Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

lunedì 1 luglio 2013

Rituale del Lucum Conlucare

 Catone ci rivela il rituale del lucum conlucare, vale a dire del debbio, l’occupazione umana e la messa a
coltura del lucus, da intendersi etimologicamente come «radura», ma anche come «bosco
sacro».
Il periodo dell’anno destinato a questi lavori agricoli era la seconda metà di luglio, dopo il raccolto: i Lucaria pertanto avevano luogo il 19 e 21 luglio, prima di altre due feste consacrate invece all’acqua, con la sistemazione dei pozzi e delle canalizzazioni
 (Neptunalia il 23 luglio e Furrinalia il 25).
Prima di procedere bisognava celebrare un piaculum con l’offerta di un porco ad una divinità si deus si dea:

- Lucum conlucare more sic oportet: porco piaculo facito, sic verba concipito:
- «si deus, si dea es, quoium illud sacrum est, uti tibi ius est porco piaculo facere illiusce sacri coercendi ergo harumque rerum ergo, sive ego sive quis iussu meo fecerit, uti id recte factum siet, eius rei ergo te hoc porco piaculo immolando bonas preces precor, uti sies volens propitius mihi domo familiaeque meae liberisque meis: harunce rerum ergo macte hoc
porco piaculo immolando esto»



La divinità cui la preghiera si rivolge è, con tutta probabilità, il genius loci.
L’aspetto tutelare «locale» riferibile al genius è importante come quello «personale», e con esso si intreccia. Quella romana è infatti una «risposta» di tipo culturale, osservabile anche in altri sistemi religiosi, che qualifica in modo tipico il legame della comunità con uno o più luoghi. La prima fase è propriamente l’approccio progressivo con un dato luogo, concepito come abitato da un essere divino. Ne consegue il mantenimento del rapporto con l’essere sovrumano che vi abita. Con il tempo tale legame si fonde con l’ascendenza umana che il luogo ha abitato per generazioni, qualificando la linea familiare attraverso il capofamiglia maschio.

Elena

(foto scattate in Raetia)




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Antiche ricette e curiosità dei dolci

