Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

giovedì 30 maggio 2013

VENETI ANTICHI :Il NUME TUTELARE DELLA "STIPE"

Articolo sconosciuto ai più ma molto importante a mio avviso, che descrive molto bene le varie commistioni riguardo Divinità e Numen fra Veneti e Latini.
Scritto da una fonte affidabilissima e soprattutto competente, GIORGIO ARNOSTI, studi classici e laurea in Scienze Politiche. Insegnante. È curatore o autore di numerose pubblicazioni del Gruppo Archeologico del Cenedese di cui è attualmente il Presidente.

BUONA LETTURA!




 "Nel catalogo della mostra su "I PALEOVENETI", Maria Grazia Maioli, autrice della scheda sulla "stipe" di Villa di Villa in Comune di Cordignano "TV" "1" , propone quale protettore del santuario un nume maschile, paragonabile al Marte gallico ed al Quirino dei Romani.
Nelle fonti letterarie sugli antichi Veneti, l'esistenza di divinità maschili è scarsamente documentata "3" , tuttavia in molti santuari si ritrovano dediche a divi del pantheon greco-romano, scritte in latino; compaiono ovviamente in seguito alla romanizzazione del territorio e documenterebbero l'interpretazione e la schematizzazione degli dei indigeni alla luce della nuova preponderante cultura. Questa constatazione della presenza di divinità maschili nel panteon dei Paleoveneti in epoca tarda, può subito suggerire che questa presenza sia stata in qualche modo mediata o propiziata, prima della romanizzazione, dal contatto con il mondo celtico, che ebbe una innegabile influenza su quello paleoveneto, almeno per quel che riguarda il costume "4" .Vediamo questo passaggio delineato in Cadore, dove dalla LOUDERA delle iscrizioni di Valle di Cadore, si passa alla TRUMUSIATE degli ex-voto in lingua venetica del santuario di Lagole: questa divinità viene paragonata dagli studiosi odierni ad una Ecate trimorfa o una Diana tricapite, di influenza celtica, e secondo le più tarde dediche in latino dei devoti romanizzati venne "interpretata" come APOLLO o come ERCOLE. Questi cambi di nome e talvolta di personalità delle divinità indigene non fanno meraviglia se pensiamo che i più grossi santuari paleoveneti furono frequenti per quasi un millennio. Lo stesso fenomeno si constata frequentemente con la cristianizzazione per cui molti templi pagani furono "esaugurati", e dedicati a santi cristiani con le medesime prerogative delle divinità soppiantate.
Anche al santuario di Villa di Villa, la frequentazione da parte di popolazioni celtiche della sinistra Livenza, o retiche alpine, tralasciando gli apporti di viandanti o mercanti da zone più lontane, potrebbe aver portato a ravvisare, e a sovrapporre un pò alla volta alla divinità paleoveneta locale, un "deivo" maschile.

Divinità o pastore?
Consideriamo ora le figurazioni della divinità che compaiono sulle lamine votive del deposito sacro, in particolare quelle con bovidi su cui campeggia la figura umana. Quest'ultima è sempre riprodotta vestita "nel mondo greco-romano e celtico le divinità maschili erano normalmente rappresentate ignude o quasi" , e su qualche lamina le vesti sono evidentemente di foggia femminile, come la corta tunica a pieghe e balze fermata alla vita, che si ritrova in numerose figurazioni paleovenete. La figuretta incede a sinistra o si presenta in posizione frontale molleggiata, porta gli stivali tipici paleoveneti con il bordo rivoltato; il capo è coperto da un berretto con tutulo e frontino rialzato "foto 1, fig. 1" , una specie di "pileus" sullo stile di quello della "dea" di Caldevigo, ma che è forse una elaborata acconciatura dei cappelli con diadema. Questo copricapo, in alcune figurazioni sommarie delle lamine, può molto facilmente apparire come un elmo di tipo greco-etrusco con il "lophos", cioè il pennacchio, pronunciato "foto 3, fig. 3" . Il braccio destro è libero, piegato in avanti, a volte regge una semplice coppa, altrove un vaso sacro per aspersioni, un "rhytòn" dalla vaga foggia di stivale, ma forse a testa di ariete; sulla sinistra tiene una ghirlanda vegetale eretta, il "tirso" "o la fiaccola, che èun attributo di Ecate?" , ed una pelle d'animale pendente, la "leontèa" "foto 1, figg. 1, 2, 3" .
Questi ultimi attributi escludono assolutamente che la figura possa rappresentare un pastore o un offerente in genere.
Su alcuni ex-voto la figura è riprodotta col medesimo punzone due volte, ora ai due angoli alti della lamina "foto 3" , ora in sequenza verticale al centro "foto 4" . In questo caso le figurette sono molto stilizzate, sempre con il berretto tipo "pileus", e sembrano reggere un bastone, un "lituo" "?" con la mano destra, in atteggiamento pastorale "fig. 4" . Ed è interessante notare come i bovidi, da cui le due figurette sono"circondate, hanno le corna vistosamente ornate con ghirlande vegetali "foto 5" , le "infule" sacre con cui venivano adornati gli animali per i sacrifici; e dunque anche in questo caso la figura rappresenterebbe un dio, cui gli animali vengono donati anche se solo "in effigie"Gli attributi della divinità
Per avere una idea più completa della personalità della dea di Villa di Villa è importante individuare le "specializzazioni", gli attributi, ed i doni votivi sono chiarificatori al riguardo. Non ne facciamo qui l'elenco, ma questi ce la presentano come una patrona della salute, dell'allevamento, della caccia, della fecondità, come pronuba e come protettrice dei guerrieri e dai pericoli delle guerre. Sono proprio le medesime specializzazioni di REITHIA, la dea di Este, di TRUMUSIATE di Lagole di Cadore, ed in parte della "potnia theròon" "signora delle fiere" dei dischi di Montebelluna.

