Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

martedì 26 novembre 2013

Sacerdoti, Sacerdotesse e Divinità nel Veneto post-romanizzazione.

Fino al III sec. a.C il passaggio alla romanizzazione del Veneto avvenne in modo graduale e senza violenze, la Venetia infatti entrò politicamente a far parte dello Stato Romano senza subire alcuna colonizzazione forzata delle sue terre. Inizialmente si vedono ancora mantenute le autentiche culture autoctone e nei santuari le popolazioni che non hanno ancora assorbito la cultura romana non pongono dediche in pietra. Con la romanizzazione le differenze spariscono lentamente, la popolazione locale viene integrata, cambia l'organizzazione sociale ed economica, le città si riempiono di abitanti ed iniziano ad avere monumenti e Templi in pietra, i profondi mutamenti tra le popolazioni in campo materiale e religioso sono veloci poichè rapido si è fatto il collegamento tra le provincie dell'Impero e continui sono gli spostamenti delle truppe militari da un territorio all'altro. Lo scambio di prodotti e la diffusione di novità culturali e religiose dall'oriente introducono culti e divinità nuove che affiancano ma non riescono a sostituire quelli della tradizione italica.

Avvenuta dunque la "romanizzazione" della Venetia che oramai fa parte della X Regio si diffondono nuove divinità e culti molto diversificati, pertanto vengono designati in ogni città due collegi sacerdotali di stampo romano: i PONTEFICI e gli AUGURI composti da tre elementi ciascuno che godono di privilegi particolari (dall'esonero dal servizio militare al permesso di indossare la toga). Poi vi sono i FLAMINI figure sacerdotali pre esistenti, pre romane, che ricalcavano le figure dei sacerdoti veneti ed erano infatti addetti al culto delle Divinità locali, in epoca tarda vennero incaricati anche di officiare il culto al Genio dell'Imperatore ma in realtà rimase una funzione poco praticata nella Venetia che si riteneva ancora autonoma. Si sa della presenza ad Este di un FLAMEN JULIANUS dedito al culto di Cesare.
Le Divinità introdotte  sono Giove, Domitilla, Concordia, Apono, La Bona Dea, Magna Mater, Giunone. Diana e Cibele ricalcano invece negli aspetti e negli attribuiti  la figura di Reitia la Dea Somma del popolo veneto, rimangono inalterati i culti dedicati ai Diocuri ed ad Eracle ed agli dei venetici Trimbusiate, Ikathein, Termon sostituiti e/o affiancati da Hekate e Terminus.
Gli AUGURI  hanno il compito di interpretare il volere di Giove decifrando i segni divini attraverso il volo degli uccelli. Famosi sono anche gli oracoli ctoni, come quello di Gerione gestito da Cornelio in una grotta sulfurea ad Abano Terme.  Si è a conoscenza dei collegi sacerdotali a Verona, Vicenza, Padova, Este, Mantova, Concordia, Aquileia, Altino, Trieste e Trento. Alcuni sacerdoti ed aùguri occupano oltre alla carica religione anche la carica civile e  militare.

Numerose sono anche le SACERDOTESSE.
Esse durante lo splendore della civiltà Venetica avevano un ruolo dominante nella religione e nel culto. Esse erano riccamente abbigliate adorne con mantello o velo alla maniera della dea alla quale era rivolto il loro culto, la Dea Reitia. Nel suo santuario ad Este le Sacerdotesse trasmettevano ed erano custodi della sacra arte della scrittura, poichè era nella scrittura che il culto si attuava e contemporaneamente si esprimeva.  Nei santuari veneti venivano svolti dei rituali legati al raccolto ed alla stagionalità della vita, rituali e cerimonie legati ai confini territoriali ma anche e soprattutto liturgie rituali legati all'incubazione guaritrice e la terapia onirica oltre alle funzioni magico-divinatorie. Nei santuari avvenivano le iniziazioni dei giovani e delle ragazze all'età adulta e militare oltre a rituali che implicavano la libagione rituale da pozzi sacri ritrovati nei santuari. Non è difficile immaginare queste donne velate che cantando si avviavano in processione fino all'Ara Sacra, guidate da una o più Sacerdotesse ed in cerchio dedicavano offerte animali e primizie vegetali al fuoco...

