuri", anzi, in teoria dovrebbe rendere più illuminati , interessati ad apprendere proprio in quanto più saggi e consapevoli.  E mentre la saggezza per gli esseri umani giunge nella vecchiaia, non dobbiamo lasciarci accecare quando si cerca di sapere qualcosa dagli Dei.
In tutte le mitologie del mondo, le Dee spesso cambiano forma e si tramutano in giovani donne oppure bruttissime vecchie, per comunicare un chiaro messaggio ai loro devoti. La Dea Irlandese Morrigan, ad esempio, appare come una brutta vecchia che si trasforma in bellissima fanciulla appena vengono prese le corrette decisioni.
Hekate è una Dea che è stata associata per centinaia di anni alla magia poichè essa ha la facoltà di manifestarsi quindi di rendersi visibile, in qualsiasi forma preferisca.  In teoria, gli Dei Antichi sono TUTTI "vecchi", essi sono appunto antichi ma poichè sono anche immortali, l'età anagrafica non è rilevante come invece lo è per gli esseri umani. Tuttavia potrebbe essere divertente pensare che le Divinità rientrino all'interno dei nostri schemi di moderna psicologia, ma la realtà  è che semplicemente non funziona così quando si inizia a scavare anche solo un po 'sotto la superficie delle cose e degli archetipi.
Raffigurazioni a parte, Hekate viene spesso associata  nella mitologia e nella letteratura alla triade "Hekate-Persefone-Demetra". I moderni scrittori neopagani spesso fanno un'equazione stramba ovvero associano Persefone alla Vergine, Demetra al ruolo di Madre ed Hekate al ruolo di Vecchiaccia (Crone), ma quando si va a leggere VERAMENTE il mito greco emergono altri modelli molto più veritieri e plausibili. Persefone è la moglie del Dio degli Inferi, Ades ed è la Dea che in modo effettivo riporta la fertilità nella Terra nel momento in cui ritorna fra le braccia della madre Demetra, la Dea delle Messi e del Grano, che ogni inverno quando è privata della compagnia della figlia, fa sprofondare la Terra nel gelo e nel freddo. D'altro canto Hekate è spesso descritta nella mitologia e nelle fonti letterarie antiche, come una dea giovane, e viene onorata come Dea Vergine che porta due torce. Dunque se si vuole lavorare con gli archetipi di " Vergine- Madre- Anziana" è necessario esplorare Hekate in quanto Vergine, Demetra nel ruolo di Vecchia e Persefone nel ruolo di Madre che rappresenta l'archetipo in modo più plausibile e corretto nel suo ruolo mitico com'era apprezzato dagli Antichi.



- Mia libera traduzione dal testo originale in inglese-


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mercoledì 10 luglio 2013

Fare Fiłò in stała

Il filò è vecchio come il mondo. Meglio nasce con l’uomo, con il suo bisogno istintivo di raccontarsi. Ne abbiamo una chiara testimonianza in Omero. Ulisse, ascoltando Femio, il cantore, si sente spinto a “raccontarsi”, a narrare le sue avventure. Gli ascoltatori «stavan tutti per l’oscura sala / taciti, immoti e nel diletto assorti». Come nel filò contadino, quando gli anziani raccontavano le loro gesta nella grande guerra, l’ultimo argomento “epico” raccolto è cantato dalla memoria collettiva. […].
Potrebbe il termine filò derivare dal greco phylé, visto che siamo partiti da Omero, e voler significare “gruppo, comunità, stare insieme”; una simile spiegazione ne coglie l’aspetto sociale: la comunità contadina trova nel filò il momento dell’incontro sociale e dello scambio di esperienze. [...] Sembra, ad alcuni studiosi, che proprio dal lavoro femminile, in particolare dal filare, derivi il nome filò, detto in certe zone fila. E come non è facile scavarne la radice semantica, così diventa difficile la traduzione. “Veglia” suggerisce la lingua italiana, ma è un termine che appare subito debole, impreciso; infatti non ne coglie del tutto il significato, non ne assorbe lo spessore culturale. “Fare filò” può anche dire “scambiare quattro chiacchiere”, “perdere tempo”. Ed è vero che non mancava la ciacola, ma si tratta di un modo di dire nato quando l’antica tradizione della “fabulazione contadina” comincia a languire e la “memoria generazionale” a spegnersi. Senza filò non ci sarebbe la letteratura degli analfabeti, costruita sulla narrazione orale, sul pensiero morale, su fatti e avvenimenti (le cosiddette “storie”) di un mondo senza storia. Sarebbe come pensare la nostra società senza scuola, senza libri, senza ,cinema e TV.