Vetusa: il nume tutelare
Purtroppo le lamine con iscrizioni sono rarissime alla Stipe di Villa di Villa, e non semplificano l'identificazione della dea. L'iscrizione in caratteri latini "VETVS.P. FLAVIVS.VETUSAE.V. S.L.M." trattati a bulino sul manico in bronzo di una situla, dice che Vetus Flavius figlio di Publio, un indigeno romanizzato che con ogni probabilità ha conseguito i "tria nomina" all'epoca di Augusto, scioglie volentieri un voto a VETUSA. La sigla latina "V.S.L.M." è abbastanza frequente a Lagole, dove c'è addirittura un Vettius, che fa offerte ad Apollo. Ma chi sarebbe questa Vetusa finora sconosciuta nel pantheon delle divinità preromane e romane? G.B. Pellegrini "5" tenderebbe a riconoscere in essa, dalla radice "vet" collegata con "*etas" "=età, tempo" , una divinità agreste connessa con il ciclo delle stagioni.
Un accostamento può essere fatto con VIDASVS, sacro agli Illiri, accompagnato nei monumenti da THANA, ed identificato dai romani con Silvano, protettore di sorgenti, foreste, campi, e con Diana "Artemide" dea della caccia. E interessante la raffigurazione della Diana illirica che ha come attributi non l'arco e la faretra, ma la palma in una mano ed il tralcio di vite nell'altra "61, iconografia simile a quella dei dischi votivi di Montebelluna, dove la dea locale regge con una mano una chiave "come Ecàte Kleidoùkos, o Artemide" , ed è circondata da tralci d'edera o di vite, da una cornacchia e da un lupo. Queste ultime figurazioni non ci appariranno casuali o semplicemente decorative se rammentiamo il rito dei doni di focacce alle cornacchie e la leggenda dei lupi che diventano mansueti nei boschi sacri dei paleoveneti, come ci riferiscono Teopompo e Strabone .


Quanto alle divinità abbinate, non è infrequente trovare fra i popoli antichi il culto del dio guerriero accompagnato a quello della dea madre, e l'esistenza di divinità a coppie si segnala con frequenza nel mondo romano arcaico ed anche nel Veneto antico "8 ". Non possiamo escludere ovviamente un culto abbinato anche al santuario di Villa di Villa. Un'altra forse non casuale rassomiglianza è col nome della "VETIS" etrusca, simile alla VESTA dei Romani, richiamata dall'altra laminetta votiva frammentaria in cui, con l'alfabeto venetico questa volta, è inscritto

"... OS VESUTAS", con un particolare caso di genitivo in "-as" infrequente nella lingua paleoveneta, ma documentato fra i latini in "pater familias".

Minerva?
Tornando alle figurazioni delle lamine con bovidi, il nume che regge con la sinistra un lungo bastone o lancia (?) e a volte un vaso (o scudo) sulla sinistra (foto 3, fig. 5), rappresentato con veste a balze e "pileus", che può essere confuso anche con un elmo greco-etrusco, potrebbe suggerire un'identificazione con MINERVA. Anche quest'ultima divinità non è estranea all'ambito tardo paleoveneto e difatti figurazioni precise della dea si ritrovano nella stipe paleoveneta di Gurina, in Austria, e nel santuario di REITHIA ad Este con particolare riferimento alla figuretta di Minerva in argento con bastone e simpulo"9". Nei vari santuari italici dedicati a Minerva, come anche in quello di Reithia a Este, si rileva una costante di doni votivi che la identificano come dea della fortuna e della sorte; non sarebbe strano trovare una figurazione che rappresenti questa dea anche a Villa di Villa, ma lascià perplessi il fatto che nel deposito votivo locale non siano presenti le lamine di uso mantico o divinatorio, od in genere scrittorio, come in altri famosi santuari.

