Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

martedì 22 ottobre 2013

31 OTTOBRE- LA NOTTE DEI MORTI – NOVEMBRE ED I SANTI

Notte dei Morti, Caccia Salvadèga, Festa dele Lumère, Festa da lis Muars, la Notte della Grande Zucca, Samonios, Culto dei Santi.

Non mi dilungo in spiegazioni riguardo le varie leggende che gravitano su queste date, quindi inizio a parlare di fave…

“ Di tutti i legumi la fava è la regina, cotta di sera, scaldata alla mattina”.
Così recita un antico detto popolare. La fava è il legume che lega di più con questo periodo dell’anno. Per i romani, il tempo dei trapassati durava un’intera settimana di febbraio, l’ultimo mese dell’anno chiamato il purificatore. Si veneravano i morti perché “ dai morti nasce la vita, come dal seme nasce il frutto”. La gente a quel tempo pensava che nei semi della fava nera si potessero ritrovare le lacrime dei defunti. Per implorare la pace dei trapassati c’erano diversi riti scaramantici e non, tra questi cospargere le tombe con questi legumi o gettare le fave dietro le spalle recitando ”con queste parole redimo me e i miei cari “. Nei festini mortuari le fave venivano offerte ai poveri che le mangiavano crude perché la cottura spettava solo ai benestanti. Le fave erano di precetto per la ricorrenza dei Santi e dei Morti anche in epoca cristiana. Nel Veneto, per scongiurare la tristezza, nel giorno dei morti gli amanti offrono alle promesse spose un sacchetto con dentro fave in pasta frolla colorata, i cosiddetti "Ossi da Morti e  le campane suonano per molte ore a chiamare le anime che si dice si radunino intorno alle case a spiare alle finestre. Per questo, anche qui, la tavola si lascia apparecchiata e il focolare resta acceso durante la notte.


Per leggere un’antica cantilena contadina riguardo la notte dei morti vi rimando a questa pagina: CACCIA SALVADEGA


<<Me nono me contea che 'l era un branco de can selvareghi rabiosi, che girea de not par i nostri paesi magnando carne de tute le sort: i sbranea un po' de tut. Le fameie che avanzea un po' de carne, i la atachea su la porta e i zighea: "Caza selvarega, vien a torte la to carne !", parché i avea paura che sto branco de can rabiosi i ghe magnesse le bestie e anca lori. Ghe n'era an on che 'l vivea su la montagna e non 'l avea paura de sta cazza selvarega. Na not però sti can randagi i è arivadi da le so parti sgrafandoghe la porta, e lu serandosse dentro el se ha salvà. El dì dopo el se ha fat insegnar dai veci, par sconderse dai can, de far an bus in mezo al fien. La not i can i fa ritorno e non i trova nient da magnar. La matina el vien fora dal fien tut content e el verde la porta de casa. E cossa védelo ? Con gran oror el cata an cadavere picà sula porta !>>
[Villabruna di Feltre (BL), ott. 1992; Gina, a. 65, contad.; E. Ricci]


Per spiegarvi la Caccia Selvaggia,vi rimando al seguente brano che  è stato tratto da un testo molto particolare, " Zoologia popolare veneta" di Angela Nardo Cibele edito nel 1887:

"Tra le superstizioni più comuni ai contadini di tutta la provincia, vi ha questa di una caccia meravigliosa, che ciascuno ha veduto o sentito una volta almeno in vita sua. Le vive descrizioni che ne fanno i contadini nel loro rustico dialetto, pieno di forza e di efficacia, sono di un cosi terribile effetto eh' io ne rimasi impressionata, come per la lettura di una ballata di Bùrger. Serva, che il teatro principale di questa caccia, è una bella ed alta montagna che signoreggia Belluno. In Serva i Bellunesi mandano in estate le loro mucche e là trovano cascine, ricchi pascoli e un fresco delizioso. I pastori fanno società fra loro e molte volte sono costretti di dormire sotto tende improvvisate o a ciel sereno. Si nutrono del latte delle loro bestie, di erbe e della immancabile polenta, che qualche volta, già pronta e scodellata, ha la misera sorte di rotolare giù per la china, lasciando i poveri diavoli a bocca asciutta. Nell' inverno la nuda cima della montagna è coperta di bianca neve, ma nell'estate si nasconde spesso dietro a nubi che sprigionano con grande fracasso il lampo ed il tuono. […]Ricchissima d' erbe, la sua flora fu e merita tuttavia di essere particolarmente studiata, mentre sul mistero delle alte sue cime si sbizzarisce la fantasia popolare che la fa sede delle streghe, degli spiriti, delle anime dei condannati, i quali appunto danno maggior contributo ai componenti la catha selvarega in unione agli altri cacciatori che non rispettarono in vita il giorno di festa. Per loro tormento furono destinati a girare continuamente di monte in monte, di valle in valle, seguiti da una compagnia di cani neri che rabbiosamente abbaiano alla luna.”

FESTE CRISTIANE DI ISPIRAZIONE PAGANA

-7 Ottobre, Madonna del Rosario.
Festa molto antica e di sicura ispirazione pagana alla religiosità veneto-romana.
Gli antichi romani ritenevano sacro il giorno 5 di Ottobre, poichè vi era la festa della dea MANIA (assimilabile con l'Hekate-Icathèin venerata nel Veneto sia nel periodo paleoveneto che romano) e del MUNDUS PATET che è parte di una delle tradizioni più oscure e antiche della religione romana arcaica ma l'origine del rituale ad essa collegata è molto probabilmente di matrice etrusca. Si tratta di una fossa posta nel santuario di Cerere e consacrata agli dei Mani, che ha forma circolare a ricordare la volta celeste e l'universo tutto. Tale pozzo aveva anche la forma simbolica di un utero rovesciato che veniva scavato al centro della città al congiungimento degli assi di decumano e cardo. La fossa rimane chiusa per tutto l'anno ad eccezione di tre giorni in cui mundus patet .L’apertura del mundus metteva in comunicazione il mondo dei vivi e quello dei morti, i segreti dei Mani si trovano “alla luce” e per questo era proibita ogni attività ufficiale. Il rito aveva un carattere eminentemente purificatorio, e quindi propedeutico rispetto a eventi sacri che il calendario romano prevedeva nei giorni e soprattutto nel mese immediatamente successivo (Saturnali e Natale del Sole Invitto). Lo stesso termine di Mundus designa il "mondare" e il "purificare".

