Ottobre e novembre, periodo anticamente chiamato Samonios dagli antichi , il periodo della semina e del ritorno dei mesi freddi era vissuto in modo molto serio dagli antichi veneti, i quali avevano istituito una ritualistica precisa ed indirizzata al rabbonirsi gli Spiriti dei luoghi rappresentati ritualmente dai corvi e dalle cornacchie. Per molti popoli antichi e moderni, la fertilità dei campi è ritenuta connessa con la buona disposizione degli Spiriti dei defunti e le anime dei morti erano molto spesso raffigurante come uccelli (arpie e striges italiche erano malefiche mentre nel culto pagano veneto i compagni di Diomede erano stati trasformati in uccelli ed erano benevoli) presenti anche nelle steli funerarie patavine.

In questo mio articolo cercherò di spiegare al meglio alcune ritualità del nostro nobile ed antico territorio.
Due furono gli autori greci del IV secolo a.C che ci hanno tramandato nello specifico questo tipo di rituale, Teopompo e Lico di Regio entrambi citati in un passo di Eliano “Sulla Natura degli animali”, a testimonianza di quanto i Paleoveneti ed i Greci stanziati nell’adriatico fossero in contatto fra loro. Infatti anche nel mondo greco si riservavano onori agli uccelli ed ai corvi in particolar modo anche se essi consideravano benefica l’azione di questo tipo di volatili.
Teopompo riferisce che i Veneti che vivono attorno all’adriatico quand’è la stagione dell’aratura e della semina mandano doni ai corvi, ed i doni consisterebbero in alcune focacce e pani ben preparati in modo grazioso. L’esposizione di questi doni intende addolcire i corvi e stipulare con essi un patto in modo che non vadano a dissotterrare e portar via il frutto di Demetra disseminato nei campi.
Anche Lico è d’accordo su questo punto infatti aggiunse che venivano donate molte altre cose( non pervenuteci purtroppo a causa di una lacuna paleografica) e cinghie di cuoio color porpora. Il rituale dunque prevedeva “che coloro i quali avevano portato i doni nei campi si allontanassero. In quel momento, gli stormi dei corvi rimanevano fuori dei cippi di confine, e fra di essi, due o tre animali scelti vengono mandati, alla stregua di ambasciatori dalle città per controllare la qualità e la quantità dei dopo, e dopo aver preso visione ritornano e richiamano gli altri (…) Se poi gradiscono mangiare le offerte, i Veneti sanno che l’accordo sancito con questi uccelli è valido, ma se essi le trascurano ed invece di mangiarle le disprezzano perché troppo misere, gli autoctoni sono convinti di dover scontare con la carestia il disdegno degli uccelli. Infatti questi ultimi essendo rimasti digiuni assaltano i campi e saccheggiano la maggior parte dei semi sparsi, senza pietà e con ira, scavando e cercando con cura” .
UNA DOVUTA ANALISI DEL CULTO
I CIPPI DI CONFINE
Da questi frammenti possiamo dedurre in realtà molti aspetti rituali e cultuali religiosi dei Veneti antichi, innanzitutto la presenza dei Cippi di Confine (testimoniati infatti dai numerosissimi steli e cippi ritrovati nel territorio e conservati nei vari musei archeologici) , infatti Lico precisa che i corvi arrivavano fino ai cippi di confine e prima di ver a mangiare le offerte se ne restavano presso i cippi stessi. I limiti territoriali delle comunità venete erano sacri, tutelati da divinità chiamate “ Termine” o meglio “Dei terminali” una sorta di lares compitales latini. A Vicenza una stele riporta il vero nome di queste divinità ovvero DEIVO che significa DIO in venetico. I latini chiamavano Terminus il Dio Tutelare dei confini e di ogni limite, per i greci esisteva Hekate, dea giovane e bella, portatrice di fiaccola, protettrice dei crocicchi e delle strade , onorata in epoca successiva sia a Roma che nel Veneto orientale. I poteri coercitivi dei cippi valevano solo per gli uomini non per gli spiriti o animali personificanti lo spirito stesso, i quali vivevano fuori dalla comunità. Rapporti con la tradizionale festa delle “feriea sementivae “romane sono evidenti e vi erano, sempre nel IV secolo a.C, cerimonie simili nel Lazio e nel Veneto (il Delatte e Le Bonniec parlano di eredità comune Troiana…).
Nei Fasti di Ovidio si racconta che i contadini laziali offrivano focacce e dolci annuali nei focolari del villaggio , il borgo veniva purificato e si rendeva onore alle Madri Delle Messi, Tellus e Cerere, con l’offerta del loro farro e delle viscere di una scrofa gravida. Sia i Veneti che i Laziali “sprecavano” volutamente del cibo ben preparato ad arte anche se in modalità differenti. Tellus e Cerere nel Lazio, Reitia ed Hekate nel Veneto, madri delle messi ma anche regine sulle anime dei morti. Erano Dee accompagnate dall’aggettivo “cerritus” “possedute da uno spirito”, ed ad Ottobre si aprima il “mundus cereris” ovvero una porta degli Inferi che prendeva il nome dalla Dea stessa. Tutti indizi che dipingono queste Dee Madri come regine degli Inferi e dei Defunti. Anche la dea Greca Ghe, dea della terra, riassumeva in se i caratteri di Dea Agraria e dei defunti.