"Interpretatio" con Ercole
La ripetuta presenza nelle rappresentazioni del nume di Villa di Villa di una pelle pendente dal braccio e del tirso, che potrebbe anche essere una dava, ricorda gli attributi di Ercole "10", come nei bronzetti del dio a Lagole ed in altre località del Veneto. Ercole era molto venerato dalle varie stirpi italiche, in particolare dai popoli di allevatori, invocato come presidio contro i razziatori, in ricordo dell'episodio della mandria tolta al mostro Gerione dalle tre teste (che ricorda a sua volta il nome dell'oracolo alle acque salutari di APONOS, a Montegrotto)('1). La presenza di vasetti potòri in vetro o in ceramica fine anche a Villa di Villa è una testimonianza inequivocabile (ed ai giorni nostri non c'è traccia di sorgenti) che il culto era collegato a libagioni di acque salutari. Ed il culto d'Ercole collegato con sorgenti salutari ed oracolari, attirando a sè alcuni attributi di Apollo, deriverebbe da una componente celtica del mito. Difatti il culto del dio, che è documentato presso gli antichi Veneti dal ritrovamento di varie statuette (si pensi a quella famosissima di Contarina, di provenienza etrusca), è particolarmente diffuso presso i Galli del territorio aquileiese e carnico dove il mito di Ercole si mescola a quello di Apollo (vedi anche Lagole), ma soprattutto del dio celtico BELENO.
È evidente tutto un groviglio quasi inestricabile di attributi e prerogative che riguardano i culti delle genti paleovenete ed i loro collegamenti con quelli del mondo mediterraneo e celtico.
È interessante citare P.M. Martin " '2 " quando annota che i santuari di Ercole in Italia del Nord sono legati al ricordo di vie commerciali che risalgono all'età del bronzo, e una tradizione già ricordata da Aristotele parla di una via di Heracles verso occidente lungo la quale ogni passante era inviolabile " '3 " . Ercole dunque è anche un protettore delle strade e dei viandanti ed è pure un eroe civilizzatore, prima di diventare al tempo di Augusto, il precursore delle bonifiche imperiali e delle colonie dei veterani " 14 " . E come Ercole, a nostro avviso, la dea di Villa di Villa potrebbe essere stata interpretata dai coloni e dai devoti romanizzati della centuriazione cenedese.
Avvertiamo ancora che mancano conferme epigrafiche o figurative al riguardo, e che quanto scritto sulle interpretazioni di Vetusa è semplice ipotesi.

Le lamine geometriche
Anche le lamine votive a forma geometrica nascondono un piccolo enigma: sono state identificate ora con una città fortificata (foto 7), e più recentemente con gioghi stilizzati " 15 " , ma anche queste due interpretazioni non sono pienamente soddisfacenti. La nostra ipotesi individuerebbe in quelle lamine la raffigurazione di un ponte fortificato a doppio fornice sopra due corsi d'acqua navigabili (pensate come forma a quello di Rialto): l'acqua è sommariamente rappresentata, almeno in due lamine, nelle impressioni lineari verticali sparse sotto gli archi del "ponte" (foto 6, figg. 6, 7). Se tale interpretazione è corretta, ed a meno che la raffigurazione di ponte non abbia un significato simbolico connesso con la sacralità dell'acqua, ci si chiede quale manufatto possa rappresentare, connesso con la via paleoveneta che passava presso il santuario. In piena epoca romana viene nominato in una "novella" del Codice Teodosiano (XI, 10, 2) il restauro sotto Valentiniano e Valente del "pons Liquentiae "16 " . Quale fosse questo ponte non è indicato: sappiamo però che presso Cavolano esisteva in epoca longobarda un ponte, poi distrutto nel Medioevo dal Patriarca di Aquileia. A Cavolano infatti, secondo Paolo Diacono, "ad pontem Liquentiae fluminis, (...) in silvam quae Capulanus dicitur latens" (sic!: H.L., V, 39) il duca longobardo Alahis in lotta contro il re Cunincpert, si era nascosto per intercettare i Foroiuliani, che viaggiavano probabilmente lungo la "Postojma de Campo Mollo", dei Camoi, come verrà in seguito chiamata quella strada, ora dispersa "17". Si tratta del medesimo ponte indicato da Valentiniano e riprodotto sulle lamine della Stipe? Forse, a meno che non si voglia interpretare le lamine una rappresentazione di una cittadella fortificata in zona più solida verso le sorgenti, e perchè no?, dove ora sorge Sacile, su due rami del Livenza.
Ma solo le ricerche archeologiche lungo il Livenza o il Meschio potrebbero portare- all'individuazione di questo doppio ponte, che resta, al momento, mera ipotesi.

