Con il passare degli anni si tende a ritornare alle proprie origini, a ricercare le radici, perchè in fondo esse sono il mezzo per ritrovare la nostra vera essenza...Yves Montand

giovedì 30 maggio 2013

VENETI ANTICHI :Il NUME TUTELARE DELLA "STIPE"

Articolo sconosciuto ai più ma molto importante a mio avviso, che descrive molto bene le varie commistioni riguardo Divinità e Numen fra Veneti e Latini.
Scritto da una fonte affidabilissima e soprattutto competente, GIORGIO ARNOSTI, studi classici e laurea in Scienze Politiche. Insegnante. È curatore o autore di numerose pubblicazioni del Gruppo Archeologico del Cenedese di cui è attualmente il Presidente.

BUONA LETTURA!




 "Nel catalogo della mostra su "I PALEOVENETI", Maria Grazia Maioli, autrice della scheda sulla "stipe" di Villa di Villa in Comune di Cordignano "TV" "1" , propone quale protettore del santuario un nume maschile, paragonabile al Marte gallico ed al Quirino dei Romani.
Nelle fonti letterarie sugli antichi Veneti, l'esistenza di divinità maschili è scarsamente documentata "3" , tuttavia in molti santuari si ritrovano dediche a divi del pantheon greco-romano, scritte in latino; compaiono ovviamente in seguito alla romanizzazione del territorio e documenterebbero l'interpretazione e la schematizzazione degli dei indigeni alla luce della nuova preponderante cultura. Questa constatazione della presenza di divinità maschili nel panteon dei Paleoveneti in epoca tarda, può subito suggerire che questa presenza sia stata in qualche modo mediata o propiziata, prima della romanizzazione, dal contatto con il mondo celtico, che ebbe una innegabile influenza su quello paleoveneto, almeno per quel che riguarda il costume "4" .Vediamo questo passaggio delineato in Cadore, dove dalla LOUDERA delle iscrizioni di Valle di Cadore, si passa alla TRUMUSIATE degli ex-voto in lingua venetica del santuario di Lagole: questa divinità viene paragonata dagli studiosi odierni ad una Ecate trimorfa o una Diana tricapite, di influenza celtica, e secondo le più tarde dediche in latino dei devoti romanizzati venne "interpretata" come APOLLO o come ERCOLE. Questi cambi di nome e talvolta di personalità delle divinità indigene non fanno meraviglia se pensiamo che i più grossi santuari paleoveneti furono frequenti per quasi un millennio. Lo stesso fenomeno si constata frequentemente con la cristianizzazione per cui molti templi pagani furono "esaugurati", e dedicati a santi cristiani con le medesime prerogative delle divinità soppiantate.
Anche al santuario di Villa di Villa, la frequentazione da parte di popolazioni celtiche della sinistra Livenza, o retiche alpine, tralasciando gli apporti di viandanti o mercanti da zone più lontane, potrebbe aver portato a ravvisare, e a sovrapporre un pò alla volta alla divinità paleoveneta locale, un "deivo" maschile.

Divinità o pastore?
Consideriamo ora le figurazioni della divinità che compaiono sulle lamine votive del deposito sacro, in particolare quelle con bovidi su cui campeggia la figura umana. Quest'ultima è sempre riprodotta vestita "nel mondo greco-romano e celtico le divinità maschili erano normalmente rappresentate ignude o quasi" , e su qualche lamina le vesti sono evidentemente di foggia femminile, come la corta tunica a pieghe e balze fermata alla vita, che si ritrova in numerose figurazioni paleovenete. La figuretta incede a sinistra o si presenta in posizione frontale molleggiata, porta gli stivali tipici paleoveneti con il bordo rivoltato; il capo è coperto da un berretto con tutulo e frontino rialzato "foto 1, fig. 1" , una specie di "pileus" sullo stile di quello della "dea" di Caldevigo, ma che è forse una elaborata acconciatura dei cappelli con diadema. Questo copricapo, in alcune figurazioni sommarie delle lamine, può molto facilmente apparire come un elmo di tipo greco-etrusco con il "lophos", cioè il pennacchio, pronunciato "foto 3, fig. 3" . Il braccio destro è libero, piegato in avanti, a volte regge una semplice coppa, altrove un vaso sacro per aspersioni, un "rhytòn" dalla vaga foggia di stivale, ma forse a testa di ariete; sulla sinistra tiene una ghirlanda vegetale eretta, il "tirso" "o la fiaccola, che èun attributo di Ecate?" , ed una pelle d'animale pendente, la "leontèa" "foto 1, figg. 1, 2, 3" .
Questi ultimi attributi escludono assolutamente che la figura possa rappresentare un pastore o un offerente in genere.
Su alcuni ex-voto la figura è riprodotta col medesimo punzone due volte, ora ai due angoli alti della lamina "foto 3" , ora in sequenza verticale al centro "foto 4" . In questo caso le figurette sono molto stilizzate, sempre con il berretto tipo "pileus", e sembrano reggere un bastone, un "lituo" "?" con la mano destra, in atteggiamento pastorale "fig. 4" . Ed è interessante notare come i bovidi, da cui le due figurette sono"circondate, hanno le corna vistosamente ornate con ghirlande vegetali "foto 5" , le "infule" sacre con cui venivano adornati gli animali per i sacrifici; e dunque anche in questo caso la figura rappresenterebbe un dio, cui gli animali vengono donati anche se solo "in effigie"Gli attributi della divinità
Per avere una idea più completa della personalità della dea di Villa di Villa è importante individuare le "specializzazioni", gli attributi, ed i doni votivi sono chiarificatori al riguardo. Non ne facciamo qui l'elenco, ma questi ce la presentano come una patrona della salute, dell'allevamento, della caccia, della fecondità, come pronuba e come protettrice dei guerrieri e dai pericoli delle guerre. Sono proprio le medesime specializzazioni di REITHIA, la dea di Este, di TRUMUSIATE di Lagole di Cadore, ed in parte della "potnia theròon" "signora delle fiere" dei dischi di Montebelluna.

Vetusa: il nume tutelare
Purtroppo le lamine con iscrizioni sono rarissime alla Stipe di Villa di Villa, e non semplificano l'identificazione della dea. L'iscrizione in caratteri latini "VETVS.P. FLAVIVS.VETUSAE.V. S.L.M." trattati a bulino sul manico in bronzo di una situla, dice che Vetus Flavius figlio di Publio, un indigeno romanizzato che con ogni probabilità ha conseguito i "tria nomina" all'epoca di Augusto, scioglie volentieri un voto a VETUSA. La sigla latina "V.S.L.M." è abbastanza frequente a Lagole, dove c'è addirittura un Vettius, che fa offerte ad Apollo. Ma chi sarebbe questa Vetusa finora sconosciuta nel pantheon delle divinità preromane e romane? G.B. Pellegrini "5" tenderebbe a riconoscere in essa, dalla radice "vet" collegata con "*etas" "=età, tempo" , una divinità agreste connessa con il ciclo delle stagioni.
Un accostamento può essere fatto con VIDASVS, sacro agli Illiri, accompagnato nei monumenti da THANA, ed identificato dai romani con Silvano, protettore di sorgenti, foreste, campi, e con Diana "Artemide" dea della caccia. E interessante la raffigurazione della Diana illirica che ha come attributi non l'arco e la faretra, ma la palma in una mano ed il tralcio di vite nell'altra "61, iconografia simile a quella dei dischi votivi di Montebelluna, dove la dea locale regge con una mano una chiave "come Ecàte Kleidoùkos, o Artemide" , ed è circondata da tralci d'edera o di vite, da una cornacchia e da un lupo. Queste ultime figurazioni non ci appariranno casuali o semplicemente decorative se rammentiamo il rito dei doni di focacce alle cornacchie e la leggenda dei lupi che diventano mansueti nei boschi sacri dei paleoveneti, come ci riferiscono Teopompo e Strabone .


Quanto alle divinità abbinate, non è infrequente trovare fra i popoli antichi il culto del dio guerriero accompagnato a quello della dea madre, e l'esistenza di divinità a coppie si segnala con frequenza nel mondo romano arcaico ed anche nel Veneto antico "8 ". Non possiamo escludere ovviamente un culto abbinato anche al santuario di Villa di Villa. Un'altra forse non casuale rassomiglianza è col nome della "VETIS" etrusca, simile alla VESTA dei Romani, richiamata dall'altra laminetta votiva frammentaria in cui, con l'alfabeto venetico questa volta, è inscritto

"... OS VESUTAS", con un particolare caso di genitivo in "-as" infrequente nella lingua paleoveneta, ma documentato fra i latini in "pater familias".

Minerva?
Tornando alle figurazioni delle lamine con bovidi, il nume che regge con la sinistra un lungo bastone o lancia (?) e a volte un vaso (o scudo) sulla sinistra (foto 3, fig. 5), rappresentato con veste a balze e "pileus", che può essere confuso anche con un elmo greco-etrusco, potrebbe suggerire un'identificazione con MINERVA. Anche quest'ultima divinità non è estranea all'ambito tardo paleoveneto e difatti figurazioni precise della dea si ritrovano nella stipe paleoveneta di Gurina, in Austria, e nel santuario di REITHIA ad Este con particolare riferimento alla figuretta di Minerva in argento con bastone e simpulo"9". Nei vari santuari italici dedicati a Minerva, come anche in quello di Reithia a Este, si rileva una costante di doni votivi che la identificano come dea della fortuna e della sorte; non sarebbe strano trovare una figurazione che rappresenti questa dea anche a Villa di Villa, ma lascià perplessi il fatto che nel deposito votivo locale non siano presenti le lamine di uso mantico o divinatorio, od in genere scrittorio, come in altri famosi santuari.

