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Cazza salvarega o Caccia selvatica. testimonianze dal 1887


il seguente brano è stato tratto da un testo molto particolare, " Zoologia popolare veneta" di Angela Nardo Cibele edito nel 1887...buona lettura!

"Tra le superstizioni più comuni ai contadini di tutta la provincia, vi ha questa di una caccia meravigliosa,
che ciascuno ha veduto o sentito una volta almeno in vita sua. Le vive descrizioni che ne fanno i contadini nel loro rustico dialetto, pieno di forza e di efficacia, sono di un cosi terribile effetto
eh' io ne rimasi impressionata, come per la lettura di una ballata di Bùrger.
Serva, che il teatro principale di questa caccia, è una bella ed alta montagna che signoreggia Belluno.
In Serva i Bellunesi mandano in estate le loro mucche e là trovano cascine, ricchi pascoli e un fresco delizioso. I pastori fanno società fra loro e molte volte sono costretti di dormire sotto tende improvvisate o
a ciel sereno. Si nutrono del latte delle loro bestie, di erbe e della immancabile polenta, che qualche volta,
già pronta e scodellata, ha la misera sorte di rotolare giù per la china, lasciando i poveri diavoli a bocca asciutta. Nell' inverno la nuda cima della montagna è coperta di bianca neve, ma nell'estate si nasconde spesso dietro a nubi che sprigionano con grande fracasso il lampo ed il tuono. Tanto è vero che Serva è il più sicuro barometro bellunese e dice il proverbio locale :
Co Serva à e) capei ;
La piova in Campedel,Co Serva ì la zeiitùra
l'iova sicura.
Ricchissima d' erbe, la sua flora fu e merita tuttavia di essere particolarmente studiata, mentre sul mistero
delle alte sue cime si sbizzarisce la fantasia popolare che la fa sede delle streghe, degli spiriti, delle anime dei condannati, i quali appunto danno maggior contributo ai componenti la catha selvarega in unione agli
altri cacciatori che non rispettarono in vita il giorno di festa. Per loro tormento furono destinati a girare
continuamente di monte in monte, di valle in valle, seguiti da una compagnia di cani neri che rabbiosamente
abbaiano alla luna.
Ecco un breve racconto popolare di questa apparizione:
" Kro in Serva a uiidcs' ore do not co un bel ciàr de luna. Stava
sii in pc guardando ne la vai. In un lìà me capita intor oto diése
cani neri, inipegadi, e V omo del corno che sonèa cola an ca/-
zador. I saltea, i sbareglièa : Velo velo ciapflo burelo vii ! Ori i
era tuti qua. pedo mi, ora ne la vai granda, de là !
Gesù che spaventi e no podea cridar e no podea scampar perchè
avea lagne {cura) de le armeiite e una era malada , che se
la se butèa zò, la moria.
Note dopo, a mezanòt, drio Serva, se sentia onieni che zighea,
voze alte de condanàdi •>.
Tali grida si odono pure nel Canal di San Boldo e sulla montagna di Limana , ma sono di tutt' altra gente che ha fatto delitti comuni ; Serva è riservata  specialmente per la brillante caccia selvaggia.
Eppure essa non è che una pallida immagine di quella nel Feltrino, il cui ricordo fa allibire di spavento ogni buon contadino che l'abbia veduta. Si dice pure cazza heahic, e questo crederei a motivo che tal nome si dà ad un enorme bracco tutto nero, il quale sembra appunto il caporione della caccia dei diavolo. Pare che questa rabbiosa compagnia di cani, entro a cui sono nascosti spiriti umani , non si accontenti della selvaggina che può predare, ma faccia più lauto banchetto di fumanti viscere umane. E di esse gode, a motivo di orrore, nel farne parte con uomo, che spaventato le rifiuta.
Da Feltre a Primièro si raccontano aneddoti in proposito, tutti con qualche variante, dei quali riporterò
uno solo.
Hia "lui compagaia de' brachi neri che venia dò dal monte co
an toc de carne in boca. An om ghj ride sora e el dis: « Dème
a mi quela carne che la mete in técia lasse la carne, ma co l'on la tolta su, el vede che l'era {
( an quarto de crestian tiito ensauguinà. El dis: « Mi no la maì
gne >, e scaturì el va dal prete, el glie la mostre, e el dis: i' El
varde, Reverendo, cossa che m'à tocà ». Responde el prete: >< Questa
r è un arte del diaol ; qua , fiol , no 1' è altro remedio che
tor an gat tuto moro e tegnervelo sul bràz stanòt co andare
a tornarghe la carne ai can che passerà. Disegh'.' pur che i se Li
toghe in nome de Dio ! •>
Cos^i r à fat, e i can che in prima no i la volea, i se la tolesta,
per via che i à vist el gat moro che, come se sa, l'è rais
del diaol.

Contro tali apparizioni, le streghe, l'orco e la cazza beatric  vi è tradizione in Primièro che sieno  state fabbricate le quattro chiese di Santa Romina, San Giovanni, San Martino e San Silvestro.

Invece di caccia selvarega  si potrebbe dire caccia mancata di  quella che è descritta nel seguente scherzo
contadinesco che qui riporto per esilarare l'animo di  chi mi legge, nel caso sia rimasto troppo tristamente
impressionato dalle orribili scene precedenti. ;
Gir cr.i sete cazzadori clic aiuicva a cazzi. De sti scto sic ;
avea i sciòpi roti e a uno glie iiiaiichea la caiia. I è andati cjssi
ala cazza e i à ciapà sete liévri. Sic no i à poJcst averli e uno )
gà scampa. Alora i è andati tini contenti per còserli {ciii inaili) '•,
in casa de 1 1 dona Hra e l'à rispondeste che no la gli' era. I gà do- >
manda una caldièra e 1' à respondesto clic la glie n' .'.vea dò de i
rote e una senza fondi. I à ciolto quela senza fondi e i à messo >
dentro ci gicvro che no i à podesto aver; i lo à cosèst (c-u imito) )
e là i à fato un gran pranzo liègri e contenti ».

Ricordo  la medesima facezia in Sicilia, ed una variante ne lessi nelle Fiabe, Novelle e Kaccoìili pop. sic.
del Piirè (v. Ili, n. CXXXIX).

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