Con la romanizzazione altre Sacerdotesse le affiancarono e sostituirono ( nel I sec. d.C), ricordiamo una sacerdotessa devota al culto di Domitilla ( moglie di Vespasiano), a Trieste una sacerdotessa era incaricata al culto di Tutte le Dee, poi ci sono i SEVIRI forse magistrali locali che avendo ricevuto delle onorificenze fanno lastricare le strade. Esistono pure i SALII sacerdoti addetti al culto di Marte e Quirino presenti sia a Padova che a Vicenza, mentre a Verona era presente una Sacerdotessa responsabile al culto della Matris Deum, a Padova un Sacerdote si occupava del Culto ad Iside ed a Trieste sempre un Sacerdote era dedito alla Magna Mater Cybele.

Altre figure aiutavano gli e le officianti, i CAMILLI una sorta di chierichetti, i VICTIMARII coloro che avevano il compito di uccidere l'animale nei sacrifici, quelli che sciolgono un voto, coloro che custodiscono il Tempio e ne fanno le pulizie.
Devota Orante  Sacerdotessa?
Ricco costume veneto

Bronzetti ritrovati nel Monte Summano- Bona Dea e Mars Offerens
Santuario Venetico


Hekate - Bronzo votivo ritrovato a Treviso

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venerdì 22 novembre 2013

Feste, Tradizioni, lavori agrari DICEMBRE

Dicembre, mese "natalizio e festivo " per eccellenza, importante nel Veneto e preceduto da tradizioni e superstizioni affascinanti che ho descritto in ASPETTANDO IL NATALE...TRADIZIONI E MAGIE.

DECEM, IL DECIMO MESE ROMANO
Mese di freddo, che conserva gli antichi culti agrari in cui i giorni erano sempre più brevi e freddi, in cui la neve ricopriva tutto con il suo manto candido e conservatore di terreni. Il frumento tardivo veniva raccolto ed anticamente offerto a Saturno, Numen tutelare protettore dell'Italia (Saturnia Tellus).

DESSEMBRE, DAVANTI EL ME SCALDA E DA DRIO EL ME INSENDE! 
Un tempo, per combattere il freddo ci si scaldava ponendosi  davanti ad un fuoco acceso, focolare o caminetto oppure stufetta economica come quella di mia nonna, ma anche tenendo da seduti davanti alla pancia tra il ventre e la gambe un vaso di terracotta, la " mùnega" con dentro le "bronse" ovvero braci accese.
 In entrambi i casi però ci si scaldava solo la parte anteriore del corpo mentre il didietro era "insend
à" ovvero bruciato dal gelo.

 2 DICEMBRE: SANTA BIBIANA (VIVIANA)
" Xe piove de santa Bibiana piove pa quaranta dì e na setimana"
Festività forse legata ad una divinità di stampo "celtico" oppure Santa importata dalle invasioni longobarde, non autoctona ma molto sentita fin a qualche anno fa per la sua importanza nelle previsioni empiriche.

4 DICEMBRE: SANTA BARBARA, OVVERO LO SCONGIURO MAGICO CONTRO IL BRUTTO TEMPO
La nonna paterna, morta vent'anni fa, era solita recitare in questo giorno:
" Santa Barbara e San Simon, liberème da sto tòn! Da sto tòn e sta saèta, Santa Barbara Benedeta!" 

6 DICEMBRE, SAN NICOLO' DE BARI, LA FESTA PER I SCOLARI!
San Nicolò è il protettore di Mira, il paese in cui io vivo, che ha preso il nome proprio dal paese di origine del Santo, ovvero Myra una città della Licia antica regione dell'Asia Minore.
Da piccoli cantavamo una filastrocca molto vecchia insegnataci dai nonni che recita
 " San Nicolò de Bari festa pa i scoeari, se a festa no faremo, ala maestra ghe daremo! "
Fino al tempo dei nonni i bambini usavano porre le loro scarpe la vigilia del 6 dicembre fuori dalla porta di casa e di notte il Santo sarebbe passato con il suo asinello per riempirle di doni, come Santa Claus-Nikolaus in Germania divenuto in seguito il Babbo Natale che tutti noi conosciamo...