"Interpretatio" con Ercole
La ripetuta presenza nelle rappresentazioni del nume di Villa di Villa di una pelle pendente dal braccio e del tirso, che potrebbe anche essere una dava, ricorda gli attributi di Ercole "10", come nei bronzetti del dio a Lagole ed in altre località del Veneto. Ercole era molto venerato dalle varie stirpi italiche, in particolare dai popoli di allevatori, invocato come presidio contro i razziatori, in ricordo dell'episodio della mandria tolta al mostro Gerione dalle tre teste (che ricorda a sua volta il nome dell'oracolo alle acque salutari di APONOS, a Montegrotto)('1). La presenza di vasetti potòri in vetro o in ceramica fine anche a Villa di Villa è una testimonianza inequivocabile (ed ai giorni nostri non c'è traccia di sorgenti) che il culto era collegato a libagioni di acque salutari. Ed il culto d'Ercole collegato con sorgenti salutari ed oracolari, attirando a sè alcuni attributi di Apollo, deriverebbe da una componente celtica del mito. Difatti il culto del dio, che è documentato presso gli antichi Veneti dal ritrovamento di varie statuette (si pensi a quella famosissima di Contarina, di provenienza etrusca), è particolarmente diffuso presso i Galli del territorio aquileiese e carnico dove il mito di Ercole si mescola a quello di Apollo (vedi anche Lagole), ma soprattutto del dio celtico BELENO.
È evidente tutto un groviglio quasi inestricabile di attributi e prerogative che riguardano i culti delle genti paleovenete ed i loro collegamenti con quelli del mondo mediterraneo e celtico.
È interessante citare P.M. Martin " '2 " quando annota che i santuari di Ercole in Italia del Nord sono legati al ricordo di vie commerciali che risalgono all'età del bronzo, e una tradizione già ricordata da Aristotele parla di una via di Heracles verso occidente lungo la quale ogni passante era inviolabile " '3 " . Ercole dunque è anche un protettore delle strade e dei viandanti ed è pure un eroe civilizzatore, prima di diventare al tempo di Augusto, il precursore delle bonifiche imperiali e delle colonie dei veterani " 14 " . E come Ercole, a nostro avviso, la dea di Villa di Villa potrebbe essere stata interpretata dai coloni e dai devoti romanizzati della centuriazione cenedese.
Avvertiamo ancora che mancano conferme epigrafiche o figurative al riguardo, e che quanto scritto sulle interpretazioni di Vetusa è semplice ipotesi.

Le lamine geometriche
Anche le lamine votive a forma geometrica nascondono un piccolo enigma: sono state identificate ora con una città fortificata (foto 7), e più recentemente con gioghi stilizzati " 15 " , ma anche queste due interpretazioni non sono pienamente soddisfacenti. La nostra ipotesi individuerebbe in quelle lamine la raffigurazione di un ponte fortificato a doppio fornice sopra due corsi d'acqua navigabili (pensate come forma a quello di Rialto): l'acqua è sommariamente rappresentata, almeno in due lamine, nelle impressioni lineari verticali sparse sotto gli archi del "ponte" (foto 6, figg. 6, 7). Se tale interpretazione è corretta, ed a meno che la raffigurazione di ponte non abbia un significato simbolico connesso con la sacralità dell'acqua, ci si chiede quale manufatto possa rappresentare, connesso con la via paleoveneta che passava presso il santuario. In piena epoca romana viene nominato in una "novella" del Codice Teodosiano (XI, 10, 2) il restauro sotto Valentiniano e Valente del "pons Liquentiae "16 " . Quale fosse questo ponte non è indicato: sappiamo però che presso Cavolano esisteva in epoca longobarda un ponte, poi distrutto nel Medioevo dal Patriarca di Aquileia. A Cavolano infatti, secondo Paolo Diacono, "ad pontem Liquentiae fluminis, (...) in silvam quae Capulanus dicitur latens" (sic!: H.L., V, 39) il duca longobardo Alahis in lotta contro il re Cunincpert, si era nascosto per intercettare i Foroiuliani, che viaggiavano probabilmente lungo la "Postojma de Campo Mollo", dei Camoi, come verrà in seguito chiamata quella strada, ora dispersa "17". Si tratta del medesimo ponte indicato da Valentiniano e riprodotto sulle lamine della Stipe? Forse, a meno che non si voglia interpretare le lamine una rappresentazione di una cittadella fortificata in zona più solida verso le sorgenti, e perchè no?, dove ora sorge Sacile, su due rami del Livenza.
Ma solo le ricerche archeologiche lungo il Livenza o il Meschio potrebbero portare- all'individuazione di questo doppio ponte, che resta, al momento, mera ipotesi.

Datazioni
Aggiungiamo qualche considerazione riferita alla datazione dei reperti del santuario: in genere viene datato sommariamente dai III sec. a.C. al III sec. d.C., e con più precisione la Fogolari dal IV a.C. al IV d.C. nel recente libro su "I Paleoveneti".
Sicuramente di difficile datazione sono le lamine bronzee votive con bovini e figure: per queste, non essendoci riscontri puntuali e perfettamente datati, dobbiamo basarci sulla comparazione dei motivi decorativi o sulle fogge del vestiario riprodotto.'Le lamine che presentano il costume paleoveneto con vesti a balze, stivali con bordo rovesciato e "berretto" o capigliatura a tutulo sembrerebbero di buona origine paleoveneta, per affinità con numerose raffigurazioni da altre località, ed attribuite alla fase antica del IV periodo atestino, attorno al III sec. a.C. Molto più interessante la datazione per mezzo della ceramica raccolta: infatti, escludendo quei pochi frammenti della fine dell'Età del bronzo-inizio Età del ferro (che documentano nel sostrato una significativa, anche se non meglio inquadrabile frequentazione del sito nella protostoria), molti cocci indicano una diffusa presenza di tipi di vaso risalenti al III periodo atestino tardo (IIIC-D2) e datati attorno al IV sec. a.C. Tra gli altri materiali che contribuiscono ad anticipare l'inizio della frequentazione del santuario è uno spillone in bronzo con capocchia a vasetto, corrispondente a tipologie di influsso celtico-hallstattiano e risalente sempre alla metà del I millennio a.C. ed alcuni frammenti di vasetto con borchie in bronzo del VII-VI sec. a.C. ma che però continuano ad essere prodotti fino ad epoca più tarda. Notevole la presenza di tipologie del IV periodo atestino e interessante la presenza di impasti, forme e decorazioni di influsso celtico o retico (come a Lagole) anche se mancano le forme più tipiche della produzione celtica. Sono presenti ancora fibuie Latène del 111-I sec. a.C., ed Aucissa od a cerniera del 1-111 d.C. Alla piena epoca romana si possono attribuire, oltre ai frammenti di anfore in genere Dressel i e Dressel 2-4, anche vasi di uso comune, con impasto e forme che spesso continuano la tradizione della ceramica locale, e che si ritrovano frequenti sui siti delle ville rustiche romane. Dei primi secoli dell'impero è la ceramica a pareti sottili grigia e rosata, e la "terra sigillata" a vernice rossa. Le lamine a forma geometrica, che in questo articolo vengono indicate come rappresentazioni di ponte munito, non trovano riscontri fra i materiali paleoveneti; a volte in esse si riconosce una riutilizzazione di lamine dei tipo a pelle di bue e con impressioni di punzone a cuppelle, senza dubbio più antiche e paleovenete. Si ipotizza che siano contemporanee a tutta quella serie di monete del principato ed imperiali romane, che da Augusto arrivano fino a Costantino, ed in particolare compaiono come doni votivi ai tempi delle prime scorrerie dei popoli alpini verso la pianura, che furono combattuti prima da Druso e poi definitivamente assoggettati dal figlio Tiberio Claudio verso la prima metà del I sec. d.C. Le lamine geometriche ricompaiono forse alle prime incursioni barbariche (TI sec. d.C.), queste ultime bloccate definitivamente da Marco Aurelio e Lucio Vero. Posto che sia valida l'ipotesi che la comparsa di queste problematiche lamine sia connessa con eventi bellici, dobbiamo anche considerare la possibilità di una loro deposizione nel periodo delle lotte fra imperatori del III sec., frequentemente incentrate nella "Venetia", e che sfoceranno nella supremazia di Costantino all'inizio del IV sec. d.C. Con questo imperatore il santuario, frequentato ormai da quasi mille anni, decade inesorabilmente, e comincia lo spoglio, ed un lungo periodo di abbandono.






NOTE
1) 1 numerosi reperti del santuario di Villa di Villa sono esposti nella sala archeologica del Museo del Cenedese a Serravalle, Vittorio Veneto (TV).
Sono stati raccolti negli anni '76-78 dai soci del Gruppo Archeologico dei Cenedese, con la supervisione della dott. M.G. MAIOLI, allora della Soprintendenza Archeologica dei Veneto.
2) Maioli M.G., 1986, p. 259, AA.VV., 1988, p. 140.
3) Sintesi in: AA.VV., 1988, I Paleoveneti, Catalogo della Mostra sulla civiltà dei Veneti
Antichi, a cura di Chieco Bianchi A.M. e Tombolani M., (PD). Più ampiamente in:
Pellegrini G.B. - Prosdocimi A.L., La lingua venetica, PD, 1967.
AA.VV., 1984, Il Veneto nell'antichità, Preistoria e Protostoria, a cura di A. Aspes, VR.
Mastrocinque A., Santuari e divinità dei Paleoveneti, PD, 1987.
Fogolari G. - Prosdocimi AL., I Veneti Antichi, PD, 1988.
4) Cfr. autori cit. nota i.
5) Comunicazioni orali.
6) Stipcevic A., Gli Illiri, MI, 1966, p. 182.
7) Teopompo (Fr. 274 Jacoby); Strabone (Geogr. V, 1, 9). Aut. cit. supra.
8) Bassignano, 1987.
9) Mastrocinque, p. 112.
10) Cfr. Bassignano M.S., 1987. Chevallier R., 1976. Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 173-
206. Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 157-189. Mastrocinque A., 1987.
11) Chirassi Colombo I., 1976, p. 162, n. 12; Mastrocinque, 1987, p. 59.
12) In Chevallier, 1976, p. 140.
13) Chirassi Colombo I., 1976 B, p. 163.
14) Chevallier R., 1976, pp. 140 e 153.
15) Maioli M.G., 1986, p. 257.
16) Bellis E., Oderzo Romana, Oderzo, 1978, p. 140, n. 74.
17) Vital A., 1931, doc. cit. p. 5, n. i e p. 4 n. 9.

.BIBLIOGRAFIA
Sui Paleoveneti:
Pellegrini G.B. - Prosdocimi A.L., La lingua venetica, PD, 1967 AA.VV., 1984, Il Veneto nell'antichità, Preistoria e Protostoria, a cura di A. Aspes, VR, 1984.
Capozzi M., La voce degli scrittori antichi, in Il Veneto nell'Età Romana, I, a cura di Buchi E., VR, 1987, pagg. 3-21.
AA.VV., 1988, Ipaleoveneti, Catalogo della Mostra sulla civiltà dei VenetiAntichi, a cura di Chieco Bianchi A.M. e Tombolani M., 1988, (PD).
Fogolari G. - Prosdocimi A.L., I Veneti Antichi, PD, 1988.

Sulla stipe:
Maioli M.G., La stipe votiva di Villa di Villa a Cordignano (TV), in "Archeologia Veneta", VII, PD, 1984, pp. 99-114.  Maioli M.G., La stipe di Villa di Villa a Cordignano, in "Aquileia Nostra", 1986, col.
249-264.

