Tutti noi nelle nostre campagne del Veneto abbiamo visto dei i CAPITEI ovvero capitelli usati nella simbologia latina di caput, cioè “capo”, “estremità”, “termine”, ed ha cioè diretta associazione con il luogo in cui i monumenti di questo tipo vengono edificati. Hanno altri nomi diffusi in tutta l'Italia: cappella, celletta, cippo, edicola, madonnina, maestà, nicchia, pilastrino, sacello, tabernacolo, targa, verginina...Le Maestà arboree, praticamente scomparse, erano costituite da sacre immagini appese al fusto di alberi posti all’incrocio delle strade.
Ma perchè l'albero?
Alla divinità principale dei Paleoveneti, Raetia /Reitia erano offerti doni e bronzetti che venivano appesi agli alberi.Ritroviamo questi segni del paesaggio sul ciglio delle strade, negli incroci, volti al pubblico passaggio in
cortili privati, più raramente in campi coltivati. La locazione dei pilastrini non è ovviamente causale e, benché il loro posizionamento attuale non possa considerarsene conseguenza diretta, si riallaccia a tradizioni molto più antiche del cristianesimo, che si espressero in monumenti dalle analogie formali e sostanziali con le nostre edicole. Già i romani usavano collocare all’incrocio tra cardo e decumano il compitum, un cippo, quale segno identificativo del confine di proprietà: col passare del tempo questo simbolo si coprì di un significato religioso. Le zone di confine erano infatti sguarnite dalla protezione dei lari, le divinità familiari, e come tali erano vulnerabili all’attacco di entità malevole, le più temute delle quali erano gli spiriti dei trapassati. La religione romana era fondata su un reciproco rispetto dei limiti e delle regole stabilite fra umano e divino a cui
corrispondeva la giusta protezione dei numina. I punti di confine, rappresentando concretamente il luogo di
passaggio tra mondo terreno e “altro”, erano perciò di fondamentale importanza: i contadini usavano appendere sugli alberi dei crocicchi o confinali delle maschere ornate di corna con valore apotropaico, e i
crocicchi stessi diventarono appannaggio della protezione di specifici lares, i lares compitales, oggetto di offerte votive.Già nel periodo della tarda Repubblica questa usanza votiva cadde in disuso, ma il concetto di confine come area di compenetrazione tra mondo dei vivi e mondo dei morti rimase ben vivo nella mentalità della gente comune: non per niente una figura negativa come la Dea Ecate (associata nel Veneto romano con Reitia in tarda epoca) veniva definita “signora dei crocicchi”, e durante il periodo in cui si credette alle opere nefande dellastregoneria si ritenevano gli incroci luoghi frequentati dalle streghe e maghi.
Nel medioevo sopravvivevano infatti nelle campagne europee una serie di rituali cultuali precristiani che la
chiesa non si curava più di tanto di combattere, considerandoli inizialmente innocui e gradualmente superabili. Così, e come si vedrà fino al Concilio di Trento, le pratiche divinatorie, i riti agrari di fertilità e
fecondità, gli interventi magico-terapeutici, non scomparvero. Vennero in qualche modo cristianizzati attraverso una sorta di sovrapposizione, che li spinse progressivamente ai margini della legalità, senza però
che si potesse impedire la sopravvivenza di frange di paganesimo a volte così intriso di simboli e formule cristiane da generare forme di religiosità popolare particolarissime.
Anche nella tradizione veneta troviamo una serie di documenti che attestano la sopravvivenza di pratiche magico-stregoniche rurali perpetuate nei crocicchi descrizioni che riflettono una visione della morte e delle antiche usanze tutt’altro che spaventosa, resa tale solo durante l’età moderna anche per le pressioni culturali della Chiesa ufficiale, che fecero via via svanire il ricordo delle motivazioni originarie dei riti stessi.
Non solo i crocicchi ma anche i boschi erano fulcro del connubio tra nuovi e antichi culti: nido delle paure
ancestrali perché terreno del diverso; ai rami dei loro alberi si appendevano immagini sacre, traslando la devozione dal legno stesso all’icona, che poteva col tempo trovare altra collocazione in un’edicola o
tempietto. Variate sono le raffigurazioni nella religiosità popolare romagnola di apparizioni mariane tra le fronde di un albero.
Sembra pertanto manifestarsi una generica disposizione d’animo che induce a sacralizzare i luoghi. L’immagine sacra, collocata in un crocicchio, un bivio, un guado, un crinale, proietta nella topografia
del paesaggio naturale e architettonico il luogo di passaggio tra aree diverse , ed ha valore di presidio, data dalle implicazioni conflittuali che tali passaggi comportano sul piano simbolico. Questo scopo di protezione è quel che resta dell’antico significato delle edicole.
La tradizione dal mondo romano pagno è rimasta intatta nel suo significato fino ai nostri giorni ogni qualvolta troviamo un'edicola con un’immagine sacra e non ci sfugge il dato comune di unacollocazione su di un limite. E questo limite non è tanto e solo fattuale, quanto psicologico : una svolta che impone una scelta ; un varco che incute paura ; una soglia che induce al rispetto. Eccola ECATE, ecco la Scelta, l'Aireisis come dicevano gli antichi, una scelta sacra che dev'essere rispettata. La scelta che le streghe ben conoscono...