"Mundus cum patet, deorum tristium atque inferum quasi ianua patet."

Le analogie con Halloween- Samonios sono evidenti.
Nella festa della Madonna del Rosario, nelle nostre regioni, i capitelli e le chiesette dedicati alla Madonna venivano visitati e si pregava al loro cospetto, altra rimanenza arcaica. Era una festa che apriva dunque ufficialmente il periodo di contatto fra i Vivi ed i Morti ma anche segnava la fase conclusiva del ciclo dell'anno agrario per la fine della vendemmia e dei raccolti.

CASTAGNE, IL PANE DEI SECOLI SCORSI.
 " Le castagne sono il pane della povera xente" recitava un trattato del 1400 , ed oggigiorno mangiare castagne è diventato decisamente un lusso perchè nel corso della storia, il nostro territorio ricco di castagneti spontanei, è stato disboscato per far spazio a terreno coltivabile ed edificabile...

FIERA FRANCA DI AUTUNNO
Tipica di Bassano ma anche di altre zone, è l'antica Fiera del Bestiame. Mia nonna paterna era una grande commerciante, si recava ogni autunno a Sambruson- Dolo per vendere e commerciare a buon prezzo il bestiame ed altri prodotti agricoli. Si trattavano bovini, suini, asini, cavalli ed animali da cortile.

FAR FILO'
Della tradizione del Filò ne parlano ottimi siti, ricordo solo che iniziava in questo periodo il freddo ed iniziava anche il Filò. Le famiglie contadine si riscaldavano nelle stalle alla sera, tramandandosi con racconti e storie antiche la saggezza popolare, i giovani si innamoravano, le Streghe facevano le loro magie, le donne con i telai confezionavano vestiti e tessuti, il filo ed il fuso scandivano con il loro ritmo le canzoni ed i rosari, il filatoio conservava il filo mentre gli uomini riparavano l'attrezzatura da impiegare nei campi e approntavano quella nuova.




SUPERSTIZIONI....QUANDO LE DONNE FILAVANO...
Dall'autunno alla primavera le donne filavano, lavoravano all'uncinetto, ricamavano, rammendavano al tepore del fuoco domestico e della stalla.
La filatura, per le popolazioni antiche e per l'eredità contadina, era un'attività considerata misteriosa, dove si accavallavano gli aspetti magici legati al mondo del femminile.
Le maghe venete, ovvero le Rododese e le Anguane, osservassero la filatura delle donne eseguita nelle ore notturne premiando o castigando le filatrici secondo il loro metodo (il rimando alla leggenda classica di Atena ed Aracne è immediato). Alcuni pregiudizi stabilivano il periodo oltre al quale le donne non dovevano più tessere e filare ed altri riguardavano il divieto di filare in alcune particolari circostanze.
Nelle valli dolomitiche e carniche era vietato filare di giovedì perchè le streghe avrebbero disfato il lavoro quella stessa notte del Sabba, vietato anche il venerdì perchè il Demonio era attivo proverbialmente in quel giorno infausto, ed ovviamente vietatissimo anche il Sabato, giorno dedicato anticamente al Dio Saturno, divinità infera, sostituito dall'ignoranza cristiana con il Diavolo ed il Sabba stregonesco.  Domenica pure era proibito poichè in quel giorno neppure la Madonna filava e quindi c'era il pericolo di filare i suoi divini capelli!
Divieto di filare anche durante il Solstizio d'Estate e di Inverno, proibito durante la notte di Samonios- 31 ottobre, alla festa di Santa Lucia, la Vigilia di Natale perchè le Streghe in questa notte avevano il potere di insegnare i loro poteri alle donne che filavano, la vigilia di capodanno e la notte che precede la Candelora.


BIBLIOGRAFIA:
- Lunario. calendario rurale veneto-friulano. Renato Zanolli.
-Calendario- A.Cattabiani
-Lunario- A. Cattabiani
-L'anno i mesi e i giorni nella cultura popolare del Veneziano. Proverbi modi di dire tradizioni- M.Poppi
- La religione dei romani- J. Champeaux

- raccolta di appunti e ricerche personali .



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domenica 13 ottobre 2013

REITIA & MINERVA

Quest’articolo si basa essenzialmente sugli studi effettuati dal Pellegrini, dal  Prosdocimi in “Il venetico” e ne “La religione dei Veneti antichi ” , dal Mastrelli a  livello linguistico in “la Parola ed il Passato”, dal Whatmough in “Rhetia, The venetic Goddess of Ealing” e naturalmente dal Mastrocinque in “Santuari e divinità dei paleoveneti”.

.... se avete suggerimenti, critiche costruttive, richieste, curiosità non esitate e lasciarmi un commento! Grazie a tutti voi per il supporto e l'amicizia. 

