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Chi e come pregavano gli antichi veneti?


tratto da: I VENETI ANTICHI (Prof. Loredana Capuis - Università di Padova).

Importanza fondamentale ebbe presso i Veneti antichi il fattore religione, come attestano i
moltissimi doni votivi attraverso i quali i fedeli manifestavano il loro rapporto con la divinità. La
documentazione è particolarmente ricca a partire dal V secolo a.C. certo sotto lo stimolo delle
esperienze già da tempo maturate nel mondo etrusco. I luoghi del culto non comportavano l'esistenza di costruzioni stabili, cioè di veri e propri templi come siamo abituati a vedere nel mondo greco, e ciò in sintonia con l’assenza di una architettura stabile anche negli abitati: doveva trattarsi di semplici recinti, terrazze, sacelli, spazi comunque“segnati”. Tra i santuari maggiori vanno ricordati quelli di Este (almeno tre, in posizione suburbana);quello di S. Pietro Montagnon/Montegrotto in cui è da identificare il santuario extraurbano diPadova; quello di Lagole di Calalzo, a carattere territoriale; quello di Villa nel Cenedese, ai confini tra Veneto e Friuli. Ma numerosissimi dovevano essere i luoghi di culto minori sparsi un pò su tutto
il territorio, in corrispondenza delle vie di transito, presso i fiumi, le sorgenti, i laghetti termali, i
boschi, con un rapporto preferenziale con 1'acqua, elemento fondamentale di vita.
I luoghi scelti per il culto, le caratteristiche della/e divinità, le modalità dell'offerta e del rito, la
tipologia dei materiali, presentano senza dubbio mo lti aspetti comuni, ma evidenziano anche
notevoli differenze e specifiche peculiarità da centro a centro ribadendo quell'unità e varietà che
dagli abitati alle necropoli, dai materiali all'ideologia, caratterizzano il mondo veneto: unità e
varietà correlate alla presenza di un unico "popolo" ma distribuito in un così vasto territorio ed
aperto a stimoli economico-culturali così diversi da ben giustificare specifici caratteri locali.
Ben attestato è il culto di una divinità femminile il cui nome Pora-Reitia, spesso accompagnato
dall'epiteto Sainati, è tramandato da numerose iscrizioni di Este: nomi ed epiteti trasparenti di
molteplici funzioni: signora della natura, della fecondità, della vita, dea che presiede allo scorrere
delle stagioni, alle nascite, all'educazione dei giovani, dea sanante, dea dei commerci. Ci piace
pensare di poterla riconoscere nell’immagine che compare; quasi identica, su quattro dischi bronzei
di Montebelluna: signora riccamente vestita ed agghindata, tra due animali, uno di terra e uno d'aria,
con una chiave in mano, padrona del cielo e della terra, in grado di aprire e chiudere il ciclo della
natura e della vita. Ben poco conosciamo delle liturgie, delle cerimonie; quanto ci resta è solo il loro esito ultimo, le offerte dei devoti, varie e diverse a testimonianza di differenti momenti rituali: dalle minuscole
tazzine in terracotta rinvenute a migliaia a Montegrotto, ai mestoli di bronzo di Lagole, oggetti cioè
legati all’offerta delle acque; dalle immagini dei devoti e delle devote alle processioni, ai cavallini,
agli ex-voto anatomici. Connesso con il sacro era anche 1'insegnamento della scrittura come attestano le tavolette alfabetiche e gli stili scrittori rinvenuti in gran numero nel principale santuario di Este: privilegio di
pochi, ma anche delle donne come si deduce dal fatto che le dediche sugli stili sono esclusivamente
di donne, indizio di un ruolo particolare rivestito dalla donna nella società veneta.
E proprio nel nome e nel simbolo di una donna possiamo chiudere il quadro della più antica
civilta veneta: Ostiala Gallenia, defunta dal nome veneto e dal cognome romano, raffigurata su una
stele funeraria di Padova datata al I secolo a.C.; una veneta andata sposa ad un romano, simbolo
pacifico di una graduale integrazione nel nuovo mondo politico e culturale ormai inesorabilmente
segnato dalla storia di Roma. Quasi negli stessi anni due voci ufficiali dell'urbe - lo storico Tito
Livio ed il poeta Virgilio - codificano il tema della fratellanza tra Romani e Veneti, rispettivamente
discendenti di Enea e di Antenore, i due più illustri troiani scampati nella notte fatale della presa di
Troia, quindi quasi fratelli. Con ciò la storia dei Veneti si avvia a diventare un capitolo della storia
di Roma, mai perdendo comunque la sua individualità.


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