Buonissimo Primo Luglio a tutti voi!
Oggi mi sento ispirata per scrivere un articoletto riguardo qualche curiosità culinaria dolciaria delle nostre terre... Ricette che mi sento di offrire ai Genius Loci...
Quando si parla dei modi di vivere del passato, è tendenza comune e naturale esaltarne solo gli aspetti positivi e sottacerne, magari, quelli negativi. A parte la considerazione che non è mai tutto bene o tutto male ciò che è stato, così come non è mai tutto bene, né tutto male ciò che è venuto dopo, il più delle volte è solo il modo di vivere che cambia e, con esso, cambiano i modi di concepire la vita e le abitudini che la caratterizzano. I luoghi, gli usi e le consuetudini che scompaiono e quelli che li sostituiscono altro non sono che il fatale avvicendamento determinato dal mutare delle condizioni di base, della sensibilità collettiva e della necessita sociale. Ed è inutile e sterile rimpiangere troppo la scomparsa di questi luoghi, usi e costumi, se sono cambiate le esigenze di fondo che li avevano creati e che successivamente ne hanno decretato la fatale eclissi. E' l’eterno gioco della vita, a volte banale, a volte crudele, però mai gratuito, né eludibile.
Tutti i dolci inizialmente nascono come offerte rituali incruente alle divinità pagane con significato augurale propiziatorio, mentre dopo l'avvento del Cristianesimo, assumeranno significato di devozione cristiana.
I primi dolci erano semplici pani con l'aggiunta di qualche ingrediente dolcificante (miele, frutta, mosto, ecc.), cui poteva essere data la forma di animale, in sostituzione dei ben più costosi animali vivi da sacrificare, o di arto umano, di cui si chiedeva la guarigione al dio.
Nell'antico mondo romano, nei primi giorni di gennaio (kalendulae januarie), era usanza scambiarsi doni beneauguranti, come frutta secca, miele e dolci, come i globuli (castagnole), ma soprattutto una torta detta janual, da Janus - Giano, dio safino, che ha dato il nome al mese di gennaio, che era chiamato anche "dio degli inizi" e "dio dei dolci". Era una torta rotonda senza foro centrale decorata di rosso. Il dolce dal significato beneaugurante e propiziatorio, veniva offerto al dio, non solo all'inizio dell'anno, ma anche all'inizio di ogni mese e ogni volta che si iniziava una cosa nuova, come un viaggio, un affare, ecc. Questa torta (parola del tardo latino che significa "pane rotondo", forse connessa con il verbo "torcere", quindi pasta ritorta, cioè "ravvolta"), era preparata con farina, miele, mosto di vino rosso, semi di anice, ed è la progenitrice di tanti dolci attuali. La presenza del rosso mosto di vino (defruntum) ricorda anche i dolci marchigiani - romagnoli - emiliani a base di mosto cotto e farina chiamati sugal, sciughi, sciughiti, sughitti e mostarde in genere e i vari biscotti o maritozzi col mosto. Il colore rosso, presente su quasi tutti i dolci antichi, era il simbolo del sangue degli animali sacrificati. Da ciò deriva l'usanza di colorare di rosso tutto ciò che è consacrato. I dolci spennellati di rosso e la rossa carne, erano consumati solo nei giorni festivi, anch'essi segnati con colore rosso sul calendario. Così come, fino a qualche decennio fa, c'era l'abitudine nelle campagne di infiocchettare con nastri rossi le corna dei buoi, di ornare i piccoli e le donne con collane rosse, ecc., insomma, come affermato da illustri scrittori ed antropologi, "tutto ciò che è segnato di rosso è magicamente protetto, essendo il rosso il colore della festa perchè rappresenta il segnale del sacrificio (sacrum factum)".
Il poeta romano Ovidio, che si pose il problema sull'origine dell'usanza di offrire al dio Janus questi dolci, fornì una risposta nel primo Libro dei Fasti, ove scrisse di aver interrogato il dio e di aver avuto questa risposta: "Si fa per buon augurio, perchè nelle cose passi il sapore dolce, e l'anno, qualcominciò, sia dolce".
Così i dolci rossi di Janus li ritroviamo nel carnevale cristiano; varie ciambelle si accostano alla festa di S. Antonio abate; il Libum del dio Libero, con aggiunta del lievito, diviene la crescia o pizza con il formaggio delle festività pasquali; molti sono i dolci che nelle varie regioni italiane diventano "pasquali" o "natalizi"; le libae o frictilia, preparate dalle matrone per strada su fornelli portatili per le feste liberalia, il 17 marzo, sono trasferite alla cristiana festa di S. Giuseppe il 19 marzo.
In tutti questi dolci cristianizzati è presente un nuovo ingrediente che li caratterizza: il lievito.

DOLCI VENETI
Baìcoli
 I baìcoli sono dei biscottini leggermente dolci e croccanti chiamati così da un pasticcere veneziano del '700 per la forma che ricordano, prima di essere tagliati a biscotto, un cefalo. La preparazione è abbastanza lunga ma una volta fatti si conservano anche per mesi. Li potete, comunque, trovare anche in negozio. Possono essere accompagnati col caffé, zabaione, vino aromatizzato o con cioccolata calda con cannella e noce moscata come si faceva all'epoca.

Essi buranéi
Gli essi buranéi sono dei biscotti a forma di esse (ma possono essere pure a forma di o e allora si chiamano bussolai) e sono la specialità dell'isola di Burano. Li potrete trovare immancabilmente alla fine di ogni pasto in qualsiasi ristorante del posto. Sono deliziosi e delicati.

Pincia o Pinza 
Dolce povero fatto con mollica di pane avanzato. Quella che viene descritta è la ricetta originale, se volete potete aggiungere un bicchierino di grappa, pinoli e frutta candita, pezzi di mela...
Graditissima offerta alle Divinità del Luoghi...