Sul santuario artt. locali:
Maioli M.G., La Stipe Votiva, in "Vittorio Veneto" IV, a. 2, UD, 1978. Arnosti G., Ultime notizie dall'archeologia locale, in "Il Quindicinale", Vittorio Veneto, a. IV, n. li, p. 6, del 1.6.85.
Arnosti G, Salvare il santuario di Vetusa, in "Il Quindicinale", Vittorio Veneto, a. VI, n. 11, p. 2, del 13.6.87.

Sui riti e culti:
Bassignano M.S., La religione: divinità, culti, sacerdoti, in Il Veneto nell'età romana, I, a cura di BUCHI E., VR, 1987, pagg. 311 segg.
Battaglia R., Riti e culti delle genti paleovenete, Boll. Mus. Civ. di Padova, XLIV, PD, 1953.
Chevallier R., Un aspect de la personalité de L'Hercule Alpin, in Ce.S.D.I.R., voi. VII, 1975-76, MI, 1976.
Chirassi Colombo I., I culti locali nelle regioni alpine, in AAad, IX, UD, 1976 A, p. 173-206.
Chirassi Colombo I., Acculturazione e morfologia di culti alpini, in Ce.S.D.I.R., vol. VII, 1975-76, MI, 1976 B. Degrassi A., I culti romani della Venezia Tridentina, in Nuovo Archivio Veneto, s. V, XXVI, 1940.
Mastrocinque A., Santuari e divinità dei Paleoveneti, PD, 1987.
Stipcevic A., Gli Illiri, MI, 1966.

Vari:
Bellis E., Oderzo Romana, Oderzo, 1978.
Vital A., Tracce di romanità nel territorio di Conegliano, in "Archivio Veneto", s.V., IX, 1931.

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AMBARVALIA, e ROGAZIONI IN VENETO! Antiche reminiscenze di un passato presente.

Nella religione romana, era un rito agricolo annuale tenutasi alla fine di maggio.La cerimonia, che forse si protrae per più di un giorno, prevede una solenne purificazione (lustratio) dei campi e si articola in due riti contemporanei, uno di natura privata e uno di natura pubblica.  Per assicurare la fertilità e disperdere il male, ogni agricoltore portava i membri della sua famiglia e tre bestie sacrificali ovvero un toro una pecora  ed una scrofa in una processione intorno i confini dei suoi campi e terreni per ben tre volte per purificare i campi stessi e nel corso del sacrificio bisogna porre attenzione a non nominare mai l'animale col suo nome, altrimenti risulta nullo, da qui il nome ambio, vado rotondo, e arvum, campo. Questo sacrificio era detto in latino " suovetaurilia".I partecipanti devono anche astenersi dai rapporti sessuali la notte precedente la cerimonia. Si esaminano poi le viscere delle vittime, per sapere se il sacrificio è stato gradito. Se no, va ripetuto.
Si onora una divinità che riunisce in sé tutti i caratteri della natura e delle sue manifestazioni: a Cerere o forse a Dia, divinità divina e creatrice, la stessa cui si sacrifica in dicembre nel giorno delle Angeronalia, dette anche Divalia.
La cerimonia pubblica compete ai celebri Arvali, sacerdoti riuniti in un importante Collegio, di cui ci restano gli Atti. Questi benedicono un pane adorno di alloro e spighe del vecchio e del nuovo raccolto (fruges aridas et virides). In seguito si passa alla lettura dell'antica preghiera degli Arvali, accompagnata da una danza fatta di movimenti cadenzati (tripoditatio). Durante la preghiera si invocano Adolenda e Commolenda, la cui etimologia, secondo Festo, va cercata in Ador (una specie di farro, con cui si fa la mola salsa per i sacrifici) e in mola (farro abbrustolito sparso di sale, usato pure nei sacrifici). Vengono poi banchetti e giochi, mentre si benedicono le primizie sull'altare della dea.

IL CARMEN ARVALE
Il Carmen Arvale è il canto conservato tradizionalmente dai sacerdoti Arval io Fratres Arvales dell'antica Roma e veniva declamato durante gli Ambarvalia
I sacerdoti Arvali dedicavano la loro vita alla dea Dea Dia, e le offrivano sacrifici per assicurare la fertilità dei campi arati (arvum). C'erano dodici sacerdoti Arvali, scelti tra le famiglie patrizie. Durante l'Impero romano l'Imperatore era sempre un sacerdote Arvale. Essi mantenevano  la loro  carica a vita, anche se cadevano politicamente in disgrazia o venivano esiliati.
Il  Carmen Arvale è conservato in un'iscrizione del 218 dC, ma è composta in una fase più arcaica del latino,  e probabilmente non veniva più  pienamente compreso nel suo significato originario.
Mentre i  passaggi di questo testo sono oscuri, l'interpretazione tradizionale  ci mostra il canto di una preghiera che ricerca l'aiuto del dio Marte e dei Lari (Lases), supplicando Marte  di non lasciare  che piaghe o disastri  si abbattano nei campi, chiedendogli di rendere le loro pance sazie, di donare loro la danza, e suscitare il "Semones", che può rappresentare la sacralità della semina ( Semo Sancus, un dio dell'agricoltura e della fedeltà.)

"enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
enos Lases iuvate
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
neve lue rue Marmar sins incurrere in pleoris
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
satur fu, fere Mars, limen sali, sta berber
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
semunis alterni advocapit conctos
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
enos Marmor iuvato
triumpe triumpe triumpe triumpe triumpe "


LE ROGAZIONI IN VENETO
Le rogazioni sono, nel cattolicesimo, preghiere, atti di penitenza e processioni propiziatorie sulla buona riuscita delle seminagioni.  Ne ho già parlato in altri articoli soprattutto in Tracce di Rito Saliare ed Oscillum nella Riviera del Brenta. Secondo la definizione di papa Benedetto XIV  le rogazioni erano preghiere adatte a difendere la vita degli uomini dall'ira di un Dio che c'impaurisce in ogni luogo. Il loro scopo era quello di "allontanare i flagelli della giustizia di Dio e di attirare le benedizioni della sua misericordia sui frutti della terra".Durante il cammino si recitava una preghiera di gruppo: il sacerdote intonava le Litanie dei santi; non appena si giungeva nei punti prestabiliti, la processione si fermava, il chierico alzava la croce e, rivolgendosi ai punti cardinali, recitava le invocazioni delle litanie: A folgore et tempestate, A peste, fame et bello, ecc. a cui la popolazione rispondeva Libera nos Domine.
Mentre la processione si snoda i fedeli si fermano alle diverse stazioni erette agli ingressi delle fattorie, capitelli, edicole votive (antichissimi punti di culto alla dea Ecate Trivia, al dio Janus, ed alla dea Reitia nda) dove il sacerdote legge un brano del vangelo, benedice le campagne con il triplice segno della croce astile, accompagnando l’invocazione con “ fulgure et tempestate”, passa il “pestafango”, (…) che reca in ogni famiglia un mazzo di crocette variamente dipinte ottenute con il goccilio del cero pasquale. Racchiuse in un sacchetto di tela cerata vengono appese agli alberi da frutta, alle viti, o agli alberi dei filari dei campi di grano a scopo protettivo delle messi. Non risulta se siano adoperati in modo simile per i porticati delle case (…).   (attualmente sono stati scoperti resti di età romana, che vedete in foto, nelle campagne della Riviera e del Mirese  nda).

Non dimentichiamoci che Cerere e la Dea Veneta Reitia sono facilmente assimilibili, in quanto Dee Madri dell'agricoltura e dell'abbondanza, onorate con canti e fuochi rituali.
Per concludere voglio citare Alessandro Cattabiani dal suo libro " Il Calendario":

"Ma altre Madonne costellano il periodo che dalle
calende giunge fino all’equinozio autunnale ed era
anticamente, nel segno del Leone, sotto la protezione
di Cibele e poi, dal segno della Vergine, sotto la
protezione di Iside e di Cerere,… Quali mesi dunque
più adatti di giugno, luglio,
agosto e settembre per celebrare Colei che
era adombrata nelle dee antiche, la Madre di Dio, la
Vergine per eccellenza, la Regina Coeli, la Maris Stella,
la madre dei viventi, la Madre della Chiesa?"









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martedì 28 maggio 2013

Giusquiamo o Beleonuntiam, erba velenosa sacra al dio Belenus


''...l'Alterco, il qual chiamano i greci Hiosciamo, aggrava bevuto la testa, e favvi ingrossare le vene, fa farneticare, e altercare chi lo mangia: la onde da latini è chiamato egli Alterco. Il che ho più volte veduto io in alcuni fanciulli, che avevano mangiato il seme ( ..) impero che facendo mille pazzie, davano a credere à i padri loro che fussero spiritati. Et di qui forse proviene, che quivi lo chiamano volgarmente Disturbio, per disturbare egli gravemente il cervello".

