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Giusquiamo o Beleonuntiam, erba velenosa sacra al dio Belenus


''...l'Alterco, il qual chiamano i greci Hiosciamo, aggrava bevuto la testa, e favvi ingrossare le vene, fa farneticare, e altercare chi lo mangia: la onde da latini è chiamato egli Alterco. Il che ho più volte veduto io in alcuni fanciulli, che avevano mangiato il seme ( ..) impero che facendo mille pazzie, davano a credere à i padri loro che fussero spiritati. Et di qui forse proviene, che quivi lo chiamano volgarmente Disturbio, per disturbare egli gravemente il cervello".

Una delle erbe predilette da avvelenatori e streghe, il giusquiamo, è in effetti altamente velenosa perché contiene vari alcaloidi, tra i quali la scopolamina che causa anche la perdita del controllo della mente, tant'è
vero che veniva usata come siero della verità. Chiamata dai Celti "Beleonuntiam" (sacra a Belenus), veniva usata dalle druidesse dell'isola di Sein, considerate capaci di placare o scatenare tempeste, nonché predire il futuro, per propiziare la pioggia. Per la raccolta una ragazza vergine, completamente nuda, guidava un corteo di druidesse verso un bosco sacro alla ricerca del giusquiamo. Una volta trovata la pianta, la vergine doveva sradicarla con il dito mignolo della mano destra, mentre le officianti strappavano rami dagli alberi, con i quali poi aspergevano la ragazza, attingendo acqua dal ruscello più vicino, nel quale era stata gettata dalla fanciulla l'erba" Beleonuntiam". Costei al termine della cerimonia doveva compiere il percorso di ritorno camminando all'indietro.
Le streghe lo includevano nelle pozioni e negli unguenti. Era anche usato per compiere sortilegi. Se si maceravano in una pignatta di cocciogiusquiamo, lauro e giglio insieme con latte di pecora e si metteva la mistura ottenuta in una pelle di agnello, tutte le pecore che si trovavano nei dintorni perdevano il latte: così almeno si favoleggiava. Lo stesso risultato si poteva ottenere con le vacche o con le .capre utilizzando il
loro latte. Inoltre per scatenare febbri bastava mescolare in estate, a luna calante, foglie di giusquiamo e di alloro e inferrarle sotto tre palmi di letame, in una vecchia concimaia. Alla successiva luna calante sarebbero nati molti lombrichi, che ridotti in polvere, avrebbero consentito la preparazione di diaboliche pozioni capaci di scatenare un febbrone.
Veniva somministrato ai condannati a morte per attenuare gli strazi dell'esecuzione. Il Durante dice che il rimedio al veleno del giusquiamo è costituito da latte caprino, acqua melata, finocchi, semi di ortica, nasturzio, senape, rafano, cipolla e aglio presi con il vino. Dioscoride, invece, riferisce che impiastrato trito con il vino placa le infiammazioni dei testicoli e delle mammelle che si gonfiano dopo il parto. Le sue frondi cotte e mangiate in misura di un acetabolo fanno diventare mezzi pazzi. La decozione delle radici fatta con aceto è buona per il dolor di denti e orecchi. Per conciliare il sonno di un malato affetto da febbre acuta,
riscaldargli i piedi con un decotto di questa erba e poi applicargli sulla fronte e sulle tempie il seguente impiastro: ridurre in polvere fine ilseme e mescolarlo ad un bianco d'uovo, del latte di donna ed un po' di
aceto. Per il dolore di denti si può mettere con un po' di acqua sui carboni ardenti e far aspirare i vapori per bocca. La bocca del paziente deve essere proprio al di sopra dell'acqua; si potranno vedere allora dei piccoli vermi galleggiare sulla superficie.
Ciò che si sapeva a Roma agli inizi del XIX sec. era che esistevano varie specie di Hyoscyamus e che il
giusquiamo nero producesse il delirio era nozione antica già a quel tempo, poiché la droga era già stata usata assai prima nella Grecia a scopo di avvelenamento o per produrre un'alienazione mentale simulata, ovvero lo stato profetico. Nel Medioevo era usato per confezionare filtri magici in grado di evocare il demonio, per questo era chiamato anche "erba del diavolo". Lo stesso vescovo Alberto il Grande, che ai suo
tempi (XIII sec.) era considerato come un mago, riferisce dell'uso del giusquiamo da parte di negromanti per evocare demoni e spiriti maligni. L'assunzione per lungo periodo dei suoi semi pare rendesse incapaci di camminare e conferisse le capacità di comunicare con le entità, nonché di vedere i diavoli. Macerati prima nell'aceto e poi nel latte, in seguito fatti essiccare all'ombra e poi ingeriti, avevano un effetto narcotico. Se
presi in eccesso causavano la pazzia. Negli antichi erbari cinesi veniva spesso ricordato che per l'utilizzo medicinale, i suoi semi non dovevano mai essere rotti, in quanto questo gesto avrebbe causato la follia, il delirio e la vista di lampi e scintille. In piccole dosi ed usando uno speciale regime alimentare, esso sarebbe impiegato dalle donne Tuareg per ingrassare. La pomata preparata mescolando l'estratto della pianta con
burro, servirebbe per frizioni antireumatiche e per medicazioni uterine. Gli indigeni ricorrono, per la cura contro l'avvelenamento, ad una pozione preparata con peperoni rossi e datteri.

BIBLIOGRAFIA:

P.A. MATIIOLI: I Discorsi. risI. anastatica a cura di Biokyma, 1993
M. MURRAY, Il dio delle streghe Ubaldinì ed. Roma, 1972
G. NEGRI: Nuovo erbario figurato. Ulrico Hoepli editore, 1991
E. NEUMAN: La Grande Madre. Astrolabio

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