Datazioni
Aggiungiamo qualche considerazione riferita alla datazione dei reperti del santuario: in genere viene datato sommariamente dai III sec. a.C. al III sec. d.C., e con più precisione la Fogolari dal IV a.C. al IV d.C. nel recente libro su "I Paleoveneti".
Sicuramente di difficile datazione sono le lamine bronzee votive con bovini e figure: per queste, non essendoci riscontri puntuali e perfettamente datati, dobbiamo basarci sulla comparazione dei motivi decorativi o sulle fogge del vestiario riprodotto.'Le lamine che presentano il costume paleoveneto con vesti a balze, stivali con bordo rovesciato e "berretto" o capigliatura a tutulo sembrerebbero di buona origine paleoveneta, per affinità con numerose raffigurazioni da altre località, ed attribuite alla fase antica del IV periodo atestino, attorno al III sec. a.C. Molto più interessante la datazione per mezzo della ceramica raccolta: infatti, escludendo quei pochi frammenti della fine dell'Età del bronzo-inizio Età del ferro (che documentano nel sostrato una significativa, anche se non meglio inquadrabile frequentazione del sito nella protostoria), molti cocci indicano una diffusa presenza di tipi di vaso risalenti al III periodo atestino tardo (IIIC-D2) e datati attorno al IV sec. a.C. Tra gli altri materiali che contribuiscono ad anticipare l'inizio della frequentazione del santuario è uno spillone in bronzo con capocchia a vasetto, corrispondente a tipologie di influsso celtico-hallstattiano e risalente sempre alla metà del I millennio a.C. ed alcuni frammenti di vasetto con borchie in bronzo del VII-VI sec. a.C. ma che però continuano ad essere prodotti fino ad epoca più tarda. Notevole la presenza di tipologie del IV periodo atestino e interessante la presenza di impasti, forme e decorazioni di influsso celtico o retico (come a Lagole) anche se mancano le forme più tipiche della produzione celtica. Sono presenti ancora fibuie Latène del 111-I sec. a.C., ed Aucissa od a cerniera del 1-111 d.C. Alla piena epoca romana si possono attribuire, oltre ai frammenti di anfore in genere Dressel i e Dressel 2-4, anche vasi di uso comune, con impasto e forme che spesso continuano la tradizione della ceramica locale, e che si ritrovano frequenti sui siti delle ville rustiche romane. Dei primi secoli dell'impero è la ceramica a pareti sottili grigia e rosata, e la "terra sigillata" a vernice rossa. Le lamine a forma geometrica, che in questo articolo vengono indicate come rappresentazioni di ponte munito, non trovano riscontri fra i materiali paleoveneti; a volte in esse si riconosce una riutilizzazione di lamine dei tipo a pelle di bue e con impressioni di punzone a cuppelle, senza dubbio più antiche e paleovenete. Si ipotizza che siano contemporanee a tutta quella serie di monete del principato ed imperiali romane, che da Augusto arrivano fino a Costantino, ed in particolare compaiono come doni votivi ai tempi delle prime scorrerie dei popoli alpini verso la pianura, che furono combattuti prima da Druso e poi definitivamente assoggettati dal figlio Tiberio Claudio verso la prima metà del I sec. d.C. Le lamine geometriche ricompaiono forse alle prime incursioni barbariche (TI sec. d.C.), queste ultime bloccate definitivamente da Marco Aurelio e Lucio Vero. Posto che sia valida l'ipotesi che la comparsa di queste problematiche lamine sia connessa con eventi bellici, dobbiamo anche considerare la possibilità di una loro deposizione nel periodo delle lotte fra imperatori del III sec., frequentemente incentrate nella "Venetia", e che sfoceranno nella supremazia di Costantino all'inizio del IV sec. d.C. Con questo imperatore il santuario, frequentato ormai da quasi mille anni, decade inesorabilmente, e comincia lo spoglio, ed un lungo periodo di abbandono.






NOTE
1) 1 numerosi reperti del santuario di Villa di Villa sono esposti nella sala archeologica del Museo del Cenedese a Serravalle, Vittorio Veneto (TV).
Sono stati raccolti negli anni '76-78 dai soci del Gruppo Archeologico dei Cenedese, con la supervisione della dott. M.G. MAIOLI, allora della Soprintendenza Archeologica dei Veneto.
2) Maioli M.G., 1986, p. 259, AA.VV., 1988, p. 140.
3) Sintesi in: AA.VV., 1988, I Paleoveneti, Catalogo della Mostra sulla civiltà dei Veneti
Antichi, a cura di Chieco Bianchi A.M. e Tombolani M., (PD). Più ampiamente in:
Pellegrini G.B. - Prosdocimi A.L., La lingua venetica, PD, 1967.
AA.VV., 1984, Il Veneto nell'antichità, Preistoria e Protostoria, a cura di A. Aspes, VR.
Mastrocinque A., Santuari e divinità dei Paleoveneti, PD, 1987.
Fogolari G. - Prosdocimi AL., I Veneti Antichi, PD, 1988.
4) Cfr. autori cit. nota i.
5) Comunicazioni orali.
6) Stipcevic A., Gli Illiri, MI, 1966, p. 182.
7) Teopompo (Fr. 274 Jacoby); Strabone (Geogr. V, 1, 9). Aut. cit. supra.
8) Bassignano, 1987.
9) Mastrocinque, p. 112.
10) Cfr. Bassignano M.S., 1987. Chevallier R., 1976. Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 173-
206. Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 157-189. Mastrocinque A., 1987.
11) Chirassi Colombo I., 1976, p. 162, n. 12; Mastrocinque, 1987, p. 59.
12) In Chevallier, 1976, p. 140.
13) Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 163.
14) Chevallier R., 1976, pp. 140 e 153.
15) Maioli M.G., 1986, p. 257.
16) Bellis E., Oderzo Romana, Oderzo, 1978, p. 140, n. 74.
17) Vital A., 1931, doc. cit. p. 5, n. i e p. 4 n. 9.

.BIBLIOGRAFIA
Sui Paleoveneti:
Pellegrini G.B. - Prosdocimi A.L., La lingua venetica, PD, 1967 AA.VV., 1984, Il Veneto nell'antichità, Preistoria e Protostoria, a cura di A. Aspes, VR, 1984.
Capozzi M., La voce degli scrittori antichi, in Il Veneto nell'Età Romana, I, a cura di Buchi E., VR, 1987, pagg. 3-21.
AA.VV., 1988, Ipaleoveneti, Catalogo della Mostra sulla civiltà dei VenetiAntichi, a cura di Chieco Bianchi A.M. e Tombolani M., 1988, (PD).
Fogolari G. - Prosdocimi A.L., I Veneti Antichi, PD, 1988.

Sulla stipe:
Maioli M.G., La stipe votiva di Villa di Villa a Cordignano (TV), in "Archeologia Veneta", VII, PD, 1984, pp. 99-114.  Maioli M.G., La stipe di Villa di Villa a Cordignano, in "Aquileia Nostra", 1986, col.
249-264.

Sul santuario artt. locali:
Maioli M.G., La Stipe Votiva, in "Vittorio Veneto" IV, a. 2, UD, 1978. Arnosti G., Ultime notizie dall'archeologia locale, in "Il Quindicinale", Vittorio Veneto, a. IV, n. li, p. 6, del 1.6.85.
Arnosti G, Salvare il santuario di Vetusa, in "Il Quindicinale", Vittorio Veneto, a. VI, n. 11, p. 2, del 13.6.87.