8 DICEMBRE- LA MADONNA DEI CAVALLI...Rituale Pagano? 


Festività antichissima molto territoriale legata all'antico territorio di Gambarare (sul quale ho condotto parte della mia tesi di laurea) antico vicus paleoveneto e romano, adiacente al porto fluviale che connetteva attraverso il fiume Brenta il mare e Patavium, Padova.

Questa festività trova origine nel mito e nel Culto Sacro che gli antichi Veneti offrivano ai Cavalli testimoniato da numerosissime necropoli e dall'esistenza di un culto religioso dedicato ai Dioscuri presso i fiumi. Reitia la Dea Veneta più importante era associata al cavallo e la tradizione spirituale è giunta fino ai nostri giorni con la festa di Gambarare che non è la "festa dell'Immacolata Concezione" ma la festa della " Madonna dei Cavalli".
Linguisti ed etnologi hanno riscontrato nel nome stesso della festa un indizio per comprenderne la sua reale natura, svincolata dalle tematiche religiose cristiane. Da documenti basso medievali (che ho  potuto personalmente esaminare) infatti si parla di una "  Domina equorum"  ed in seguito " Ma- Donna de li cavali" quindi " Signora dei Cavalli".

L'istituzionalità della festa così come viene svolta in questi ultimissimi anni deriva dal 1933 ed è così detta perchè una statua dell'Immacolata viene portata per le vie del paese, che ricalcano l'antico corso del Medoacus major ovvero il Brenta, su un carro trainato da 12 pariglie di cavalli rigorosamente bianchi ( altro singolarissimo aspetto del culto ai cavalli di Diomede, ed era prescrizione per i Veneti di sacrificare cavalli rigorosamente bianchi) .
 Nella processione il carro è seguito e preceduto da figuranti che procedono a piedi, soprattutto bambini e ragazze e la statua è avvolta da una nuvola di tulle rosa ed azzurro. Anche oggigiorno vengono eretti archi " di trionfo" dagli abitanti riempiti di fiori e sempreverdi, alle finestre vengono drappeggiate stoffe pregiate e decorate mentre si costruiscono occasionali altarini dove vengono sistemate statuette della Madonna, dei Santi e dei defunti.




13 DICEMBRE- FESTA DE SANTA LUCIA 
" De Santa Iussìa el fredo crùssia!" 

Il freddo è veramente pungente è un tormento che crucia, che arriva fino alle ossa e per chi lo sente provoca dolori tremendi! In aggiunta all'umidità di questi territori beh, provare per credere!
L'accento sulla U di Iùssia /Lùssia/ Lucia è il femminile di "Lucius" da cui deriva la radice latina di Lux- luce. Nell'antichità romana significava " nata dalle prime ore del mattino" oppure "nata in periodo di luce". Tradotto in greco tardo divenne "Kùkia" con valore e significato per i cristiani di segno e promessa spirituale e quindi "messaggera di luce".

Sempre nel culto pagano romano-veneto, in questo periodo si celebravano ritualità rivolte alla dea Hekate- Ecate- Ichatèin, anche essa "portatrice di luce" Phosphoròs, colei che nell'inverno e nell'oscurità portava la Luce necessaria alla sopravvivenza.

"Santa Iùssia el xorno pi curto che ghe sia e la note pi longa che ghe sia"


A ridosso del Solstizio d'Inverno (21 dicembre) anticamente e per tradizione orale ci si era accorti che per un periodo di tempo a partire dal 13 dicembre il sole tramonta prima rispetto a tutti gli altri giorni dell'anno, e quindi l'oscurità avanzava più rapidamente. Inizialmente vi era Ecate la Luminosa che in quanto Dea potentissima reggendo la torcia illuminava egualmente la giornata buia, poi arrivò Lucia, santa della Luce che l'aiutò a reggere l'altra torcia in una continuità tradizionale.
HEKATE


SANTA LUCIA













21 DICEMBRE- SOLSTIZIO D'INVERNO- SAN TOMMASO

" De San Tomin le xornade le torna indrì"

Sostizio d'Inverno, le giornate iniziano ad allungarsi un
pochino...E' il ritorno della Luce, per i celti  si trattava di Yule la festa della Luce, i Romani festeggiavano il Sol Invictus ed il Sol Indiges...per tutti i popoli il Sole ricominciava a ritornare.