La città di Padova ha origini antichissime, ed i culti religiosi che venivano svolti all’interno del Limes sacro protetto dal dio Termòn erano sicuramente dedicati ad una qualche divinità locale il suo culto rivestiva funzioni sociali e religiose affini al culto di Reitia ad Este, come ricordato dal Tombolani nel suo “Padova preromana” ed ampiamente dimostrato grazie a numerevoli ritrovamenti archeologici nel sottosuolo cittadino.  Ma chi erano dunque queste Dee patrone delle terre venete?
Per scoprirlo, dobbiamo spostare la nostra ricerca nella città di Este, nella quale fra il 1881 e 1886 furono ritrovati dei resti chiamati “ Stipe Baratella” che documentavano la vita quotidiana nel santuario dedicato a Reitia, il quale sorgeva presso il fiume Adige, ristrutturato monumentalmente in età romana.
STILI SCRITTORI
CON INCISIONI VOTIVE
La datazione dei reperti varia dal IV secolo a.C fino al V secolo d.C. Il santuario iniziò la sua attività dunque nel IV secolo a.C ed ebbe il suo massimo fiorire nei secolo IV-III-II a.C, riedificato in epoca repubblicana ed attivo sicuramente fino agli inizi del V secolo d.C.  Mille anni di storia e di culto religioso dedicato ad una Dea Autoctona, locale, strettamente collegata con il territorio e mentalità spirituale degli uomini e delle donne Venete, le genti venete che orgogliosamente chiamavano loro stesse VENETKENS.   Tutti i depositi votivi sono detti “aperti” poiché le datazioni di riferimento ai gruppi di ex-voto non sono stati sigillati in antichità ma variano in un range cronologico iniziale e finale  non stabilito.

La Dea del luogo viene quasi sempre detta REITIA nome attribuito o interpretato con “ dea della giustizia “ e “dea della scrittura”  che è stato spesso paragonato con la dea spartana Orthìa o Artemide Orthìa, ed inoltre gli scavi  del santuario spartano di Orthìa hanno fornito interessanti confronti iconografici con la Stipe atestina detta “ Baretella”, soprattutto per la presenza di laminette raffiguranti guerrieri e donne portatrici di offerte del tipo paragonabile con quelle di Este.  Probabilmente il nome originario era PORA “ signora” mentre SAINATEI era un attributo dal più accreditato significato etimologico di “ alla sanatrice” legato agli ex voto ritrovati nel santuario nel quale si svolgeva un vita religiosa simile a quella del Santuario di Vicenza e di Lova, Templi che sorgevano anticamente in isolotti circondati dalle acque dei fiumi ed acquitrini fluviali.
SANTUARIO VENETICO

Si potevano vedere sfilate di donne velate sul capo, dall’alta acconciatura, abbigliate riccamente con collane sfarzose in ambra, oro, bronzo, perline colorate, sorrette al ventre da una grossa cintura in rame e/o bronzo lavorata a sbalzo, gonne strette in vita e larghe alla fine lavorate con motivi a losanga e floreali, tessuti ricercati e coloratissimi, un grembiule caratteristico e gli immancabili stivaletti veneti, che portavano fiori, offerte di primizie e dolci ben confezionati. Si potevano ammirare i guerrieri Hastati in tutta la loro magnificenza e poderosa forza, bellissimi nelle loro armature di bronzo e cuoio, seguiti dai pugili ed altri uomini, tutti con i loro ex-voto stretti nelle mani.  Alla testa di questa processione, le sacerdotesse del tempio, donne sagge votate alla Dea.
Tuttavia classificare e descrivere un culto religioso ed una divinità sulla base di poche stipi votive è difficilissimo ma in questo si può escludere totalmente che Reitia fosse stata una dea “madre” ovvero preposta al parto ed alla generazione, considerata l’assenza di ex-voto riproducenti organi genitali, bambini, madri, uteri. Era una dea Guaritrice come dimostrano gli Ex-voto di parti del corpo da guarire e l’attributo Sainatei, ma in modo accessorio. Infatti anche dal confronto accademico con la Dea spartana Orthìa, emerge che entrambe le dee erano in realtà principalmente preposte alle iniziazioni dei giovani, i quali celebravano raggiunta la maggiore età delle gare agonistiche e di sopportazione del dolore che concludevano il ciclo educativo. Artemide Orthia come Reitia non erano prettamente ed unicamente divinità sanatrici, non erano assolutamente preposte alla nascita, ma erano Dee alle quali facevano capo tutte le attività umane, sia sacre che profane, destinate a trasformare i giovani uomini in guerrieri e le fanciulle in spose e madri forti. Sia i giovani Veneti che Spartani durante l’iniziazione al Tempio ricevevano le armi solennemente ed esibivano pubblicamente le loro capacità fisiche e morali, mentre gli oggetti di uso quotidiano, le fusaiole, il telaio, gli spilli, i rocchetti di filo, le fibule, gli anelli ed i bracciali indicano alla Dea che le ragazze son finalmente divenute donne mature e pronte al matrimonio. Come Orthìa, anche Reitia era originariamente una Dea della Caccia ed una protettrice degli animali (Potnia Thèron) come provano tantissimi ex-voto con sembianze animali.
Nella stipe Baretella vi sono distinzioni fra le dediche maschili e femminili. Son state ritrovate sui “chiodi” votivi 22 dediche femminili , sulle basi che sostenevano statuette equestri dediche solamente maschili.

DEE ITALICHE
La Dea italica che assomiglia in modo maggiore a Reitia per funzionalità ed appellativi è Minerva. In un certo momento storico ovvero quando i vari santuari vennero riedificati con colonnati ed assunsero un aspetto monumentale, la figura di Minerva si sovrappose a Reitia veneta, infatti nella stipe votiva raffigurano spesso statuette bronzee , di terracotta e d’argento raffiguranti Minerva, importantissima Dea Italica identificata già in epoca arcaica con la greca Athena. Inoltre anche Eracle iniziò ad essere onorato ad Este, probabilmente collegato al mito ed alla figura dell'Eroe, modello per i giovani e valorosi guerrieri veneti.