Sui riti e culti:
Bassignano M.S., La religione: divinità, culti, sacerdoti, in Il Veneto nell'età romana, I, a cura di BUCHI E., VR, 1987, pagg. 311 segg.
Battaglia R., Riti e culti delle genti paleovenete, Boll. Mus. Civ. di Padova, XLIV, PD, 1953.
Chevallier R., Un aspect de la personalité de L'Hercule Alpin, in Ce.S.D.I.R., voi. VII, 1975-76, MI, 1976.
Chirassi Colombo I., I culti locali nelle regioni alpine, in AAad, IX, UD, 1976 A, p. 173-206.
Chirassi Colombo I., Acculturazione e morfologia di culti alpini, in Ce.S.D.I.R., vol. VII, 1975-76, MI, 1976 B. Degrassi A., I culti romani della Venezia Tridentina, in Nuovo Archivio Veneto, s. V, XXVI, 1940.
Mastrocinque A., Santuari e divinità dei Paleoveneti, PD, 1987.
Stipcevic A., Gli Illiri, MI, 1966.

Vari:
Bellis E., Oderzo Romana, Oderzo, 1978.
Vital A., Tracce di romanità nel territorio di Conegliano, in "Archivio Veneto", s.V., IX, 1931.

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AMBARVALIA, e ROGAZIONI IN VENETO! Antiche reminiscenze di un passato presente.

Nella religione romana, era un rito agricolo annuale tenutasi alla fine di maggio.La cerimonia, che forse si protrae per più di un giorno, prevede una solenne purificazione (lustratio) dei campi e si articola in due riti contemporanei, uno di natura privata e uno di natura pubblica.  Per assicurare la fertilità e disperdere il male, ogni agricoltore portava i membri della sua famiglia e tre bestie sacrificali ovvero un toro una pecora  ed una scrofa in una processione intorno i confini dei suoi campi e terreni per ben tre volte per purificare i campi stessi e nel corso del sacrificio bisogna porre attenzione a non nominare mai l'animale col suo nome, altrimenti risulta nullo, da qui il nome ambio, vado rotondo, e arvum, campo. Questo sacrificio era detto in latino " suovetaurilia".I partecipanti devono anche astenersi dai rapporti sessuali la notte precedente la cerimonia. Si esaminano poi le viscere delle vittime, per sapere se il sacrificio è stato gradito. Se no, va ripetuto.
Si onora una divinità che riunisce in sé tutti i caratteri della natura e delle sue manifestazioni: a Cerere o forse a Dia, divinità divina e creatrice, la stessa cui si sacrifica in dicembre nel giorno delle Angeronalia, dette anche Divalia.
La cerimonia pubblica compete ai celebri Arvali, sacerdoti riuniti in un importante Collegio, di cui ci restano gli Atti. Questi benedicono un pane adorno di alloro e spighe del vecchio e del nuovo raccolto (fruges aridas et virides). In seguito si passa alla lettura dell'antica preghiera degli Arvali, accompagnata da una danza fatta di movimenti cadenzati (tripoditatio). Durante la preghiera si invocano Adolenda e Commolenda, la cui etimologia, secondo Festo, va cercata in Ador (una specie di farro, con cui si fa la mola salsa per i sacrifici) e in mola (farro abbrustolito sparso di sale, usato pure nei sacrifici). Vengono poi banchetti e giochi, mentre si benedicono le primizie sull'altare della dea.

IL CARMEN ARVALE
Il Carmen Arvale è il canto conservato tradizionalmente dai sacerdoti Arval io Fratres Arvales dell'antica Roma e veniva declamato durante gli Ambarvalia
I sacerdoti Arvali dedicavano la loro vita alla dea Dea Dia, e le offrivano sacrifici per assicurare la fertilità dei campi arati (arvum). C'erano dodici sacerdoti Arvali, scelti tra le famiglie patrizie. Durante l'Impero romano l'Imperatore era sempre un sacerdote Arvale. Essi mantenevano  la loro  carica a vita, anche se cadevano politicamente in disgrazia o venivano esiliati.
Il  Carmen Arvale è conservato in un'iscrizione del 218 dC, ma è composta in una fase più arcaica del latino,  e probabilmente non veniva più  pienamente compreso nel suo significato originario.
Mentre i  passaggi di questo testo sono oscuri, l'interpretazione tradizionale  ci mostra il canto di una preghiera che ricerca l'aiuto del dio Marte e dei Lari (Lases), supplicando Marte  di non lasciare  che piaghe o disastri  si abbattano nei campi, chiedendogli di rendere le loro pance sazie, di donare loro la danza, e suscitare il "Semones", che può rappresentare la sacralità della semina ( Semo Sancus, un dio dell'agricoltura e della fedeltà.)

"enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe "


LE ROGAZIONI IN VENETO
Le rogazioni sono, nel cattolicesimo, preghiere, atti di penitenza e processioni propiziatorie sulla buona riuscita delle seminagioni.  Ne ho già parlato in altri articoli soprattutto in Tracce di Rito Saliare ed Oscillum nella Riviera del Brenta. Secondo la definizione di papa Benedetto XIV  le rogazioni erano preghiere adatte a difendere la vita degli uomini dall'ira di un Dio che c'impaurisce in ogni luogo. Il loro scopo era quello di "allontanare i flagelli della giustizia di Dio e di attirare le benedizioni della sua misericordia sui frutti della terra".Durante il cammino si recitava una preghiera di gruppo: il sacerdote intonava le Litanie dei santi; non appena si giungeva nei punti prestabiliti, la processione si fermava, il chierico alzava la croce e, rivolgendosi ai punti cardinali, recitava le invocazioni delle litanie: A folgore et tempestate, A peste, fame et bello, ecc. a cui la popolazione rispondeva Libera nos Domine.
Mentre la processione si snoda i fedeli si fermano alle diverse stazioni erette agli ingressi delle fattorie, capitelli, edicole votive (antichissimi punti di culto alla dea Ecate Trivia, al dio Janus, ed alla dea Reitia nda) dove il sacerdote legge un brano del vangelo, benedice le campagne con il triplice segno della croce astile, accompagnando l’invocazione con “ fulgure et tempestate”, passa il “pestafango”, (…) che reca in ogni famiglia un mazzo di crocette variamente dipinte ottenute con il goccilio del cero pasquale. Racchiuse in un sacchetto di tela cerata vengono appese agli alberi da frutta, alle viti, o agli alberi dei filari dei campi di grano a scopo protettivo delle messi. Non risulta se siano adoperati in modo simile per i porticati delle case (…).   (attualmente sono stati scoperti resti di età romana, che vedete in foto, nelle campagne della Riviera e del Mirese  nda).

Non dimentichiamoci che Cerere e la Dea Veneta Reitia sono facilmente assimilibili, in quanto Dee Madri dell'agricoltura e dell'abbondanza, onorate con canti e fuochi rituali.
Per concludere voglio citare Alessandro Cattabiani dal suo libro " Il Calendario":

"Ma altre Madonne costellano il periodo che dalle
calende giunge fino all’equinozio autunnale ed era
anticamente, nel segno del Leone, sotto la protezione
di Cibele e poi, dal segno della Vergine, sotto la
protezione di Iside e di Cerere,… Quali mesi dunque
più adatti di giugno, luglio,
agosto e settembre per celebrare Colei che
era adombrata nelle dee antiche, la Madre di Dio, la
Vergine per eccellenza, la Regina Coeli, la Maris Stella,
la madre dei viventi, la Madre della Chiesa?"









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martedì 28 maggio 2013

Giusquiamo o Beleonuntiam, erba velenosa sacra al dio Belenus


''...l'Alterco, il qual chiamano i greci Hiosciamo, aggrava bevuto la testa, e favvi ingrossare le vene, fa farneticare, e altercare chi lo mangia: la onde da latini è chiamato egli Alterco. Il che ho più volte veduto io in alcuni fanciulli, che avevano mangiato il seme ( ..) impero che facendo mille pazzie, davano a credere à i padri loro che fussero spiritati. Et di qui forse proviene, che quivi lo chiamano volgarmente Disturbio, per disturbare egli gravemente il cervello".

Una delle erbe predilette da avvelenatori e streghe, il giusquiamo, è in effetti altamente velenosa perché contiene vari alcaloidi, tra i quali la scopolamina che causa anche la perdita del controllo della mente, tant'è
vero che veniva usata come siero della verità. Chiamata dai Celti "Beleonuntiam" (sacra a Belenus), veniva usata dalle druidesse dell'isola di Sein, considerate capaci di placare o scatenare tempeste, nonché predire il futuro, per propiziare la pioggia. Per la raccolta una ragazza vergine, completamente nuda, guidava un corteo di druidesse verso un bosco sacro alla ricerca del giusquiamo. Una volta trovata la pianta, la vergine doveva sradicarla con il dito mignolo della mano destra, mentre le officianti strappavano rami dagli alberi, con i quali poi aspergevano la ragazza, attingendo acqua dal ruscello più vicino, nel quale era stata gettata dalla fanciulla l'erba" Beleonuntiam". Costei al termine della cerimonia doveva compiere il percorso di ritorno camminando all'indietro.
Le streghe lo includevano nelle pozioni e negli unguenti. Era anche usato per compiere sortilegi. Se si maceravano in una pignatta di cocciogiusquiamo, lauro e giglio insieme con latte di pecora e si metteva la mistura ottenuta in una pelle di agnello, tutte le pecore che si trovavano nei dintorni perdevano il latte: così almeno si favoleggiava. Lo stesso risultato si poteva ottenere con le vacche o con le .capre utilizzando il
loro latte. Inoltre per scatenare febbri bastava mescolare in estate, a luna calante, foglie di giusquiamo e di alloro e inferrarle sotto tre palmi di letame, in una vecchia concimaia. Alla successiva luna calante sarebbero nati molti lombrichi, che ridotti in polvere, avrebbero consentito la preparazione di diaboliche pozioni capaci di scatenare un febbrone.
Veniva somministrato ai condannati a morte per attenuare gli strazi dell'esecuzione. Il Durante dice che il rimedio al veleno del giusquiamo è costituito da latte caprino, acqua melata, finocchi, semi di ortica, nasturzio, senape, rafano, cipolla e aglio presi con il vino. Dioscoride, invece, riferisce che impiastrato trito con il vino placa le infiammazioni dei testicoli e delle mammelle che si gonfiano dopo il parto. Le sue frondi cotte e mangiate in misura di un acetabolo fanno diventare mezzi pazzi. La decozione delle radici fatta con aceto è buona per il dolor di denti e orecchi. Per conciliare il sonno di un malato affetto da febbre acuta,
riscaldargli i piedi con un decotto di questa erba e poi applicargli sulla fronte e sulle tempie il seguente impiastro: ridurre in polvere fine ilseme e mescolarlo ad un bianco d'uovo, del latte di donna ed un po' di
aceto. Per il dolore di denti si può mettere con un po' di acqua sui carboni ardenti e far aspirare i vapori per bocca. La bocca del paziente deve essere proprio al di sopra dell'acqua; si potranno vedere allora dei piccoli vermi galleggiare sulla superficie.
Ciò che si sapeva a Roma agli inizi del XIX sec. era che esistevano varie specie di Hyoscyamus e che il
giusquiamo nero producesse il delirio era nozione antica già a quel tempo, poiché la droga era già stata usata assai prima nella Grecia a scopo di avvelenamento o per produrre un'alienazione mentale simulata, ovvero lo stato profetico. Nel Medioevo era usato per confezionare filtri magici in grado di evocare il demonio, per questo era chiamato anche "erba del diavolo". Lo stesso vescovo Alberto il Grande, che ai suo
tempi (XIII sec.) era considerato come un mago, riferisce dell'uso del giusquiamo da parte di negromanti per evocare demoni e spiriti maligni. L'assunzione per lungo periodo dei suoi semi pare rendesse incapaci di camminare e conferisse le capacità di comunicare con le entità, nonché di vedere i diavoli. Macerati prima nell'aceto e poi nel latte, in seguito fatti essiccare all'ombra e poi ingeriti, avevano un effetto narcotico. Se
presi in eccesso causavano la pazzia. Negli antichi erbari cinesi veniva spesso ricordato che per l'utilizzo medicinale, i suoi semi non dovevano mai essere rotti, in quanto questo gesto avrebbe causato la follia, il delirio e la vista di lampi e scintille. In piccole dosi ed usando uno speciale regime alimentare, esso sarebbe impiegato dalle donne Tuareg per ingrassare. La pomata preparata mescolando l'estratto della pianta con
burro, servirebbe per frizioni antireumatiche e per medicazioni uterine. Gli indigeni ricorrono, per la cura contro l'avvelenamento, ad una pozione preparata con peperoni rossi e datteri.