Una delle erbe predilette da avvelenatori e streghe, il giusquiamo, è in effetti altamente velenosa perché contiene vari alcaloidi, tra i quali la scopolamina che causa anche la perdita del controllo della mente, tant'è
vero che veniva usata come siero della verità. Chiamata dai Celti "Beleonuntiam" (sacra a Belenus), veniva usata dalle druidesse dell'isola di Sein, considerate capaci di placare o scatenare tempeste, nonché predire il futuro, per propiziare la pioggia. Per la raccolta una ragazza vergine, completamente nuda, guidava un corteo di druidesse verso un bosco sacro alla ricerca del giusquiamo. Una volta trovata la pianta, la vergine doveva sradicarla con il dito mignolo della mano destra, mentre le officianti strappavano rami dagli alberi, con i quali poi aspergevano la ragazza, attingendo acqua dal ruscello più vicino, nel quale era stata gettata dalla fanciulla l'erba" Beleonuntiam". Costei al termine della cerimonia doveva compiere il percorso di ritorno camminando all'indietro.
Le streghe lo includevano nelle pozioni e negli unguenti. Era anche usato per compiere sortilegi. Se si maceravano in una pignatta di cocciogiusquiamo, lauro e giglio insieme con latte di pecora e si metteva la mistura ottenuta in una pelle di agnello, tutte le pecore che si trovavano nei dintorni perdevano il latte: così almeno si favoleggiava. Lo stesso risultato si poteva ottenere con le vacche o con le .capre utilizzando il
loro latte. Inoltre per scatenare febbri bastava mescolare in estate, a luna calante, foglie di giusquiamo e di alloro e inferrarle sotto tre palmi di letame, in una vecchia concimaia. Alla successiva luna calante sarebbero nati molti lombrichi, che ridotti in polvere, avrebbero consentito la preparazione di diaboliche pozioni capaci di scatenare un febbrone.
Veniva somministrato ai condannati a morte per attenuare gli strazi dell'esecuzione. Il Durante dice che il rimedio al veleno del giusquiamo è costituito da latte caprino, acqua melata, finocchi, semi di ortica, nasturzio, senape, rafano, cipolla e aglio presi con il vino. Dioscoride, invece, riferisce che impiastrato trito con il vino placa le infiammazioni dei testicoli e delle mammelle che si gonfiano dopo il parto. Le sue frondi cotte e mangiate in misura di un acetabolo fanno diventare mezzi pazzi. La decozione delle radici fatta con aceto è buona per il dolor di denti e orecchi. Per conciliare il sonno di un malato affetto da febbre acuta,
riscaldargli i piedi con un decotto di questa erba e poi applicargli sulla fronte e sulle tempie il seguente impiastro: ridurre in polvere fine ilseme e mescolarlo ad un bianco d'uovo, del latte di donna ed un po' di
aceto. Per il dolore di denti si può mettere con un po' di acqua sui carboni ardenti e far aspirare i vapori per bocca. La bocca del paziente deve essere proprio al di sopra dell'acqua; si potranno vedere allora dei piccoli vermi galleggiare sulla superficie.
Ciò che si sapeva a Roma agli inizi del XIX sec. era che esistevano varie specie di Hyoscyamus e che il
giusquiamo nero producesse il delirio era nozione antica già a quel tempo, poiché la droga era già stata usata assai prima nella Grecia a scopo di avvelenamento o per produrre un'alienazione mentale simulata, ovvero lo stato profetico. Nel Medioevo era usato per confezionare filtri magici in grado di evocare il demonio, per questo era chiamato anche "erba del diavolo". Lo stesso vescovo Alberto il Grande, che ai suo
tempi (XIII sec.) era considerato come un mago, riferisce dell'uso del giusquiamo da parte di negromanti per evocare demoni e spiriti maligni. L'assunzione per lungo periodo dei suoi semi pare rendesse incapaci di camminare e conferisse le capacità di comunicare con le entità, nonché di vedere i diavoli. Macerati prima nell'aceto e poi nel latte, in seguito fatti essiccare all'ombra e poi ingeriti, avevano un effetto narcotico. Se
presi in eccesso causavano la pazzia. Negli antichi erbari cinesi veniva spesso ricordato che per l'utilizzo medicinale, i suoi semi non dovevano mai essere rotti, in quanto questo gesto avrebbe causato la follia, il delirio e la vista di lampi e scintille. In piccole dosi ed usando uno speciale regime alimentare, esso sarebbe impiegato dalle donne Tuareg per ingrassare. La pomata preparata mescolando l'estratto della pianta con
burro, servirebbe per frizioni antireumatiche e per medicazioni uterine. Gli indigeni ricorrono, per la cura contro l'avvelenamento, ad una pozione preparata con peperoni rossi e datteri.

BIBLIOGRAFIA:

P.A. MATIIOLI: I Discorsi. risI. anastatica a cura di Biokyma, 1993
M. MURRAY, Il dio delle streghe Ubaldinì ed. Roma, 1972
G. NEGRI: Nuovo erbario figurato. Ulrico Hoepli editore, 1991
E. NEUMAN: La Grande Madre. Astrolabio

Cazza salvarega o Caccia selvatica. testimonianze dal 1887


il seguente brano è stato tratto da un testo molto particolare, " Zoologia popolare veneta" di Angela Nardo Cibele edito nel 1887...buona lettura!

"Tra le superstizioni più comuni ai contadini di tutta la provincia, vi ha questa di una caccia meravigliosa,
che ciascuno ha veduto o sentito una volta almeno in vita sua. Le vive descrizioni che ne fanno i contadini nel loro rustico dialetto, pieno di forza e di efficacia, sono di un cosi terribile effetto
eh' io ne rimasi impressionata, come per la lettura di una ballata di Bùrger.
Serva, che il teatro principale di questa caccia, è una bella ed alta montagna che signoreggia Belluno.
In Serva i Bellunesi mandano in estate le loro mucche e là trovano cascine, ricchi pascoli e un fresco delizioso. I pastori fanno società fra loro e molte volte sono costretti di dormire sotto tende improvvisate o
a ciel sereno. Si nutrono del latte delle loro bestie, di erbe e della immancabile polenta, che qualche volta,
già pronta e scodellata, ha la misera sorte di rotolare giù per la china, lasciando i poveri diavoli a bocca asciutta. Nell' inverno la nuda cima della montagna è coperta di bianca neve, ma nell'estate si nasconde spesso dietro a nubi che sprigionano con grande fracasso il lampo ed il tuono. Tanto è vero che Serva è il più sicuro barometro bellunese e dice il proverbio locale :
Co Serva à e) capei ;
La piova in Campedel,Co Serva ì la zeiitùra
l'iova sicura.
Ricchissima d' erbe, la sua flora fu e merita tuttavia di essere particolarmente studiata, mentre sul mistero
delle alte sue cime si sbizzarisce la fantasia popolare che la fa sede delle streghe, degli spiriti, delle anime dei condannati, i quali appunto danno maggior contributo ai componenti la catha selvarega in unione agli
altri cacciatori che non rispettarono in vita il giorno di festa. Per loro tormento furono destinati a girare
continuamente di monte in monte, di valle in valle, seguiti da una compagnia di cani neri che rabbiosamente
abbaiano alla luna.
Ecco un breve racconto popolare di questa apparizione:
" Kro in Serva a uiidcs' ore do not co un bel ciàr de luna. Stava
sii in pc guardando ne la vai. In un lìà me capita intor oto diése
cani neri, inipegadi, e V omo del corno che sonèa cola an ca/-
zador. I saltea, i sbareglièa : Velo velo ciapflo burelo vii ! Ori i
era tuti qua. pedo mi, ora ne la vai granda, de là !
Gesù che spaventi e no podea cridar e no podea scampar perchè
avea lagne {cura) de le armeiite e una era malada , che se
la se butèa zò, la moria.
Note dopo, a mezanòt, drio Serva, se sentia onieni che zighea,
voze alte de condanàdi •>.
Tali grida si odono pure nel Canal di San Boldo e sulla montagna di Limana , ma sono di tutt' altra gente che ha fatto delitti comuni ; Serva è riservata  specialmente per la brillante caccia selvaggia.
Eppure essa non è che una pallida immagine di quella nel Feltrino, il cui ricordo fa allibire di spavento ogni buon contadino che l'abbia veduta. Si dice pure cazza heahic, e questo crederei a motivo che tal nome si dà ad un enorme bracco tutto nero, il quale sembra appunto il caporione della caccia dei diavolo. Pare che questa rabbiosa compagnia di cani, entro a cui sono nascosti spiriti umani , non si accontenti della selvaggina che può predare, ma faccia più lauto banchetto di fumanti viscere umane. E di esse gode, a motivo di orrore, nel farne parte con uomo, che spaventato le rifiuta.
Da Feltre a Primièro si raccontano aneddoti in proposito, tutti con qualche variante, dei quali riporterò
uno solo.
Hia "lui compagaia de' brachi neri che venia dò dal monte co
an toc de carne in boca. An om ghj ride sora e el dis: « Dème
a mi quela carne che la mete in técia lasse la carne, ma co l'on la tolta su, el vede che l'era {
( an quarto de crestian tiito ensauguinà. El dis: « Mi no la maì
gne >, e scaturì el va dal prete, el glie la mostre, e el dis: i' El
varde, Reverendo, cossa che m'à tocà ». Responde el prete: >< Questa
r è un arte del diaol ; qua , fiol , no 1' è altro remedio che
tor an gat tuto moro e tegnervelo sul bràz stanòt co andare
a tornarghe la carne ai can che passerà. Disegh'.' pur che i se Li
toghe in nome de Dio ! •>
Cos^i r à fat, e i can che in prima no i la volea, i se la tolesta,
per via che i à vist el gat moro che, come se sa, l'è rais
del diaol.

Contro tali apparizioni, le streghe, l'orco e la cazza beatric  vi è tradizione in Primièro che sieno  state fabbricate le quattro chiese di Santa Romina, San Giovanni, San Martino e San Silvestro.

Invece di caccia selvarega  si potrebbe dire caccia mancata di  quella che è descritta nel seguente scherzo
contadinesco che qui riporto per esilarare l'animo di  chi mi legge, nel caso sia rimasto troppo tristamente
impressionato dalle orribili scene precedenti. ;
Gir cr.i sete cazzadori clic aiuicva a cazzi. De sti scto sic ;
avea i sciòpi roti e a uno glie iiiaiichea la caiia. I è andati cjssi
ala cazza e i à ciapà sete liévri. Sic no i à poJcst averli e uno )
gà scampa. Alora i è andati tini contenti per còserli {ciii inaili) '•,
in casa de 1 1 dona Hra e l'à rispondeste che no la gli' era. I gà do- >
manda una caldièra e 1' à respondesto clic la glie n' .'.vea dò de i
rote e una senza fondi. I à ciolto quela senza fondi e i à messo >
dentro ci gicvro che no i à podesto aver; i lo à cosèst (c-u imito) )
e là i à fato un gran pranzo liègri e contenti ».

Ricordo  la medesima facezia in Sicilia, ed una variante ne lessi nelle Fiabe, Novelle e Kaccoìili pop. sic.
del Piirè (v. Ili, n. CXXXIX).

lunedì 27 maggio 2013

Ed è quando l'acqua che viene dal cielo si scontra con l'acqua del Brenta che...


... le voci degli Antichi Veneti si alzano lievi dai Sacri Territori.
 Non si può parlare degli Dei senza parlare le lingue con cui venivano chiamati. Gli Dei sono strettamente connessi con la Terra in cui viviamo, in cui abbiamo Sangue ed Origini.Per una ragione mistica, come gli Dèi ci hanno insegnato che ogni lingua di popolo è sacra, così quella degli Assiri e degli Egizi è atta ai riti sacri e noi dobbiamo rivolgerci agli Dèi nella loro lingua, perché è loro congenita, e siccome questo tipo di lingua è primitiva e antichissima, noi dobbiamo seguire le leggi della Tradizione, parola di Giambico e dei suoi " Misteri Egizi".
Ciò che nell’antichità distingueva un territorio divino è proprio il fatto che esso, fin dall'inizio della sua fondazione e quindi del delimitare del territorio, o “lucus”, un recinto sacro, fatto a creando una radura circolare in una foresta, forse delineandone il disegno con pali o pietre, e sacralizzandola con particolari riti, recava l’impronta del suo Numen patrono, per cui i segni secolari della banale appartenenza sono superflui.
Il Numen- Divinità prende possesso e protegge: non ha bisogno in seguito di riservarsi un bene che nessuno gli contesta. Quand’anche il tempio o la costruzione sacra venga distrutta e cada nell’oblio, il luogo sarà sempre sacro, salvo sia stato desacralizzato per particolari motivi. Questo è quello che avviene ed è avvenuto per le chiese cristiane costruite per un buon 60% su preesistenti templi pagani o costruite ex novo: il luogo è destinato a rimanere sempre sacro.
Elena
Santuario di Reitia- Lova.