INIZIAZIONI GIOVANILI
SPILLONI VOTIVI
Nella Stipe Baretella raffigurano pesi, rocchetti, fusi, telai, strumenti di uso femminile per la lavorazione della lana e dell’arte della tessitura, quindi il Culto praticato doveva avere a che fare con l’arte tessile e sia nel mondo greco che romano le fanciulle imparavano queste tecniche sotto il patrocinio della dea Athena-Minerva, inoltre aveva anche la funzione di Kourotrophòs ovvero di protettrice dei fanciulli, come la Greca Hekate /latina Ecate, ed infatti son state rinvenute numerose Bulle ovvero una sorta di sfera che serviva da amuleto fino al giorno in cui si compiva la maggiore età che veniva consacrato agli spiriti degli antenati della propria famiglia e variava a seconda dello status sociale del fanciullo, la Bulla era di sicura origine etrusca ma venne utilizzata anche in altre regioni italiane.  Le fanciulle venivano raffigurate con bellissimi gioielli ed alte raffinate acconciature. I ragazzi e  le ragazze offrivano dei giocattoli alla Dea come simbolo del passaggio iniziatico dalla fanciullezza all’età adulta. Come le ragazze romane ed anche greche, le fanciulle venete non sposate portavano i capelli molto lunghi e sciolti sulle spalle, oppure raccolti in abbondanti acconciature, mentre da maritate si coprivano il capo con un velo lungo sino alla schiena (com’era d’usanza in molti popoli italici) simile al flammeum romano. Nella stipe Baretella son stati ritrovati aghi crinali che servivano per l’acconciare i capelli alle donne, e sappiamo che le donne greche dedicavano una fibula presso il tempio della loro città, un simile rituale esisteva anche presso le popolazioni Italiche . Nel Lazio antico le madri si servivano di asticciole sacre rituali dette caelibares hastae per discriminare i capelli delle figlie in procinto di sposarsi con un chiaro valore apotropaico e beneaugurante, infatti la presenza di nodi era ritenuta fatale per la consumazione delle nozze!

BULLE
Sempre ad Este son stati ritrovati dei “chiodi” votivi, alcuni erano probabilmente delle asticciole, dette Stili,  con le quali sempre al tempio di Reitia, si imparava l’arte della Scrittura che era considerata sacra nelle sue proprietà oracolari e di comunicazione con gli Dei, altri invece erano  simili alle caelibares hastae poiché in esse vi sono dediche eseguite da donne in favore di altre donne, le quali non risultano essere state maritate , quindi testimonia l’esistenza di un rituale simile a quello del discernere dai nodi i capelli con uno spillone.
I ragazzi invece dovevano con tutta probabilità, partecipare a cerimonie di iniziazione di tipo militare come avveniva in molti popoli indoeuropei, ed infatti sempre nella stipe Baretella troviamo immagini di fanti armati con lancia in pugno, cavalieri, sfilate di uomini in arme, parate di cavalleria alle quali i giovani veneti dimostravano tutto il loro valore per la prima volta in pubblico. Molte statue dedicate alla Dea Reitia avevano alla loro base dediche inscritte proprio da questi giovani soldati, offerte private di giovani provenienti da ricche famiglie, oppure le armi in miniatura che fungevano da offerta alla Dea.

Righetto Elena



BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Frazer, il Ramo D’Oro.
- P. Ovidio Nasone, Fastorum libri sex II.
- F.Altheim, Terra Mater.
- G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinaru,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.
- J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma


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giovedì 10 ottobre 2013

CULTO DI GIUNONE ED ARTEMIDE NELLE TERRE VENETE



Il Geografo greco Strabone ricorda nella sua opera “Geografia” che nelle terre dei Veneti vi erano due boschi Sacri dedicati a divinità femminili che egli, in quanto greco, aveva associato ad Artemide Etolica ed Era Argiva, tali luoghi sacri si trovavano presso il fiume Timavo ed in altri luoghi non completamente localizzati nel Veneto adriatico.
La presenza di una divinità etolica nel Veneto poteva essere associata alla presenza storica dell’arrivo di Diomede ed il fatto che egli appunto fosse originario dell’Etolia, ed ecco perché i culti e le ritualità Veneto antiche assomigliavano a quelli di Artemide  Etolica. Anche il caso di Era Argiva non è dissimile, infatti secondo la leggenda Diomede si sarebbe rifugiato proprio presso l’altare di Era Argiva detta Oplosmia (dea Armata o la dea delle Armi) quando la congiura ordita da sua moglie stava per costargli la vita.

Era Argiva Oplosima  in terra Italica possedeva molti santuari presso Boschi Sacri descritti da Tito Livio  in questi termini: “ Un bosco sacro, isolato da una folta foresta e da alti abeti, chiudeva in mezzo pingui pascoli, ove pasceva senza pastori ogni specie di animali consacrati alla Dea e gli armenti delle rispettive specie per la notte rientravano in gruppi separati dalla stalle, mai insidiati dalle fiere o dagli uomini” .( XXIV 3.4-5)
Potnia Theron di Vicenza