Frìtoe aea venessiana(frittelle alla veneziana)Le classiche per il carnevale. Famose fin dal tempo di Marco Polo dove dall'oriente si è imparato a friggere. La loro composizione può essere svariatissima: con mele, semolino, polenta, riso, zucca e creme. Una volta erano impastate con acqua al posto del latte e, invece della grappa, si usava l'anice. Inoltre si univano pinoli, del cedro candito tritato e della cannella.

Zabaione
Dessert a base di uova e zucchero. Di solito si usa intingere nello zabaione i biscotti veneziani. Anticamente veniva offerto allo sposo novello per garanzia di successo per la sua prima notte di matrimonio. Lo zabaione deriva forse da una densa bevanda proveniente dalle coste veneziane della ex Jugoslavia chiamata "zabaja".

Bigarani
In passato si usava recare in dono i bigarani alle puerpere con una buona bottiglia di vino dolce che, si riteneva, avrebbe contribuito non poco a ridare rapidamente forza. I biscotti in questione hanno in effetti una forma che può ricordare il sesso femminile.


giovedì 27 giugno 2013

DIN DAN DON LE CANPANE DE SANBRUSON . Canto popolare dei filò contadini


Din dan don le canpane de Sanbruson
E le sona dì e note
E le buta zò le porte
Ma le porte gera de féro
Volta la carta ghe xé un caliéro
Un calièro pien de piova
Volta la carta ghe xe na rosa
E la rosa sa da bon
Volta la carta ghe xe un melon
Ma il melon xe massa fato
Volta la carta ghe xe un mato
Un mato da ligare
Volta la carta ghe xe un mare
Un mare e na marina
Volta la carta ghe xé na galina
La galina fa cocodè
Volta la carta ghe xé un re
Un re e un rearo
Volta la carta ghe xé un peraro
Un peraro che fa i fighi
Volta la carta ghe xé i strighi
I strighi che fa miao
Volta la carta ghe xé eI babao
Un babao col bèco rosso
Volta la carta ghe xé un posso
Un posso pien de aqua
Volta la carta ghe xe na gata
E la gata fa i gatèi
Volta la carta ghe i putèi
E i putéi fa ostaria
Volta la carta che la xe finia.


Santuario venetico... suggestioni

Uscendo dalla città è un atto di devozione far visita al Santuario...Troverai, viaggiatore, un Bosco Sacro circondato da cippi: la Casa degli Dei.
Entra per un momento di raccoglimento e preghiera, come coloro che chiedono grazie, fortuna, salute per se stessi e per i propri cari.
Nei santuari della città, vicini ai fiumi o alle sorgenti di acque termali, buoi o maiali, pecore, agnelli , capretti sono offerti all'altare insieme alle primizie vegetali ed alle focacce di cereali, le carni consumate ai banchetti comuni.
Uomini e donne lasciano in dono immagini di se stessi in statuine o riprodotte su lamine di bronzo: in preghiera o nell'atto di offrire doni, gli uomini in armi o con vesti cerimoniali, le donne con un ricco abbigliamento ed un' acconciatura fastosa con alto chignon e disco sulla fronte.
Si può assistere alle feste e ai riti rappresentati sulle lamine con le sacre sfilate di devoti, dignitari, sacerdoti e sacerdotesse. Il Santuario è anche un "emporio", ovvero un mercato dove gli stranieri, simboleggiati dall'immagine del lupo, trovano protezione e possono svolgere i loro commerci e consolidare alleanze. Piccoli animali, merci di ogni genere, giovani a tessere al telaio, altri imparano a scrivere, altri ancora partecipano alle cerimonie di iniziazione all'età adulta... I santuari pullulano di una vita affollata e caotica, che culmina in occasioni cerimoniali scandite nel corso dell'anno, in una sorta di calendario.
Gli Dei, non raffigurati con sembianze umane, hanno nomi maschili e femminili. Reitia, la più famosa Dea di Este, è accompagnata da un pantheon di divinità, alcune dette "Sainate" ovvero Cittadine, sono loro che custodiscono la città e che ne sono patrone, una sorta di Genius Loci o Lares.