O ancora, la scansione di uno spazio, che si misurava in ore di cammino: la fine di una strada o la metà di essa. Nell'esposizione (edicola è qualcosa di esposto) è implicito un valore di messaggio: l'edicola (e
implicitamente il suo costruttore) dice qualcosa a chi passa.
Altre testimonianze dell'uso dell'albero quale ricovero di immagini pagane sono riscontrabili in Plinio. L'arrivo del cristianesimo portò alla sostituzione dei simboli pagani con immagini della vergine e dei Santi, ma non veniva meno la funzione di sacralità dell'albero, che rappresentava per la gente del luogo la presenza benefica della divinità stessa, posta a proteggere il contadino da ogni avversità.
L'immagine raffigurata aveva sulle grandi masse una presa immediata: essa era in grado di diventare uno strumento didattico di diffusione del cristianesimo, alternativo e più efficace della predicazione orale, dell'istituzione di scuole o dell'assunzione diretta del potere da parte delle gerarchie ecclesiastiche.
Tracciare una storia degli alberi sacri nella tradizione cristiana è quasi impossibile, se non addirittura proibitivo, poiché non esiste una documentazione archivistica sull'argomento.
Le fonti scritte su capitelli e alberi sacri sono scarse perché non benedetti dal Vescovo e quindi non censiti negli inventari dei beni ecclesiali. C'era probabilmente da parte della Chiesa il timore che sulle forme ufficiali del culto liturgico prendessero il sopravvento pratiche religiose che sfociavano nel magico e nella superstizione. Ciò non significa che l'esistenza dei capitelli verdi fosse limitata: anzi, la lunga tradizione orale, iconografica e la datazione di alcuni alberi ci confermano il contrario. Le misere condizioni di vita spingevano a cercare soccorso nell'aiuto soprannaturale, in Dio certamente, ma più ancora nei santi, presenze più accessibili e consolatrici. Il santo a cui sono dedicati la maggior parte degli alberi sacri è S. Antonio da Padova e la figura più invocata è la Vergine, ovviamente culto derivante dalla figura della Dea Reitia.
LE ROGAZIONI
Le pratiche devozionali si succedevano numerose durante tutto l'anno con novene, tridui, processioni, digiuni e penitenze. Tra le manifestazioni più tipiche della Pietà popolare contadina trevigiana, sopravvissute fino agli anni '60, ricordiamo le Rogazioni; consistevano in processioni, accompagnate da preghiere propiziatorie, praticate dal 25 aprile (S. Marco) e nei tre giorni precedenti la festa dell'Ascensione (il giovedì, 40 giorni dopo Pasqua) e prevedevano un percorso a tappe lungo i confini della parrocchia in aperta campagna. I cortei si fermavano davanti ai capitelli, agli alberi sacri, alle croci e in corrispondenza di altari allestiti per l'occasione. Il parroco benedicendo invocava il Signore: "Afulgure et tempestate, apeste,fame et bello..." ed otteneva la corale supplica "Libera nos, Domine", e poi "Ut fructus terrae dare et conservare digneris...", "Te rogamus, audi nos!". Le rogazioni rappresentavano la preghiera del contadino contro i malanni del tempo e contro le calamità che potevano attaccare il bestiame e i prodotti della campagna, in particolare la grandine, la siccità, ma anche le malattie delle piante coltivate.
Le immagini sacre custodite nei capitelli verdi erano prevalentemente collocate, come abbiamo visto, nei crocicchi campestri o in prossimità dei luoghi in cui si svolgevano le attività agricole e forestali. Il mutamento dell'economia, della cultura e dei costumi ha lentamente cancellato quella religiosità che affidava al sacro tutti i momenti della vita individuale e collettiva. Parimenti è diminuito il significato delle immagini sacre distribuite capillarmente sul territorio e molte sono scomparse.
Eppure nelle campagne si riscontra un perdurare di questa religiosità semplice che ancora si esprime
nelle processioni del mese di maggio e nella committenza di targhe devozionali ceramiche. E’ una forma di religiosità popolare che ha sicuramente in larga parte risentito del progresso e degli sconvolgimenti oltre che paesaggistici anche sociali e del proprio sentire religioso, ma che non ha tuttavia del tutto perso quelle connotazioni originarie di legame col proprio vissuto quotidiano, col proprio territorio e con le proprie tradizioni, che questa ricerca si propone di esprimere.
BIBLIOGRAFIA:
-Mauro de Osti - Dino Masetti "CAPITELLI VERDI NELLA COMUNITÀ MONTANA DELLE PREALPI TREVIGIANE E IN PROVINCIA DI TREVISO".
-Cuman Fiorenzo Silvano, Voci sui 'capitei'. Religiosità popolare, Marostica (VE) ,Edizioni I.R.S.E.P.S., 1988.
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-G. FRANCESCHETTO, I capitelli di Cittadella e Camposanpiero. Indagini sul sacro nell’alto padovano, Roma, 1972 , cit. in M. MORIGI, Le edicole devozionali...cit.,p.13
-G. BENDINELLI, “Edicola”, in Enciclopedia dell’arte antica, classica e orientale, a cura di R. BANCHI BANDINELLI, vol.III(1960).
-V. FUMAGALLI, Il paesaggio dei morti. Luoghi d’incontro tra i morti e i vivi sulla terra nel Medioevo, in “Quaderni Storici”, n.50, Bologna ,1982,
-Apolito Paolo, La religione degli italiani, Roma, 2001.


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