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martedì 19 novembre 2013

Aspettando il Natale...tradizioni e magie...

IL VISCHIO
Dalla prima domenica d'Avvento (l'ultima del mese di Novembre) alla festa dell'Epifania, in Veneto (ma anche Friuli) era tradizione appendere sopra il camino o dietro la porta d'ingresso delle abitazioni un rametto di vischio simbolo della Vita  dell'albero stesso che mostra di essere in letargo ma non perit, assopito e pronto a risvegliarsi ai primi segnali della primavera. Il Vischio era ritenuto parte dell'anima della Natura. Vi erano rituali magici per attivarne la protezione per la casa, guarnito da un fiocco rosso avrebbe protetto le persone ed il bestiame essendo un potente talismano contro la stagione invernale.

LE CORONE DELL'AVVENTO
Era tradizione per simboleggiare e rilevare il conto alla rovescia fino al Natale appendere sulle porte d'entrata delle case le corone dell'avvento, confezionate con rami di abete ed alle quali venivano aggiunte quattro candele simbolo delle quattro stagioni, delle tempora. Ogni candela è accesa poi  consumata e spenta la sera di una delle quattro domeniche dell'Avvento.  Viene arricchita con frutta secca e strenne natalizie. La strenna natalizia è un regalo che è d'uso fare o ricevere nel periodo natalizio.
Tale usanza discende dalla tradizione dell'antica Roma che prevedeva lo scambio di doni augurali, durante i Saturnalia, ciclo di festività che si svolgevano dal 17 al 23 dicembre, in onore del dio Saturno e precedevano il giorno del Natalis Solis Invicti. Il termine deriva dal latino strēna, vocabolo di probabile origine sabina, con il significato di "regalo di buon augurio".

PREVISIONI MAGICHE D'AMORE
Durante la festa di Santa Lucia, considerata la festa "magica " per eccellenza in cui la Luce e l'Ombra lottavano assunta dalla chiesa come eterna lotta fra bene e male , le giovani donne venete  impiegando amuleti, cercavano interpretazioni scaramantiche sull'amore per indovinare se si sarebbero sposate l'anno venturo, quale sarebbe stato il mestiere del fidanzato e se  sarebbero state felici. Secondo questo gioco magico chi non avrebbe avuto responso sarebbe rimasta zitella, tuttavia la nonna racconta che il più delle volte erano proprio queste giovani meno appariscenti che concludevano i migliori matrimoni e divenivano le più appagate e felici nella vita familiare e nella società....chissà!

QUANDO LE DONNE FILAVANO...
Dall'autunno alla primavera le donne filavano, lavoravano all'uncinetto, rammendavano al tepore del fuoco domestico e della stalla.
La filatura, per le popolazioni antiche e per l'eredità contadina, era un'attività considerata misteriosa, dove si accavallavano gli aspetti magici legati al mondo del femminile.
Le maghe venete, ovvero le Rododese e le Anguane, osservassero la filatura delle donne eseguita nelle ore notturne premiando o castigando le filatrici secondo il loro metodo (il rimando alla leggenda classica di Atena ed Aracne è immediato). Alcuni pregiudizi stabilivano il periodo oltre al quale le donne non dovevano più tessere e filare ed altri riguardavano il divieto di filare in alcune particolari circostanze.
Nelle valli dolomitiche e carniche era vietato filare di giovedì perchè le streghe avrebbero disfato il lavoro quella stessa notte del Sabba, vietato anche il venerdì perchè il Demonio era attivo proverbialmente in quel giorno infausto, ed ovviamente vietatissimo anche il Sabato, giorno dedicato anticamente al Dio Saturno, divinità infera, sostituito dall'ignoranza cristiana con il Diavolo ed il Sabba stregonesco.  Domenica pure era proibito poichè in quel giorno neppure la Madonna filava e quindi c'era il pericolo di filare i suoi divini capelli!
Divieto di filare anche durante il Solstizio d'Estate e di Inverno, proibito durante la notte di Samonios- 31 ottobre, alla festa di Santa Lucia, la Vigilia di Natala perchè le Streghe in questa notte avevano il potere di insegnare i loro poteri alle donne che filavano, la vigilia di capodanno e la notte che precede la Candelora.