lI filò casalingo e le filastrocche della nonna
Il filò della stalla invernale (e l’inverno cominciava dopo i morti) era preceduto dal filò casalingo in cui prevaleva l’aspetto educativo costruito con una precisa didattica. La “maestra” era, in genere, la nonna, fabulatrice di sicura memoria, dal gesto pacato, rituale, capace di ripetere con uno stile tecnico-mnemonico, giochi di parole, filastrocche drite e roerse, normali e del “mondo alla rovescia”. […] Il suo dialetto spesso rendeva difficile la ripetizione perché vi erano inserite parole e formule arcaiche, comunque poco in uso, poiché mancava il confronto con gli altri parlanti e, soprattutto perché ritenute, nella loro forma tradizionale, di sicuro effetto. Si può dire si trattasse dell’unica “categoria” verbale dove mancavano o erano scarse le varanti.

 Il filò della stalla e la fiaba contadina
Le donne invece, nei filò della stalla, non raccontavano le fiabe, se non raramente: badavano a filare la canapa o il lino per il ricambio delle lenzuola, per preparare la dote alla figlia promessa sposa; le ragazze facevano la calza, ricamavano con l’uncinetto, l’ago, seguendo gli insegnamenti della mare de casa, la madre della casa. La storia rovigotta La sposina che gavea massa da filare, offre uno spaccato del lavoro femminile nel filò e dei rapporti tra spose e suocera di una casa patriarcale e l’uso del dialetto ne denuncia tutta la verità. Gli uomini, a loro volta, erano occupati con gli attrezzi da aggiustare e da rimodernare e, spesso, continuavano il lavoro della giornata: facevano la cernita delle stroppe, intrecciavano ceste, cavagne e corde; impagliavano fiaschi, sedie, tutto ciò che un’arte antica tramandata di padre in figlio, consentiva di risolvere i “bisogni” della casa e della conduzione agraria. Il momento magico del filò, quel passare  dalla povertà quotidiana allo splendore della creazione fantastica, scaturiva dai racconti dei contafole, detti anche poeti. «Era bravo, era un poeta» commenta Assunta Parolini di Enego parlando di un contafole locale. […] Qualcosa di “sociale”, di “politico”, molto meno di “rituale” si è incarnato nella fiaba contadina e popolare: la descrizione ambientale e sociale, esaltata dall’uso del dialetto locale, diventa in molte narrazioni orali, elemento determinante, direi caratterizzante. Appunto, mito e fiaba sono nella tradizione orale un linguaggio totale: si può dire che non si narrano miti o fiabe ma si pensa, si parla, si racconta per miti e fiabe. […]

tratto da : (Dino Coltro)-dell’Associassion Łe nostre raiśe - 


Una Canzone da Filò.....che mi veniva cantata dal nonno e da mia mamma...

ME CONPARE GIACOMETO
Me conpare Giacometo
El gavèa un bel galeto,
quando el canta el verze el beco
che el fa proprio inamorar
E quando el canta, el canta, el canta
El verze el beco, beco, beco
Che el fa proprio proprio proprio inamorar!
EI sior Checo salamaro
Co’ la pansa a botesèla
El voi darghe zò querela
Par la rabia che el ghe fa.
El voi darghe, darghe, darghe…
Ma un bel giorno la parona
Par far festa a l’invitati,
la ghe tira el colo al galo
e lo mete a cusinar.
La ghe tira, tira, tira....
Le galine tute mate
Par la perdita del galo,
le rabalta anca el pùnaro
da la rabia che le gà
Le rabalta, balta, balta....