BIBLIOGRAFIA:

P.A. MATIIOLI: I Discorsi. risI. anastatica a cura di Biokyma, 1993
M. MURRAY, Il dio delle streghe Ubaldinì ed. Roma, 1972
G. NEGRI: Nuovo erbario figurato. Ulrico Hoepli editore, 1991
E. NEUMAN: La Grande Madre. Astrolabio

Cazza salvarega o Caccia selvatica. testimonianze dal 1887


il seguente brano è stato tratto da un testo molto particolare, " Zoologia popolare veneta" di Angela Nardo Cibele edito nel 1887...buona lettura!

"Tra le superstizioni più comuni ai contadini di tutta la provincia, vi ha questa di una caccia meravigliosa,
che ciascuno ha veduto o sentito una volta almeno in vita sua. Le vive descrizioni che ne fanno i contadini nel loro rustico dialetto, pieno di forza e di efficacia, sono di un cosi terribile effetto
eh' io ne rimasi impressionata, come per la lettura di una ballata di Bùrger.
Serva, che il teatro principale di questa caccia, è una bella ed alta montagna che signoreggia Belluno.
In Serva i Bellunesi mandano in estate le loro mucche e là trovano cascine, ricchi pascoli e un fresco delizioso. I pastori fanno società fra loro e molte volte sono costretti di dormire sotto tende improvvisate o
a ciel sereno. Si nutrono del latte delle loro bestie, di erbe e della immancabile polenta, che qualche volta,
già pronta e scodellata, ha la misera sorte di rotolare giù per la china, lasciando i poveri diavoli a bocca asciutta. Nell' inverno la nuda cima della montagna è coperta di bianca neve, ma nell'estate si nasconde spesso dietro a nubi che sprigionano con grande fracasso il lampo ed il tuono. Tanto è vero che Serva è il più sicuro barometro bellunese e dice il proverbio locale :
Co Serva à e) capei ;
La piova in Campedel,Co Serva ì la zeiitùra
l'iova sicura.
Ricchissima d' erbe, la sua flora fu e merita tuttavia di essere particolarmente studiata, mentre sul mistero
delle alte sue cime si sbizzarisce la fantasia popolare che la fa sede delle streghe, degli spiriti, delle anime dei condannati, i quali appunto danno maggior contributo ai componenti la catha selvarega in unione agli
altri cacciatori che non rispettarono in vita il giorno di festa. Per loro tormento furono destinati a girare
continuamente di monte in monte, di valle in valle, seguiti da una compagnia di cani neri che rabbiosamente
abbaiano alla luna.
Ecco un breve racconto popolare di questa apparizione:
" Kro in Serva a uiidcs' ore do not co un bel ciàr de luna. Stava
sii in pc guardando ne la vai. In un lìà me capita intor oto diése
cani neri, inipegadi, e V omo del corno che sonèa cola an ca/-
zador. I saltea, i sbareglièa : Velo velo ciapflo burelo vii ! Ori i
era tuti qua. pedo mi, ora ne la vai granda, de là !
Gesù che spaventi e no podea cridar e no podea scampar perchè
avea lagne {cura) de le armeiite e una era malada , che se
la se butèa zò, la moria.
Note dopo, a mezanòt, drio Serva, se sentia onieni che zighea,
voze alte de condanàdi •>.
Tali grida si odono pure nel Canal di San Boldo e sulla montagna di Limana , ma sono di tutt' altra gente che ha fatto delitti comuni ; Serva è riservata  specialmente per la brillante caccia selvaggia.
Eppure essa non è che una pallida immagine di quella nel Feltrino, il cui ricordo fa allibire di spavento ogni buon contadino che l'abbia veduta. Si dice pure cazza heahic, e questo crederei a motivo che tal nome si dà ad un enorme bracco tutto nero, il quale sembra appunto il caporione della caccia dei diavolo. Pare che questa rabbiosa compagnia di cani, entro a cui sono nascosti spiriti umani , non si accontenti della selvaggina che può predare, ma faccia più lauto banchetto di fumanti viscere umane. E di esse gode, a motivo di orrore, nel farne parte con uomo, che spaventato le rifiuta.
Da Feltre a Primièro si raccontano aneddoti in proposito, tutti con qualche variante, dei quali riporterò
uno solo.
Hia "lui compagaia de' brachi neri che venia dò dal monte co
an toc de carne in boca. An om ghj ride sora e el dis: « Dème
a mi quela carne che la mete in técia lasse la carne, ma co l'on la tolta su, el vede che l'era {
( an quarto de crestian tiito ensauguinà. El dis: « Mi no la maì
gne >, e scaturì el va dal prete, el glie la mostre, e el dis: i' El
varde, Reverendo, cossa che m'à tocà ». Responde el prete: >< Questa
r è un arte del diaol ; qua , fiol , no 1' è altro remedio che
tor an gat tuto moro e tegnervelo sul bràz stanòt co andare
a tornarghe la carne ai can che passerà. Disegh'.' pur che i se Li
toghe in nome de Dio ! •>
Cos^i r à fat, e i can che in prima no i la volea, i se la tolesta,
per via che i à vist el gat moro che, come se sa, l'è rais
del diaol.

