Memorie dal sottosuolo ovvero tutti i rinvenimenti fortuiti, non programmati, determinati dal caso, sono spesso accompagnati da descrizioni vaghe o inesatte, soggette all’opacità della memoria o al variare dei sentimenti del narratore-protagonista. Imprecisione e incoerenza poi aumentano se il divario temporale tra la scoperta e la fissazione scritta o fotografica è molto ampio: prima che intervengano giornalisti o archeologi il racconto del fatto può infatti aver subito notevoli distorsioni.È il caso del manufatto di epoca romana scoperto a Tresievoli.
La scoperta
Unica certezza che a tutt’oggi accompagna la scoperta è il nome del protagonista, Agostino Corò, che, arando un campo di cui era fittavolo, riportò alla luce un cippo cilindrico in pietra d’Aurisina. Non sono certi né la data né il luogo del ritrovamento; sono ancor meno chiare le pratiche che portarono al trasporto ad Altino nel maggio del 1967 e alla presa in carico definitiva da parte dello Stato il 10 febbraio del 1969 con conseguente indennizzo per lo scopritore. Tuttavia, anche se permangono numerosi dubbi, il confronto tra documenti e testimonianze consente di suggerire alcune possibili soluzioni e spiegazioni. Partiamo dall’inventario dell’archivio altinate. È scarno. Accenna al rinvenimento del cippo a Borbiago nel 1964 e al
trasporto al museo nel maggio del 1967. Ma dai colloqui intercorsi con il proprietario succedutosi nella gestione del fondo agricolo, risulta che nel 1964 il Corò non abitava più a Tresievoli, si era trasferito a
Crea con tutta la famiglia. Più credibile appare allora la datazione del 1962 riportata da Luigi Gallo nella sua storia di Spinea, con l’accenno indiretto al deposito del cippo che sarebbe stato conservato nella casa
di Crea fino all’acquisizione statale. Sempre negli stessi appunti museali si fa cenno al punto esatto del rinvenimento, rilevabile nella carta IGM, Foglio n° 51 quadrante III, orientamento N.E. Mirano ed. 5 1968, a mm 210 da nord e mm 240 da ovest: un luogo prossimo all’attuale campo sportivo di Borbiago,
dove sicuramente non operava il Corò. È quindi probabile un errore di rilevamento. Se ad esempio l’incrocio delle coordinate fosse invertito a mm 210 da sud e mm 240 da est, ci troveremmo proprio nel fondo dello
scopritore, tra la cascina sita in via Tresievoli al civ. n° 78 (rilevamento G.P.S.: 45°28’ N; 12°08’ E) e la ferrovia: la stessa posizione ricorrente in alcuni vaghi ricordi di anziani testimoni.
L’opera
Tuttora visibile nella prima sala del Museo Archeologico di Altino, il manufatto è catalogato come Altare funerario AL.15. Qui il termine altare è usato in senso traslato, per la somiglianza costruttiva con l’ara per il culto. In realtà gli scavi delle necropoli hanno dimostrato, senza dubbi, che un monumento cilindrico di tale fattura era impiegato in un recinto sacrale o come segnacolo di un sepolcro o come urna cineraria. A questa
seconda tipologia apparterrebbe il nostro cippo. L’incavo visibile nella parte superiore sarebbe servito a contenere le ceneri ed era protetto da un elemento di coronamento: probabile una pigna, simbolo del perdurare della vita vegetativa ed animale. Per completare ed innalzare la costruzione è ipotizzabile poi un basamento parallelepipedo con l’iscrizione del nome del defunto, secondo l’uso romano.
Già la prima impressione è di trovarci di fronte ai resti, sebbene lesionati e corrosi, di una struttura ricca e raffinata. Il materiale scelto, la pietra di Aurisina, non è rozzo e friabile come l’arenaria. La decorazione
poi a nastri e festoni di frutta intervallati da profili maschili (protomi), conferma l’eleganza classica tipica del gusto ellenistico dominante nel primo secolo d.C., quando il costoso rito dell’incinerazione era di gran lunga
prevalente sull’inumazione. In epoca romana la legge prescriveva che né i seppellimenti né le incinerazioni potessero avvenire nell’ambito della città. Le necropoli si addensavano perciò a ridosso delle mura
cittadine, per poi dilatarsi e costeggiare le strade extraurbane. L’individuazione quindi di segnacoli, recinti o mausolei, oltre a circoscrivere i confini dell’area urbana, consente di conoscere con esattezza il tracciato delle più percorse e note vie di traffico. A patto però che l’esplorazione sia sistematica e
diffusa. Come invece non è mai avvenuto per quell’ampia fascia di territorio che si estendeva da Patavium ad Altinum, a ridosso della riva sinistra del Medoacus Maior, il ramo maggiore dell’antico delta brentano.
I numerosi frammenti di anfore, statue o marmi, qui occasionalmente rinvenuti, soprattutto tra Crea e Chirignago, non sono mai stati oggetto di alcuna esperta catalogazione che consentisse una mappatura dei ritrovamenti alla ricerca di eventuali insediamenti abitativi o reti viarie. Si rimane ancora nel campo delle
ipotesi, supportate dagli studi che hanno interessato i percorsi delle vie consolari e la tessitura della centuriazione romana a nord-est di Padova, la cosiddetta limitatio di Patavium II. È prevalente l’opinione, autorevolmente avanzata dal Gloria, ripresa dal Miller ed accettata dal Bosio, che una via secondaria,
parallela alla via Annia e a settentrione del Medoacus, congiungesse Padova ad Altino, con stazioni intermedie (mutationes) a Dolo e Mestre. Con il suo percorso avrebbe così interessato gli insediamenti colonici di Tresievoli e Crea, posti sul limitare orientale del suddetto agro centuriato di Camposampiero e
a ridosso della successiva centuriazione mestrina.
Il pilastrino cinerario di Tresievoli può quindi essere stato ubicato in un punto significativo e non occasionale di questo reticolo agrario e viario, e rappresentare oggi un importante segno topografico per la sua ricostruzione storica.
tratto dai miei documenti per la mia tesi di laurea. Rive, biblioteca di Mira, di Giuseppe Conton.
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