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Maedissiòn Veneta


El ghe faria fin senso, 
el ghe vegnaria afàno
veder sta bruta bestia
che sensa remissiòn
te la intempesta le vissare
ogni xorno ela cressa
fin a spolparte tuto
fin che te resta soeo che i ossi.


Che ti faccia schifo,
che ti venga da vomitare
nel vedere questa brutta bestia (nda: un brutto male)
che senza alcun ripensamento
ti renda le viscere in tempesta
ed ogni giorno cresca
fino a spolparti tutto
e finchè ti resteranno solamente le ossa.


......... Ci son varianti Veronesi e Vicentine. Ovviamente la maledizione per essere attiva doveva essere eseguita adeguatamente e con un certo rituale...

lunedì 20 maggio 2013

Sacri furono i giorni in queste Terre plumbee...


... dove le nebbie dei tempi ancora rinvigoriscono antichi echi di battaglie e marinai di laguna imperiosa, che tutto avvolge, che tutto si riprende.
Lugo, il Lucus Sacro, alla foce del fiume, attende Il Lupo mite, patrono del crocicchio ancestrale, Minor Medoacus dal furente moto, con le zampe sporche di terra, fauci affamate, eppur fedele..
Lova, la Lupa antica, guarda al mare mentre la palude separa Terra dalle Acque adriatiche, solcate da genti greche, Enetoi li chiamarono un tempo, gli Euganei risolutori di enigmi.
E li, fra secchi campi e distese d’argilla sorge la Tua casa, Potnia Théron, Rea anatolica, Signora della Fiere, che la Chiave custodisci in grembo, e l’anitra usi qual messaggera. Πότνια Θηρῶν, Rea, Reitia, che tutto fai scorrere, che ogni cosa accogli al suo eterno divenire. πάντα ῥεῖ ὡς ποταμός, ta Rei scorre, Reitia scorre fra i flutti del Medoacus, dalle Alpi sfocia a Lova, la Lupa feroce nella campagna fangosa. E la tua casa è li, Signora dei Cavalli, risorta alla luce del tempo, pronta ad essere ricoperta d’alloro, ed onori, ed incensi odorosi.
Agli iniziati hai lasciato la Via dell’Ambra, da percorrere con animo coraggioso,
hai lasciato la Via dell’Acqua, da percorre con animo lieto.

Elena



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EL BATAR MARSO



Il1° marzo nella storia della Repubblica Veneta era considerato il capodanno e veniva celebrato col ciamar marso. Inizialmente il primo giorno dell’anno era fissato il 25 marzo, giorno della fondazione di Venezia e giorno dell’annunciazione del Signore ma per comodità di calcolo fu spostato al primo giorno del mese.
Il ciamar marso, brusar marso o batar marso risulta essere quindi una tradizione antica legata a riti pagani di inizio stagione, celebrati per evocare il risveglio della natura, di propiziare la fertilità e l’abbondanza. In queste feste vi era un vero e proprio “fidanzamento pubblico” che si sviluppava in diversi modi, così come l’antica festa dell’epoca romana del Calendimarzo. Con le calende di marzo iniziava l’anno civile romano, collegato a feste di tipo propiziatorio e purificatorio, e più tardi anche l’anno civile della Repubblica di Venezia iniziava il primo di marzo. Il termine batar marso deriva dal rito compiuto per lo più dai ragazzini che nei giorni del Capodanno correvano per il paese battendo violentemente bussolotti, lamiere, pentole e coperchi con lo scopo di far più rumore possibile per ridestare la natura dal periodo invernale.
Nelle campagne della Riviera del Brenta si racconta di vecchi vomeri di aratro appesi sui rami delle piante o sui filari nei campi e percossi ripetutamente come fossero dei gong o delle campane, o legati alle biciclette e trascinati in giro per il paese ottenendo lo stesso rumoroso effetto. Non era un rito che richiamava tutta la comunità paesana ma ogni contrada lo celebrava in contemporanea con le altre del paese al grido di bati fora marso che april se qua.

Elena



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El Marzariòl


“Xera de giorno, xero solo
go visto el massariolo,
el xera vestìo da dona,
os-ce che s-ciona, che s-ciona, che s-ciona.
Se lo vedo lo cognosso,
el xera vestìo de rosso,
su la testa el so capelo
co la punta suso al cielo.
E po’ el ga tirà ‘na steca
che dura sempiterna e mai se seca."

Tradizioni e Superstizioni Venete..

Donna Veneziana- 1896-Tommaso Filippi


Mettersi un indumento alla rovescia è, per le donne, indizio che tutta la giornata andrà a rovescio.
Vedere due oggetti che accidentalmente formano una croce è segno di sventura.
Se il primo giorno dell’anno viene in casa prima una donna è di cattivo augurio.
Levare il palo del panevìn prima dell’ottavo giorno porta la febbre.
Quando si sogna il mal di denti, certamente morirà qualche parente.
Non si devono tagliare i capelli ai bambini prima che compiano un anno per non procurare dolori alla testa, nè tagliare le unghie perché porterà alla pazzia.
I fiori che si colgono per gli altari e per le tombe non vanno odorati.
Se vengono rubate delle zucche nell’orto bisogna prenderne una svuotarla dei semi e gettare questi ultimi nel letamaio. Questi si gonfieranno come il ventre del ladro delle zucche che quindi verrà scoperto. Questa pratica era considerata peccaminosa.
Una donna veloce nel mangiare non può avere figli.
Quando un uomo, scherzando, passa la gamba sopra la testa di un bambino, questi non cresce più.
Due catene nel medesimo focolare porta sventura.
Nelle case dove le rondini fanno il nido, albergano la pace e la prosperità.
a notte di Natale si tiene acceso il fuoco per tutta la notte, mettendo un ciocco in modo tale da farlo ardere lentamente. Questo viene fatto in onore della Madonna che in questa notte e asciugava i panni del bambino.
Dalla notte di Natale si tiene in serbo un pezzo del ciocco già menzionato fino all’Epifania. In quella notte il più giovane della casa deve, col suddetto, dar fuoco al “panevìn” e declamare:”Panivìn, la pintza su l’arin, la luganega su per el camin”.
Nel giorno di Pasqua non è consigliabile nè radersi la barba, perché potrebbe incanutirsi, nè tagliarsi i capelli, perché questo porterebbe a forti dolori al capo.
Nei giorni di festa è sconsigliabile tagliarsi le unghie dei piedi perché si diceva che il diavolo si sarebbe accontentato anche di quelle.



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martedì 14 maggio 2013

Eventi & Mostre

Periodicamente aggiornerò questo blog con eventi, manifestazioni, mostre, fiere che interessano i Veneti antichi ed in generale il mondo Veneto.

VENETKENS 
Viaggio nella terra 
degli antichi Veneti,


 6 aprile /17 novembre 2013
Padova / Palazzo della Ragione dalle 9.00 alle 19.00 - chiuso il lunedì
Clicca QUI per il sito web!



REITIA 
ALLE RADICI DELLA STORIA

Parco delle Arti, Monticello Conte Otto,Vicenza (zona palasport).
-rievocazione storica del fine settimana 18,19maggio, con mercatino artigianale ,stand gastronomico didattica e spettacolo del periodo antico.
a cura del gruppo VENETKENS







      MEDOACUS 
                    GLI ANTICHI POPOLI

                                                                 
  14-15-16 GIUGNO 2013
Area Golenale del Fiume Brenta 
Via L. Nodari NOVE (VI)
Parcheggi in zona distributore COSTANTIN




Clicca QUI per vedere il sito web!



600 VISITE...GRAZIE!

Che dire...wow!
Non mi sarei mai aspettata così tante visite in meno di 15 giorni ad un blog appena nato e che tratta argomenti non semplicissimi e soprattutto che non interessano alla maggior parte delle persone.
Pertanto vi ringrazio per la fiducia, per la vostra amicizia e per il vostro supporto.
Ho ancora tantissimi argomenti di cui trattare, di cui scrivere, molti articoli da riproporre e fotografie da scattare....
Prossimamente vedrete un articolo di Luciano Bosio intitolato "TITO LIVIO E L’EPISODIO DI CLEONIMO: IL PROBABILE LUOGO DELLO SCONTRO FRA PATAVINI E GRECI  
 revisionato da me e riproposto a voi lettori nella rivista "HELLENISMO" grazie alla dolcissima Daphne.
Inoltre il giorno  25 maggio terrò una piccola conferenza per Argiope, donne nel sacro, a Mestre su Reitia e le sue implicazioni cultuali a livello storico-archeologico.

grazie ancora a tutti voi!