Strabone stesso conferma che la realtà religiosa dei Veneti era associabile alla religiosità dei Boschi Sacri sia di Artemide Etolica che di Era Argiva, boschi nei quali la  sacralità alla Divinità permeava nel quieto vivere degli animali indisturbati e mansueti. Molti studiosi hanno rintracciato in queste prove l’esistenza della “religione della Potnia”, ovvero dell’antico culto ad una Dea Cacciatrice, Lunare, Sanatrice, Protettrice delle Città, residente nei boschi a lei sacri, Numen potentissimo delle acque fluviali, marittime, termali, con il potere di viaggiare fra i mondi dell’esistenza . La Potnia Thèron Signora degli Animali, come la Dea ritrovata a Vicenza, contornata da animali feroci quali il lupo ed il leone che sotto la sua mano diventano mansueti e fedeli compagni.
Poiché la dea greca Era veniva identificata con la latina Giunone, sarebbe anche troppo semplice identificare l’ Era Argiva di Strabone con la Giunone di cui parla Tito Livio riferendosi al suo culto a Padova (il suo tempio era collocato sotto all’attuale Palazzo della Ragione) ed alle spoglie delle navi spartane di Cleonimo, sconfitto dai Veneti nel 302 a.C. conservate nel suo Tempio all’epoca di Livio. Il culto a Giunone a Padova è riconfermato anche da un testo epigrafico latino che recita “ confine della parte interna del bosco” e cioè dello spazio nel mezzo di un bosco o di due boschi a Lei consacrati. Un’iscrizione venetica invece sempre di Padova fa comprendere come vi fosse inizialmente un unico boschetto Sacro ove vigeva il diritto d’asilo. Plutarco ne “la vita di Pompeo” ricorda espressamente come nei boschetti sacri ad Era Argiva era in vigore il diritto d’asilo dato che nel mondo greco i santuari di questa Dea godevano di questo speciale diritto.  Tuttavia vi è anche da dire che i facili parallelismi non possono essere sempre così immediati, infatti nel mondo veneto esisteva senza dubbio una forma di divinità femminile che assomigliava ad Era Argiva ed alla Giunone Italica (forse Reitia?) ma è improbabile  che la Giunone di Padova fosse Argiva infatti una città miticamente fondata da Antenore, Troiano, non avrebbe mai dato l’appellativo di Argiva alla propria Dea tutelare! Se la vostra memoria storica è arrugginita vi ricordo che gli Argivi erano nemici mortali dei Troiani.  In questo caso si potrebbe ritenere Diomede come antico fondatore mitico di Padova  ed altre città venete che in seguito i rapporti amichevoli con i Romani abbiano tramutato la leggenda come la conosciamo noi oggi. Ma sono speculazioni senza alcuna comprova storica.
A Verona ed Aquileia il culto a Giunone era fortemente sentito , vi sono dediche “alle Giunoni”, un plurarle che riconduce alle Ere Argive, ovvero eredi romane di antica memoria territoriale, dee autoctone e venetiche, locali, Numen tutelari, simili alle “ Matronae”  una sorta di ninfe protettrici della fertilità .
E’ probabile che nel Culto Veneto si svolgessero dei rituali prettamente femminili con processioni e cori di fanciulle guidati da una sacerdotessa nubile, processioni ben documentate da numerosissime lamine bronzee sbalzate paleovenete.  Inoltre non è possibile con assoluta certezza riconoscere l’Era Argiva in Veneto perché non vi è iconografia certa.
Di certo vi è che vi erano due tipologie di divinità femminile  : Una simile ad Artemide/Hekate  quindi protettrice delle Vergini, dei bambini, dei Boschi Sacri  ed una Matronale, protettrice delle donne, delle puerpere, e della città.

Devota offerente
REITIA E MINERVA
In seguito approfondirò la loro figura ed il loro culto religioso, ma per ora è necessario dire che le Dee più importanti delle città Venete fossero loro, che presiedevano alle cerimonie iniziatiche, al matrimonio, all’esercizio delle armi. Molti confondono Reitia con una sorta di “dea madre”, in realtà essa non lo era, e lo dimostrano i ritrovamenti archeologici nei suoi santuari nei quali mancano decisamente riferimenti al parto ed alla maternità. Era una Dea Sainante, della guarigione, della scrittura sacra, della protezione delle armi ma non della maternità. Era una Potnia Thèron. Le Dee Supreme delle città venete vennero identificate dai Greci e dagli Etruschi e poi dai Veneti stessi con l’attribuzione romana con Athena-Minerva, Era-Giunone  ed Artemide-Diana-Hekate.  Quindi dee in Armi e sanatrici, Dee protettrici della Città e della Maternità, Dee vergini protettrici dei giovani e dei Boschi.












BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Frazer, il Ramo D’Oro.
- P. Ovidio Nasone, Fastorum libri sex II.
- F.Altheim, Terra Mater.
- G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinaru,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.
- J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma.



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domenica 29 settembre 2013

RITUALE DELLE CORNACCHIE NELLA RELIGIONE VENETA

I RITI DELLA SEMINA PALEOVENETI

 Ottobre e novembre, periodo anticamente  chiamato Samonios dagli antichi , il periodo della semina e del ritorno dei mesi freddi era vissuto in modo molto serio dagli antichi veneti, i quali avevano istituito una ritualistica precisa ed indirizzata al rabbonirsi gli Spiriti dei luoghi rappresentati ritualmente dai corvi e dalle cornacchie. Per molti popoli antichi e moderni, la fertilità dei campi è ritenuta connessa con la buona disposizione degli Spiriti dei defunti e le anime dei morti erano molto spesso raffigurante come uccelli (arpie e striges italiche erano malefiche mentre nel culto pagano veneto i compagni di Diomede erano stati trasformati in uccelli ed erano benevoli) presenti anche nelle steli funerarie patavine.

 

In questo mio articolo cercherò di spiegare al meglio alcune ritualità del nostro nobile ed antico territorio.