Contro tali apparizioni, le streghe, l'orco e la cazza beatric  vi è tradizione in Primièro che sieno  state fabbricate le quattro chiese di Santa Romina, San Giovanni, San Martino e San Silvestro.

Invece di caccia selvarega  si potrebbe dire caccia mancata di  quella che è descritta nel seguente scherzo
contadinesco che qui riporto per esilarare l'animo di  chi mi legge, nel caso sia rimasto troppo tristamente
impressionato dalle orribili scene precedenti. ;
Gir cr.i sete cazzadori clic aiuicva a cazzi. De sti scto sic ;
avea i sciòpi roti e a uno glie iiiaiichea la caiia. I è andati cjssi
ala cazza e i à ciapà sete liévri. Sic no i à poJcst averli e uno )
gà scampa. Alora i è andati tini contenti per còserli {ciii inaili) '•,
in casa de 1 1 dona Hra e l'à rispondeste che no la gli' era. I gà do- >
manda una caldièra e 1' à respondesto clic la glie n' .'.vea dò de i
rote e una senza fondi. I à ciolto quela senza fondi e i à messo >
dentro ci gicvro che no i à podesto aver; i lo à cosèst (c-u imito) )
e là i à fato un gran pranzo liègri e contenti ».

Ricordo  la medesima facezia in Sicilia, ed una variante ne lessi nelle Fiabe, Novelle e Kaccoìili pop. sic.
del Piirè (v. Ili, n. CXXXIX).

lunedì 27 maggio 2013

Ed è quando l'acqua che viene dal cielo si scontra con l'acqua del Brenta che...


... le voci degli Antichi Veneti si alzano lievi dai Sacri Territori.
 Non si può parlare degli Dei senza parlare le lingue con cui venivano chiamati. Gli Dei sono strettamente connessi con la Terra in cui viviamo, in cui abbiamo Sangue ed Origini.Per una ragione mistica, come gli Dèi ci hanno insegnato che ogni lingua di popolo è sacra, così quella degli Assiri e degli Egizi è atta ai riti sacri e noi dobbiamo rivolgerci agli Dèi nella loro lingua, perché è loro congenita, e siccome questo tipo di lingua è primitiva e antichissima, noi dobbiamo seguire le leggi della Tradizione, parola di Giambico e dei suoi " Misteri Egizi".
Ciò che nell’antichità distingueva un territorio divino è proprio il fatto che esso, fin dall'inizio della sua fondazione e quindi del delimitare del territorio, o “lucus”, un recinto sacro, fatto a creando una radura circolare in una foresta, forse delineandone il disegno con pali o pietre, e sacralizzandola con particolari riti, recava l’impronta del suo Numen patrono, per cui i segni secolari della banale appartenenza sono superflui.
Il Numen- Divinità prende possesso e protegge: non ha bisogno in seguito di riservarsi un bene che nessuno gli contesta. Quand’anche il tempio o la costruzione sacra venga distrutta e cada nell’oblio, il luogo sarà sempre sacro, salvo sia stato desacralizzato per particolari motivi. Questo è quello che avviene ed è avvenuto per le chiese cristiane costruite per un buon 60% su preesistenti templi pagani o costruite ex novo: il luogo è destinato a rimanere sempre sacro.
Elena
Santuario di Reitia- Lova.




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