ps: se ogni tanto mi lasciate un commentino non fa schifo :-P
Il bacino di San Marco- Tommaso Filippi

lunedì 13 maggio 2013

VIA ANNIA: tracciato della Riviera del Brenta e Mirese



Alcune ipotesi collocano le origini della via Annia nell’anno 153 a.C., essendo console Tito Annio Lusco, e affermano che essa si sviluppò dalla via Aemilia, che congiungeva Bologna ad Aquileia, e ad altezza di Adria divenne una strada autonoma.
Percorso antico della Via Annia
L’ipotesi non esclude la possibilità di un intervento successivo del pretore Tito Annio Rufo, che potrebbe essere intervenuto a migliorare il percorso.  È comunque molto difficile risalire al tracciato nei territori adriesi poiché non esiste alcuna testimonianza - epigrafi, iscrizioni o pietre miliari - che renda concretamente visibile lo sviluppo stradale. Uniche testimonianze del passaggio della strada sono sparuti ritrovamenti archeologici, alcune indicazioni toponomastiche e riprese aeree. Per la ricostruzione del percorso è stato necessario analizzare i problemi che sia sono posti gli antichi nella realizzazione di una via nella zona deltizia. Foto aeree evidenziano come la via Annia e la via Popillia corrano parallelamente in uscita dalla città, seguendo l’orientamento di una serie di canali di bonifica . Per descrivere il percorso della via Annia in uscita dalla città di Adria si vuole qui riportare la testimonianza di F. Bocchi (1748-1810, nobile adriese collezionista di reperti archeologici di età romana) attraverso la quale sappiamo che la strada si snodava su “un antico argine o meglio strada, coperta da un piede appena di terreno palustre (…), fiancheggiata già da due grandi fosse ora colmate, e che giunta non discosto dal luogo detto il Passetto, altri due km più a nord, piega a ponente per le antiche valli (…), strada la quale doveva sorgere ben alta dalle circostanti paludi.” Dalle fonti itinerarie non si hanno notizie circa il tratto di strada tra Adria e Padova poiché tra il III e il IV sec. d.C., periodo attorno al quale risale la maggior parte dei documenti, quel segmento dell’Annia era caduto in disuso. Grazie alla fotografia aerea, è documentato che dal centro di Adria la via prosegue verso nord, attraversando le odierne cittadine di Pettorazza Grimani, Agna, Arre e Casalserugo. Ad Agna, di cui si evidenzia il toponimo, riconducibile con buone probabilità al nome della strada romana, altre immagini dall’alto hanno evidenziato abbastanza chiaramente un tracciato rettilineo proveniente da Rottanova di Cavarzere, lungo l’Adige. Una volta giunta all’odierno Prato della Valle a Padova, la strada si volge ad est per proseguire per Altino, lungo la Riviera del Brenta. Da Patavium, sito importante anche durante l’età antica, si dipartivano altre tre strade di cui oggi rimangono alcune sporadiche tracce: la Bononia - Aquileia (opera di Tito Annio Lusco, cfr. supra), la Vicetia - Patavium e la via Aurelia.
Gli scavi archeologici del secolo scorso in area patavina, in località Camin-Tombelle, hanno portato alla luce un cippo dedicato ai Tetrarchi, con l’indicazione del III miglio dalla città. Ad altezza di Noventa Padovana il tracciato segue due percorsi diversi, costeggiando il fiume Brenta su entrambi i lati. Scrive il Bosio: “Ma si parla anche di un’altra strada che da Padova doveva andare ad Altino lungo la riva sinistra del Meduacus maior, con un percorso leggermente più lungo. Per questa ragione il Miller attribuisce alla Tabula la via lungo la destra del Brenta, agli altri due Itinerari quella di sinistra, localizzando la mutatio ad Duodecimum dell’Itinerarium Burdigalense a Dolo, la mutatio ad Nonum a Mestre. Questa possibilità di due percorsi, sulla destra e sulla sinistra del maggior ramo del Brenta, mi sembra del tutto accettabile e valida, non solo per l’esistenza di testimonianze antiche anche lungo la sponda sinistra del fiume, ma soprattutto per il notevole volume di traffici, che doveva svolgersi in epoca romana lungo questo ramo del Meduacus (…) e per le diverse distanze, date dagli antichi Itinerari, che si giustificano molto bene con la presenza dei due tracciati.”
Si ha notizia del percorso stradale da Padova ad Aquileia da tre itineraria romani: l’Itinerarium Antonini (III sec. d.C.), l’Itinerarium Burdigalense (IV sec. d.C.) e la Tabula Peutingeriana (III-IV sec. d.C.). Lungo il Brenta, nel comune di Vigonovo, è venuta alla luce una pietra miliare che segnalava la distanza di sette miglia da Padova. Sempre nei pressi del naviglio, nell’odierna cittadina di Dolo, si stima ci fosse un’altra mutatio, ad Duodecimum. Sulla riva destra del Brenta sono state individuate una mansio, Maio Meduaco, e una mutatio, ad Duodecimum, a segnare la distanza di dodici miglia dalla città di Padova. Qui si innestava la via Popillia, proveniente da sud. A partire dalla mansio ad Portum, l’attuale Porto Menai in località Malcontenta, attraversava l’odierna città di Mestre, probabilmente mutatio ad Undecimum, e proseguiva verso Altino lungo la gronda lagunare, rispetto alla quale era stata leggermente sopraelevata mediante terrapieni,
fatto deducibile anche dai toponimi Levada e Levaduzza.

Tavola Peutingeriana. la via Annia


da: VIA ANNIA “IL CORRIDOIO DELLA MEMORIA”
Studio di fattibilità per la valorizzazione integrata dei beni culturali e ambientali, delle produzioni e delle tradizioni locali  nei territori comunali attraversati dalla Via Annia.
http://www.vegal.it/upload/progetti/00000040/RELAZIONE%20VIA%20ANNIA.pdf

TRACCE DI RITO SALIARE ED OSCILLUM NELLE CAMPAGNE DI MIRA


Il RITO SALIARE  in uso nell’antica Roma consisteva in una processione eseguita nei mesi di marzo ed ottobre in onore degli Dei Marte e Quirinus, durante la quale i sacerdoti salii, detti anche saltellanti, eseguivano danze sacre e cantavano il carmen saliare.


Oscillum ritrovato nelle campagne Miresi
Con OSCILLUM  era invece nominata l’usanza di appendere come dono votivo piccole sculture o placche decorate alle fronde degli alberi in occasione di alcune feste rurali; dal loro ondeggiare del vento è derivato il verbo latino e poi italiano oscillare. Se “ la conversione delle plebi pagane al cristianesimo non è avvenuta all’improvviso-anzi tuttora non è totale-lasciando inalterati o trasformati certi usi legati soprattutto al fondo celto-latino “ è possibile che anche i due riti soprannominati, legati tipicamente alla TERRA, abbiano ricevuto una qualche relazione di continuità con consuetudini popolari presenti fino a qualche decennio fa, nel territorio della Riviera del Brenta e del Mirese.
L’Analisi del tema è ben delimitata ad un’area ben definita, cioè ad una frazione del comune di Mira, qual è il paese di Borbiago. Nei primi tre giorni di Marzo, sull’imbrunire, i regazzini e le ragazzine escono dalle case con vecchie pentole, barattoli, vasi di lamiera e girano per le strade percotendoli con un bastone, con l’aggiunta della cantilena: << FORA I PULSI!>> fuori le pulci! Onde trae il nome locale di Batter Marzo o batàr le pulsi. Nell’ultima sera si radunano in massa e procedono in modo quasi professionale sino ad un fossato o al ponte cul canale Lusore, dove gettano in acqua i recipienti e il bastone di percussione.  Attualmente l’uso va scomparendo, in rapporto con l’assorbimento della zona nel sistema industriale di Marghera, nella tipica trasformazione della cultura agraria ad industriale. Di esso non esistono documenti positivi per il passato, tranne la tradizione, che ho raccolto direttamente, cioè all’inizio del nostro secolo esso era compito dai vecchi e dagli adulti del paese in modo identico all’attuale forma (…). Escludo una ricerca di comparazione areale o di ciclo storico-culturale in senso lato: mi limito alla rilevazione che lo stesso rito è presente del comune di Martellago in provincia di Venezia, come risulta dalla monografia recente su di esso del Grimalso con spiegazione non soddisfacente del fenomeno, si possono pure trovare i punti intermedi tra le due zone nelle gampagne di Chirignago, Asseggiano, Gazzera, Maerne. A man mano che ci si sposta verso la linea del basso Piave, il rito si riduce fino a scomparire con evidente strozzatura. Alla pari esiste nella zona di Caselle-Caltana, (Miranese, zona di centuriazione romana nda) dove secondo la Gasparotto si trovava l’umplicus coloniae della centuriazione romana dell’agro est di Patavium. Anzi codesto rito di Borbiago (frazione del comune di Mira) segna il punto più occidentale di questa centuriazione, poco prima delle lagune, nelle quali manca del tutto, com’è ovvio; soltanto a Venezia si puà constatere la forma analoga del Batèr San Martino dell’11 Novembre messo in relazione dal Musatti con le feste greche delle PITIGIE.
Si è voluto inserire l’uso del Batàr Marzo nell’ambito del Culto Saliare  solo per fissare un punto di riferimento d’indole classica data l’identità del rito che si compiva a Roma nei primi tre giorni di marzo e odesto nelle campagne venete con tanto di rappresentazione del canto. (…) Oltre al fatto che il primo di marzo è il capodanno per Venezia!
Senza forzare il rapporto tra rito in esame e rito classico saliare romano, crederei che tutti e due siano aspetti di culti agrari, di probabile origine mediterranea, legati ai riti della terra-madre; la stessa percussione dei recipienti può essere uno dei tenti travestimenti del magico ROMBOS, ritmo sonoro del valore religioso presso i popolo primitivi (…). Come CULTO AGRARIO va poi considerato l’aspetto del RITO DI ELIMINAZIONE (…) accentuato dalla compomente di esigere la fuoriuscita delle pulci dalle case con la tecnica del ritmo come incanto di cattura, e del raccogliersi presso un corso d’acqua per gettarvi tutto dentro. In un’altra area, ben lontana dalla mmia (…) a Costantinopoli , gli abitanti gettano fuori casa vasi, pentole per essere preservati dagli incidenti nel corso dell’anno. E’ un tipico esempio di rito di eliminazione primaverile, com’è ovvio.


OSCILLUM.
crocette degli oscillum rurali- Gambarare di Mira
Una traccia di Oscillum è erperibile invece nella para liturgia delle ROGAZIONI o LITANIE nei tre giorni precedenti all’Ascensione. Mentre la processione si snoda i fedeli si fermano alle diverse stazioni erette agli ingressi delle fattorie, capitelli, edicole votive (antichissimi punti di culto alla dea Ecate Trivia, al dio Janus, ed alla dea Reitia nda) dove il sacerdote legge un brano del vangelo, benedice le campagne con il triplice segno della croce astile, accompagnando l’invocazione con “ fulgure et tempestate”, passa il “pestafango”, (…) che reca in ogni famiglia un mazzo di crocette variamente dipinte ottenute con il goccilio del cero pasquale. Racchiuse in un sacchetto di tela cerata vengono appese agli alberi da frutta, alle viti, o agli alberi dei filari dei campi di grano a scopo protettivo delle messi. Non risulta se siano adoperati in modo simile per i porticati delle case (…).   (attualmente sono stati scoperti resti di età romana, che vedete in foto, nelle campagne della Riviera e del Mirese  nda).
Oscillum o residuo di culto romano agrario
ritrovato nelle campagne di Mira
Non si può escludere quindi un profondo sostrato romano e pagano, convertitosi in significato cristiano nell’area studiata di forte presenza centuriale durante la graduale conversione delle campagne al cristianesimo e altrove invece trasformatosi negli usi longobardi con reminescenze germaniche di appendere la protome (testa, nda) del cavallo negli alberi o alle facciate delle case.







da: A. Nieri, Tracce di Rito Saliare e di oscillum nelle campagne di Mira (Venezia) in La religiosità popolare nella valle padana 1966, pp 301, 307.