BIBLIOGRAFIA:
- Lunario. calendario rurale veneto-friulano. Renato Zanolli.
-Calendario- A.Cattabiani
-Lunario- A. Cattabiani
-L'anno i mesi e i giorni nella cultura popolare del Veneziano. Proverbi modi di dire tradizioni- M.Poppi
- La religione dei romani- J. Champeaux



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mercoledì 6 novembre 2013

Lo ZENGALE, Lo Scialle tradizionale delle donne Venete



LO ZENGALE, o Zuave, è uno scialle tradizionale  dalle origini antichissime che le Donne Venete, fiere e combattive, hanno portato da millenni e per millenni.


Costume Paleoveneto


















VENETULUS PALEOVENETO

La prima testimonianza dello Zengale è paleoveneta, infatti numerosi ex voto femminili raffiguranti nobildonne e/o Sacerdotesse nonchè la Dea Reitia stessa  ci dimostrano che lo scialle molto ampio coprente testa e spalle era un segno identificativo del Femminile. Le Donne Venete  erano, e sono, caratterizzate da un carattere forte, quell'essere piccantine ed autoritarie fossero esse nobili o popolane hanno sempre avuto un modo particolare di esprimere la propria femminilità: donne argute, decise, la battuta pronta, e consapevoli del proprio essere persone, oltre che donne. Queste caratteristiche venivano definite con un termine " morbin": questo brio, questa vivacità, questo modo  di sapersi districare tra le attenzioni degli uomini senza offendere, ma lasciando in qualche modo,

 aperta la strada per continuare a relazionarsi con gli altri
 senza per questo promettere nulla. 



Ragazza Veneziana con Scialle- Luigi da Rois- 1890
Le Donne Venete sono da sempre conosciute per il loro atteggiamento sornione ma molto autorevole, esse infatti sin dai tempi più antichi, hanno goduto di una fortissima emancipazione e soprattutto autonomia, dovuta dal fatto che Venezia ed il Veneto son sempre stati autonomi, di mentalità più aperta e molto meno bigotta del resto d'Italia. Il Cristianesimo non è mai riuscito ad attecchire in maniera violenta e soprattutto non ha avuto il potere di cancellare le usanze autoctone primigenie. Venezia è sempre stata una Repubblica indipendente, uno stato laico e fortemente identitario. Queste caratteristiche di Venezia erano dimostrate fisicamente dalle sue Donne, vivaci e spigliate. I Romani all'epoca delle unioni politico-territoriali con i Veneti descrissero le Donne Paleovenete come forti ed indipendenti, esse furono Sacerdotesse e detentrici dell'arte della Scrittura, potevano possedere ricchezze, ereditare nonchè governare la propria famiglia. Non vi era all'epoca il concetto di pater familias o dominus ma piuttosto una divisione di compiti specifica fra uomo e donna per il bene delle comunità venetiche. Le donne antiche combattevano e sapevano amare. 

Lo Scialle o Zengale ha una storia semplice e lunga,
dal " Venetulus" ovvero lo scialle lunghissimo  rituale e solitamente di colore azzurro che indossavano le progenitrici venetiche allo Zengale  che dal 1791  non venne più  chiamato venetulo o fazzoletto ma  " zendado, o zendàle, e si arricchì nuovamente, non solo  un grande scialle ma venne decorato con lunghe frange confezionato in seta, in pizzo, e, per le popolane più povere, in lana, tutti di vari colori o delicatamente ricamati.