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2000 VISITE!

Stamane ho fatto caso al contatore di visite a questo blog...2078 in soli due mesi!
Non mi sarei mai aspettata tanti visitatori, amici, curiosi e studiosi, vi ringrazio tutti dal profondo del mio cuore.
Quest'avventura è nata per caso e con tanta timidezza ma il mio lavoro viene apprezzato ed amato da molte persone e ciò mi riempie di gioia e felicità.
Non pretendo di insegnare nulla a nessuno, non mi piace "fare la professoressina" perchè non lo sono, non voglio esaltare la "veneticità" (come mi è stato misteriosamente rinfacciato da un utente confuso) di nulla e nessuno.
 Il mio scopo è semplicemente quello di riportare documenti, fotografie, sensazioni ed esperienze personali legate al territorio dove il mio sangue mette radici profondissime. Spesso in questo mondo moderno, frenetico, triste, grigio, il ricordo di ciò che è stato viene rilegato in un cassetto buio dal quale non lo si vuol riesumare, forse per paura o forse per pregiudizio, ma riscoprire il nostro mondo antico, il mondo dei nostri padri e delle nostre madri è il punto di partenza per ritrovare una Strada poco battuta ma sicura verso un futuro sereno costruito su basi solide e "sacre". Il mondialismo globale rischia di portare via e distruggere irreparabilmente le nostre radici, tradizioni, storie, leggende... Questo è un misero contributo per tentare di mantenerle vive.
Qualcuno mi ha chiesto il motivo per il quale mi do da fare in questo blog, la mia risposta è stata semplicemente " perchè è giusto farlo".

Quindi ringrazio ancora tutti voi per il supporto che mi date e per la vostra amicizia.

Elena


lunedì 8 luglio 2013

Eridano e Via Dell'Ambra

tratto dalla prefazione del magistrale lavoro del professor Attilio Mastrocinque. (tutti i diritti sono riservati)

“Anche il fiume, emergendo dal gorgo, canta il suo lamento e offre i suoi recessi a Fetonte, accogliendone il corpo; renderà presto fertili le Eliadi, infatti coi venti e con il gelo che il fiume produce renderà duri come pietra e accoglierà i frammenti d'oro che cadono dai pioppi, e attraverso le acque serene li porterà ai barbari che abitano l'Oceano”.




