con presunti esseri soprannaturali o incarnanti il demoniaco. Buona norma era non attardarsi
fuori casa dopo il tramonto e i giovani che andavano di sera a trovare le moróse e a fiò, non dovevano
mai voltarsi indietro finché percorrevano il cammino che li conduceva a casa, perché esseri misteriosi
erano in agguato nell’ombra e potevano verificarsi fatti strani e incontri inspiegabili. Una piccola lucetta di color bianco o azzurro poteva accompagnare per tutta il cammino chi rientrava a casa di notte o appoggiarsi sul timone delle imbarcazioni in barena: si trattava della omèria o lumèria. I bambini venivano terrorizzati e costretti all’obbedienza facendo ricorso al rostrèo sénsa sangue, spauracchio simile a un bastone animato in grado di menare la gente. Di notte si facevano incontri con animali misteriosi che sparivano quando si cercava di avvicinarli. Si credeva che questi esseri fossero donne simili alle streghe, ma non necessariamente tali, che avevano il potere di trasformarsi e assumere le sembianze di animali e che, il mattino successivo, a seconda delle imprese compiute la notte, avevano le òsa a tòchi, o presentavano delle ferite sul corpo.
Anche i morti facevano sentire la loro presenza con colpi e rumori inspiegabili che generavano timore e inquietudine. In questo caso era necessario affrontarli con questo scongiuro:
“anema teréna sta êontan trè pasi da mi
e cónteme a tó péna”.
Una situazione di angoscia e di smarrimento trovava sfogo nella figura dell’orco. Essere quasi animalesco, alto, magro, gobbo, camminava sbilenco, appostato sotto i ponti e la sua impronta, simile a quella di un elefante, se inavvertitamente calpestata, faceva perdere l’orientamento e la memoria, oppure faceva restare
nuda la vittima. L’incubo notturno che si manifestava con una sensazione di pressione allo stomaco e soffocamento, era noto nel mirese come pe ´sariòêo. La vittima, colpita dal pe ´sariòêo mentre dormiva,
cercava disperatamente di gridare per attirare l’attenzione di qualcuno che lo soccorresse, ma
non riusciva a emettere neppure un gemito, quindi si avvinghiava alle coltri finché chi era presente nella stessa stanza non lo scuoteva. Allora il malcapitato riusciva di nuovo a parlare e la sensazione
di soffocamento svaniva.
Il mazzaròlo (masaròêo, masariòêo) è descritto a Mira con tratti fisionomici corrispondenti a quelli riscontrati
nei racconti e nelle testimonianze documentate in varie località del Veneto, mentre perde la caratteristica
di licenziosità verso le giovani donne e la capacità di far smarrire o rapire gli esseri umani. L’azione principale
dell’omino vestito di rosso era quella di intrecciare (far coéte) le criniere e i peli della coda ai cavalli.
Nottetempo, nella stalla, si avvertivano gli animali irrequieti e al mattino venivano trovati madidi di sudore con la schiuma alla bocca. Il masariòêo sceglieva a caso le stalle da colpire, era dispettoso e faceva maegrasie. Lo si poteva scorgere anche di giorno, quando si coltivavano le campagne e le donne appendevano le traverse sui rami degli alberi e delle vigne e, ritornando per indossarle, le ritrovavano tagliate a striscioline. Scrutando intorno per scoprire il colpevole, ci si accorgeva del masariòêo che correva attraverso i prati.È emersa anche una sovrapposizione d’identità fisica e di azione tra martorèo e masariòêo: il primo poteva anche vestire di verde, portare braghe ala ´suava o starsene seduto sugli alberi con un tabarin (mantellina e cappuccetto) rosso in testa, era gobbo, piccolino e s’aggirava con un sacco. Se si camminava sul terreno dov’era passato il martorèo rosso, si continuava a ballare per tutta la notte e il malcapitato provava un insopprimibile istinto che lo spingeva a saltare i fossi dei campi. È lui il protagonista della canzoncina:
<<Gavévo un moró´s o
picoéto ma bèo
E mé ´s é sta magnà
dal martorèo.
O martorèo mio
nó state o´s are,
che né gò naltro,
nó stàméo magnare.>>
Secondo altre versioni invece il suo aspetto ricalcava quello di un animale selvatico (la martora) con pelliccia di color fulvo, somigliante a una volpe, assai temuto dai contadini perché penetrava nei pollai facendo razzie di uova e galline.
Ultimo personaggio è il salbanèo o salvanèo. Come il masariòêo, saliva in groppa al cavallo di notte e
gli intrecciava la criniera e la coda. Questo era un segnale di pericolo per il cavaliere che lo avesse voluto
montare. Per farlo doveva attendere che le coéte si fossero sciolte spontaneamente.
Oggi scetticismo, paura di essere derisi e forse, in parte, la consapevolezza che quel mondo intriso di presenze magiche e misteriose non esiste più, spinge a giustificare queste figure semplicemente
come il prodotto dell’abuso di poénta e vin, stanchezza, ignoranza e credulità che lasciavano spazio alla fantasia per dipingere e animare queste suggestive e irrequiete creature.
tuttavia........qualcosa e qualcuno è sopravvissuto sino ai giorni nostri...basta saper cercare!
da: Rivista RIVE, biblioteca di Mira, Venezia.

Il massariol è un interessante spiritello, in alcune storie è anche un ladruncolo di cose, ma quando si è in reale difficoltà ecco che spunta una corda per attraccare o delle attrezzature mancanti.
RispondiEliminaAggiungo anche che avrebbe caratteristiche similari al Sanguanel, presente nelle leggende popolari Cimbre nei sette comuni di Asiago.
Grazie Matteo!
EliminaE' vero, Sanguanel e Massariol sono creaturine associabili.