LO SCIALLE MAGICO....
Le popolane erano molto più libere e felici delle donne nobili e nel veneto vi era e vi è ancora il detto che è la donna che sceglie l'uomo. Esse, con la loro eleganza e l'innata capacità seduttiva  utilizzarono questo indumento che poteva essere aperto, avvolto, coprire la testa, o maliziosamente lasciare leggermente scoperte le spalle per un'innocente quanto attraente mezzo per far avvicinare i giovani da cui si sentivano attratte. all'avvicinarsi del prescelto con un rapido gesto della mano prendevano un lembo dello scialle e lo facevano volteggiare a ricoprire la spalla, facendo svolazzare le lunghe frange ....le quali, quasi magicamente, andavano ad impigliarsi sui bottoni del futuro innamorato....piccole ragnatele colorate e delicate che impigliavano e imprigionavano il cuore dell'uomo.
Venezia - Tre ragazze avvolte nel tipico scialle veneziano,
 disposte in circolo, fissano l'obiettivo

Venezia. Donne avvolte nel tipico scialle veneziano
 riprese in viale Castro Pretorio nell'atto
 di trasportare recipienti tipici di Venezie 
e del Veneto sospesi ad un'asta. 1930






- informazioni tratte dal sito Venezia My Blog



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martedì 29 ottobre 2013

LA REDODESA- Dea Antica o Strega?



“ La Redodesa è una donna bellissima d'aspetto e implacabile nelle intenzioni…”

“«la Redodesa è una donna che suole farsi sentire la sera dell’Epifania a strepitar catene. Guai in quella sera a non tener alzate le catene dal fuoco della cucina o lasciar la stoppa sulla rocca, ne fa un inferno! Una volta, per farla fuggire, si accendevano dei fuochi e si mandavano delle grida».
 (Q. Ronzon — vedasi Almanacco Cadorino, anno III, 1885)

La Redodesa è ritenuta in Veneto essere una sorta di “Befana” ma non viene considerata come una vecchia paurosa da bruciare, tutt’altro! La Redodesa è un essere fantastico nei tratti più simile agli orchi, ad altri esseri femminili malefici, che non alla vecchia che porta o riempie di frutta e dolciumi la calza che un tempo i bambini trovavano appesa alla catena o alla cappa del focolare.   Essa è sempre descritta come bellissima e giovane ma dagli aspetti terribili, ctoni, alla guida di una caccia selvaggia e spettrale, accompagnata dal latrato dei cani e dagli spiriti dei morti (aspetti molti simili alla dea Hekate).