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Memorie dal Sottosuolo.Il Cippo Funerario Romano di Tresievoli (Miranese, Venezia).


Memorie dal sottosuolo ovvero tutti i rinvenimenti fortuiti, non programmati, determinati dal caso, sono spesso accompagnati da descrizioni vaghe o inesatte, soggette all’opacità della memoria o al variare dei sentimenti del narratore-protagonista. Imprecisione e incoerenza poi aumentano se il divario temporale tra la scoperta e la fissazione scritta o fotografica è molto ampio: prima che intervengano giornalisti o archeologi il racconto del fatto può infatti aver subito notevoli distorsioni.
È il caso del manufatto di epoca romana scoperto a Tresievoli.

La scoperta
Unica certezza che a tutt’oggi accompagna la scoperta è il  nome del protagonista, Agostino  Corò, che, arando un campo  di cui era fittavolo, riportò alla  luce un cippo cilindrico in pietra d’Aurisina. Non sono certi  né la data né il luogo del ritrovamento; sono ancor meno chiare le pratiche che portarono al  trasporto ad Altino nel maggio  del 1967 e alla presa in carico  definitiva da parte dello Stato il  10 febbraio del 1969 con conseguente indennizzo per lo scopritore. Tuttavia, anche se permangono  numerosi dubbi, il confronto tra  documenti e testimonianze consente di suggerire alcune possibili soluzioni e spiegazioni. Partiamo dall’inventario dell’archivio altinate. È scarno.  Accenna al rinvenimento del  cippo a Borbiago nel 1964 e al
trasporto al museo nel maggio del 1967. Ma dai colloqui  intercorsi con il proprietario  succedutosi nella gestione del  fondo agricolo, risulta che nel  1964 il Corò non abitava più  a Tresievoli, si era trasferito a
Crea con tutta la famiglia.  Più credibile appare allora la  datazione del 1962 riportata da  Luigi Gallo nella sua storia di  Spinea, con l’accenno indiretto  al deposito del cippo che sarebbe stato conservato nella casa
di Crea fino all’acquisizione statale. Sempre negli stessi appunti museali si fa cenno al punto  esatto del rinvenimento, rilevabile nella carta IGM, Foglio n°  51 quadrante III, orientamento  N.E. Mirano ed. 5 1968, a mm  210 da nord e mm 240 da ovest:  un luogo prossimo all’attuale campo sportivo di Borbiago,
dove sicuramente non operava il Corò. È quindi probabile un errore di rilevamento. Se ad esempio l’incrocio delle coordinate fosse invertito a mm 210 da sud e mm 240 da est, ci troveremmo proprio nel fondo dello
scopritore, tra la cascina sita in via Tresievoli al civ. n° 78 (rilevamento G.P.S.: 45°28’ N; 12°08’ E) e la ferrovia: la stessa posizione ricorrente in alcuni vaghi ricordi di anziani testimoni.
L’opera 
Tuttora visibile nella prima sala del Museo Archeologico di Altino, il manufatto è catalogato come Altare funerario AL.15. Qui il termine altare è usato in senso traslato, per la somiglianza costruttiva con l’ara per il culto. In realtà gli scavi delle necropoli hanno dimostrato, senza dubbi, che un monumento cilindrico di tale fattura era impiegato in un recinto sacrale o come segnacolo di un sepolcro o come urna cineraria. A questa
seconda tipologia apparterrebbe il nostro cippo. L’incavo visibile nella parte superiore sarebbe servito a contenere le ceneri ed era protetto da un elemento di coronamento: probabile una pigna, simbolo del perdurare della vita vegetativa ed animale. Per completare ed innalzare la costruzione è ipotizzabile poi un basamento parallelepipedo con l’iscrizione del nome del defunto, secondo l’uso romano.
Già la prima impressione è di trovarci di fronte ai resti, sebbene lesionati e corrosi, di una struttura ricca e raffinata. Il materiale scelto, la pietra di Aurisina, non è rozzo e friabile come l’arenaria. La decorazione
poi a nastri e festoni di frutta intervallati da profili maschili (protomi), conferma l’eleganza classica tipica del gusto ellenistico dominante nel primo secolo  d.C., quando il costoso rito dell’incinerazione era di gran lunga
prevalente sull’inumazione.  In epoca romana la legge prescriveva che né i seppellimenti  né le incinerazioni potessero avvenire nell’ambito della città. Le necropoli si addensavano perciò a ridosso delle mura
cittadine, per poi dilatarsi e costeggiare le strade extraurbane. L’individuazione quindi di segnacoli, recinti o mausolei, oltre a circoscrivere i confini  dell’area urbana, consente di  conoscere con esattezza il tracciato delle più percorse e note  vie di traffico. A patto però che  l’esplorazione sia sistematica e
diffusa. Come invece non è mai  avvenuto per quell’ampia fascia  di territorio che si estendeva da  Patavium ad Altinum, a ridosso  della riva sinistra del Medoacus  Maior, il ramo maggiore dell’antico delta brentano.
 I numerosi frammenti di anfore, statue  o marmi, qui occasionalmente  rinvenuti, soprattutto tra Crea  e Chirignago, non sono mai stati  oggetto di alcuna esperta catalogazione che consentisse una mappatura dei ritrovamenti alla ricerca di eventuali insediamenti abitativi o reti viarie. Si rimane ancora nel campo delle
ipotesi, supportate dagli studi che hanno interessato i percorsi delle vie consolari e la tessitura della centuriazione romana a nord-est di Padova, la cosiddetta limitatio di Patavium II. È prevalente l’opinione, autorevolmente avanzata dal Gloria, ripresa dal Miller ed accettata dal Bosio, che una via secondaria,
parallela alla via Annia e a settentrione del Medoacus, congiungesse Padova ad Altino, con stazioni intermedie (mutationes) a Dolo e Mestre. Con il suo percorso avrebbe così interessato gli insediamenti colonici di Tresievoli e Crea, posti sul limitare orientale del suddetto agro centuriato di Camposampiero e
a ridosso della successiva centuriazione mestrina.
Il pilastrino cinerario di  Tresievoli può quindi essere stato ubicato in un punto significativo e non occasionale di questo reticolo agrario e viario, e rappresentare oggi un importante segno topografico per la sua ricostruzione storica.


tratto dai miei documenti per la mia tesi di laurea. Rive, biblioteca di Mira, di Giuseppe Conton.


Credenze e rituali magici nel territorio del mirese: SPAURACCHI ED ESSERI FANTASTICI- parte 3

Non vi erano soltanto Strighe e Strigarie, notte. Il buio, la stanchezza e la solitudine favorivano l’incontro
con presunti esseri soprannaturali o incarnanti il demoniaco. Buona norma era non attardarsi
fuori casa dopo il tramonto e i giovani che andavano di sera a trovare le moróse e a fiò, non dovevano
mai voltarsi indietro finché percorrevano il cammino che li conduceva a casa, perché esseri misteriosi
erano in agguato nell’ombra e potevano verificarsi fatti strani e incontri inspiegabili. Una piccola lucetta di color bianco o azzurro  poteva accompagnare per tutta il cammino chi rientrava a casa di notte o appoggiarsi sul timone delle imbarcazioni in barena: si trattava della omèria o lumèria. I bambini venivano terrorizzati e costretti all’obbedienza facendo ricorso al rostrèo sénsa sangue, spauracchio simile a un bastone animato in grado di menare la gente. Di notte si facevano incontri con animali misteriosi che sparivano quando si cercava di avvicinarli. Si credeva che questi esseri fossero donne simili alle streghe, ma non necessariamente tali, che avevano il potere di trasformarsi e assumere le sembianze di animali e che, il mattino successivo, a seconda delle imprese compiute la notte, avevano le òsa a tòchi, o presentavano delle ferite sul corpo.

Anche i morti facevano sentire la loro presenza con colpi e rumori inspiegabili che generavano timore e inquietudine. In questo caso era necessario affrontarli con questo scongiuro:

“anema teréna sta êontan trè pasi da mi
e cónteme a tó péna”.

Una situazione di angoscia e di smarrimento trovava sfogo nella figura dell’orco. Essere quasi animalesco, alto, magro, gobbo, camminava sbilenco, appostato sotto i ponti e la sua impronta, simile a quella di un elefante, se inavvertitamente calpestata, faceva perdere l’orientamento e la memoria, oppure faceva restare
nuda la vittima. L’incubo notturno che si manifestava con una sensazione di pressione allo stomaco e soffocamento, era noto nel mirese come pe ´sariòêo. La vittima, colpita dal pe ´sariòêo mentre dormiva,
cercava disperatamente di gridare per attirare l’attenzione di qualcuno che lo soccorresse, ma
non riusciva a emettere neppure un gemito, quindi si avvinghiava alle coltri finché chi era presente nella stessa stanza non lo scuoteva. Allora il malcapitato riusciva di nuovo a parlare e la sensazione
di soffocamento svaniva.

Il mazzaròlo (masaròêo, masariòêo) è descritto a Mira con tratti fisionomici corrispondenti a quelli riscontrati
nei racconti e nelle testimonianze documentate in varie località del Veneto, mentre perde la caratteristica
di licenziosità verso le giovani donne e la capacità di far smarrire o rapire gli esseri umani. L’azione principale
dell’omino vestito di rosso era quella di intrecciare (far coéte) le criniere e i peli della coda ai cavalli.
Nottetempo, nella stalla, si avvertivano gli animali irrequieti e al mattino venivano trovati madidi di sudore con la schiuma alla bocca. Il masariòêo sceglieva a caso le stalle da colpire, era dispettoso e faceva maegrasie. Lo si poteva scorgere anche di giorno, quando si coltivavano le campagne e le donne appendevano le traverse sui rami degli alberi e delle vigne e, ritornando per indossarle, le ritrovavano tagliate a striscioline. Scrutando intorno per scoprire il colpevole, ci si accorgeva del masariòêo che correva attraverso i prati.
È emersa anche una sovrapposizione d’identità fisica e di azione tra martorèo e masariòêo: il primo poteva anche vestire di verde, portare braghe ala ´suava o starsene seduto sugli alberi con un tabarin (mantellina  e cappuccetto) rosso in testa, era gobbo, piccolino e s’aggirava con un sacco. Se si camminava sul terreno dov’era passato il martorèo rosso, si continuava a ballare per tutta la notte e il malcapitato provava un insopprimibile istinto che lo spingeva a saltare i fossi dei campi. È lui il protagonista della canzoncina:
<<Gavévo un moró´s o
picoéto ma bèo
E mé ´s é sta magnà
dal martorèo.
O martorèo mio
nó state o´s are,
che né gò naltro,
nó stàméo magnare.>>

Secondo altre versioni invece il suo aspetto ricalcava quello di un animale selvatico (la martora) con pelliccia di color fulvo, somigliante a una volpe, assai temuto dai contadini perché penetrava nei pollai facendo razzie di uova e galline.