Non esisteva nell'antichità una sostanza che fosse stimata degna di attenzione da parte dei poeti e dei mitografi come l'ambra: non l'oro, o lo stagno, o le pietre dure, e neppure le spezie. Fu certamente il fatto di non conoscere esattamente l'origine dell'ambra che spinse i Greci a concepire leggende e a collegare fenomeni fisici o situazioni geografiche con l'origine della sostanza stessa. Il mistero che la avvolgeva fece sì che i luoghi ove veniva trovata fossero situati in zone per definizione inaccessibili, ai confini della terra. Tali confini non erano tanto l'estremo Nord, da dove realmente l'ambra proveniva, o l'estremo Oriente, quanto piuttosto l'estremo Occidente, l'“Esperia”. Era il punto di vista dei Greci, ovviamente, che determinava tale scelta di una geografia occidentale, probabilmente perchè in età arcaica l'ambra giungeva, o giungeva anche, da Occidente, vale a dire dall'Italia, forse attraverso l'Adriatico.
La mitologia greca consacrò un legame indissolubile fra l'ambra ed un fiume favoloso chiamato Eridano. Quest'ultimo era il fiume dell'ambra, perchè lungo le sue rive - secondo il mito - si depositava la preziosa sostanza, che veniva poi trasportata dalle correnti profonde. Alle foci del fiume c'erano le isole Elettridi, dove si poteva trovare l'ambra portata dall'Eridano. Naturalmente nessun greco sapeva dove realmente fossero questo fiume e queste isole, poichè, per poter fantasticare in tal modo, bisognava che il mistero restasse; se poi le conoscenze geografiche dell'Occidente si ampliavano, bisognava che si spostasse altrove l'orizzonte geografico del mito.
Era tipico della mentalità dei Greci creare - anche contempo-raneamente - due livelli di conoscenza: quello scientifico e quello mitologico. Essi sapevano che l'ambra veniva dal Nord e che era originariamente resina degli alberi; e fu un greco, Pitea di Marsiglia, a scoprire che essa veniva precisamente dalle coste di un mare settentrionale; ma ciò non toglie che si potesse af-fiancare una conoscenza mitologica alla conoscenza scientifica. Per un poeta la realtà che non è precisamente definita può essere caricata di significati e di valori nuovi, può essere "umanizzata" (l'ambra nasceva, secondo il mito, dalle lacrime delle sorelle di Fetonte). Chiunque, in Grecia, se voleva, poteva assistere all'estrazione dell'oro dalle miniere, ma nessuno poteva vedere donde nasceva l'ambra. Questo fatto stimolò la curiosità, fonte del sapere, dei Greci, che pervennero ad un duplice livello di conoscenza: da una parte il mito e dall'altra la scienza.
Come si arrivò ad identificare l'Eridano del mito con il Po? Un tale quesito meriterebbe almeno un libro per risposta. Credo infatti che per poter rispondere bisognerebbe delineare una dimensione non greca, ma italica del mito, del commercio e della lavorazione dell'ambra; una dimensione specialmente padana. Fu infatti la storia di un commercio e di un particolare artigianato che stimolò la fantasia dei poeti greci. Nel V secolo si cominciò, per quanto ne sappiamo, a parlare dell'Eridano identificandolo con il Po e a localizzare nell'area polesana molte delle leggende legate all'origine dell'ambra. In quell'epoca il Polesine e buona parte della Padania erano popolati da Etruschi e buona parte delle ambre lavorate del V secolo a noi note sono prodotti etruschi. La comprensione del processo attraverso il quale l'Eridano divenne il Po non può dunque prescindere dallo studio degli Etruschi padani e del loro ruolo nel commercio e nella lavorazione dell'ambra.
L'area padana, e specialmente il Polesine, ebbe un ruolo notevole nel processo di smistamento e di lavorazione della sostanza proveniente dalle rive del Baltico; e questo vale non solo per il V secolo, ma già per l'età del Bronzo finale, e per l'età arcaica. È dunque una necessità quella di affrontare lo studio dei miti servendosi di dati storici, quali sono quelli forniti dall'indagine archeologica: dati storici in un senso molto particolare, poichè, se non disponiamo di testimonianze scritte, i dati di scavo possono essere letti storicamente solo con grande difficoltà. Farne uso per comprendere la mitologia (o, viceversa, usare i miti per interpretare dei materiali archeologici) è un'operazione delicatissima, poichè investe due sfere di documentazione assai disomogenee fra loro. La difficoltà del procedimento determina un certo margine di rischio, e pertanto impone prudenza nelle conclusioni. Solo in un panorama complessivo dei fenomeni si possono delineare con una certa precisione le interferenze tra l'ambra come merce o come ornamento e l'ambra come elemento mitologico.
La storia degli studi sull'ambra registra, fin dal secolo scorso, un interesse spiccato per le vie attraverso le quali la sostanza giungeva dal Baltico al Mediterraneo. Tale problema, proprio perchè già molto discusso, sarà qui trattato non tanto per rintracciare una "via dell'ambra" (va detto che le cosiddette "vie dell'ambra" sono meglio rintracciabili per l'età romana che per quella preromana, alla quale è dedicata questa ricerca), quanto per cercare di comprendere il tipo di contatti fra culture diverse il quale permise l'approvvigionamento d'ambra in Italia e in Grecia. Si valorizzerà soprattutto l'importanza degli scambi fra l'area italica e quella centro-europea (in particolare la Germania), che fungeva da mediatrice della materia prima fra Baltico e Mediterraneo.