Le leggende narrano che a mezzanotte della vigilia dell’Epifania, si possa vedere  la Redodesa con i suoi dodici Redodesegoti (i dodici mesi dell’anno ma anche le dodici notti sante che vanno dal Natale all’Epifania) che fermano le acque dei  fiumi e chi attinge acqua in quel preciso momento viene travolto dai flutti mentre il primo che al mattino seguente porta gli animali ad abbeverarsi trova sul greto del fiume uno splendido mazzo di fiori. I fiori che si trovano al mattino dopo sono di colore giallo vivo, color del croco, e vengono conservati come porta fortuna. Inoltre la Redodesa viene spesso associata con Perchta ed Holta in quanto al mattino dell’Epifania essa  si reca di casa in casa a controllare che le donne abbiano finito di filare tutta la canapa, il lino e la lana dell’anno precedente e che abbiano rassettato la casa come si conviene, per le donne che hanno eseguito queste prescrizioni alla lettera vi  saranno allora benedizioni per l’anno entrante,  per coloro che hanno trascurato di farlo vi saranno  invece punizioni e disgrazie. La Redodesa con la sua Caccia Infernale è ricordata anche nella “Notte dei Morti” nella quale si racconta che essa raccolga tutti i morti che sono annegati nei fiumi durante l’Epifania dello scorso anno. Inoltre nel Bellunese si racconta che essa compaia sia a mezzanotte che  alle  ore dodici del 24 giugno per incontrarsi con San Giovanni e farsi benedire in una notte comunemente dedicata alle Streghe. Questa leggenda è presente anche nel Veneziano, in cui si credeva che le Strighe si radunassero ai crocicchi presso un capitello alla Madonna (recenti  prove archeologiche ci hanno dimostrato che anticamente nelle zone di centuriazione romana vi erano poste ai crocicchi delle aedicuale dedicata ad Hekate, Janus, Termòn, Reitia.). Sempre nel periodo dell’Epifania, tutt’oggi si festeggia la tradizione del “pan e vin”, festa popolare detta anche 'redodesa'. Sempre in questo periodo, in alcune località del Veneto e del Friuli si lanciano delle ruote di legno incendiate lungo i pendii dei monti; il rito viene detto “rito della stella”, perché anticamente le ruote rappresentavano la corsa del sole nel cielo.  Linguisticamente e tradizionalmente vi è l’ipotesi  che “Redodesa” derivi da una deformazione di Erodiade, la moglie di Erode che chiese a Salomè di pretendere la testa di Giovanni Battista dopo la danza dei Sette Veli  ma nel Veneto  il passaggio dei dodici giorni dal 25 dicembre al 6 gennaio è detto “dodesena” e quindi 'dodese' e 'redodesa' per deformazione linguistica. In quei giorni il Veneto si illumina di falò tradizionali, che già i nostri progenitori paleoveneti  dedicavano a Reitia, Dea della Natura, Risanatrice che in questo periodo veniva bruciata come “marantega” (ovvero “mare antica- madre antica” ) per rinascere a primavera come nuova Dea e Nuova Natura.  Il termine ' 'buberata' parte dal senso del brusio del fuoco che esplode e si espande. E' un'eredita' lontana del 'buba' che nel linguaggio dei bambini significa fuoco. Una 'buberata' diventa allora un grande fuoco, una fuocata. E' una parola bella, ha qualcosa di primordiale che mi emoziona sempre. Inoltre Redodesa come Erodiade potrebbe anche essere la trasformazione linguistica di “ Hera- Diana”, ovvero Giunone e Diana, Dee venerate in terra veneta in seguito alla commistione culturale dei Paleoveneti con i Romani. Come ho spiegato in altri miei articoli, Giunone, Diana, Minerva,
Bronzetto di Hekate ritrovato
e conservato attualmente
al Museo di Treviso
Hekate rappresentavano degli aspetti di Dee che coincidevano con la De Suprema per i Veneti antichi, ovvero Reitia, e non vi è da stupirsi se il passaggio delle acque della Dodicesima Notte vede la Dea Suprema alla guida dei Dodici Mesi dell’anno distribuire premi e punizioni. . Nella mitologia Greca era la dea Hera che volando nel cielo portava  doni e abbondanza durante dodici notti solstiziali. Hera, legata a Diana- da cui Herodiana, in seguito mutata in Erodiade- era la dea notturna per eccellenza, che soprintendeva al noto “Corteo di Diana”, in cui le donne pagane compivano i loro sortilegi, donne che dopo l’avvento del Cristianesimo divennero Streghe.  Qualcuno ricordava la reduòia come una vecchia che diventava talmente grande da riuscire a sbarrare completamente la strada principale del paese e nessuno poteva transitare senza il suo permesso. Un tempo I ragazzi fissavano nella piazza principale del paese un palo alto la cui cima era riempita di paglia che veniva incendiata (il pearvò) allo scopo dicevano di illuminare la strada ai tre Re Magi. Le ragazze invece si rinchiudevano in casa, lucidavano e ritiravano le catene del larìn e poi andavano a letto. Inoltre un tempo in Cadore la sera dell'Epifania i bambini andavano in giro per i paesi armati di ciadene, sampogne e racole per sfidare la reduòia.


IL CORTEO DI DIANA
“Illud etiam non omittendum, quod quaedam scelleratae mulieres, retro post satanam conversae, demonium illusionibus et phantasmatibus seductae, credunt se et profitentur nocturnis horis cum Diana paganorum Dea et innumera multitudinem mulierum equitare super quasdam bestias , et multa terrarum spatia intempestae noctis silentio pertransire , eiusque iussionibus  velut dominae obedire, et certis noctibus ad eius servitium  evocari.”
(Reginone de Prum-De Synodalibus causis- (906 d.C)
La Redodesa ed i Dodici Rodedosegoti


FILASTROCCHE 
Cortina d'Ampezzo:
Leva su burta slavatha fira do ra to rociada,
 se no vien ra scancagnara e ra porta via l'panegel.
 Auronzo:
Leva su desconculiada fila do la tò rociada se no rua la reduoia a ciatate inthe de coa. 
Costalta:
Leva su compissèda fila du la tò roceda s'no t'la filarei di iè.
 Padola:
 Levè su pultronelle filè du le to rucele levè su pultrunate filè du le to rociate.