Due furono gli autori greci del IV secolo a.C  che ci hanno tramandato nello specifico questo tipo di rituale, Teopompo e Lico di Regio entrambi citati in un passo di Eliano “Sulla Natura degli animali”, a testimonianza di quanto i Paleoveneti ed i Greci stanziati nell’adriatico fossero in contatto fra loro. Infatti anche nel mondo greco si riservavano onori agli uccelli ed ai corvi in particolar modo anche se essi consideravano benefica l’azione di questo tipo di volatili.
Teopompo riferisce che i Veneti che vivono attorno all’adriatico quand’è la stagione dell’aratura e della semina mandano doni ai corvi, ed i doni consisterebbero in alcune focacce e pani ben preparati in modo grazioso. L’esposizione di questi doni intende addolcire i corvi e stipulare con essi un patto in modo che non vadano a dissotterrare e portar via il frutto di Demetra disseminato nei campi.
Anche Lico  è d’accordo su questo punto infatti aggiunse che venivano donate molte altre cose( non pervenuteci purtroppo a causa di una lacuna paleografica)  e cinghie di cuoio color porpora. Il rituale dunque prevedeva  “che coloro i quali avevano portato i doni nei campi si allontanassero. In quel momento, gli stormi dei corvi rimanevano fuori dei cippi di confine, e fra di essi, due o tre animali scelti vengono mandati, alla stregua di ambasciatori dalle città per controllare la qualità e la quantità dei dopo, e dopo aver preso visione ritornano e richiamano gli altri (…) Se poi gradiscono mangiare le offerte, i Veneti sanno che l’accordo sancito con questi uccelli è valido, ma se essi le trascurano ed invece di mangiarle le disprezzano perché troppo misere, gli autoctoni sono convinti di dover scontare con la carestia il disdegno degli uccelli. Infatti questi ultimi essendo rimasti digiuni assaltano i campi e saccheggiano la maggior parte dei semi sparsi, senza pietà e con ira, scavando e cercando con cura” .

UNA DOVUTA ANALISI DEL CULTO

I CIPPI DI CONFINE
Da questi frammenti possiamo dedurre in realtà molti aspetti rituali e cultuali religiosi dei Veneti antichi, innanzitutto la presenza dei Cippi di Confine (testimoniati infatti dai numerosissimi steli e cippi ritrovati nel territorio e conservati nei vari musei archeologici) , infatti Lico precisa che i corvi arrivavano fino ai cippi di confine e prima di ver a mangiare le offerte se ne restavano presso i cippi stessi. I limiti territoriali delle comunità venete erano sacri, tutelati da divinità chiamate “ Termine” o meglio “Dei terminali” una sorta di lares compitales latini. A Vicenza una stele riporta il vero nome di queste divinità ovvero DEIVO che significa DIO in venetico. I latini chiamavano Terminus il Dio Tutelare dei confini e di ogni limite, per i greci esisteva Hekate, dea giovane e bella, portatrice di fiaccola, protettrice dei crocicchi e delle strade , onorata in epoca successiva sia a Roma che nel Veneto orientale. I poteri coercitivi dei cippi valevano solo per gli uomini non per gli spiriti o animali personificanti lo spirito stesso, i quali vivevano fuori dalla comunità. Rapporti con la tradizionale festa delle “feriea sementivae “romane sono evidenti e vi erano, sempre nel IV secolo a.C, cerimonie simili nel Lazio e nel Veneto (il Delatte e Le Bonniec  parlano di eredità comune Troiana…).
Nei Fasti di Ovidio si racconta che i contadini laziali offrivano focacce e dolci annuali nei focolari del villaggio , il borgo veniva purificato e si rendeva onore alle Madri Delle Messi, Tellus e Cerere, con l’offerta del loro farro e delle viscere di una scrofa gravida.  Sia i Veneti che i Laziali “sprecavano” volutamente del cibo ben preparato ad arte anche se in modalità differenti. Tellus e Cerere nel Lazio, Reitia ed Hekate nel Veneto, madri delle messi ma anche regine sulle anime dei morti. Erano Dee accompagnate dall’aggettivo “cerritus” “possedute da uno spirito”, ed ad Ottobre si aprima il “mundus cereris” ovvero una porta degli Inferi che prendeva il nome dalla Dea stessa. Tutti indizi che dipingono queste Dee Madri come regine degli Inferi e dei Defunti. Anche la dea Greca Ghe, dea della terra,  riassumeva in se i caratteri di Dea Agraria e dei defunti.

TA MELIGMATA- I DOLCI INFERNALI  ED OSCILLA 
Teopompo utilizza il termine greco “meligmatha” ovvero “addolcimenti”. I corvi dunque venivano “addolciti con focacce dolci”  ed è un termine che si addice al culto dei morti e degli Dei Inferi. Le fonti classiche pullulano di descrizioni simili, ad esempio Eschilo  racconta che Clitemnestra sacrificò dolci alle Erinni, e le meligmathà erano libagioni di pasta fluida di cereali con le quali si placavano gli spiriti dei defunti e degli eroi. Virgilio ricorda nell’Eneide che la Sibilla Cumana placa Cerbero con l’offa dolce , ed anche ai Lari, i defunti eroizzati romani, si offriva  la focaccia.
OSCILLUM ritrovato a Mira (Venezia) 
In un altro mio articolo ho focalizzato l’attenzione  su come  i rituali della “iactatio oscillorum” latini siano rimasti fino ad una cinquantina di anni fa, anche nel territorio Veneto, ovvero per propiziare la fertilità dei campi era uso appendere ai rami degli alberi degli oggettini, ex voto cristiani, e lasciarli oscillare al vento.  Durante le Feriae Sementivae romane si appendevano ai rami degli alberi delle piccole oscilla ovvero maschere, testoline, statuette di divinità agrarie. Nei territorio del Veneto orientale nei pressi di fiumi, canali, antichi capitelli arborei e crocicchi, son state rinvenute numerose testimonianze di questo rituale, risalenti al periodo romano ma anche precedenti.  Spesso infatti erano figurine poste su una specie di altalena, oppure simulacri fallici simboli della fertilizzazione dei campi eppure il carattere funerario era affiancato al carattere agrario, la Tradizione infatti rimase anche in epoca cristiana quando questi riti venivano svolti nelle vicinanze di Ognissanti.  Le maschere avevano un carattere notoriamente infernale ed il loro movimento spaventava gli uccelli predatori di semi e chicchi  faticosamente seminati.  La cerimonia veneta, secondo Attilio Mastrocinque, comprovava assolutamente questa interpretazione.