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giovedì 4 luglio 2013

I VENETI ED I CAVALLI




“Artemide, signora di Limna marittima
e degli stadi rimbombanti di cavalli, oh,
poter essere nelle tue pianure, poter
domare i puledri veneti!”

(Euripide, Ippolito, 228-231).


Secondo la storia, i Veneti antichi erano famosi per la cura e la prestanza dei loro cavalli. L’importanza del cavallo è attestata anche dalla presenza di questo animale nelle necropoli degli antichi veneti.
Il sacrificio dei cavalli, deposti interi nelle tombe senza il consumo della carne, era un’usanza per onorare eroi e defunti. Tale rito è ricordato anche da Strabone che riporta come in onore di Diomede, nel santuario alle foci del Timavo, i Veneti erano soliti sacrificare un cavallo bianco.
Il sacrificio di un’animale cosi’ importante come il cavallo era senza dubbio un fatto molto dispendioso per chi sacrificava. Ecco perche' nelle necropoli, spesso si ritrovano statuine di cavalli in terracotta, segno di un sacrificio virtuale che in mancanza di maggiori risorse economiche soddisfaceva comunque il rito.
Su un passo omerico si fonda la tradizione, diffusa, della provenienza dei Veneti dall'Asia Minore, che trova sulla corrispondenza "eneto= Veneto" una prova ulteriore a favore di una identificazione degli Eneti di Paflagonia con i Veneti del Veneto. Fin da questa prima e antichissima fonte, si può far risalire  l'associazione tra il popolo dei Veneti e il tema del cavallo  (1) : sulla fama dei Veneti adriatici come allevatori di cavalli non pare esserci alcun dubbio.
Polemone, nel carme conviviale ad Euripide (2), riaffermando l'origine degli "Eneti" Veneti dell'Adriatico, dai Paflagoni, ricorda come nella 85° olimpiade (440 a.C.) Leone di Sparta abbia ottenuto la vittoria con "cavalle venete" del padre Anticlide; così è riportato nell'iscrizione apposta sulla sua statua (3).
Un'altra illustre memoria dell'eccellenza dei cavalli Veneti viene da Strabone (4): egli associa alla descrizione dei Veneti il ricordo di una ormai tramontata attività di allevamento dei cavalli, un tempo famosa al punto che il tiranno Dionigi di Siracusa aveva fatto venire dal Veneto cavalli da corsa per il suo allevamento. All'epoca di Strabone, fine I sec. a.C. — inizio I sec. d.C., l'allevamento dei cavalli non è più presente nell'economia dei Veneti, ma ne resta il ricordo, che viene tramandato con i racconti.
Nel mondo dei Veneti antichi la presenza del cavallo (5)è una costante e la frequenza di rappresentazioni di questo animale, anche nei prodotti della cultura materiale, è indice della sua rilevanza nelle diverse manifestazioni della vita sociale. Il cavallo è un elemento ricorrente nella sfera del culto (6).
 Nei santuari Veneti il cavallo compare spesso anche tra i votivi offerti alla divinità ed è raffigurato sia da solo sia montato dal guerriero; nelle lamine bronzee figurate ricorrono cavalieri armati, singoli o in gruppo, come pure figurazioni di singoli cavalli; numerosi sono anche i bronzetti di guerrieri a cavallo e le statuette di cavalli.
Particolarmente diffusa, anche se non esclusiva del Veneto, è anche la pratica della sepoltura di cavalli, spesso in prossimità o in area di necropoli: i casi sono frequenti, a Oppeano, Este, Adria, Padova, Oderzo e, particolarmente numerosi, ad Altino (7) In molti casi gli animali appaiono intenzionalmente uccisi ed è pertanto plausibile una interpretazione della loro uccisione e sepoltura in senso rituale (8).
 Che si tratti di un atto in collegamento con il rito funebre, forse con riferimento al rango sociale del defunto, è ipotesi probabile, che tuttavia non è ancora stata adeguatamente analizzata (9).
Tipico monumento funerario locale sono le stele di pietra di Padova, normalmente associate ad iscrizioni, nelle quali il cavallo è pressoché sempre presente, sia montato dal cavaliere nelle scene di combattimento, sia nell'atto di trainare il carro nella rappresentazione simbolica del viaggio agli inferi. Il cavallo compare anche nell'"arte delle situle": celebre la scena presente sulla situla Benvenuti in cui un servo sospinge il cavallo verso il signore che è in atto di libare. Dalle varie iscrizioni venetiche provengono poi ulteriori testimonianze della rilevanza del cavallo nel mondo Veneto (10).
La fama di questa razza di cavalli, detta "Razza Piave" raggiunse in seguito Roma dove, durante i ludi circensi imperiali, una delle squadre in gara era denominata la “veneta factio”. Per non parlare delle battaglie contro i Galli in cui ancora si distinguevano per valore cavalli e cavalieri.
Il cavallo poi figurava come merce pregiatissima insieme all’ambra e alla lana nelle liste d’esportazione a Porto Equilium (odierna Jesolo) nel lido altinate. E ancora Strabone ci tramanda una affascinante leggenda che vede l’amicizia fra uno splendido lupo bianco, scampato alla morte sicura per mano dei cacciatori di frodo, e un branco di candidi cavalli.