Ultimo personaggio è il salbanèo o salvanèo. Come il masariòêo, saliva in groppa al cavallo di notte e
gli intrecciava la criniera e la coda. Questo era un segnale di pericolo per il cavaliere che lo avesse voluto
montare. Per farlo doveva attendere che le coéte si fossero sciolte spontaneamente.
Oggi scetticismo, paura di essere derisi e forse, in parte, la consapevolezza che quel mondo intriso di presenze magiche e misteriose non esiste più, spinge a giustificare queste figure semplicemente
come il prodotto dell’abuso di poénta e vin, stanchezza, ignoranza e credulità che lasciavano spazio alla fantasia per dipingere e animare queste suggestive e irrequiete creature.


tuttavia........qualcosa e qualcuno è sopravvissuto sino ai giorni nostri...basta saper cercare!


da: Rivista RIVE, biblioteca di Mira, Venezia.


Credenze e rituali magici nel territorio Mirese, parte 2, STRIGHE E STRIGAJ



Streghe ed esseri fantastici popolavano anche le notti miresi. Le loro imprese, l’aspetto, i malefici, venivano narrati le sere d’inverno, quando intere famiglie si riunivano nelle stalle a fiò per riscaldarsi al calore emanato dagli animali. Diversi gli affabulatori, spesso anziani, a volte viandanti in cambio dell’ospitalità accordatagli dalla famiglia. Tutto ciò che era male e pericoloso si aggirava al di fuori del focolare domestico col calare dell’oscurità, era in agguato per tutta la notte e si dissolveva all’alba, col sorgere del sole. Numerose sono le testimonianze e i racconti sulle streghe, donne malvagie, vecchie, malciapae e malvestie, che già nell’aspetto
tradivano qualcosa di sinistro. Vivevano sole o all’interno della famiglia, di cui potevano danneggiare
i membri con unguenti, prodotti nottetempo in gran segreto e bolliti e conservati in piccoli recipienti, le pignatè-e. A volte gettavano anatemi contro chi si rifiutava di dar loro del cibo o non accettava la loro offerta sensale di matrimonio. Secondo altre convinzioni erano in grado di evocare tempeste, danneggiare campagne con grandinate, camminare sull’acqua e le si vedeva aggirarsi all’aperto con i temporali. S’incontravano
a mezzanotte nei crocevia. Nel Veneto per vedere passare una Strega, bisogna piazzarsi la notte del 24 giugno su di un quadrivio restando in piedi ed immobili col collo appoggiato sopra l'ansa di una forca. Un contadino che aveva atteso ore in quella posizione, si riebbe al mattino con una dolorosa sensazione : il suo collo era costretto sul cancello del cimitero! (Leggende di Streghe veronesi. G. Rama)
Le strigarie, ossia i sortilegi, si attuavano in diversi modi: toccando le vittima, donando loro qualcosa di stregato, lanciando maledizioni e minacciosi avvertimenti, oppure operando fatture e incantesimi. Gli effetti erano diversi. Nelle vittime si poteva creare uno stato di malessere perenne o una consunzione che portava alla morte: i bambini rifiutavano il cibo, le ragazze perdevano la prosperità e giacevano a letto.
Vi era anche l’“invidia del latte”, che colpiva la madre provocando complicazioni nel periodo dell’allattamento o impediva al bambino di nutrirsi facendolo piangere continuamente, oppure la fattura a morte, che era la più difficile da togliere. L’affatturato all’inizio non riusciva a spiegarsi la natura del suo malessere e la malattia non seguiva un regolare decorso. Trascorso un certo periodo di tempo, e del tutto casualmente, la vittima scopriva nelle cólsere (coperte), nei cuscini, o in qualche angolo riposto della sua casa, croci, forbici, gomitoli gomitoli, bare in miniatura e cordèe có grópi fatti di piuma d’oca e, a volte, di altri materiali. Tra gli oggetti rinvenuti che testimoniavano il sortilegio, si potevano trovare spilloni nascosti all’interno del materasso o conficcati in limoni o bamboline.
Chi veniva stregato  soggiaceva dunque a una forza occulta, a una influenza maligna. È questa la crisi della
presenza di cui parla l’etnologo Ernesto De Martino; si può uscirne attraverso la controfattura apprestata
dal mago. Innanzitutto, per disfare il maleficio, quando si trovano gli oggetti della fattura, si doveva
bruciare tutto. La cenere della combustione poteva essere gettata in un corso d’acqua, ma non era molto prudente procedere in questo modo perché poteva riaffiorare: si sa che l’acqua restituisce tutto, prima o
poi. Era dunque necessario prestar cura a bruciare tutto e a seppellire la cenere in un luogo dove sarebbe rimasta per sempre. Indice di una strigaria era la polenta insanguinata, o che "piscia" sangue quando la si
taglia. Per scoprire chi era la strega, si faceva bollire in acqua qualche indumento della vittima pungendolo con forche a due punte. La strega si sarebbe presentata sulla soglia di casa, agitata e dolorante, chiedendo che cosa si stesse facendo e invitando a smettere: scoperta, avrebbe disfatto il sortilegio.
Se tutto questo non bastava, si ricorreva alla preghiera esorcistica del sacerdote, che però non sempre aveva buon esito. Il prete di Malcontenta , fino a qualche anno fa, era conosciuto nella zona per le sue benedizioni, a volte efficaci, contro indemoniati e bambini affatturati. Altri interventi richiesti ai sacerdoti riguardavano
la liberazione della casa dalle invasioni di sórsi (topi) e formiche, acerrime nemiche dei bachi da seta, nonché la protezione dei poderi delle famiglie dalla grandine. Quando gli strigai risultavano indemoniai, ossia posseduti dalla forza demoniaca, terminate le cure e le preghiere, non rimaneva altro che portarli a Fanzolo (Treviso), al santuario della Madonna del Caravaggio, festeggiata il 26 maggio; qui ricevevano la benedizione, assistevano alla messa e toccavano la statua della Madonna; solo così si sarebbero liberati.
Molti erano i testimoni degli eventi che accadevano al santuario.
Parenti e conoscenti degli strigai indemoniai partivano di notte con la vittima, a bordo di un carro, per essere presenti alla prima messa della giornata, quella delle sei. Secondo alcune fonti, infatti, era proprio quella la messa da non perdere per ottenere la grazia, anche se le altre funzioni della giornata potevano comunque risultare propizie. Gli indemoniati avevano una forza sovrumana: ci volevano quattro o cinque uomini
per farli salire sul carro e accadeva spesso che non si riuscisse ad arrivare per tempo, perché pareva che gli animali che trainavano il carro non potessero avanzare, come fossero trattenuti da una forza misteriosa e
invisibile. Così si doveva tentare l’impresa l’anno successivo. Chi andava “‘al Caravaggio” poteva assistere a dei veri prodigi. Tra la folla di parenti, fedeli e curiosi che attorniavano il santuario, si udivano le grida, simili a versi di animali, emesse dagli ossessi che venivano trascinati in chiesa; i preti che impartivano gli esorcismi con il crocifisso in mano erano madidi di sudore per lo sforzo di scacciare il male mentre i malati, per liberarse, vomitavano capelli, forchette, spilli o cibi affatturati che venivano rigettati integri.
Si poteva però anticipare l’azione malefica, proteggendosi con cerimoniali di particolare carica
magica. Nell’incontrare delle persone negative si dovevano tracciare delle croci per terra recitando formule scaramantiche, senza farsi notare da nessuno, oppure si portavano dei cordoni di filo attorno alla vita,
con dei nodi che indicano particolari malattie da tenere lontane. Se si sospettava che una donna fosse una strega, per smascherarla si poneva la scopa di traverso sull’uscio di casa e la donna non sarebbe più riuscita
a varcare la soglia finché la scopa non fosse stata rimossa. Efficaci, inoltre, contro le streghe e il malocchio, erano ritenuti il sale in tasca, gli indumenti indossati a rovescio e, ancor più, i santini appesi al collo, uno davanti e l’altro dietro. Queste immaginette, che erano distribuite dalle suore di Borbiago, si tenevano sempre addosso ed erano dette pasiénse e sembrano avere avuto una funzione analoga a quella degli abitini
usati nel sud della penisola.

 Diverse dalle strighe erano le fade. Se queste incontravano un uomo, potevano aiutarlo facendogli dei doni e assicurandogli la panara sempre piena in cambio della promessa di mantenere
il segreto. Si racconta che le fade fossero delle donne comuni di giorno e che neppure i loro mariti sospettassero la loro vera natura, ma, quando calava la notte, il loro spirito abbandonava il corpo, che giaceva nel letto accanto al marito, e andava a divertirsi tentando gli uomini che incontrava nel suo viaggio

mentre si recava nei boschi a ballare e a far festa con le altre fade. Esse potevano compiere viaggi ovunque volessero. Una leggenda narra che le fade salivano su una barca attraccata in un canale e si contavano dicendo:
“ndémo par una, par dó,
par trè...a secónda dé quante
che e gièra”
 ... e poi la barca volava e andava in alto mare. Era essenziale che lo spirito della fada rientrasse nel corpo prima del canto del gallo, altrimenti il corpo sarebbe morto. Le fade si vedevano di notte e prima dell’alba, mentre lavavano e stendevano i panni.

Diverse le opinioni sulle stròeghe, da alcune fonti identificate con le strie, da altre limitate al ruolo di cartomanti, chiromanti e zingare. L’esistenza delle streghe non è stata negata dagli informatori, contrariamente all’atteggiamento emerso nel confronto di altri esseri fantastici, che, quando non è critico, è certamente di aperto scetticismo. La scarsità di streghe oggigiorno in circolazione pare trovare giustificazione,
a parere di alcuni, nell’opera svolta dal Consilio dé Trénto, svoltosi in un passato imprecisato, in cui uomini illustri della chiesa riunirono tutte le streghe e gli stregoni in un castello, li processarono e li condannarono
a essere arsi sul rogo.

........ Anche se non se ne sente più tanto parlare,l’opinione diffusa è che ci sia ancora chi opera il male e che
quindi, si capisce, qualche strega sia riuscita a scamparla!


da: rivista RIVE, Silvia Bortolato