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Rituale del Lucum Conlucare

 Catone ci rivela il rituale del lucum conlucare, vale a dire del debbio, l’occupazione umana e la messa a coltura del lucus, da intendersi etimologicamente come «radura», ma anche come «bosco sacro». Il periodo dell’anno destinato a questi lavori agricoli era la seconda metà di luglio, dopo il raccolto: i Lucaria pertanto avevano luogo il 19 e 21 luglio, prima di altre due feste consacrate invece all’acqua, con la sistemazione dei pozzi e delle canalizzazioni  (Neptunalia il 23 luglio e Furrinalia il 25). Prima di procedere bisognava celebrare un piaculum con l’offerta di un porco ad una divinità si deus si dea: - Lucum conlucare more sic oportet: porco piaculo facito, sic verba concipito: - «si deus, si dea es, quoium illud sacrum est, uti tibi ius est porco piaculo facere illiusce sacri coercendi ergo harumque rerum ergo, sive ego sive quis iussu meo fecerit, uti id recte factum siet, eius rei ergo te hoc porco piaculo immolando bonas preces precor, uti sies vole...

Antiche ricette e curiosità dei dolci

Buonissimo Primo Luglio a tutti voi! Oggi mi sento ispirata per scrivere un articoletto riguardo qualche curiosità culinaria dolciaria delle nostre terre... Ricette che mi sento di offrire ai Genius Loci... Quando si parla dei modi di vivere del passato, è tendenza comune e naturale esaltarne solo gli aspetti positivi e sottacerne, magari, quelli negativi. A parte la considerazione che non è mai tutto bene o tutto male ciò che è stato, così come non è mai tutto bene, né tutto male ciò che è venuto dopo, il più delle volte è solo il modo di vivere che cambia e, con esso, cambiano i modi di concepire la vita e le abitudini che la caratterizzano. I luoghi, gli usi e le consuetudini che scompaiono e quelli che li sostituiscono altro non sono che il fatale avvicendamento determinato dal mutare delle condizioni di base, della sensibilità collettiva e della necessita sociale. Ed è inutile e sterile rimpiangere troppo la scomparsa di questi luoghi, usi e costumi, se sono cambiate le esigenze...

DIN DAN DON LE CANPANE DE SANBRUSON . Canto popolare dei filò contadini

Din dan don le canpane de Sanbruson E le sona dì e note E le buta zò le porte Ma le porte gera de féro Volta la carta ghe xé un caliéro Un calièro pien de piova Volta la carta ghe xe na rosa E la rosa sa da bon Volta la carta ghe xe un melon Ma il melon xe massa fato Volta la carta ghe xe un mato Un mato da ligare Volta la carta ghe xe un mare Un mare e na marina Volta la carta ghe xé na galina La galina fa cocodè Volta la carta ghe xé un re Un re e un rearo Volta la carta ghe xé un peraro Un peraro che fa i fighi Volta la carta ghe xé i strighi I strighi che fa miao Volta la carta ghe xé eI babao Un babao col bèco rosso Volta la carta ghe xé un posso Un posso pien de aqua Volta la carta ghe xe na gata E la gata fa i gatèi Volta la carta ghe i putèi E i putéi fa ostaria Volta la carta che la xe finia.

Santuario venetico... suggestioni

Uscendo dalla città è un atto di devozione far visita al Santuario...Troverai, viaggiatore, un Bosco Sacro circondato da cippi: la Casa degli Dei. Entra per un momento di raccoglimento e preghiera, come coloro che chiedono grazie, fortuna, salute per se stessi e per i propri cari. Nei santuari della città, vicini ai fiumi o alle sorgenti di acque termali, buoi o maiali, pecore, agnelli , capretti sono offerti all'altare insieme alle primizie vegetali ed alle focacce di cereali, le carni consumate ai banchetti comuni. Uomini e donne lasciano in dono immagini di se stessi in statuine o riprodotte su lamine di bronzo: in preghiera o nell'atto di offrire doni, gli uomini in armi o con vesti cerimoniali, le donne con un ricco abbigliamento ed un' acconciatura fastosa con alto chignon e disco sulla fronte. Si può assistere alle feste e ai riti rappresentati sulle lamine con le sacre sfilate di devoti, dignitari, sacerdoti e sacerdotesse. Il Santuario è anche un "emporio...

AKLON, ciottoli misterici dei Veneti antichi

A partire dal V secolo a.C., compaiono nel Veneto di pianura dei manufatti particolari: grossi ciottoli fluviali di porfido, vengono iscritti con semplici formule, spesso nomi propri.  Solo alcuni sono stati rinvenuti in situ ed è quindi difficile risalire alla loro funzione: sono presenti infatti sia nelle nelle necropoli che nei centri abitati. Un aiuto viene dalla lettura delle iscrizioni che a volte oltre al nome proprio, recano il termine " AKLON". Questa parola indica la funzione del ciottolone come "segnacolo emergente", una sorta di monumento personale, non necessariamente a carattere funerario.  Iscrizioni su ciottoli fluviali dalla forma di UOVO, simbolo cosmico, sono note anche in italia peninsulare connesse ai culti misterici, come forse il patavino Mustai. Tre fra questi manufatti costituiscono l'eccezionale testimonianza di un gruppo familiare documentato per più generazioni, dal V al I secolo a.C., gli Andeti. A questa famiglia, con un capostip...

Azzurro e Veneto...

L’azzurro è da sempre il colore veneto. Ne parlano poeti e scrittori antichi. Venetus, in latino, era sinonimo di azzurro. Lampidrio (IV sec. d.C.) dice che venetus era il colore marinis fluctibus similis. Mentre Cassiodoro (VI sec. D.C.) ci dice che il sole era detto veneto, quando era velato d’azzurro.  I poeti Marziale e Giovenale parlano di colore veneto. Di colore veneto erano dipinte le navi da ricognizione, al fine di mimetizzarle con il mare.  La Veneta Repubblica adottò l’uso dell’azzurro come colore nazionale, tanto che le bandiere più antiche erano d’oro in campo azzurro, e all’arrivo di Buonaparte, nel 1797, i Veneti difensori della Repubblica di San Marco, portavano sul petto coccarde di colore azzurro e oro. L'antica Dea Reitia, divinità femminile dei paleoveneti, portava un velo azzurro sul capo come era uso anche fra le sue sacerdotesse.

La Notte dei Morti nel Veneto contadino...

LA NOTE DEI MORTI NEL VENETO Al dì de la gloria in ricordo dei Santi la note tien drio de quei che xe in tanti. Le fiame che trema nel campo dei Morti più scuri fa vedar i campi e i Orti. Portando ‘l ritrato de un qualche parente ancora se move un poca de zente. Ombre che cala verso la sera porta al ricordo de chi ghe gera; de le campane sto gran susìo el fa rivivar l’ultimo adio. Traverso i campi con inquiete onde da un borgo a l’altro le se risponde. I veci prega ne le campagne fin che sul fogo sta le castagne. A sto pregar se unisse le legende che tetre anca de più la piova rende. Conta storie e paure quei che vegia, muta in teror li scolta la famegia. La porta un colpo dà, sbatua dal vento: strenze ‘l so ceo la mama co spavento. ‘Na sera dei Morti del tempo passà su un caro tornava Gigeto soldà. Sta volta ‘l tornava, sul serio, dabon: el gera sta in guera co Napoleon. Sul caro, ben sconto, un vaso pressioso robà in te ‘na cesa, viagiava col t...