LE DEE DEI CORVI
Sul colle Esquilino è stata ritrovata un’iscrizione che recita “ Devas Corniscas Sacrum” ovvero “consacrato alle Dee Cornacchie” e nell’ambito del culto romano per le cornacchie si innestò il culto greco per Cornix detta anche Coronis madre del Dio della Medicina Esculapio. Nel tempio dedicato a Reitia a Lova (Venezia) è stata ritrovata una statuetta raffigurante il Telesforo, mentre come è noto, Reitia la Dea Potnia dei veneti era detta anche Pora (signora) e Sainate( risanatrice). Dunque le Cornacchie erano identificate come una sorta di Dee Risanatrici da un verso, ma  per un altro verso, mentre  i latini avevano Priapo a proteggere le loro messi,  i Veneti ritenevano che il non rabbonire le Dee dei Corvi con “meligmatha” facesse risvegliare in esse la loro componente infernale di Spiriti nefasti  con la loro azione distruttrice.  I Corvi in Veneto dunque non venivano spaventati come accadeva nel Lazio con gli oscilla, ma rabboniti con offerte dolci secondo l’uso greco. Teopompo racconta che i pani e le focacce venvano “preparate in modo bello, con gusto” e questo ci fa pensare che esse raffigurassero qualcosa da offrire simbolicamente ai corvi come figurine di uomini, o maschere come quelle appese ai rami ( ad esempio Scolio a Tucidide I.126, in una festa di Zeus Mellichios e Scolio a Luciano in una festa a Demetra  dei “Dialoghi delle Cortigiane “).

CERIMONIE SACRE
Dopo la commistione romana del Veneto, si modellavano focacce con la farina di farro a forma di ruota solare in onore del Dio  notturno Summano e maschere mostruose in onore della dea infera Mania (Hekate) di funzione apotropaica che venivano anche agitate nei campi.
HEKATE VENETICA
Un’altra cerimonia italica della semina simile al rituale veneto era la processione che presso Lavinio, conduceva un simbolo fallico in giro per i campi in onore del Dio Liber, allontanando il malocchio e garantendo una semina di successo. Non è possibile stabilire quando questa cerimonia venisse condotta perché a Roma la festa  dei Liberalia era a marzo però il periodo della semina era l’autunno, tuttavia conferma il rituale venetico  ritrovato ad Este, nella stipe votiva di Morlungo  nella quale sono raffigurati ben dodici simboli fallici, raffigurazioni di genitali femminili, due statuine di cavalieri in  terracotta e piattini di libagione, segno di rituali agrari anche se i falli di tipo atestino sono di tipo infantile mentre quelli di Lavinio sono decisamente più “maturi”, pertanto l’analisi deve fermarsi in questo punto poiché non si posseggono sufficienti informazioni.

PAX DEORUM VENETICA
I Corvi son da sempre ritenuti animali fonte di presagi ed auspici, ed i Veneti traevano un auspicio dal modo in cui i corvi si comportavano durante il periodo della semina, se mangiavano le offerte era segno di fortuna certa per i raccolti, se le rifiutavano era presagio funesto di carestia perché i corvi mangiando le menti pregiudicavano tutto il raccolto. Ma i Veneti erano genti dalla raffinata religiosità e vedevano questo fatto come un segno della volontà divina: I Corvi divinizzati consideravano rotto il patto con gli uomini, ovvero il patto basato sulla corretta celebrazione del rito.  Nella disciplina augurale etrusca e romana gli uccelli augurali  erano distinti in alites ed oscines , gli uni davano presagi con il loro volo gli altri con le loro grida, e le cornacchie rientravano fra gli oscines, ed è noto che presso i Veneti erano in uso molte cerimonie religiose di tipo divinatorio, essi infatti interpretavano anche la caduta dei fulmini e conoscevano i rituali per placare il Dio che aveva scagliato il fulmine circoscrivendo i poteri malefici che potevano sprigionarsi dal luogo e dalle cose toccate dal fulmine. Ad Oderzo è stato rinvenuto un sasso oblungo con iscrizione in latino ma a caratteri venetici “ de caelo tactum et conditum” ovvero “colpito dal cielo e sepolto”. Il sasso infatti era stato colpito dal fulmine e sotterrato in seguito per impedire che contaminasse persone, animali, cose circostanti. Si trattava di un antico rito veneto o veneto-etrusco che secondariamente assunse caratteri e terminologia romana.


BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
- Frazer, il Ramo D’Oro.
- P. Ovidio Nasone, Fastorum libri sex II.
- F.Altheim, Terra Mater.
- G.Fogolari, la protostoria delle venezie.
- -Corpus inscriptionum latinaru,
- A.Biscardi, Fulgur conditum.
- A. Mastrocinque, Santuari e Divinità dei paleoveneti.
- Appunti di università e parti tratte dalla mia tesi di laurea.
- J.Champeaux, La Religione dei Romani.
- A. Zilkowski, Storia di Roma.

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sabato 28 settembre 2013

Feste, Tradizioni, Lavori agrari di OTTOBRE

Continua la mia nuova rubrichetta dedicata alle mensilità...ma ho anche l'idea di iniziare a parlare delle Lunazioni e delle tradizioni venete ad esse legate..cosa ne dite?

Intanto vi lascio al mese di OTTOBRE, oramai giunto a lambire le nostre vite quotidiane...
OTTOBRE è da sempre considerato  il mese nel quale il velo fra il mondo dei viventi e dei morti si assottiglia fino ad aprirsi il 31 ottobre, la notte di Samonios, nella quale la Caccia salvadèga si dispiega terrifica e paurosa fra le campagne e le montagne. (cliccate QUI- CACCIA SALVADEGA per saperne di più).