PAN E VIN
“Evviva il panevino,
la focaccia sotto il camino,
fagioli per i figli, fieno per i buoi,
polenta per i bambini, santità ed allegrezza”.

 LEGGENDE SULLA REDODESA IN CADORE 
-Una antica leggenda racconta che una vigilia d'Epifania di molti anni fa, alcune ragazze stavano slittando con la liòda lungo le borgate Paìs e Zardùs di Auronzo insieme ai loro fidanzati.  Ad un certo punto sbucò dal buio la reduòia e preso il comando della liòda , fece cadere nella neve tutti i ragazzi. Poi condusse le ragazze che urlavano di paura nelle acque del fiume Ansiei dove annegarono tutte.

-La redodesa a mezzanotte di una vigilia dell'Epifania si presentò nella chiesa di San Giovanni a Calalzo di Cadore per essere battezzata. San Giovanni la mandò alla vicina fontana con una cesta bucata per prendere l'acqua necessaria per la cerimonia. La redodesa provò più volte a riempirla d'acqua, ma senza successo. Ritornata dal Santo con la cesta vuota dovette andarsene senza ricevere il battesimo.

-Un'altra leggenda racconta di una ragazza che, chiusa nella sua casa stava preparando il corredo per le nozze che erano state previste per la prossima primavera. Per questo motivo stava filando la lana sul corleto anche la notte dell'Epifania. Le sue sorelle erano sedute intorno al larìn attizzando il fuoco e cantando una antica nenia. Ad un tratto la porta si spalancò di colpo ed entrò la reduòia che, data una rapida occhiata in giro, si diresse verso la ragazza che stava filando, chiedendole un secchio di rame per andare al fiume a prendere dell'acqua. Una delle sorelle, più intelligente delle altre pensò di darle due cesti di vimini invece dei secchi di rame. La reduòia si avviò con il thampedon in spalla verso il fiume dove per tutta la notte tentò invano di riempirle. Alle prime luci dell'alba, stanca morta abbandonò le ceste e fuggì non si sa dove. Così le ragazze furono salve. Per questo motivo ad Auronzo la vigilia dell'Epifania veniva vissuta con tristezza e tutte le ragazze si chiudevano in camera mettendosi a letto
A Borca prendeva il nome di donnazza e la sera dell'Epifania i ragazzi attaccavano dietro all'audeta (slitta) una fascia di paglia alla quale davano fuoco correndo intorno al colle dicendo "bruson la coda a la donnazza" Sempre nella valle del Boite ma anche a Santo Stefano di Cadore e nel Comelico in generale le donne non lasciavano la stoppa sul corletto e spargevano acqua santa per tutta la casa per paura che la reduòia entrasse in casa.

Alfredo Cattabiani, nel suo bel libro Calendario, scrive che:

“il 6 gennaio era la data paleologica del solstizio d’inverno, nella quale si festeggiava il nuovo sole (...). Poi la festa venne adottata dalle chiese orientali purificata dagli elementi gnostici, sicché si trasformò nella quadruplice celebrazione della nascita di Cristo, dell’adorazione dei Re Magi, del suo battesimo e del primo miracolo di Cana”.


BIBLIOGRAFIA
Marisa Milani (1994): Streghe, morti ed esseri fantastici nel Veneto oggi, Padova, Esedra editrice
Dino Coltro (1987): Leggende e racconti popolari del Veneto, Roma, Newton Compton
Alfredo Cattabiani: Calendario
Alfredo Cattabiani: Lunario
 Carlo Lapucci (1991): Dizionario delle figure fantastiche, Milano, Garzanti
Raffaello Battaglia, La «vecchia col fuso» e la filatura del lino nelle tradizioni popolari
Attilio Benetti (1983): I racconti dei «Filò» dei monti Lessini, Museo di Camposilvano - Museo di Boscochiesanuova





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