Bibliografia:
-Dal volume "AD DUODECIMUN MANSIO MAIO MEDUACO"di MONICA ZAMPIERI (Associazione Culturale Sambruson La Nostra Storia)
- Mostra VENETKENS a Padova:
-Mia tesi di Laurea, università Cà Foscari di Venezia;
- A.Baldan: Storia della Riviera del Brenta
- M.Poppi : Gambarare ed il suo territorio
-www.Marcadoc.it
-I veneti dai bei cavalli-Luigi Malnati, Mariolina Gamba
note:
1) OMERO, Iliade, 851-852. "Pilemene dal forte cuore guida i Paflagoni che vengono dagli Eneti, il paese del le mule selvagge", trad. di M. G. Ciani. malnati 2003a, 11-22.
2)  InHipp. 231.
3) Marinetti A. 2001, "II signore del cavallo" e riflessi istituzionali dei dati di lingua. Venetico ekupetarìs, Convegno Produzioni merci e commerci ad Altino e nel Veneto orientale, Venezia.
4) STRABONE, V, I, 4.
5) Una mostra allestita presso il Museo Archeologico di Adria nell'ambito della rassegna nazionale "Lo sport nell'Italia antica" ha illustrato i diversi aspetti della presenza del cavallo nella cultura materiale dei Veneti, bonomi s., camerin N., tamassia k. 2002, Adria. Via San Francesco. Scavo 1994: materiali: materiali dagli strati arcaici, in L'alto e medio Adriatico tra VI e V secolo a. C. Atti del Convegno Internazionale, Adria, 19-21 marzo 1999, Padusa, XXXVIII, pp. 201-214.
6)   STRABONE, V, 1,9. MALNATI 2003a, 11-22.
7)    Gambacurta G. 1996, altino. Le necropoli, in La Protostoria tra Bile e Tagliamento. Antiche genti tra Veneto e Friuli. Mostra archeologica, Padova, pp. 47-68.
8)    Gambacurta G., TIRELLI M. 1996, Le sepolture di cavallo nella necropoli "Le Brustolale", in aa.VV., La protostorìa tra Sile e Tagliamento. Antiche genti tra Veneto e Frinii, Catalogo della mostra, Padova, pp. 71-73.
9)  Gambacurta 1999, Acqua, città e luoghi di culto nel Veneto romano, in Ocnus, 7, pp. 179-186.
10)    Marinetti 2001 ; capuis 1993.



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