FESTE CRISTIANE DI ISPIRAZIONE PAGANA

-7 Ottobre, Madonna del Rosario.
Festa molto antica e di sicura ispirazione pagana alla religiosità veneto-romana.
Gli antichi romani ritenevano sacro il giorno 5 di Ottobre, poichè vi era la festa della dea MANIA (assimilabile con l'Hekate-Icathèin venerata nel Veneto sia nel periodo paleoveneto che romano- cliccate QUI per approfondire l'argomento) e del MUNDUS PATET che è parte di una delle tradizioni più oscure e antiche della religione romana arcaica ma l'origine del rituale ad essa collegata è molto probabilmente di matrice etrusca. Si tratta di una fossa posta nel santuario di Cerere e consacrata agli dei Mani, che ha forma circolare a ricordare la volta celeste e l'universo tutto. Tale pozzo aveva anche la forma simbolica di un utero rovesciato che veniva scavato al centro della città al congiungimento degli assi di decumano e cardo. La fossa rimane chiusa per tutto l'anno ad eccezione di tre giorni in cui mundus patet .L’apertura del mundus metteva in comunicazione il mondo dei vivi e quello dei morti, i segreti dei Mani si trovano “alla luce” e per questo era proibita ogni attività ufficiale. Il rito aveva un carattere eminentemente purificatorio, e quindi propedeutico rispetto a eventi sacri che il calendario romano prevedeva nei giorni e soprattutto nel mese immediatamente successivo (Saturnali e Natale del Sole Invitto). Lo stesso termine di Mundus designa il "mondare" e il "purificare".

"Mundus cum patet, deorum tristium atque inferum quasi ianua patet."

Le analogie con Halloween- Samonios sono evidenti.
Nella festa della Madonna del Rosario, nelle nostre regioni, i capitelli e le chiesette dedicati alla Madonna venivano visitati e si pregava al loro cospetto, altra rimanenza arcaica per la quale vi invito ad approfondire cliccando  qui--> Edicole e capitelli arborei fra Paganesimo e Cristianesimo.

Era una festa che apriva dunque ufficialmente il periodo di contatto fra i Vivi ed i Morti ma anche segnava la fase conclusiva del ciclo dell'anno agrario per la fine della vendemmia e dei raccolti.

CASTAGNE, IL PANE DEI SECOLI SCORSI.
 " Le castagne sono il pane della povera xente" recitava un trattato del 1400 , ed oggigiorno mangiare castagne è diventato decisamente un lusso perchè nel corso della storia, il nostro territorio ricco di castagneti spontanei, è stato disboscato per far spazio a terreno coltivabile ed edificabile...

FIERA FRANCA DI AUTUNNO
Tipica di Bassano ma anche di altre zone, è l'antica Fiera del Bestiame. Mia nonna paterna era una grande commerciante, si recava ogni autunno a Sambruson- Dolo per vendere e commerciare a buon prezzo il bestiame ed altri prodotti agricoli. Si trattavano bovini, suini, asini, cavalli ed animali da cortile.

FAR FILO'
Della tradizione del Filò ne parlano ottimi siti, ricordo solo che iniziava in questo periodo il freddo ed iniziava anche il Filò. Le famiglie contadine si riscaldavano nelle stalle alla sera, tramandandosi con racconti e storie antiche la saggezza popolare, i giovani si innamoravano, le Streghe facevano le loro magie, le donne con i telai confezionavano vestiti e tessuti, il filo ed il fuso scandivano con il loro ritmo le canzoni ed i rosari, il filatoio conservava il filo mentre gli uomini riparavano l'attrezzatura da impiegare nei campi e approntavano quella nuova.




SUPERSTIZIONI....QUANDO LE DONNE FILAVANO...
Dall'autunno alla primavera le donne filavano, lavoravano all'uncinetto, ricamavano, rammendavano al tepore del fuoco domestico e della stalla.
La filatura, per le popolazioni antiche e per l'eredità contadina, era un'attività considerata misteriosa, dove si accavallavano gli aspetti magici legati al mondo del femminile.
Le maghe venete, ovvero le Rododese e le Anguane, osservassero la filatura delle donne eseguita nelle ore notturne premiando o castigando le filatrici secondo il loro metodo (il rimando alla leggenda classica di Atena ed Aracne è immediato). Alcuni pregiudizi stabilivano il periodo oltre al quale le donne non dovevano più tessere e filare ed altri riguardavano il divieto di filare in alcune particolari circostanze.
Nelle valli dolomitiche e carniche era vietato filare di giovedì perchè le streghe avrebbero disfato il lavoro quella stessa notte del Sabba, vietato anche il venerdì perchè il Demonio era attivo proverbialmente in quel giorno infausto, ed ovviamente vietatissimo anche il Sabato, giorno dedicato anticamente al Dio Saturno, divinità infera, sostituito dall'ignoranza cristiana con il Diavolo ed il Sabba stregonesco.  Domenica pure era proibito poichè in quel giorno neppure la Madonna filava e quindi c'era il pericolo di filare i suoi divini capelli!
Divieto di filare anche durante il Solstizio d'Estate e di Inverno, proibito durante la notte di Samonios- 31 ottobre, alla festa di Santa Lucia, la Vigilia di Natale perchè le Streghe in questa notte avevano il potere di insegnare i loro poteri alle donne che filavano, la vigilia di capodanno e la notte che precede la Candelora.

31 OTTOBRE:

Notte dei Morti, Caccia Salvadèga, Festa dele Lumère, Festa da lis Muars, la Notte della Grande Zucca, Samonios, Culto dei Santi.





BIBLIOGRAFIA:
- Lunario. calendario rurale veneto-friulano. Renato Zanolli.
-Calendario- A.Cattabiani
-Lunario- A. Cattabiani
-L'anno i mesi e i giorni nella cultura popolare del Veneziano. Proverbi modi di dire tradizioni- M.Poppi
- La religione dei romani- J. Champeaux



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