TA MELIGMATA- I DOLCI INFERNALI ED OSCILLA
Teopompo utilizza il termine greco “meligmatha” ovvero “addolcimenti”. I corvi dunque venivano “addolciti con focacce dolci” ed è un termine che si addice al culto dei morti e degli Dei Inferi. Le fonti classiche pullulano di descrizioni simili, ad esempio Eschilo racconta che Clitemnestra sacrificò dolci alle Erinni, e le meligmathà erano libagioni di pasta fluida di cereali con le quali si placavano gli spiriti dei defunti e degli eroi. Virgilio ricorda nell’Eneide che la Sibilla Cumana placa Cerbero con l’offa dolce , ed anche ai Lari, i defunti eroizzati romani, si offriva la focaccia.
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| OSCILLUM ritrovato a Mira (Venezia) |
LE DEE DEI CORVI
Sul colle Esquilino è stata ritrovata un’iscrizione che recita “ Devas Corniscas Sacrum” ovvero “consacrato alle Dee Cornacchie” e nell’ambito del culto romano per le cornacchie si innestò il culto greco per Cornix detta anche Coronis madre del Dio della Medicina Esculapio. Nel tempio dedicato a Reitia a Lova (Venezia) è stata ritrovata una statuetta raffigurante il Telesforo, mentre come è noto, Reitia la Dea Potnia dei veneti era detta anche Pora (signora) e Sainate( risanatrice). Dunque le Cornacchie erano identificate come una sorta di Dee Risanatrici da un verso, ma per un altro verso, mentre i latini avevano Priapo a proteggere le loro messi, i Veneti ritenevano che il non rabbonire le Dee dei Corvi con “meligmatha” facesse risvegliare in esse la loro componente infernale di Spiriti nefasti con la loro azione distruttrice. I Corvi in Veneto dunque non venivano spaventati come accadeva nel Lazio con gli oscilla, ma rabboniti con offerte dolci secondo l’uso greco. Teopompo racconta che i pani e le focacce venvano “preparate in modo bello, con gusto” e questo ci fa pensare che esse raffigurassero qualcosa da offrire simbolicamente ai corvi come figurine di uomini, o maschere come quelle appese ai rami ( ad esempio Scolio a Tucidide I.126, in una festa di Zeus Mellichios e Scolio a Luciano in una festa a Demetra dei “Dialoghi delle Cortigiane “).CERIMONIE SACRE
Dopo la commistione romana del Veneto, si modellavano focacce con la farina di farro a forma di ruota solare in onore del Dio notturno Summano e maschere mostruose in onore della dea infera Mania (Hekate) di funzione apotropaica che venivano anche agitate nei campi.
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| HEKATE VENETICA |
PAX DEORUM VENETICA
I Corvi son da sempre ritenuti animali fonte di presagi ed auspici, ed i Veneti traevano un auspicio dal modo in cui i corvi si comportavano durante il periodo della semina, se mangiavano le offerte era segno di fortuna certa per i raccolti, se le rifiutavano era presagio funesto di carestia perché i corvi mangiando le menti pregiudicavano tutto il raccolto. Ma i Veneti erano genti dalla raffinata religiosità e vedevano questo fatto come un segno della volontà divina: I Corvi divinizzati consideravano rotto il patto con gli uomini, ovvero il patto basato sulla corretta celebrazione del rito. Nella disciplina augurale etrusca e romana gli uccelli augurali erano distinti in alites ed oscines , gli uni davano presagi con il loro volo gli altri con le loro grida, e le cornacchie rientravano fra gli oscines, ed è noto che presso i Veneti erano in uso molte cerimonie religiose di tipo divinatorio, essi infatti interpretavano anche la caduta dei fulmini e conoscevano i rituali per placare il Dio che aveva scagliato il fulmine circoscrivendo i poteri malefici che potevano sprigionarsi dal luogo e dalle cose toccate dal fulmine. Ad Oderzo è stato rinvenuto un sasso oblungo con iscrizione in latino ma a caratteri venetici “ de caelo tactum et conditum” ovvero “colpito dal cielo e sepolto”. Il sasso infatti era stato colpito dal fulmine e sotterrato in seguito per impedire che contaminasse persone, animali, cose circostanti. Si trattava di un antico rito veneto o veneto-etrusco che secondariamente assunse caratteri e terminologia romana.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Frazer, il Ramo D’Oro.
- P. Ovidio Nasone, Fastorum libri sex II.
- F.Altheim, Terra Mater.
- G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinaru,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.
- J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma.
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