Ed è con fatica che ti inerpichi, viaggiatore, tra le pendici delle Prealpi e la Valle del Piave, nella pianura del Brenta, nelle lagune fra i fiumi, fra le tappe del Sacro, quei santuari che fra il III e I secolo a.C., rappresentano il luogo della negoziazione fra due popoli nemici Celti e Veneti, e fra Celti, Reti e Veneti, a controllo dei percorsi che portavano ai centri minerari del ferro e dello stagno, meta dei primi mercanti Romani. Villa di Villa, sulle alture di Vittorio Veneto vi è un santuario a guardia della pianura e dell'imbocco della via verso l'Alpago: sono i percorsi di transumanza e dell'alpeggio per le mandrie, raffigurante sulle lamine votive, per propiziarne la fertilità.
Nel cuore del bosco, presso il Piave, vicino alle sorgenti medicamentose di Lagole di Calalzo, si trova la Casa di Trumusiate/Tribusiate, divinità Sainate cui la "teuta" (comunità) porta in dono le Simpula, lamine e statuette di bronzo. Le acque benefiche, la posizione del bosco nell'alta valle del Piave, rendono questo santuario meta dei soldati, quei Veneti che strenuamente difendono il confine dai vicini Celti. Alle divinità si offrono le spoglie di tante battaglie, come accade al Santuario di Raveo, dove i Celti invece dedicano le armi dopo averle spezzate o contorte, affinchè non vengano più usate.
Il viaggio procede più a nord ad Auronzo, dove militari oramai romani sentono l'esigenza di restaurare antichi culti, dedicando lamine, simpula e dischi ad una divinità "Reggitrice" detta "Maisterator"con iscrizioni che riportano in vita una lingua venetica quasi in disuso.........

Ex-voto 

Cippi sacri
Ex voto militari e trepiede per i riti sacri

Mestoli sacri, ex voto, strumenti del Culto

Sacerdotessa offerente


Statuette delle Bona Dea e Marte Offerente- Monte Summano

Dea di Caldevigo

Soldato "Paride" in preghiera

Ex-voto offerenti
Trimbusiate
,

 In questi luoghi appartati, ai confini di un mondo spesso ostile, è ancora viva la forza della religiosità dei Veneti, la radice profonda dei loro culti.





... Suggestioni dalla mostra Venetkens a Padova.



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AKLON, ciottoli misterici dei Veneti antichi

A partire dal V secolo a.C., compaiono nel Veneto di pianura dei manufatti particolari: grossi ciottoli fluviali di porfido, vengono iscritti con semplici formule, spesso nomi propri.
 Solo alcuni sono stati rinvenuti in situ ed è quindi difficile risalire alla loro funzione: sono presenti infatti sia nelle nelle necropoli che nei centri abitati.
Un aiuto viene dalla lettura delle iscrizioni che a volte oltre al nome proprio, recano il termine " AKLON". Questa parola indica la funzione del ciottolone come "segnacolo emergente", una sorta di monumento personale, non necessariamente a carattere funerario.
 Iscrizioni su ciottoli fluviali dalla forma di UOVO, simbolo cosmico, sono note anche in italia peninsulare connesse ai culti misterici, come forse il patavino Mustai. Tre fra questi manufatti costituiscono l'eccezionale testimonianza di un gruppo familiare documentato per più generazioni, dal V al I secolo a.C., gli Andeti. A questa famiglia, con un capostipite forse di  origine celtica, è collegabile il simbolo araldico della "chiave" visibile su uno dei ciottoli.
 Questo simbolo era molto importante e vivo per i Veneti, simboleggiava esattamente una chiave misterica, portata dalla Dea Reitia- Ecate, chiave che apriva porte spirituali ed anche fisiche.
Ma questa è un'altra storia...